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I BENEFICI DI VIVERE CON UN ANIMALE DOMESTICO

Gli animali domestici, che siano cani, gatti, conigli o criceti, spesso e volentieri vengono considerati veri e propri membri della famiglia.

Oltre a tenerci compagnia, gli animali domestici, specie i cani e i gatti, ci regalano molti benefici psicofisici, consentendoci di avere una salute complessivamente migliore.

Ma quali sono davvero i benefici del vivere con un amico a quattro zampe?

1) Uno dei maggiori punti a favore del vivere con un animale domestico è il contrasto alla solitudine: non solo i nostri amici a quattro zampe ci fanno compagnia, ma ci costringono ad essere più attivi, riempiendo la vita anche delle persone più solitarie. Non è un caso che molti studi riportino che avere un animale domestico abbia enormi benefici su chi soffre di depressione: oltre a tenerci compagnia, i nostri animali ci costringono ad una vita più movimentata, basti solo pensare alle passeggiate quotidiane con il cane o al portare il nostro animale domestico dal veterinario, al negozio di animali, ecc. Tutte queste attività diventano spunto per una vita sociale più attiva e possono anche permetterei di stringere nuovi legami e amicizie.
2) Secondo un recente studio, la compagnia di un animale domestico è un valido alleato nellelaborazione del lutto, oltre ad essere un fattore protettivo per la depressione che spesso si sviluppa in seguito alla perdita di una persona cara. Secondo uno studio condotto da Brown nel 2011 il legame che si crea tra lumano e lanimale è assolutamente unico, tanto da poter essere paragonato ad un rapporto genitore-figlio o marito-moglie, stimolando ormoni quali lossitocina e la serotonina, responsabili del buonumore.
3) Altre evidenze scientifiche dimostrano che la vita insieme ad un animale domestico è migliore in quanto aumenta lautostima e il senso di sicurezza e diminuisce significativamente la solitudine, soprattutto tra gli adulti che vivono da soli.
4) Vivere con un animale domestico aiuta anche a ridurre ansia e stress. La sensazione di benessere data dallaccarezzare un cane o un gatto favorisce una serie di processi regolatori del sistema neurovegetativo: rallenta il battito cardiaco e regolarizza la respirazione, producendo un benessere generalizzato. Uno studio effettuato su 249 studenti universitari americani ha rilevato come i contatto quotidiano di soli 10 minuti al giorno con un animale domestico (cane o gatto) riducesse considerevolmente ansia e stress, migliorando la qualità della vita e le prestazioni accademiche.
5) Alcuni studi dimostrano che chi vive a contatto con gli animali ha un sistema immunitario più forte ed è meno soggetto a sviluppare allergie nel corso della vita.
6) Avere un animale domestico ci insegna la responsabilità di prenderci cura di qualcuno che dipende esclusivamente da noi, in tutto e per tutto. Molti studi dimostrano che questo aspetto è importante nello sviluppo dei bambini: crescere con un cane o un gatto implementa le capacità relazionali e lempatia.

Condividere la vita insieme ad un amico a quattro zampe migliora le nostre vite, ci aiuta a regolare le emozioni e ci regala anche molti benefici sulla salute, oltre a sviluppare competenze relazionali ed emotive.

E tu hai un animale domestico? Se si, in che modo ha cambiato la tua vita?

Dott.ssa Totaro Rossella

 

BIBLIOGRAFIA:

Bayram N., Bilgel N. (2008) The prevalence and socio-demographic correlations of depression, anxiety and stress among a group of  university students. Social Psychiatry and Psychiatric Epidemiology, 43 (8), 667-672.
Beetz A., Kerstin U.M., Henri J., Kotrschal K. (2012) Psychosocial and psychophysiological effects of human-animal interactions: the possible role of oxytocin, Front. Psychol., 3, 234.
Carr D.C., Taylor M.G., Gee N.R.& Sachs-Ericsson N. (2019) Psychological Health Benefits of Companion Animal Following a Social Loss. The Gerontologist. Doi:10.1093/geront/gnz1.
Pendry P., Vandagriff J.L. (2019) Animal Visitation Program (AVP) Reduces Cortisol Levels of University Students: A Randomized Controlled Trial, AERA Open, 5(2), 2332858419859.
Protopopova A. (2016) Effects of sheltering on physiology, immune function, behaviour and the welfare of dogs, Pays. Beah., 159, 95-103
Shoda T.E., Stayton L.M., Martin C.E. (2011) Friends with benefits: on the positive consequences of pet ownership, Journ. Pers. Soc. Psychol., 101(6): 1239-52
Settimo G. (2011) Gli animali che curano, Red Edizioni, Milano

L’INTESTINO “CEREBRALE” – L’importanza delle funzioni intestinali per il benessere psicofisico

È sempre più frequente sentir parlare dei cosiddetti due cervelli. Sappiamo realmente a cosa facciamo riferimento e come mai?

Quando parliamo di cervello, la nostra mente si dirige in automatico all’organo collocato nella nostra testa. Ad oggi, la teoria dei “due cervelli” sostenuta scientificamente dal neurobiologo Michael D. Gershon (1998), ci permette di porre attenzione all’importanza dell’asse intestino-cervello, individuando non uno ma ben “due cervelli”.

L’intestino è stato da sempre considerato come una struttura periferica deputata a funzioni vitali marginali come l’assorbimento di sostanze nutritive o la digestione. Le attuali ricerche scientifiche invece, sostengono e dimostrano l’importanza che tale organo avrebbe a livello del nostro sistema immunitario. A differenza di ciò che si possa pensare, l’intestino è l’unico organo, oltre il cervello, ad essere dotato di un vero e proprio sistema nervoso. Si tratta infatti, di quello che viene definito come il sistema nervoso “enterico” che agisce sia autonomamente che in connessione con il primo cervello, quello “cranico”, per intenderci.

L’importanza attribuita al nostro intestino non è legata solo al possedere un proprio sistema nervoso ma anche al fatto che, come il primo cervello, è anch’esso la sede delle nostre emozioni. Entrambi i nostri due cervelli comunicano tra di loro prevalentemente, attraverso il nervo vago, grazie a neurotrasmettitori comuni come la serotonina, nota anche come il neurotrasmettitore della felicità. Per questo motivo, i due cervelli possono influenzarsi a vicenda, sia da un punto di vista emotivo che immunologico.

Tensioni emotive, stress, abitudini di vita scorrette come sedentarietà e una cattiva alimentazione sono, non a caso, spesso associate a problemi della sfera digestiva. La letteratura scientifica internazionale evidenzia che il 20% della popolazione occidentale soffre di disturbi tra cui coliti, spasmi, gonfiore, nausea, bruciori di stomaco, sazietà precoce, distensione addominale, irregolarità della funzione intestinale. Questi sono i sintomi più frequenti associati ai disturbi intestinali che colpiscono in prevalenza la popolazione femminile rispetto a quella maschile, sia in adulti che in bambini o adolescenti e che spesso, non sono correlati a cause organiche evidenti. Tuttavia, non è da tralasciare neanche l’effetto opposto, vale a dire come un intestino in disordine possa portare a sviluppare alcune forme di ansia e di depressione. Alcuni studi recenti infatti, hanno dimostrato che il tratto gastrointestinale svolgerebbe una funzione importante nel riconoscimento di alcuni processi infiammatori. È considerato infatti, la prima barriera con il mondo esterno: il cibo che ogni giorno ingeriamo non è di certo sterile, porta con sè una carica batterica che induce una reazione da parte dei nostri globuli bianchi che sono deputati a riconoscere la presenza di infezioni all’interno del nostro organismo.

Il microbiota, detto più comunemente flora intestinale, ha proprio la funzione di intervenire in questo processo, ostacolando, ad esempio, il proliferare di agenti dannosi per la nostra salute. Inoltre, il microbiota intestinale è capace di comunicare e interagire con il primo cervello. Basti pensare che, quando mangiamo un cibo gustoso, l’intestino attiva i suoi recettori aumentando la produzione di serotonina, il neurotrasmettitore deputato alla felicità e a sensazioni di benessere. La serotonina è coinvolta infatti, in diverse funzioni biologiche fondamentali come il ciclo sonno – veglia, il desiderio sessuale, il senso di fame – sazietà e l’umore. Avere un livello basso di serotonina può infatti, comportare una serie di disturbi correlati all’umore, ansia, stati depressivi, problemi di natura sessuale, problemi del sonno e della motilità intestinale. All’interno dell’asse intestino-cervello, questo neurotrasmettitore svolge un ruolo fondamentale poiché favorisce la comunicazione e l’interazione tra questi due organi. Se pensiamo per esempio, a quando avvertiamo un calo dell’umore, cosa accade dentro ognuno di noi? È molto comune sentire un bisogno crescente di dolci, come ad esempio il cioccolato, alimento non a caso che contiene e favorisce la produzione di serotonina. Secondo lo stesso meccanismo, in presenza di un’infiammazione in sede intestinale, si attiva un enzima che è in grado di demolire la serotonina, causandone di conseguenza, un deficit a livello cerebrale e sensazioni di umore deflesso.

L’intestino inoltre, gioca un ruolo cruciale anche nelle nostre emozioni. Se per un attimo ci soffermassimo ad ascoltarle, potremmo subito notare come paura, rabbia, tristezza, felicità e disgusto abbiano una chiara risonanza nell’intestino. Basti pensare, per esempio, a quando siamo tanto arrabbiati e sentiamo lo stomaco irrigidirsi e attorcigliarsi al punto da avere la sensazione di “stomaco chiuso”, o quando la paura ci muove tutte le viscere, sconbussolandole o ancora, alla sensazione delle “farfalle nello stomaco” quando siamo innamorati. Quando si affronta un periodo di vita particolarmente stressante emotivamente, è possibile avvertire in modo chiaro, fastidi intestinali. Questo accade proprio perché i batteri intestinali possono rispondere ai segnali di stress provenienti dal primo cervello provocando sintomi somatici come bruciore di stomaco, mal di stomaco, nausea o dissenteria.

Secondo M. D. Gershon quindi, il nostro intestino proprio perché  “assimila e digerisce non solo il cibo, ma anche informazione ed emozioni che arrivano dall’esterno” necessità di maggiore ascolto, attenzione e cura.

E come prendersene cura? Uno stile di vita sano è certamente il primo passo per lenire i malesseri che ne possono derivare. Già nella medicina tradizionale, vi era l’idea che le alterazioni della flora microbica intestinale fossero strettamente legate all’insorgenza di alcune malattie e che il cibo fosse da considerare proprio come una buona medicina, come sosteneva lo stesso Ippocrate. Una sana ed equilibrata alimentazione può quindi, esserci di aiuto. È possibile inoltre, prendersi cura del proprio intestino anche praticando attività come la meditazione e lo yoga che permettono di ridurre i livelli di stress che come ormai sappiamo, incidono notevolmente sulla nostra qualità di vita ma anche sul nostro benessere psicofisico.

Dott.ssa Di Piero Antonia

Psicologa – Psicoterapeuta

 

Bibliografia


Gershon D. Michael, Il secondo cervello, titolo originale “The Second Bain: a Groundbreaking New Understanding of Nervous Disorders of the Stomach and Intestine”, UTET S.p.a., 2013

Gershon D. Michael, Serotonin and its implication for the management of irritable bowel syndrome, Rewievs in gastroenterological disorders, 2003; 3 (supp. 2): S25-S34

Giacosa, A (2018) Disturbi digestivi funzionali e stile di vita: il ruolo del sistema nervoso enterico, ovvero del “secondo cervello” in Rivista Società Italiana di Medicina Generale

COME DISFARSI DELLE REAZIONI AUTOMATICHE – Vivere il tempo anziché lasciarsi vivere dal tempo

Come mai reagiamo spesso nello stesso modo in alcune situazioni? E come mai non riusciamo a smettere di farlo, anche quando le conseguenze sono decisamente negative? Vediamo insieme come possiamo gestire le nostre reazioni emotive in maniera più consapevole e funzionale.

Vediamo qualcosa che non ci piace, una situazione ci fa rizzare i peli… e tutto d’un tratto… reagiamo! Ci infiammiamo, ci lasciamo trasportare dal turbine emotivo…

Ciascuno di noi, nel corso del tempo, ha imparato a rispondere ad alcuni stimoli con delle reazioni automatiche. Solitamente, si tratta di stimoli che attivano in noi un qualche stato emotivo spiacevole: ansia, tristezza, rabbia. La reazione che ne consegue, quindi, è un tentativo di gestire le emozioni negative che si provano in determinate situazioni.

Il fatto è che non siamo quasi mai consapevoli del perché reagiamo proprio con quella modalità, eppure, tendiamo a riproporla in maniera automatica ogni volta che ci troviamo di fronte a uno stimolo scatenante. Si tratta di automatismi appresi nel corso del tempo, soluzioni adottate in passato e che in qualche modo hanno “funzionato”. Si sono cioè rivelate efficaci nell’alleviare o nell’eliminare la sofferenza di quella situazione. Non ci importa che magari la “soluzione” comporti altre conseguenze, a volte persino peggiori della sofferenza che mirano a estinguere. I nostri meccanismi automatici di gestione non si fermano a riflettere ma, sono reazioni “istintive” che non ponderano e non distinguono conseguenze a breve e a lungo termine.

Spezzare il meccanismo della reazione automatica, non significa smettere di avere una opinione, di riflettere sulle cose, di reagire o di essere passivi, significa semplicemente disattivare un automatismo riprendendo il controllo e smettendo così di soffrire. Noi risentiamo della collera, dello stress, dei blocchi esperienziali, che fanno dapprima soffrire noi e che finiscono per intaccare il nostro ambiente.

DEFINIRE COSA CI FA REAGIRE

La prima cosa da fare per non entrare nella spirale infernale del circolo vizioso, è quella di notare quali sono le situazioni che ci fanno reagire in un certo modo. Sono delle situazioni, sovente le stesse, che ci stressano e che ci fanno partire con il pilota automatico. Per esempio, ci si arrabbia ogni volta che si fa la coda in un negozio o ci si infastidisce quando nostro figlio prende un brutto voto.

Osserviamo, poi, cosa scatena in noi quella situazione. Gola serrata, oppressione al petto, nodo allo stomaco, respiro corto… Quello che ci fa reagire, ci fa soffrire fisicamente e psicologicamente. La nostra reazione ci ricorda i nostri valori, cosa conta per noi. Facciamo un esempio: se mio figlio mi porta a casa un brutto voto, ho immediatamente dei pensieri negativi “È sempre il solito”, “Perderà l’anno” e posso provare rabbia o delusione. Ora, questa reazione mi ricorda cosa è importante per me e quindi posso decidere di connettermi a quello, prima di far partire la reazione automatica e, per esempio, invece che criticarlo, posso provare a stargli vicino, perché lo amo, e a soffermarmi sul fatto che, anche se non va bene a scuola, ha delle altre qualità.

TORNARE ALL’INTERNO

I nostri pensieri valutano. I ricordi ci portano indietro. Le emozioni confondono. In quel momento, è importante rallentare perché tutto va troppo veloce e noi non siamo realmente consapevoli di quello che sta succedendo. Se reagiamo in modo automatico, non stiamo scegliendo davvero come reagire e questo può, per esempio, degradare i nostri rapporti con gli altri. Se ci si prende il tempo per guardare sé stessi, di respirare quello che sentiamo, si può reagire alle situazioni in modo diverso. Quando si parte con la propria reazione automatica, non si vede che attraverso i propri schemi. Tornare all’interno permette di allargare il campo di quello che si vede. C’è una parte di noi che è tranquilla, calma e che può farci reagire diversamente, facendoci mettere nei panni dell’altro ed esprimendo le cose in maniera differente. Questo non significa sopprimere il malessere e non esprimerlo davanti all’altro, ma semplicemente farlo in una maniera più cosciente, più pacata, più affine a cosa conta per noi.

Facendo questo, riprendiamo il controllo; anche se automatiche, queste reazioni, non sono inevitabili e anzi, possiamo crearne di nuove. Portando un po’ di attenzione consapevole a quel momento, contattando i nostri valori, possiamo decidere di rispondere in modi diversi, che siano più utili o salutari per noi e chi ci sta attorno. E, saremo noi a decidere come rispondere.

LA PRATICA MEDITATIVA PUO’ AIUTARCI

Meditare regolarmente permette di allenarsi a rallentare, a sganciare il pilota automatico, per essere più presenti. In tal modo, non si impronta più tutto sulla reazione automatica e si fa un passo a fianco alle storie che ci si racconta ogni volta. Durante la pratica di meditazione non si fa nulla, non si cerca nulla, non ci si aspetta nulla, si smette di volere che le cose siano diverse da quelle che sono perché non ci si lotta, al contrario, si accoglie quello che si vive, l’esperienza, momento dopo momento. Questo allena a essere più consapevoli. Questo non vuol dire che dopo non si reagisca. Al contrario, chi è più cosciente, non si lascerà influenzare dai propri pensieri automatici e agirà allineandosi ai suoi valori. La meditazione è dunque al servizio della nostra azione.

CHIAVI PER REAGIRE DIVERSAMENTE

1- Prendi una situazione scomoda che ti genera sofferenza emotiva.
2- Valuta la tua sofferenza sulla tua scala da 1 a 10 dove 1 significa assenza di perturbazione emotiva e 10 massima sofferenza.
3- Nota dove trattieni questa valutazione e dove la senti nel corpo.
4- Osserva che tutta la tua energia, la tua attenzione è assorbita da questo dolore. Ci si focalizza, si gira in tondo, si resiste.
5- Sottolinea che se tu sei consapevole della sofferenza e del linguaggio nella tua testa, se ne sei cosciente, sai che è possibile cambiarla.
6- Scegli allora come vuoi reagire in piena consapevolezza.

ANDARE OLTRE

1- Osserva quello che scatena la tua reazione automatica. Esempio di situazione: la sveglia suona, il mio compagno prende subito il suo telefono e questo mi infastidisce.
2- Vai incontro alle tue sensazioni. Noto cosa sta succedendo nel mio corpo: le tensioni che sono presenti e come evolvono. Può essere, per esempio, che diminuiscano mentre le osservo.
3- Nota cosa c’è di altro in te, altre emozioni, pensieri che valutano, che giudicano e nota che c’è anche pace… puoi connetterti ad essa piuttosto che lasciarti trasportare dal tuo malessere. A partire dal momento in cui sei consapevole di cosa succede, il tuo malessere diminuisce. Ti apri ad altre cose, alla pace, allo spazio da cui osservare la tua reazione automatica.
4- Molla la presa. Non hai bisogno di combattere con i tuoi pensieri, con le tue emozioni o con la situazione presente. Sei ancorato in questo spazio di calma che hai in te e hai fiducia nel fatto che puoi modificare questa energia negativa che ti sta invadendo. Prenditi il tempo di rallentare.
5- Nota cosa si nasconde dietro questa reazione. In questa situazione, ti esasperi perché hai l’impressione di non sentirti amato e vicino all’altro, qualcosa che fa parte dei tuoi valori.
6- Agisci. Prendi il tuo compagno tra le braccia e parlagli di quello che per te è importante. Se aggiungi empatia, è ancora meglio: “Io so che è molto importante per te aggiornarti sulle ultime notizie, ma per me sarebbe prezioso poter stare con te prima che ci si separi per andare a lavoro”.

Ricordiamoci che non siamo destinati a reagire sempre allo stesso modo. Possiamo cambiare. Possiamo scegliere come rispondere. Una volta imparato questo, dopo aver sperimentato le possibilità che un nuovo modo di rispondere può regalarci, potremo scegliere e reagire secondo i nostri valori. Vivere è inevitabilmente essere costantemente sottoposti a stimoli, alcuni positivi e altri negativi. Ciò che non è inevitabile è come decidiamo di rispondere. E questo, è nelle nostre mani.

Dott.ssa Giulia Giacone

Psicologa – Psicoterapeuta

Per saperne di più…

Hayes, S.C., Strosahl, K.D., Wilson, K.G. (2013). ACT. Teoria e pratica dell’Acceptance and Commitment Therapy. Raffaello Cortina, Milano.
Kabat-Zinn, J. (2019). Dovunque tu vada ci sei già. In cammino verso la consapevolezza. Corbaccio, Milano.
Kang, J., Gruber, J., & Gray, J. R. (2013). Mindfulness and De-Automatization. Emotion Review, 5(2), 192–201.

 

I MESSAGGI NASCOSTI DIETRO LE FIABE: “IL MERAVIGLIOSO MAGO DI OZ”

Chi dice che le fiabe siano solo per bambini? Ormai siamo abituati ad amare cartoni animati o fiabe anche da adulti. Sicuramente c’è il nostro Bambino interiore che spesso ce le richiede, ma ci sono quelle fiabe che tutti noi portiamo nel cuore più di altre. 

Voglio condividere, con voi, la mia: Il meraviglioso mago di Oz

È una storia dalla quale mi sono sentita rapita e affascinata fin da piccola. Ricordo molto bene quel libro che tenevo tra le mani, sia la sensazione tattile della copertina ruvida, sia le emozioni che avevo mentre mi addentravo sempre di più nel fantastico viaggio di Dorothy.

Ancora oggi ricordo alcune immagini di quell’edizione e sebbene non sia più in mio possesso e non sia più riuscita a trovarla, per il mio 34esimo compleanno mi sono fatta un regalo: ho riacquistato questo favoloso racconto.

Non è stata una scelta casuale: ho cercato attentamente un’edizione di cui le immagini mi coinvolgessero, perchè potessi attraverso i disegni immaginarmi e addentrarmi ancora di più nella storia.

Cosa di questa fiaba mi attirasse da bambina è difficile dirlo. Forse il lungo viaggio in un mondo incantato di una bimba coraggiosa, forse il senso di protezione che le riservano i suoi nuovi amici, o forse (come tutte le fiabe) il lieto fine. E sì, perchè la piccola Dorothy dopo un lungo e meraviglioso viaggio riesce a tornare a casa.

“Non importa quanto triste e grigia sia la nostra casa, noi gente di carne e ossa preferiamo vivere lì, piuttosto che in un altro Paese, per quanto bello possa essere. Non esiste al mondo posto migliore della propria casa”, scriveva l’autore L. F. Baum …. E quanta verità in queste sue parole!

Ma rileggere questo libro ora che sono adulta, e ora che ho una capacità d’analisi e di interpretazione più affinata, mi ha permesso di cogliere delle sfumature che ovviamente avevo tralasciato. E farlo nel ruolo di psicoterapeuta è come se tutto fosse più accentuato.

Non riesco a vedere il meraviglioso viaggio che intraprende la piccola Dorothy se non come la metafora di un viaggio di consapevolezza.

Di fatto chi ha intrapreso un percorso di psicoterapia può sentire sensazioni molto simili e per chi non ha mai avuto questa esperienza proverò a spiegarlo meglio. La psicoterapia è un percorso fatto di alti e bassi: ci saranno momenti in cui ci si sentirà bene e altri in cui ci si sentirà peggio. Ma continuando a camminare, ci si renderà conto sempre di più del proprio potenziale, delle proprie risorse. Ci si metterà in gioco più di quanto si creda, e per quanto sia faticoso il viaggio, “la strada di casa” prima o poi la si trova.

Condivido con voi una frase che mi ha detto recentemente una mia paziente e la quale ringrazio per la commozione che mi ha trasmesso nel sentire queste parole proprio da lei: “Ho iniziato un percorso di terapia pensando di dover cambiare delle cose di me stessa e invece ho imparato ad abbracciarle e ad accettarmi per come sono”.

Ma ritorniamo a Dorothy e al suo viaggio.

Un viaggio che ha inizio nel momento in cui un tornado solleva la casa della bambina e la trasporta in volo, facendola atterrare nel Paese dei Ghiottoni. Per quanto magari non sia un’esperienza così comune trovarci da tutt’altra parte a causa di un tornado, credo che la sensazione di “venir travolti da un ciclone” sia comune più di quanto si creda. 

Tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo provato tale sensazione di smarrimento, di disorientamento e di paura. I nostri punti di riferimento svaniscono, le basi solide che credevamo di aver costruito si rivelano non così salde, e dopo un volo e una caduta, ci troviamo proprio con lo stesso stato d’animo di Dorothy: spaventati, smarriti e inermi.

Ma nella sfortuna, la disgrazia della bambina comporta la salvezza di un popolo fino ad allora ridotto in schiavitù: eh sì, perchè la casa di Dorothy schiaccia la Malvagia strega dell’Est.

Come ringraziamento di quello che involontariamente si era determinato, alla bambina vengono donate le scarpette d’argento della strega defunta, che accetta volentieri poichè le attende un lungo viaggio: Dorothy dovrà camminare a lungo per potersi recare dal grande Mago di Oz, il mago più potente di tutto il paese per chiedergli di poter tornare a casa sua, nel Kansas.

E così quando ci troviamo senza quei punti di riferimento, disorientati e impauriti non ci rimane altro che tirarci su e darci un nuovo obiettivo, una nuova direzione. E lungo il viaggio chissà quante cose ci possono accadere.

Dorothy, infatti, non sarà mai sola: lungo il cammino alla bambina e al suo cagnolino Totò si aggiungeranno tre compagni di viaggio. Lo spaventapasseri, il taglialegna di latta e il leone codardo si uniscono a lei, nella speranza di poter fare anche loro delle richieste al Mago di Oz.

Le storie di questi tre compagni di viaggio, per quanto siano molto differenti tra di loro, non possono passare inosservate e le loro richieste appaiono molto sensate se riusciamo a metterci nei loro panni.

Lo spaventapasseri desidera un cervello poichè, per quanto le sue sembianze lo rendano molto simile ad un uomo, la mancanza del cervello non lo fa sentire tale. 

Il taglialegna di latta, prima di ridursi in quello stato era un uomo in carne e ossa. In seguito ad una maledizione lanciata per ostacolare la storia d’amore tra lui e una ragazza, si trova a condurre una vita in tali condizioni, ma soprattutto senza cuore. Questa sarà la sua richiesta al grande Mago di Oz.

Infine, il leone codardo condurrà il viaggio con l’intento di ricevere dal Mago il coraggio. La mancanza di questa virtù, infatti, non gli ha permesso di diventare il Re della foresta e ne ha comportato una vita in isolamento, emarginato da tutti gli altri animali.

Nel lungo viaggio di questa strana compagnia (e si trattò davvero di un lungo viaggio!) tutti questi tre personaggi avranno modo di mostrare le loro doti. 

Lo spaventapasseri, con il suo essere perspicace e razionale, riuscirà più volte a salvare i compagni dai pericoli che si trovano sulla strada; così come il buon animo dell’uomo di latta e il coraggio del leone contribuiranno a condurre sani e salvi Dorothy nel paese del Mago di Oz, nella città di Smeraldo (chiamata così perchè lì era tutto verde, o almeno così gli abitanti credevano che fosse).

Il Mago di Oz li riceve individualmente, ma si mostra disponibile ad esaudire le loro richieste solo dopo che avranno ucciso la Strega Cattiva dell’Ovest. Ed ecco che inizia un altro lungo viaggio che li porta al cospetto della malvagia strega, che li riduce in schiavitù. 

Davanti all’ennesima ingiustizia che Dorothy si trova a subire dalla parte della Strega, molto arrabbiata le versa un secchio d’acqua addosso, liquefacendola e mostrando a tutti il punto debole di questa creatura cattiva, così tanto temuta.

Raggiunto anche questo obiettivo, decidono di ritornare dal mago di Oz, convinti che questa volta le loro richieste potranno avere ascolto, ma si trovano ad affrontare una grande delusione: il mago di Oz non è altro che un comune uomo, giunto in quella terra con una mongolfiera e per tanto considerato un Mago dal popolo che lo ha accolto.

Sebbene i tre personaggi avessero dato prova delle loro abilità, mostrando intelligenza, cuore e coraggio, avevano bisogno di qualcuno che donasse a loro tali virtù (o in altre parole avevano bisogno di qualcuno che credesse in queste capacità per loro), e il mago di Oz cercò di esaudire tali desideri. Allo spaventapasseri infilò un imbottitura di crusca e spilli nella testa come cervello:

“Il cervello è l’unica cosa che valga la pena possedere a questo mondo, che si sia cornacchie o uomini” (Mago di Oz, L.F. Baum);

all’uomo di latta gli inserì nel petto un cuore di seta pieno di sabbia:

“Uno sciocco non saprebbe che farsene del cuore, anche se ne avesse uno” (Mago di Oz, L.F. Baum);

e al Leone gli diede un cucchiaino di miele convincendolo che fosse un elisir di coraggio.

“Non esiste creatura vivente che non abbia paura quando si trova davanti al pericolo. Il vero coraggio consiste nell’affrontare il pericolo quando si ha paura” (Mago di Oz, L.F. Baum).

Ma purtroppo per Dorothy non aveva una soluzione reale per riportarla a casa e l’unica possibilità che le rimaneva era quella di rivolgersi alla Strega Buona del Sud.

Quando un altro lungo viaggio la conduce da lei, scopre che di fatto aveva da sempre avuto gli strumenti per ritornare a casa: quelle scarpette d’argento acquisite dalla Strega Malvagia dell’Est, infatti, potevano portarla ovunque lei avesse voluto. E così fu… in un baleno si ritrovo a casa, nel Kansas a riabbracciare la zia Emma e lo zio Henry.

Ma cosa ci insegna questa storia? 

Probabilmente a ognuno di noi lascia un messaggio diverso, un significato personale. Ma è inevitabile vedere come questo viaggio abbia cambiato emotivamente tutti i personaggi.

Dorothy con il suo viaggio aiuta i suoi amici a credere in se stessi, a conoscersi e a guardare le loro qualità. 

Non avviene una trasformazione magica in qualcosa di diverso da ciò che erano già, ma prendono coscienza di se stessi e delle proprie potenzialità, imparando a sfruttarle meglio.

Proprio quello che avviene attraverso una Psicoterapia!

Dott.ssa Sonia Allegro

Psicologa-Psicoterapeuta

Ansia Sociale 2020: un altro possibile “disturbo post-Covid-19”?

A seguito dell’isolamento dettato dalla pandemia da Covid-19 (e non solo) si sente spesso, nell’ultimo periodo parlare, propriamente o impropriamente di “Fobia o Ansia sociale”, come una sorta di “reazione” a seguito degli ultimi eventi stressanti a cui gli individui sono stati sottoposti.

Ciò che viene perlopiù riportato, nella pratica clinica, è che sembra quasi che nei momenti in cui è consentito dalle attuali condizioni sanitarie e quindi politico-sociali (vedi zona gialla, zona bianca), non si riesca più a ritornare ad una vita sociale “normale”, in quanto comunque bloccati dallo stare con gli altri, in quanto ci si sente, alle volte infastiditi dalla loro semplice presenza, alle altre ci sente osservati o giudicati da questi ultimi.

Viene dunque lecito chiedersi: Che cos’è realmente l’Ansia Sociale? Che possibile correlazione ha con gli ultimi eventi storici?

 Per rispondere a questi quesiti e provare a fare un po’ di chiarezza, risulta necessario approfondire in primis, con quanto si conosce in letteratura, circa l’epidemiologia, i criteri diagnostici, la comorbilità e l’eventuale trattamento dell’Ansia Sociale.

I primi a descrivere l’Ansia o Fobia sociale furono Marks e Gelder, nel 1966 riferendosi a essa come a “una paura di mangiare, bere, parlare, scrivere… in presenza di altre persone” che aveva come caratteristica principale “la paura di apparire ridicolo agli occhi degli altri”[1].

Venne attribuita all’Ansia sociale, un’autonomia nei sistemi diagnostici internazionali solo alcuni più tardi, con la sua introduzione come entità a sé stante nel DSM III. Nel DSM III- R furono introdotti come sottotipi l’ansia sociale generalizzata e la fobia sociale specifica. Successivamente con il DSM IV per attenuare le discordanze con l’ICD-10 è stata mantenuta la sotto classificazione che prevedeva la forma “generalizzata”. (Pietrini et al., 2009).

Infine, stando al DSM V, il Disturbo d’ansia sociale (DAS) anche nota come Fobia Sociale, è una condizione caratterizzata da una marcata, o intensa, paura o ansia relative a situazioni sociali in cui l’individuo può essere esaminato dagli altri. Nei bambini, la paura o l’ansia devono però manifestarsi in contesti in cui vi sono coetanei e non solamente durante le interazioni con gli adulti.[2]

Alla base del disturbo sembra esserci quindi la paura di un giudizio negativo diventata così pervasiva, da non consentire all’individuo una normale integrazione nel suo ambiente relazionale e sociale.

Secondo uno studio condotto da Pietrini et al (2009), l’esordio della Fobia Sociale tende ad essere generalmente graduale o può avvenire in seguito a un’esperienza stressante o umiliante (es essere vittima di bullismo, vomitare durante un discorso in pubblico) con un età media di insorgenza nel 75% degli individui tra gli 8 e i 15anni. (DSM V), a cui fa seguito un decorso tipicamente cronico e invalidante.

Per quanto riguarda invece, la remissione spontanea del disturbo, quest’ultima tende ad essere bassa e anzi vi si possono aggiungere importanti complicazioni, quali la depressione secondaria, l’abuso di sostanze (a scopo auto-terapeutico) e le condotte suicidarie.

Risulta, inoltre, nonostante diversi studi, difficile ottenere dati epidemiologici precisi sulla fobia sociale, in quanto la diagnosi viene spesso applicata a schemi interpersonali di timidezza e di evitamento del sesso opposto per paura di un rifiuto.

Ma in realtà vi è un continuum che va da un estremo, costituito dalla fobia sociale, a uno stile caratteriale generalizzato di mettersi in rapporto con gli altri, meglio identificato come disturbo evitante di personalità, posto all’altro estremo (Gabbard, 2015).

Potrebbe essere utile in tal senso, riportare alcuni tra i criteri diagnostici riportati nel DSM 5, quali:

  • La presenza di una paura o ansia marcate relative a una o più situazioni sociali nelle quali l’individuo è esposto al possibile esame degli altri;
  • Il timore da parte dell’individuo che agirà in modo tale o manifesterà sintomi di ansia che saranno valutati negativamente;
  • Le situazioni sociali temute provocano quasi invariabilmente paura e ansia.
  • La paura o l’ansia sono sproporzionate rispetto alla reale minaccia posta dalla situazione sociale e al contesto socioculturale.
  • La paura, l’ansia o l’evitamento sono persistenti e durano tipicamente 6 mesi o più.
  • Le situazioni sociali temute sono evitate oppure sopportate con paura o ansia intense.
  • La paura, l’ansia o l’evitamento causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti (Etc). [3]

Tali criteri sono fondamentali anche nel differenziare il disturbo da altri disturbi d’ansia quali la timidezza non patologica, l’agorafobia, il disturbo da panico, l’ansia generalizzata, le fobie specifiche, il mutismo selettivo, isolamento sociale e/o sindrome di hikikomori,  etc..

Per quanto riguarda invece la comorbilità, purtroppo, la fobia sociale è una condizione con un alto tasso di comorbilità: secondo uno studio condotto da Schneier et al (1992), una comorbilità con disturbi cronici importanti era presente nel 69% dei soggetti affetti da fobia sociale. Tali autori hanno anche segnalato come in assenza di comorbilità raramente la fobia sociale viene trattata dai professionisti della salute mentale, infatti, in uno studio condotto negli Stati Uniti da Grant et al, (2005) nonostante l’alta incidenza del disturbo, più dell’80% degli individui non aveva ricevuto un trattamento per questa condizione (Gabbard, 2015).

Stando al DSM V, l’Ansia sociale è spesso in comorbilità con altri disturbi d’ansia, il disturbo depressivo maggiore e disturbi da uso di sostanze, e tendenzialmente l’esordio di tale disturbo precede gli altri, tranne che per la fobia specifica e il disturbo d’ansia da separazione.

Sulla base di quanto fin qui riportato, viene dunque lecito chiedersi, anche in funzione di un’eventuale correlazione con quello che verrà, da qui in poi, riportato come evento stressante “covid-19”, quali siano i possibili fattori di rischio che portano allo sviluppo dell’Ansia Sociale.

Secondo diversi studi, pare che le fobie si inseriscano in un modello di diatesi genetico-costituzionale che interagisce con stressor ambientali (Gabbard 2015), tra cui:

  • Disposizione ereditaria alla fobia che richiede specifici fattori eziologici ambientali per produrre una sindrome fobica conclamata;
  • Esposizione a stress materno durante la prima e seconda infanzia;
  • Specifici stili parentali: genitori particolarmente ansiosi, iperprotettivi o con una o più psicopatologie;
  • Esposizione a eventi stressanti come umiliazioni e critiche da parte di un fratello maggiore, liti tra i genitori, morte di un familiare o separazione da una figura importante.

In un’ottica psicodinamica dunque i pazienti socialmente fobici sembrano aver interiorizzato rappresentazioni di genitori, caregiver o fratelli che inducono vergogna o imbarazzo, criticano, ridicolizzano, umiliano e abbandonano. Questi introietti, uniti a una predisposizione genetica a percepire gli altri come minacciosi, si stabiliscono precocemente nella vita e vengono poi ripetutamente proiettati in persone dell’ambiente esterno che vengono quindi evitate. Ciò non toglie che, tali effetti possano essere mitigati se invece, nonostante la predisposizione genetica, le relazioni significative siano sufficientemente buone.

Per quanto riguarda il trattamento, alcuni pazienti sono particolarmente resistenti, in quanto temono ogni situazione in cui possano sentirsi giudicati o criticati. L’imbarazzo e la vergogna sono però gli stati affettivi predominanti e il terapeuta che si sintonizza con questi affetti può avere una migliore possibilità di formare un’alleanza terapeutica nelle sedute iniziali con il paziente (Gabbard, 2015).

In conclusione e ritornando al motivo del nostra indagine, da quanto fin qui esposto si evince come in realtà, tale disturbo, anche se forse (proprio per quanto su detto) meno trattato, rispetto ad altri, sia presente da molto tempo e possegga un’alta incidenza tra la popolazione mondiale, quindi preesistente all’evento stressante covid-19. Ciò non toglie che un evento così stressante, unito a tutti i fattori di rischio su elencati, tra cui la maggior incidenza dei casi nei giovani di età compresa tra gli 8 e i 15anni,  e a una buona predisposizione genetica, non abbia contribuito a “slatentizzare”, ovvero a gettar luce,  in molti su un disturbo che forse era giunto il momento di trattare!

Val comunque la pena ricordare, per quel che concerne tutti i disturbi sorti in seguito alla pandemia, che l’Ansia sociale seppur a volte in comorbilità, si differenza nettamente dall’isolamento sociale!.

Dott.Ssa Monica Iuliano

 

[1] Pietrini F. et al (2009)”, Epidemiologia della fobia sociale”, rivista di psichiatria, 44,4 p.205

[2] Diagnostical and Statistical Manual of Mental Disorder (DSM), 5th  – pag.234

[3] Diagnostical and Statistical Manual of Mental Disorder (DSM), 5th  – pag.233

 

Bibliografia e Sitografia:

 

Famiglie omogenitoriali ne parliamo con Daniela Vassallo (Famiglie Arcobaleno)

Ho letto la storia tua e di tua moglie, che avete in qualche modo precorso i tempi. Hai voglia di raccontarcela?

Un pochino, ma c’è stato chi prima di noi l’ha fatto. Rispetto alla step child adoption, noi ci eravamo ispirate a quello che stava avvenendo a Roma dove c’erano stati una serie di casi di adozioni in casi particolari, abbiamo quindi tentato di fare anche noi a Torino la stessa cosa. La mancanza di definizioni certe, come succede spesso in giurisprudenza, ci permetteva di avere quello spiraglio attraverso cui provare a passare anche se a noi non è andata bene subito. In prima istanza abbiamo avuto un diniego e poi in appello siamo riuscite ad ottenere l’adozione incrociata perché noi abbiamo partorito, ciascuna di noi, una bimba e abbiamo chiesto di poterle adottare in maniera incrociata.

Tutto l’iter quanto è durato?

Un paio di anni e parecchi soldi. Nonostante le richieste di adozioni in casi particolari possano essere fatte di per sé compilando dei moduli, noi abbiamo dovuto, toccando un ambito così particolare, affidarci a dei legali preparati in materia ed è costato abbastanza, considerando i due gradi di giudizio. Diventa davvero elitaria come procedura.

Da un punto di vista relazionale e simbolico è cambiato qualcosa all’interno del vostro nucleo familiare?

Rispetto alle nostre dinamiche, no. Perché noi per come abbiamo impostato, vissuto e progettato le nostre maternità, eravamo già entrambe madri da subito, da prima ancora che nascessero le bimbe. Certamente però ci ha rasserenato, nel senso che ricordo precisamente il giorno in cui ci diedero l’annuncio; poco dopo vidi mia moglie e la piccola andare via, mano nella mano, le guardai dalle finestra e pensai, finalmente qualsiasi cosa accada da adesso in avanti sono tutelate, adesso forse posso stare un po’ più tranquilla.

A scuola ad esempio noi non abbiamo mai avuto problemi, però il fatto di presentare documenti in cui erano già presenti entrambi i cognomi e non dover pregare per partecipare ai consigli, insomma…un po’ di fatica te la toglie.

 In Italia la legge 40 non riconosce ancora alle coppie omosessuali la possibilità di accedere allo PMA. Qual è l’iter che devono compiere?

Tutte le coppie cercano una clinica all’estero che sia consona all’immaginario o al tipo di percorso che vogliono fare. Che sia più o meno medicalizzata o che risponda ad esigenze di lingua o affinità culturali particolari, ci si rivolge quindi ad un paese piuttosto che ad un altro. Però ti devi comunque mettere nell’ordine di idee di dover andare all’estero, di doverti spostare, di dover calcolare il viaggio in relazione ad i tuoi tempi di fertilità e non ad altre esigenze e che non potrai programmarlo con largo anticipo.

E quali sono le fatiche emotive che le coppie devono affrontare?

Per noi, personalmente è stato poco faticoso, siamo sempre state molto unite, facendo tutto assieme. Dai ritorni che ho da altre coppie la grande fatica è quella ad esempio di voler accompagnare laa tua compagna durante i trattamenti, ma non riuscire a prendere ad esempio le ferie all’ultimo momento. In generale però le fatiche sono tantissime… è vero che quasi tutte le cliniche, sicuramente in Danimarca e Spagna, sono organizzate con ostetriche e dottori che parlano italiano, per cui quando tu vai lì e affronti un percorso così particolare ti puoi affidare a qualcuno che se non altro parla la tua lingua. Però sei comunque in un contesto estraneo, non sei a casa, ti devi sottoporre ad un intervento, e non sei a casa tua, sei un po’ sradicata, non puoi avere vicino la famiglia.

Sono davvero tantissime le fatiche, anche emotive che si sommano a quelle fisiche e all’impatto dei trattamenti sul corpo.

Rispetto al percorso decisionale di avere un figlio quali sono secondo te le difficoltà principali? Penso ad esempio ad aspetti omofobici interiorizzati

Ovviamente ogni coppia e ogni persona è un mondo a sé, per le donne in generale si gioca un aspetto, che è quello del materno che entra in maniera potente in un immaginario di realizzazione esistenziale che devi cercare di combinare con la tua condizione di coppia omosessuale. Questo non sempre è semplice, anche per una omofobia interiorizzata. Rispetto al materno poi lo scontro culturale è, specie in Italia, che si considera che “di mamma ce n’è una sola” per cui spesso al termine del percorso le “madri sociali” fanno fatica a farsi spazio, perché la “madre biologica” fa fatica a lasciare spazio o perché spesso anche le famiglie si inseriscono in queste dinamiche. La famiglia della madre che partorisce riconosce il bambino come il “loro” bambino, mentre l’altra famiglia fa sempre un po’ più fatica, spesso lo definisce “il figlio della tua compagna”. Per raggiungere una situazione di bilanciamento di potere e per sentirsi ugualmente genitore, ci va un grosso lavoro su di sé ed una grossa consapevolezza. Da questo sbilanciamento di potere nascono poi spesso le crisi di coppia che portano a separazioni dolorosissime, spesso violente e per giunta, per le questioni legali di cui parlavamo, con la possibilità di escludere legalmente un genitore oppure di sottrarsi alle proprie responsabilità per l’altro.

In questo si evidenzia il vuoto legislativo che permette il riconoscimento alla nascita di un bambino nato da coppia omosessuale, solo con un atto amministrativo e solo in alcuni Comuni. A Torino, con l’attuale giunta, questo è possibile e nel resto del Piemonte?

Ci sono altri piccoli e grandi Comuni dove questo è possibile, dipende sempre dalla volontà del Sindaco di esporsi sia politicamente che a livello di responsabilità giuridica, perché ci sono state delle sentenze che ad un certo punto hanno un po’ frenato in tutta Italia i Sindaci più intenzionati ad aprire a questa possibilità. Ciononostante alcuni continuano.

 In Piemonte quante sono le famiglie omogenitoriali?

Quelle iscritte a Famiglie Arcobaleno in Piemonte, ma è un dato parziale, sono al momento 150, per la maggior parte donne. Meno di un terzo di questo numero sono di uomini. In realtà, la rappresentatività di questo dato è parziale, la stragrande maggioranza delle famiglie omogenitoriali sono fuori da Famiglie Arcobaleno.

Davvero?

Si, assolutamente. A me capita continuamente di incontrare gente al parco o nei contesti più diversi e scoprire che ho davanti due mamme con figli. Questo mi restituisce, in maniera molto empirica, la dimensione che è un fenomeno ben più ampio.

Una volta nato il bambino, anche in relazione, alla difficoltà di un effettivo riconoscimento del neonato, quali sono le difficoltà che le famiglie riportano?

Dove ci sono Sindaci come la Appendino, quasi nessuno. La difficoltà maggiore l’ha incontrata la prima coppia quando hanno chiesto che venisse riconosciuto il consenso informato firmato nella clinica in Danimarca. Come per le coppie eterosessuali volevano venisse validato il documento dove si assumevano la responsabilità genitoriale nell’affrontare eventuali eventi avversi. Loro volevano far valere questo diritto e sono arrivate, trascorsi 10 giorni, al limite per la riconoscibilità, rischiavano di trasformare loro figlio in apolide, finchè l’ultimo giorno possibile la Appendino è riuscita a trovare il modo amministrativo per far valere questo diritto. Sono stati giorni per Micaela e Chiara di estrema stanchezza e paura, ma anche di profonda determinazione a portare fino in fondo questa battaglia. La più grossa fatica per le coppie è non sapere se il tuo Sindaco ti riconoscerà questa opportunità,

Dalla tua esperienza vengono riportate, se ci sono, delle difficoltà per i bambini?

Per l’esperienza che ho io sia a livello piemontese che nazionale, molto poche, quasi non ne ho sentore. La scuola, che è uno dei contesti che fa più paura a noi grandi, spesso è un contesto in cui le insegnanti stesse si attivano per conoscere, per avere formazione e strumenti per compiere quello che è il loro mandato. Negli ultimi anni questo aspetto positivo della scuola pubblica è stato un po’ inficiato da battaglie politiche che si fanno sulla scuola, per cui è più difficile portare contenuti su cui far lavorare il corpo insegnante e le classi, nel caso di studenti più grandi. Questo però almeno al momento non arriva, non ha ripercussioni sui bambini, anche se è chiaro che se la rappresentazione rimarrà statica e univoca questo avrò delle ripercussioni. Al momento comunque non ho sentore di insegnanti che rifiutano il fatto di trovarsi di fronte ad una famiglia omogenitoriale o di parlare con entrambe le madri o i padri.

Talvolta una delle paure riportate dagli adulti è nel confronto tra pari, che i figli passano essere discriminati dagli altri bambini.

Io penso sia più la cattiveria degli adulti che parla attraverso i bambini. Nella nostra esperienza gli amici e le amiche delle mie figlie al massimo sono stati curiosi. In prima elementare un bambino disse e mia figlia, “ma non è possibile che tu abbia due mamme!”, lei un po’ stupita disse “quando vedi mia mamma prova a chiederglielo”. Lui alla prima festa di compleanno venne a chiedermelo ed io ho spiegato, come potevo ad un bambino di 6 anni, sperando di non urtare la sensibilità dei genitori, come era stata possibile la cosa.

Il problema è anche che per gli adulti ci sono dei temi che sono tabù. Anche se non sono così contrari alle famiglie omogenitoriali, parlare di questo argomento significa anche parlare della riproduzione, della sessualità o di come sono fatti gli esseri umani ed in questo vedo gli adulti tanto spaventati.

Prima parlavi di consapevolezza, dal tuo punto di vista se e in che modo può essere utile alle coppie uno spazio di elaborazione e sostegno emotivo?

Durante il percorso, tantissimo anche per gli sbilanciamenti di cui parlavamo prima. Non c’è solo un modo per essere genitori o di esserlo insieme. Guadagnare consapevolezza attraverso un percorso psicologico farebbe solo bene e poi forse anche dopo il parto, proprio come sostegno familiare. Le famiglie omogenitoriali, purtroppo raramente si sentono sicure nell’andare a chiedere aiuto, anche nelle strutture pubbliche, per paura di trovarsi di fronte a persone con pregiudizi o non preparate alla loro realtà. Per cui alla fine proprio che avrebbe bisogno di un aiuto di qualsiasi tipo spesso non si rivolge ad uno specialista si trova a dover fare tutto da solo.

Credo che anche in questo ambito si inserisca l’attività di Famiglie Arcobaleno, nel non lasciare sole le famiglie.

Famiglie Arcobaleno cerca di dare un sostegno nel fare comunità, anche se non siamo strutturati per fornire servizi di supporto psicologico. Il fare comunità si crea in relazione spesso all’età dei figli; è chiaro che figli di età diverse hanno esigenze diverse e i genitori di conseguenza, anche. Mi ricordo soprattutto quando le bimbe erano piccole c’era bisogno di un rispecchiamento, sia per far vedere alle bambine che non erano le uniche ad avere due madri, ma per sentirci noi meno sole, meno marziane. Vedo che anche adesso le richieste che arrivano in associazione sono di fare comunità, di confrontarsi sulle difficoltà che si incontrano, di condividere le esperienze.

Ti chiedo infine il tuo parere sul DDL Zan e sull’ostracismo che incontra. Che idea ti sei fatta?

Beh, da alcune forze politiche me lo aspetto, per motivazioni più politiche che ideologiche. Ci sono equilibri politici, interessi e questi sono argomenti che servono a smuovere quegli interessi. Per pochissimi penso sia una questione ideologica, come in fondo è successo con la legge sulle unioni civili.

Questo può voler dire che le persone, cosiddette comuni, sono più pronte a parlare di omogenitorialità rispetto alla politica?

Io le persone comuni in generale le trovo molto più pronte, anche soltanto a confrontarsi. È vero che ci sono persone che hanno da un punto di vista valoriale delle resistenze, però si può trovare uno spazio di confronto. È trovarsi di fronte alla complessità della vita reale e imparare a gestirla insieme anche attraverso la relazione e la conoscenza reciproca.

D. Vassallo – Vice Presidente Famiglie Arcobaleno

Dott.ssa Chiara Delia – Psicologa Psicoterapeuta

Flash Technique Sfiorare i ricordi traumatici per elaborarli

La Flash Technique (FT) è una tecnica recente utilizzata per facilitare l’elaborazione di esperienze di vita traumatiche o estremamente dolorose. Inserita all’interno di un percorso di psicoterapia, la FT permette di accedere in modo graduale a quei ricordi che al solo ripensarci, riattivano la stessa
intensità emotiva vissuta al momento del trauma, generando quell’angoscia che si cerca in tutti i modi di allontanare.
La FT si può utilizzare con qualsiasi tipo di pazienti, a prescindere dall’età. È breve e risulta efficace per disturbi come ansia, disturbo ossessivo-compulsivo, dissociazione lieve e depressione (Manfield et al. 2017). La caratteristica distintiva di questa tecnica è mettere il paziente nella condizione di poter elaborare un ricordo altamente disturbante riducendo l’intensità emotiva che tale ricordo genera. Si tratta di “sfiorare” il ricordo senza doverci pensare in modo consapevole.
La FT nasce grazie al tentativo di Philip Manfield di trovare una strategia da inserire nella fase di preparazione dell’EMDR (Eye Movment Desensitization and Reprocessing) vale a dire, all’interno di quel trattamento riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come efficace per
l’elaborazione di eventi di vita traumatici. L’idea di Manfield era trovare un modo per permettere ai pazienti, durante l’EMDR, di elaborare le proprie memorie traumatiche senza bloccarsi o esserne sopraffatti (Manfield et al. 2017). Per fare questo, P. Manfield si è ispirato alla tecnica della
“Titolazione Abbinata” di Krystyna Kinowski (2003) adattamento a sua volta, dell’esercizio della Pendolazione di Peter Levine. La tecnica della “Titolazione Abbinata” permetteva al paziente di individuare un’immagine positiva (risorsa) per aiutarlo a sentirsi più resiliente, e limitare
l’esposizione al materiale traumatico. Nel protocollo della Kinowski, i pazienti erano invitati a spostarsi ripetutamente dalla risorsa al materiale traumatico e viceversa valutando, se ogni contatto con il ricordo fosse troppo intenso e verificando se il paziente riportava difficoltà nel ritornare
all’immagine-risorsa. Questo movimento veniva eseguito proprio come un pendolo. L’idea di base era quella di “titolare” i ricordi altamente disturbanti, vale a dire avvicinarsi gentilmente, “goccia a goccia” all’esperienza traumatica, per ridurre e contenere l’attivazione emotiva, acquisendo un maggiore senso di efficacia e controllo (P. Levine, 1997).
Con il passare del tempo, P. Manfield osservò che questo tipo di tecnica, associata a delle esposizioni molto brevi ai ricordi traumatici, sembrava accelerare in modo significativo l’elaborazione degli stessi ricordi, riducendone il disturbo. Questa osservazione è ciò che ha poi, determinato il nome stesso della tecnica: “Flash Technique.”
Dagli studi condotti per testare tale ipotesi, P. Manfield ha ipotizzato che i risultati rapidi ottenuti potessero dipendere da tre possibili fenomeni:
1. un’elaborazione “non verbalizzabile” (subliminale) 2. una modificazione del processo di riconsolidamento della memoria 3. essere l’osservatore dell’esperienza Per comprendere meglio l’ipotesi dell’elaborazione “non verbalizzabile”, Manfield ha utilizzato gli studi condotti da P. Siegel dal 2009 sino al 2018 sugli “stimoli non riferibili”.
Dalle ricerche condotte su soggetti aracnofobici, Siegel aveva rilevato che l’esposizione rapida a immagini di ragni, portava ad una diminuzione della risposta di paura. L’essere esposti ad uno stimolo in modo molto rapido infatti, sembrerebbe indurre chi guarda a credere di non aver visto
nulla. Questo tipo di esperienza, rende difficile verbalizzare l’accaduto in quanto non si è pienamente consapevoli. Siegel ha chiamato questa sensazione “osservazione non verbalizzabile”.
Per suffragare tale idea, studi successivi con la risonanza magnetica funzionale, hanno permesso di rilevare che l’amigdala di quei soggetti a cui era stata proiettata l’immagine del ragno così rapidamente, non si era attivata, non mostrando alcuna risposta. L’amigdala è quella parte del nostro
cervello che svolge un ruolo cruciale nella formazione e memorizzazione dei ricordi associati a stati emotivi, elabora le nostre emozioni e le nostre risposte istintive. L’amgidala inoltre, è il nostro rilevatore rapido di pericolo. Ci avverte della presenza di un’eventuale minaccia alla nostra
sopravvivenza. A volte, può capitare che si attivi anche dinanzi ad un pericolo non reale ma a farlo sembrare tale, diventa una sensazione, un’emozione, un pensiero o uno stesso ricordo. Quando l’attivazione diventa intensa può arrivare a disconnettere le nostre funzioni cognitivi. La sede di tali funzioni quindi, dei nostri pensieri, è la corteccia prefrontale che gioca un ruolo importante durante i processi di elaborazione dei ricordi traumatici se particolarmente attiva. Durante l’elaborazione di un evento traumatico, le aree della corteccia prefrontale vengono alterate dall’intensità emotiva generata dal ricordo rievocato, causando sofferenza. Con la FT le aree del cervello che elaborano il trauma possono essere attive senza che il paziente provi alcun disturbo perché esposto al ricordo in modo subliminale. Non essendo consapevole dell’esposizione al ricordo, non riuscirà a riferire ciò che ha visto o sentito e di conseguenza, a non attivarsi particolarmente a livello emotivo. L’obiettivo della FT è far in modo che il paziente acceda al ricordo così velocemente da non consentirgli di riportare un’esperienza verbalizzabile (Manfield et al., 2017).
Per rendere questo possibile, è stato introdotto un aspetto significativo del protocollo di lavoro ovvero, la metafora del “battito d’occhio”, il battito di ciglia, il “Flash”. Durante la fase di preparazione alla FT, quella in cui si spiega al paziente il modo in cui si procederà, il flash viene paragonato ad un dito che passa attraverso una fiamma di una candela. Se fatto rapidamente, non dovrebbe causare alcun dolore (Manfield et al., 2017).
Per avvalorare la FT, Manfield ha utilizzato oltre, all’elaborazione “non verbalizzabile”, anche le teorie del riconsolidamento della memoria vale a dire, la capacità del nostro cervello di modificare specifici apprendimenti emotivi, immagazzinati nella memoria a lungo termine, attraverso una ricodifica (D.J. Wallin, 2007). Ogni volta che pensiamo ad un evento del nostro passato infatti, il ricordo, dopo essere stata rievocato, viene riposizionamento all’interno di uno dei cassetti della nostra mente. Solitamente, un ricordo normale è instabile e viene modificato ad ogni recupero perché influenzato dal contesto e dagli stati emotivi. Questo non è il caso dei ricordi traumatici. Il ricordo traumatico infatti, rimane bloccato nelle reti neurali poiché contrassegnato dal cervello come un ricordo legato alla sopravvivenza e il nostro cervello è programmato per tenere traccia di questo genere di ricordi. Fino agli anni ’80 si riteneva impossibile poter modificare un ricordo traumtico. Oggi sappiamo che non è così grazie proprio alla scoperta di F. Shapiro che è riuscita a dimostrare che con l’EMDR, è possibile elaborare un ricordo traumatico. In questo modo, è possibile lasciare nel passato il passato quindi, sensazioni fisiche spiacevoli, emozioni disturbanti e credenze di sé negative legate al momento del trauma. Questo tipo di elaborazione è stata definita da Bruce Ecker come “cambiamento transformazionale” (Ecker, 2012) .
Secondo B. Ecker e colleghi se l’attenzione viene distolta dall’intensità emotiva generata da quel ricordo specifico, nel momemto in cui tale ricordo verrà riposizionato nella nostra memoria (riconsolidato) non porterà più con sé l’intensità emotiva iniziale. Con molta probabilità, sarà
inferiore all’originale e quindi, meno disturbante (Scarito, 2021).
Ecker et al. (2012) e Lee (2009) inoltre, hanno sottolineato che per rendere efficace un processo di riconsolidamento della memoria è necessario che sia presente un’esperienza contraddittoria ovvero, venga rilevato il cosiddetto “errore di previsione” (Manfield). Per comprendere meglio questo
concetto, immaginiamo una persona che cammina nei boschi e ad un certo punto viene assalita da un lupo. Molto probabilmente si spaventerà. La paura è l’emozione che ci avvisa che siamo di fronte ad un pericolo e serve per attivarci in modo da garantirci la sopravvivenza attraverso la fuga, la
lotta, il freezing o la finta morte. Scampato al pericolo, la sua mente registrerà tale esperienza e di conseguenza, ogni volta che entrerà in un bosco, il suo sistema di allerta sarà attivato in modo da garantirgli la sopravvivenza. Tuttavia, se camminando nei boschi e sentendo dei rumori tra gli alberi
non si spaventerà come la prima volta, il cervello si troverà a dover rivedere il ricordo precedentemente immagazzinato e ricodificarlo a causa di questa incongruenza o meglio, a causa di questo errore di previsione. Con la FT la persona rievoca il ricordo senza essere attivata e questo
rappresenta “un grande errore di previsione” (Menfield).
Infine, l’ultimo fenomeno utilizzato da Manfield, per spiegare i risultati ottenuti con la FT, è quello della posizione dell’osservatore. L’ideatrice dell’EMDR, F. Shapiro ha sostenuto che se si permette al paziente di assumere la posizione dell’osservatore nei confronti del ricordo traumatico, vale a dire rimanere orientato nel presente, si aumenta la sua prospettiva adattiva, e di conseguenza, la sua consapevolezza. Questo tipo di ancoramento aiuta ad evitare di rivivere l’esperienza dolorosa legata all’evento traumatico in quanto, esperienza legata al passato e non più correlata al presente. Il
modello di Shapiro (2019) applicato alla FT rende possibile l’instaurarsi di nuove associazioni tra il ricordo traumatico e l’esperienza adattiva di rielaborazione (Manfield et al. 2017).
Tuttavia, come ogni nuova tecnica, esistono dei limiti. Nonostante la FT sembri ridurre il disturbo, le ricerche hanno evidenziato che potrebbe non elaborare in modo completo i ricordi o non
eliminare del tutto il disturbo correlato al ricordo traumatico. Inoltre, non essendoci una fase di assessment prima di iniziare con l’elaborazione, non è possibile identificare eventuali ricordi generatori che potrebbero bloccare l’elaborazione o potrebbero esserci delle distorsioni cognitive
che, non essendo state identificate in precedenza, non possono essere chiarite. Infine, pazienti altamente dissociativi che hanno bisogno di un maggiore sostegno prima di focalizzarsi sul materiale disturbante, per poter raggiungere uno stato di calma e sicurezza, potrebbero trovare
questa tecnica non efficace (Manfield et al., 2017).
Negli ultimi decenni, si è assistito ad un aumento esponenziale della ricerca nel campo del trauma e dei trattamenti correlati. Ad oggi, nonostante il trattamento per eccellenza, riconosciuto dalla stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, resti l’EMDR, l’idea che possano esserci delle tecniche
aggiuntive che possano mettere il paziente nella condizione di rendere più tollerabile e gestibile quello che un’esperienza di vita impattante come il trauma possa avere, è senza dubbio un bene per la collettività clinica che ha come obiettivo l’interesse e la salute dei suoi pazienti.

Dott.ssa Antonia Di Pierro
Psicologa e Psicoterapeuta

Bibliografia
Ecker, B., Ticic, R., Hulley, L. (2012). Sbloccare il cervello emotivo. Eliminare i sintomi alla radice
utilizzando il riconsolidamento della memoria. Franco Angeli.
Kinowski, K. (2003). Put your best foot forward: An EMDRrelated protocol for empowerment using somatosensory and
visual priming of resource experiences.
Lee, J. L. (2009). Reconsolidation: Maintaining memory relevance. Trends in Neurosciences,
Manfield P., Lovet J., Engel L., Manfield D. (2017). Utilizzo della Flash Technique con la Terapia EMDR: Quattro
Casi Clinici
Levine, P. (1997) The Body as Healer; Trasformare il trauma. (tradotto e pubblicato da Macro Edizioni nell’ott. 2002
col titolo “Traumi e shock emotivi).
Scarito, P. (2021). Il riconsolidamento della memoria. Verso un modello unificato di cambiamento in psicoterapia.
Phenomena Journal.
Shapiro, F. (2019). EMDR: il manuale. Principi fondamentali, protocolli e procedure (nuova edizione). Cortino
Raffaello.
Wallin, D.J. (2007). Psicoterapia e teoria dell’attaccamento. Il Mulino.

Fobia dei clown? Non c’è niente da ridere!

Il termine coulrofobia deriva dal greco e fa riferimento alla paura per coloro che camminano su trampoli, anche se oggi è utilizzata tipicamente per descrivere la paura dei pagliacci. Nonostante il pagliaccio sia un personaggio che dovrebbe risultare simpatico, soprattutto ai più piccoli, per taluni invece rappresenta un’entità indefinita e ambigua e, pertanto, in grado di creare turbamento.

Pensare che ci siano persone fobiche rispetto ai clown potrebbe far sorridere qualcuno, tuttavia questa fobia pare avere una certa diffusione tra la popolazione, soprattutto americana e canadese. La maggior parte dei casi registrati riguarda la popolazione in età evolutiva, anche se si registrano casi anche tra adolescenti e giovani adulti.

Del resto, il nostro immaginario letterario e cinematografico è ricco di pagliacci terrificanti e malvagi, che hanno occupato i nostri incubi e si sono nutriti delle nostre inquietudini. Ma da qui si potrebbe aprire una riflessione sull’arte e su come essa inneschi le nostre paure o, al contrario, su come invece le nostre paure siano ispirate dalla realtà e trovino nel racconto artistico una propria rappresentazione.

A tal proposito cito la storia di Jean-Gaspard Deburau (1796-1846), attore teatrale e mimo francese che impersonò Pierrot a partire dal 1826 al Théâtre des Funambules di Parigi. Nel 1836 Deburau uccise con il suo bastone da passeggio un ragazzo che lo aveva insultato per strada: nel processo venne dichiarato innocente, ma l’idea di omicidio iniziò a legarsi alla figura del clown.

Ancora più inquietante è la storia di John Wayne Gacy, pagliaccio intrattenitore in feste per bambini conosciuto come Pogo il clown, che tra il 1972 ed il 1978 uccise 33 ragazzi e fu condannato alla pena di morte.

Le persone che soffrono di coulrofobia fanno fatica a relazionarsi con i clown e talvolta anche soltanto a guardarli, avvertendo una sensazione di angoscia che può sfociare nel panico e che fa da innesco a comportamenti difensivi di fuga da una minaccia percepita. Solitamente tali comportamenti vengono vissuti con vergogna dalla persona, che teme che la sua paura possa venire ridicolizzata dagli altri.

In riferimento al perché la figura del clown sia vissuta in termini così negativi da alcuni soggetti, pare che la coulrofobia derivi dal fatto che non è possibile sapere esattamente cosa c’è sotto il trucco colorato, elemento quindi che produrrebbe incertezza e apprensione nei courlofobici.

Si è inoltre ipotizzato che alla base della fobia ci sia il fenomeno dell’uncanny valley (“valle perturbante”), ossia una condizione emotiva negativa che si presenta quando ci imbattiamo in un soggetto che è quasi, ma non del tutto, umano. Tale fenomeno, descritto inizialmente in riferimento ai robot con sembianze umane, pare essere applicabile anche alle bambole e, appunto, ai clown.

Inoltre, i pagliacci sono nascosti dietro maschere, trucco e costumi e hanno un sorriso perenne che nasconde un’emotività distorta (si può sorridere sempre, anche quando si commettono azioni negative?); di conseguenza, l’origine della fobia può essere trovata nel rifiuto di un personaggio che potrebbe nascondere le sue reali intenzioni.

La courlofobia, al pari delle altre fobie, può essere trattata al fine di ridurre o eliminare l’ansia che il soggetto prova ed impedire che i meccanismi difensivi di fuga vengano agiti. Prima di intervenire sarà necessaria una valutazione psicologica che tenga in conto la presenza di un eventuale trauma che ha interessato il soggetto. Sarà poi lo specialista a proporre il trattamento psicoterapeutico che ritiene più appropriato.

 

Dott. Stefano Lagona – Psicologo Psicoterapeuta

Un affare di famiglia: il viaggio del giovane adulto alla ricerca del proprio posto nel mondo.

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“I tuoi figli non sono figli tuoi, sono i figli e le figlie della vita stessa.

Tu li metti al mondo, ma non li crei.

Sono vicino a te, ma non sono cosa tua.

 Puoi dar loro tutto il tuo amore, ma non le tue idee.

 Tu puoi dare  dimora al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita nella casa dell’avvenire dove a te non è dato entrare

 neppure con il sogno….

Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani.”

(Kahlil Gibran, Il Profeta)

 

Ci sono momenti della vita nei quali percorsi personali, formativi ed emotivi sembrano convergere ed entrare in risonanza, fino a scuotere quella “pallida identità” in cui ci rifugiamo. E’ quello che tendenzialmente accade nell’arco temporale che va dai 17 anni ai 30 anni, in questo periodo l’immagine di sé sembra decomporsi come un puzzle, per poi andare incontro ad una nuova riconfigurazione, a volte inconsapevole, a volte travagliata, che conduce ad una nuova forma nella direzione dell’autonomia. Questo salto maturativo non riguarda solo il singolo, ma l’intero sistema familiare e sarà proprio quest’ultimo a traghettare oppure al contrario, ad ostacolare questo cambiamento.

 

Negli anni ‘70, Haley ha definito “ciclo di vita della famiglia”, il percorso naturale per tappe che ciascuna famiglia segue nel corso della sua esistenza, individuando le seguenti tappe: dalla coppia al matrimonio, dalla nascita dei figli alla crescita, dallo svincolo all’invecchiamento [1]. Il passaggio alla tappa successiva comporta grande stress per l’individuo e il sistema; proprio in questi “scalini evolutivi” possono quindi crearsi ostacoli che impediscono la crescita e lo sviluppo, portando alla comparsa di sintomi,  e difficoltà, sia personali che relazionali che nella società odierna trovano espressione nello stereotipo culturale del giovane adulto disinteressato e svogliato che preferisce non lasciare il nido familiare.

Ma siamo davvero sicuri che dipenda tutto dai nostri giovani?

Da un punto di vista psicologico, il momento evolutivo caratterizzato da una maggiore criticità è il passaggio di individuazione e svincolo dalla famiglia d’origine; soprattutto oggi in cui i cambiamenti della società, hanno portato ad allungare i tempi (tanto che si parla di “post-adolescenza”e di “famiglia lunga del giovane adulto”) e a rendere ancora più lento e complicato un passaggio, prima veloce e spontaneo [2]. Non tutte le famiglie trovano da sole le risorse per far fronte a un periodo critico di grande cambiamento come  lo svincolo dei figli dal sistema familiare, spesso nelle famiglie più rigide, poco comunicative e con grandi difficoltà di separazione, il processo si interrompe e il sistema si blocca. Come dice Canevaro,  “la mancanza di armonia tra le generazioni e la presenza di certi blocchi evolutivi, impediscono la trasmissione dei sistemi di valori attraverso le persone” [3].

Nella fase di svincolo, può accadere che i genitori non riescano a favorire l’evoluzione naturale di questa fase e, piuttosto che riorganizzarsi per facilitare la crescita e l’autonomia dei propri figli, accettando di rimanere da soli e di dedicare del tempo a se stessi e al coniuge, vivono con fatica questo periodo di transizione.

Haley scrive: “Ogni famiglia può attraversare un periodo piuttosto critico quando i figli iniziano ad andarsene e le conseguenze che ne derivano possono essere diverse. Quando i figli se ne vanno o si accingono a farlo, i genitori devono ristabilire un rapporto a due, risolvere adeguatamente i loro conflitti e comportarsi in modo tale da consentirgli di avere un proprio  partner, una propria professione e una propria indipendenza. In questo periodo possono emergere difficoltà coniugali legate al fatto che i genitori si accorgono di non avere più niente da dirsi e di non avere più niente in comune perché per anni non si sono parlati di altro che della loro prole” [1].

L’appartenenza, l’autonomia, l’identità, il soddisfacimento dei bisogni e la protezione sono i  principali compiti che una famiglia ha  nei confronti dei propri figli, a questi compiti Minuchin ne aggiunge uno, forse  il più importante: la capacità dei genitori di “lasciar andare” il proprio figlio nel mondo senza aver  paura di perderlo [4].

È Proprio questa  paura di “perdita” che si riflette negli occhi dei giovani-adulti in attesa di compiere il salto finale, rendendo questa stagione della vita ancora più mutevole ed imprevedibile. Come “chi non è più, ma non è ancora”, si concentrano sugli snodi più significativi dell’esperienza umana: il dramma della scelta, la necessità di cambiare, la paura di farlo [5] in attesa di intraprendere insieme ai genitori, questo  lungo e complesso processo di separazione e individuazione. Lasciar andare i figli, probabilmente, porta molti genitori a fare i conti con alcuni aspetti della coppia coniugale, lasciati da molto tempo in sospeso, questo genera la comparsa del sintomo tendenzialmente nel giovane-adulto e rende l’autonomia ancora più difficile. L’adattamento ai bisogni dei genitori conduce spesso, ma non sempre, allo sviluppo della personalità “come se” e il vero sé non può formarsi né svilupparsi, perchè non può essere vissuto. Haley, ci ricorda come, nell’adolescente -giovane adulto, il sintomo in sé ha una doppia valenza: da una parte afferma l’autonomia e dall’altra lo porta a rimanere in casa con i genitori, quindi da un lato aumenta la dipendenza e dall’altro favorisce l’evitamento della sindrome del nido vuoto [6].

Affinché lo svincolo avvenga, i figli hanno bisogno di vedere con i propri occhi che mamma e papà si fidano di lui e lo lasciano andare. Per Bowlby “la possibilità di esperire dei genitori incoraggianti, supportivi e cooperativi, fornisce al ragazzo un senso del proprio valore personale, una fiducia nelle disponibilità degli altri e un modello adeguato su cui costruire le relazioni future. Inoltre, la possibilità di esplorare l’ambiente esterno con fiducia, ed interagire efficacemente con esso, facilita lo sviluppo di un senso di competenza” [7].  Il nuovo nido che si andrà a costruire, ha bisogno di ancorarsi saldamente sul vecchio per  accogliere il nuovo e  per poter resistere alle intemperie della vita.

Ad oggi sono aumentate le possibilità di sperimentarsi da soli, molto spesso i figli scelgono di intraprendere il percorso universitario lontano da casa, di convivere con la persona amata,  oppure di trasferirsi lontano per lavoro, un tempo, il matrimonio sanciva lo svincolo dalla famiglia d’origine.

I processi di trasformazione del nostro sistema sociale evidenziano ormai la difficoltà ad utilizzare le fasi del ciclo di vita pensate da Haley senza rivederne alcuni dei punti teorici di base. Nel 2013, Bertin sostituisce la visione lineare di sviluppo dell’esistenza, pensiamo al trentenne di qualche decennio fa (per lui era abbastanza scontato uscire di casa, trovare un lavoro, sposarsi, avere figli e andare in pensione a 60 anni), con una visione di tipo “ricorsivo”. Le difficoltà di evoluzione del sistema, non sono più specifiche delle singole fasi della vita, vedi la fase di svincolo, ma legati ad eventi critici che possono essere ricorsivi e ripresentarsi più volte lungo il corso della vita (ad esempio il quarantenne che perde il lavoro e torna a vivere con i genitori, dovendo ricontrattare spazi di convivenza e autonomia tipici della fase dello svincolo) [8]. In quest’ottica le dinamiche familiari presentano un processo a spirale nel quale i “momenti” che ne segnano i cambiamenti (la nascita della coppia, i figli, la loro uscita, la separazione..) si possono presentare più volte nella vita di una persona, implicando la costruzione di nuovi e differenti legami.

 

Dr.ssa Angela Giampalmo

BIBLIOGRAFIA

  1. Haley J. Terapie non comuni. Tecniche ipnotiche e terapia della famiglia. Roma: Astrolabio, 1973.
  2. Scabini E, Donati P. La famiglia “lunga” del giovane adulto. Studi interdisciplinari sulla famiglia 1988.
  3. Canevaro A. Quando volano i cormorani. Roma: Edizioni Borla, 2010.
  4. Minuchin S, Rosman BL, Baker L. Famiglie psicosomatiche. Roma: Astrolabio 1980.
  5. Petrone L, Troiano M. Adolescenza e disagio. Roma:Editori Riuniti, 2001.
  6. Haley J. Il distacco dalla famiglia. Roma: Astrolabio, 1983.
  7. Bowlby J,. Attaccamento e perdita, vol 3: La perdita della madre. Torino:Boringhieri 1983.
  8. Bertin, G. Welfare regionale in Italia. Politiche sociali: studi e ricerche, 2013.

Depressione: l’altro lato che non ci aspettiamo

Tristezza, malinconia, senso di vuoto, mancanza di energie, apatia, sono solo alcuni dei sintomi tradizionalmente associati alla depressione.

Senza banalizzare o semplificare l’argomento, e senza alcuna pretesa di esaustività, mi piacerebbe portare una riflessione su una differente prospettiva da cui guardare alla depressione.

Innanzitutto, è bene precisare che per ragioni di brevità e chiarezza espositiva, non saranno qui menzionati e differenziati i diversi disturbi depressivi come descritti nel DSMV, che si presentano con caratteristiche diagnostiche specifiche, ma si parlerà della sofferenza depressiva cosi come è generalmente intesa e che fa riferimento al Disturbo Depressivo Maggiore.

Nella sua accezione classica e tradizionale, il disturbo depressivo è concepito in termini sostanzialmente negativi, comprensibilmente peraltro, vista la sintomatologia con cui si presenta e attraverso cui viene diagnosticato: umore depresso, perdita di interesse e piacere per la maggior parte delle attività, stanchezza e mancanza di energia, sentimenti di autosvalutazione, diminuita capacità di concentrazione, ricadute negative sull’alimentazione e sul sonno, pensieri negativi, ecc… Un dolore che va a intaccare spesso la stessa voglia di vivere….La persona che soffre di depressione è una persona che prova una sofferenza profonda, un malessere subdolo e invalidante, che limita e si ripercuote negativamente sulla capacità della persona di vivere la sua vita, le sue relazioni, il suo lavoro, la sua quotidianità. La stessa etimologia della parola Depressione, che deriva dal latino deprimère, (de-premo, premere, schiacciare), ossia “premere verso il basso”, “schiacciare a terra”, rimanda a qualcosa che opprime, abbatte, schiaccia…

A partire dalle precedenti considerazioni, e senza minimizzare la sofferenza vissuta dalla persona, esiste la possibilità di guardare alla depressione da un punto di vista diverso e complementare? Una prospettiva altra che non tolga riconoscimento, dignità e rispetto ai vissuti individuali e strettamente soggettivi, ma che cerchi invece di dar loro un senso e un significato più profondo e complesso e che possa, infine, rivelarsi, utile strumento di comprensione e forse di via d’uscita?

Innanzitutto, è opportuno distinguere tra stato d’animo o umore temporaneamente negativo e depressione: la tristezza o un umore basso fanno parte della vita di tutti i giorni, solo se divengono persistenti nel tempo e limitanti la vita quotidiana e le capacità di funzionamento dell’individuo possono far pensare ad uno stato depressivo.

Un’adeguata riflessione sul tema deve inoltre partire dal considerare che non esiste un unico tipo di depressione, né tutte le forme di depressione sono equivalenti, per cui si può impostare un trattamento analogo per tutti: questo è un aspetto da rilevare ogniqualvolta ci troviamo di fronte a un disagio, fisico o psicologico. Ogni persona è unica, unico è il vissuto e quindi unica e specifica dovrebbe essere la presa in carico. Non si deve dimenticare che ciò che fa la differenza è l’esperienza, umana, della persona che abbiamo di fronte.

Ho trovato molto significativo, a tal proposito, il contributo di Luigi Cancrini, noto psichiatra e psicoterapeuta di formazione psicoanalitica e sistemica. Egli sostiene che la depressione è un sintomo, non una malattia, il cui significato va ricercato ed esplorato prima di “curarlo” ed eliminarlo (Cancrini, 2003).

Questo concetto si collega, se vogliamo, alla più ampia riflessione sulle emozioni e sul loro significato: ogni emozione ha diritto di cittadinanza, anche quelle che siamo soliti definire emozioni “negative”c’’è una validissima ragione se proviamo quello che proviamo in una data situazione, e questo vale anche per la tristezza, così pesantemente presente in chi soffre di depressione. Da un certo punto di vista, la tristezza stimola la capacità riflessiva, una sorta di “chiusura” in se stessi, allo scopo di riflettere, sebbene faticosamente, sugli eventi accaduti, su ciò che ci manca e per noi è importante; un ripiegamento che consente di preservare e recuperare energie, aiuta a comprendere che c’è qualcosa che non va e ci spinge a ricercare la vicinanza con l’altro significativo.

E nella depressione accade che lo sguardo della persona viene rivolto all’interiorità, prendendo quasi le distanze dall’esterno, per portare l’attenzione dentro di sé, nella profondità del proprio mondo interiore, per liberarci da ciò che ci imprigiona, per ri-costruire e re-inventare se stessi, come sostiene James Hillman: “…Eppure è attraverso la depressione che entriamo nelle profondità, e nelle profondità troviamo l’anima. La depressione è essenziale al senso tragico della vita […]. (Essa) Dà rifugio, confini, centro, gravità, peso e umile impotenza […].La vera rivoluzione comincia nell’individuo che sa essere fedele alla propria depressione. Che non si dibatte per uscirne, […], ma che scopre invece la coscienza e le profondità di cui essa ha bisogno. Così ha inizio la rivoluzione per il bene dell’anima.”. (Hillmann, 1992).

Cancrini sostiene che la depressione è sempre una reazione patologica ad un lutto non elaborato, laddove per lutto non s’intende esclusivamente la perdita di una persona cara, ma un accadimento che ha comportato la perdita di qualcosa di valore per la persona: un lavoro, una relazione sentimentale, un progetto, un ruolo, o parte della propria identità, un cambiamento significativo. Un dolore non raccontato, non espresso in una relazione significativa, che dunque non ha trovato ascolto, accoglienza, comprensione. E che sovente si accompagna ad altri sentimenti, come lo sconcerto e la rabbia. (Cancrini, 2003).

Sempre lo stesso autore, infatti, riportando la sua esperienza clinica, ci dice che molto spesso la depressione diventa una sorta di maschera dietro cui si nascondono altri vissuti, in particolare di rabbia e aggressività, che se lasciati emergere, nel momento in cui vengono espressi  e gradualmente significati, consentono alla depressione stessa di andare pian piano sullo sfondo ( Cancrini, 2003).

Entro certi limiti, la depressione può dunque essere intesa come una reazione sana, se spinge a riflettere sugli eventi, a ricercare le possibili cause scatenanti: un ripiegamento su di sé utile per recuperare forze e risorse, per domandarsi cosa non sta funzionando, e dunque cosa si può fare per trovare sollievo al proprio dolore. Questa considerazione, tra l’altro, permette anche di contrastare la visione della depressione come  un disturbo cronico. Secondo Cancrini la cronicità è legata all’intervento solo sintomatico, avulso da un’esplorazione più complessa e profonda del significato, anche relazionale, della depressione.

E qui, dunque, troviamo un  punto molto importante nell’approccio alla depressione, vale a dire individuare i possibili aspetti scatenanti la sofferenza, prendere coscienza di ciò che è accaduto, dargli voce e riconoscimento: quali sono gli eventi drammatici accaduti? Quali sentimenti hanno generato? E che relazione c’è con il contesto relazionale significativo della persona?

Spesse volte poi in terapia sono le stesse persone che raccontano come durante  i momenti bui, emergano domande profonde, quali “Cosa non mi piace della mia vita? Se mi guardo intorno, cosa non mi soddisfa?”: e queste domande rappresentano un utile punto di partenza per indagare e approfondire le radici della sofferenza, i nodi drammatici che si sono verificati, e per far gradualmente emergere i vissuti sottostanti e nascosti,  insieme forse a nuovi desideri e possibilità.  Questo è un processo che va realizzato all’interno di un “luogo sicuro”, qual è il contesto terapeutico, in cui il terapeuta accompagna la persona nell’esplorazione di quei contenuti profondi, spesso nascosti alla coscienza, supportando al contempo l’espressione delle emozioni e dei vissuti dolorosi, e lasciando emergere il possibile risvolto e significato ‘adattivo’ della situazione.

 

Dr.ssa Katia Querin

Bibliografia

Cancrini L., “Date parole al dolore”, Frassinelli 2003.

Hillman J., “Re-visione della psicologia”, Adelphi 1992.