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DALLA STORIA INDIVIDUALE ALLA STORIA FAMILIARE. IL GENOGRAMMA IN TERAPIA

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Come le radici di un albero costituiscono le fondamenta da cui esso si genera e si sviluppa, allo stesso modo le persone non possono crescere, svilupparsi, individuarsi, a prescindere dalla famiglia che dà loro la vita. Non possiamo comprendere appieno noi stessi se non conosciamo il mondo da cui proveniamo, le persone, le relazioni che ci hanno preceduti e di cui siamo il frutto, nel bene e nel male. Nel contesto familiare di appartenenza si trovano risorse e limiti, possibilità e vincoli, lealtà e libertà.

In terapia sistemica partiamo dal concetto dell’individuo come “essere in relazione” (Cigoli, 1997) e dall’assunto che la patologia non è mai esclusivamente nel singolo soggetto, ma sempre chiama in causa processi e dinamiche relazionali. Al di là dei diversi orientamenti teorici che possiamo trovare in psicoterapia, l’esperienza clinica dimostra quanto sia importante all’interno del contesto terapeutico poter esplorare la storia familiare e personale della persona che ci porta una sofferenza. Ciò non si traduce in alcun modo nella ricerca di relazioni causali dirette o, ancora peggio, nella ricerca di ‘colpevoli’: come sostiene Virginia Satir, ciò che è avvenuto ad un dato momento in un dato sistema familiare rappresenta il meglio che ciascuno, in quel sistema e in quel momento poteva fare, e se qualcosa è andato per il verso sbagliato è perché in quel momento non si poteva fare diversamente. La buona notizia è che, ad un certo punto, da adulti, si ha la possibilità di riconoscere e accettare ciò che è stato, dare valore e significato a ciò che si è vissuto, accogliendo le emozioni talora intense e disturbanti e imparando ad agire diversamente per riprendere in mano la propria vita (Satir, 2005). Questo significa cominciare a ri-conoscere la realtà, chiamare le cose con il loro nome, assumersi la responsabilità di cambiare ciò che non si ritiene adeguato per sé, riconoscendo e prendendo quanto di buono ci è stato dato e lasciando andare ciò che invece sentiamo non appartenerci.

Rispetto all’esplorazione delle matrici familiari, in psicoterapia sistemica si assume che l’influenza familiare non si limiti a quella esercitata dalla famiglia d’origine della persona, ma abbia radici ben più lontane, realizzandosi attraverso forze intergenerazionali e transgenerazionali che a livello inconsapevole, transitano attraverso le generazioni e incidono sulle relazioni e sugli accadimenti attuali: queste forze si estrinsecano attraverso modelli, ruoli, valori, credenze, aspettative, modalità di interpretazione della realtà e di comportamento, condivisi implicitamente all’interno della famiglia e tramandati attraverso gli scambi generazionali.

Come accedere a questo vasto e sconosciuto mondo fatto di trame e intrecci sottili e impliciti?

In terapia ci viene in aiuto un potente strumento che ha valore sia diagnostico che clinico, il Genogramma Familiare, introdotto da Murray Bowen: in prima analisi si tratta della rappresentazione grafica del proprio albero genealogico, realizzata tuttavia basandosi sul vissuto personale relativo a eventi, persone, relazioni e contenuti narrati, cercando di risalire indietro nel tempo di almeno tre generazioni. Normalmente il genogramma viene realizzato durante una seduta di terapia, può essere fatto all’inizio oppure più avanti, a seconda delle esigenze e degli obiettivi condivisi con il paziente. Esso richiede alla persona di annotare, attraverso simboli convenzionali, i componenti della propria famiglia e i legami reciproci, specificando, se possibile, date di nascita, morte, matrimoni ed altri eventi significativi (trasferimenti, traslochi, separazioni, divorzi, lutti, incidenti, aborti, adozioni). Si esplorano le relazioni tra le persone, sia in senso verticale (relazione genitore figlio) che in senso orizzontale (relazioni tra fratelli), nonché i legami di coppia coniugali (come le persone si sono conosciute , se e come si sono scelte, come hanno deciso di sposarsi e/o di costruire una famiglia); si cerca se possibile anche di rilevare il contesto socio-culturale e storico di appartenenza che può influire sul modo di prendersi cura della famiglia e dei figli. Il genogramma rappresenta una sorta di ‘mappa’ del sistema familiare, che non soltanto racchiude concreti dati anamnestici, ma soprattutto, consente la narrazione della storia e della trama familiare, così come si è costruita attraverso i passaggi generazionali.

Attraverso questo strumento, diventa possibile mettere in luce modelli, regole, valori del sistema familiare, che sono stati tramandati di generazione in generazione. Si possono cogliere connessioni, ridondanze, ossia eventi che si ripetono, talora anche cronologicamente (pensiamo alle ripetizioni di nomi, ad esempio dare ad un figlio il nome di un antenato, per onorarlo, ricordarlo); si possono portare alla luce i segreti familiari, i “non detti”, evidenziare i miti e i cosiddetti mandati familiari, che si concretizzano sotto forma di regole, prescrizioni e doveri (“si deve studiare, ci si deve laureare” oppure “bisogna sposarsi”, “avere figli”, ecc…). Dinnanzi a tutto questo si può avviare una riflessione congiunta tra il terapeuta e il paziente su molteplici aspetti: quale significato ha per il paziente il tema emerso? Quanto di tutto questo il paziente sente che gli appartiene? Quanto ci crede? Quanto lo vincola?
Attraverso la narrazione emergente, viene sollecitata la presa di consapevolezza delle più ampie dinamiche familiari e della propria collocazione nelle stesse da parte del paziente: questo può favorire una diversa lettura e una più profonda comprensione degli eventi, generando una maggiore assunzione di responsabilità rispetto al proprio ruolo nella storia familiare, elaborando e mitigando, al contempo la sofferenza per eventuali situazioni tossiche e negative.
Il paziente viene incoraggiato a focalizzare l’attenzione sul significato rispetto al proprio e altrui modo di percepirsi, relazionarsi, comportarsi nonché sull’importanza di assumere un ruolo attivo nel riconoscere e cambiare ciò che non funziona. La riflessione sui propri vissuti e su ciò che accade nelle interazioni accresce la competenza relazionale della persona ampliando il campo di osservazione, stimolando una ri-narrazione della propria storia, in cui ri-scoprirsi finalmente protagonisti con nuove e diverse possibilità dinnanzi a sé.

Il lavoro svolto attraverso il genogramma implica un profondo e impegnativo lavoro di consapevolezza, non scevro da dolore e fatica. Consente al paziente di riappropriarsi e ricongiungersi con la propria storia e le proprie radici, riconoscendo e portando alla luce dolori non elaborati, ma che finalmente possono essere visti, sentiti, detti, riconosciuti: finalmente diventa possibile dar loro nome e significato, stemperando in questo modo la carica distruttiva che eventi traumatici e dolorosi portano con sé, attraverso il tempo e generazioni diverse.

Concludo riportando le parole di Vittorio Cigoli, terapeuta familiare:

Farsi consapevoli e rendersi responsabili: ecco svelato il metodo, vale a dire la via per la trasformazione possibile dei legami familiari operata dai suoi membri grazie all’intervento clinico”(Cigoli, 1997), includendo nella responsabilità anche e soprattutto l’apertura alla comprensione, alla speranza e al perdono, ove possibile, accogliendo le zone d’ombra della nostra esistenza per vivere nel qui e ora, come protagonisti in grado di dirigere con intenzione e consapevolezza il proprio percorso di vita.

Dr.ssa Katia Querin

Bibliografia

Bowen M., “La valutazione della famiglia”, Casa Editrice Astrolabio 1990.

Cigoli V., “Intrecci familiari”, Rffaello Cortina Editore, 1997.

Satir V., “ In famiglia come va? Vivere le relazioni in modo significativo” Editrice Impressioni Grafiche, 2005.

Il burnout a scuola: quando lo stress colpisce gli insegnanti

Il termine burnout è di derivazione anglofona, ma oramai viene ampiamente utilizzato anche nella lingua italiana senza la sua traduzione che è: esaurimento. Tale condizione di stress prolungata nel tempo prosciuga ed esaurisce tutte le energie della persona colpita portandola, così a perdere pian piano interesse nell’ambito lavorativo con conseguente inefficacia lavorativa e, spesso, una diminuzione di forze da investire nei contesti extra-professionali che, invece, dovrebbero sorreggere l’individuo. Questo esaurimento o logorio, è causato dallo stress che agisce sull’individuo in uno o più ambiti della vita di una persona, le componenti determinanti sono tre: i fattori professionali (il lavoro, l’ambiente lavorativo, i colleghi); i fattori extra-professionali (le relazioni, la famiglia) ed, infine, i fattori ereditari-familiari (le condizioni di salute personale o di qualche familiare, patologie presenti etc).

Tutti gli insegnanti, appartenenti a qualsiasi ordine di scuola ed indipendentemente dall’anzianità di servizio o dalla tipologia di contratto (insegnanti di ruolo, insegnanti precari, Messe a Disposizione etc), possono arrivare al burnout; anche se a livello epidemiologico l’età anagrafica avanzata, un’età di servizio consistente e l’essere donna nel periodo perimenopausale (il quale aumenta di molto la possibilità di sviluppare una depressione) porta ad una maggiore predisposizione a sviluppare burnout. Tutti gli insegnanti possono essere colpiti da burnout poiché facenti parte delle cosiddette “professioni d’aiuto”, ovvero tutte quelle professioni che prendono o hanno in cura una o più persone (medici, infermieri, educatori, psicologi e, per l’appunto, insegnanti!) con grande possibilità di usura psicofisica.

Come si manifesta il burnout? Spesso risulta silente e si manifesta senza preavviso: attacchi di panico, manifestazioni di ansia, tristezza, sentimenti di vuoto, affaticabilità e annesso senso di colpa per non essere più performanti rispetto agli anni precedenti, insofferenza verso gli alunni, i colleghi, sentimenti di disperazione, somatizzazioni, insonnia, inappetenza, manie di persecuzione, aggressività, abuso di farmaci (antidepressivi, tranquillanti e ipnoinducenti), violenza auto o etero-diretta, senso di fallimento e di frustrazione, dissimulazione.

Tutte queste manifestazioni portano l’insegnante a provare un senso di vergogna per la situazione che sta vivendo e producono isolamento e solitudine qualora non si riesca a condividere (e viene fatto molto poco) il proprio malessere con i colleghi e con la dirigenza.

Quali possono essere, allora, i passi da compiere per fronteggiare un male così eterogeneo?

Innanzitutto è di fondamentale importanza riconoscere la professione del docente tra le categorie a maggior rischio di sviluppare burnout proprio perché facente parte delle “professioni d’aiuto” che per loro natura hanno un alto impatto stressogeno. In secondo luogo, la formazione dei docenti: essere a conoscenza e consapevoli delle malattie professionali e dei rischi che si corrono e degli strumenti a disposizione degli insegnanti e della dirigenza per tutelare la salute dei lavoratori (Collegio Medico di Verifica, Accertamento Medico d’Ufficio). Il terzo passo consiste nel non dissimulare il proprio malessere fisico e/o psichico e condividere con i colleghi il proprio status poiché è così facendo che si combatte contro un nemico silente ed invisibile agli occhi dei colleghi; infine consentono all’insegnante di evitare di rimanere intrappolati nelle 4s: stress, stigma, stereotipo e solitudine.

Il quarto, ed ultimo, step è quello di evitare il fai da te: appare banale e scontato ma spesso non lo è. Quando ci si rende conto di stare male è di fondamentale importanza rivolgersi ad uno specialista per affrontare in modo più attrezzato un periodo di vita costellato da sofferenze, in questo caso un supporto terapeutico risulta di fondamentale importanza, assieme ai passi precedentemente citati, per risolvere la situazione di malessere che colpisce l’insegnante. Infine, sempre nell’ambito di questo intervento risulta efficace la meditazione mindfulness: tecnica di meditazione che consente di contrastare pensieri ed emozioni negative attraverso la consapevolezza delle sensazioni presenti accettandole senza valutazioni e senza giudizi permettendo di vivere meglio nel presente e osservando benefici sui disturbi emotivi e fisici.

ANCHE I PAPA’ POSSONO SVILUPPARE LA DEPRESSIONE POST PARTUM?

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Il periodo della gestazione e del puerperio coinvolge in modo molto intenso la donna: dal test di gravidanza, alla gestazione, l’allattamento, le cure primarie la diade mamma/bambino mantiene la sua funzionale simbiosi… La figura del papà rimane un po’ in disparte, come se il suo ruolo prendesse forma solo in un secondo momento, quando il bambino sarà più grande.
Negli ultimi vent’anni però abbiamo iniziato ad assistere, in questo senso, a qualche cambiamento sociale e culturale. L’importanza del ruolo paterno viene evidenziata già durante la gravidanza e nei primi mesi dopo il parto: si passa dalla diade alla triade.
Pensiamo alla battaglia per il riconoscimento del congedo di paternità, per veder riconosciuta l’interscambiabilità dei ruoli genitoriali e l’importanza della presenza di entrambi per il neonato. E’ infatti fondamentale un maggior coinvolgimento dei neo papà nelle cure del neonato, nel supporto emotivo al piccolo e alla compagna, non solo per sostenere la loro salute emotiva, ma anche per preservare la propria.
Anche per i papà infatti adattarsi al un nuovo ruolo non è compito semplice. Come le loro compagne, devono adattarsi ad un ruolo che la società ritiene innato e naturale, ma per loro è sconosciuto ed estraneo. Talvolta si trovano a partire “da zero”, magari privi di un esempio di genitorialità paterna attiva ed emotivamente coinvolta e coinvolgente, con un modello di padre più distaccato e meno presente. Negli ultimi decenni abbiamo assistito al “tramonto del padre”1, dell’uomo che si occupa da solo del sostentamento della famiglia e impone la disciplina con l’autorità e la forza. Il nuovo “modello” paterno è radicalmente diverso, “l’autorità simbolica del padre ha perso peso, si è eclissata, è irreversibilmente tramontata”2, per questo i moderni papà si sono trovati, in molti casi, ad inventarsi ex novo una figura genitoriale in linea con i cambiamenti della società, ma non sempre in linea con gli esempi vissuti e interiorizzati.
Oggi ai papà si richiede di essere flessibili, accudenti ed empatici quanto le mamme; in un’ottica di parità di diritti e doveri tra uomini e donne. Se però da un lato si moltiplicano “i libri di istruzioni per l’uso” per i neo papà, dall’altro la ricerca
scientifica evidenzia i rischi e le difficoltà sia nell’adattarsi ad un ruolo nuovo, sia per i bambini cui viene a mancare talvolta una figura più sicura ed autorevole.
I papà iniziando ad essere, o provando ad essere, più coinvolti attivamente nella gestione del proprio bambino si trovano a sperimentare direttamente un vissuto emotivo simile a quello delle loro compagne: pochi sanno che, oltre alle mamme, anche i papà hanno una notevole probabilità di sviluppare, nel periodo perinatale, una serie di sintomi come fatica, irritabilità, nervosismo, ansia e incapacità di riposarsi prima del parto, che possono poi attenuarsi nell’immediato post partum, per poi ripresentarsi durante il primo anno di vita del bambino. Paulson, nel suo studio del 2013, sostiene
che si possa parlare di una vera e propria Depressione Post Partum paterna che colpisce circa il 10% dei neo-papà.
A causa della scarsità di ricerche sull’argomento, non è ancora stato validato uno strumento che rilevi con valore statisticamente significativo l’insorgenza della DPP paterna, tuttavia è degno di nota lo studio di Ramchandani4 per validare l’EPDS anche per la DPP paterna.
La DPP paterna ha un esordio più subdolo rispetto a quella materna, ma porta con sé spesso agiti più violenti, oltre alle caratteristiche tipiche dell’episodio depressivo. La sensazione di fallimento, frustrazione, ansia che questi uomini si trovano a provare possono scatenare anche episodi violenti, mai comparsi prima durante la relazione, nei confronti della propria compagna.
L’instaurarsi del legame con il bambino è anche dovuto, oltre alle attitudini personali, ai cambiamenti ormonali, che si modificano nella donna in gravidanza, quanto nell’uomo: nei neo-papà infatti in genere si abbassa il livello di testosterone nei mesi prima del parto e si mantiene basso per diversi mesi dopo la nascita del bambino, contemporaneamente si alzano i livelli di estrogeni che dovrebbero aiutare a veicolare risposte biologiche meno aggressive e facilitare le cure genitoriali e la costruzione del legame d’attaccamento (Rholde, 2005). Quando questo non accade possono riscontrarsi talvolta invece livelli alti di testosterone e cortisolo, che favoriscono la messa in atto di comportamenti aggressivi, spesso rivolti verso la compagna, talvolta anche verso il neonato.

Il ruolo dei padri viene raccontato e immaginato sovente come più semplice di quello che in realtà un uomo si trova ad affrontare: l’attenzione per il sovraccarico emotivo e fisico è spesso rivolto alla mamma lasciando i papà un po’ in secondo piano.
I neogenitori si trovano entrambi ad affrontare una realtà anche molto diversa da quella immaginata: pian piano il bambino immaginato durante la gravidanza lascia spazio al bambino reale, spesso meno angelico e più esigente.
Contrariamente alle mamme, spesso in congedo di maternità, la maggior parte dei papà prosegue la propria routine lavorativa, a cui si somma il tempo da dedicare alle cure del bebè, rinunciando anche al riposo o al sonno, per alleviare almeno un po’ il carico della compagna.
Purtroppo lo stereotipo sociale della mascolinità impedisce spesso agli uomini di rivelare i loro stati d’animo e le proprie emozioni negative e vivono in silenzio questo periodo di fragilità: sono spesso stanchi, spaesati, nostalgici della vita svolta precedentemente alla nascita. Vengono considerati fattori di rischio di insorgenza di una DPP paterna una gravidanza non programmata/desiderata, l’età avanzata, pregressi episodi depressivi, compresenza di un disturbo dell’umore materno, alta conflittualità nella coppia.
Studiare e prendere in carico precocemente la DPP paterna è importante, anche per prevenirne i possibili effetti sul bambino, quali iperattività, scarso controllo degli impulsi, disturbi della condotta. Quello che certamente la letteratura ha già dimostrato è che alcuni uomini, molto coinvolti e presenti nelle fasi di attesa del bambino, sviluppano durante la gravidanza della compagna dei tratti simili a quelli della futura mamma (insonnia, irrequietezza, eccesso di stanchezza), tanto da prendere il nome di “Sindrome de la couvade”. Se non adeguatamente supportati questi neo genitori rischiano di influenzare negativamente, anche se in modo involontario, la stabilità emotiva del piccolo durante i suoi primi mesi di vita. E’ stato dimostrato quanto l’interazione positiva con mamme e papà sereni, affiatati e complici nella cura del bebè favorisca la sua capacità di instaurare relazioni sicure e la sua capacità di autonomia e propensione verso l’esplorazione nei primi anni di vita. E’ dunque fondamentale anche per i futuri papà iniziare ad avere la consapevolezza che si possano manifestare delle
fragilità nel periodo perinatale e che si possa venire supportati da specialisti in caso di necessità, esattamente come accade alle mamme: la conoscenza è la migliore prevenzione che si possa mettere in campo per la protezione della propria salute e per quella del proprio bambino.
Per questo l’Associazione ECO nel servizio dedicato all’infanzia e adolescenza http://www.ecoassociazione.it/eco-junior-0-17/ dedica uno spazio proprio al sostegno alla genitorialità e alla presa in carico dei neo genitori.

 

Dr.sse Aringhieri e Delia

AMARE “TROPPO” E’ DAVVERO AMORE?

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Quando si parla di Amore  uniamo in una sola definizione due aspetti di questo sentimento del tutto opposti e che si escludono a vicenda. Pensare ad un aspetto dell’Amore in conflitto con l’altro ci genera confusione e frustrazione e ne ricaviamo che l’Amore è troppo personale, enigmatico e misterioso per comprenderlo.

Gli antichi Greci, infatti, preferivano usare due termini ben distinti per definire questi due aspetti: Eros e Agape.

Eros è l’Amore Passione, è quello che di solito proviamo per il partner “impossibile” ed è proprio questa percezione dell’impossibile a suscitarne tanta passione.
Passione letteralmente significa sofferenza e spesso accade che maggiore è la sofferenza e maggiore è la passione.
Ma l’Eros non sfocia in Agape e tanto meno lo favorisce.
In una relazione appassionata per quanto possa essere ricca di eccitamento, sofferenza e frustrazione c’è la sensazione che manchi qualcosa di molto importante, Agape appunto.
Agape è la relazione stabile e impegnata, rappresenta l’impegno reciproco tra due persone che si vogliono bene e si preoccupano dell’altro.

Alla luce di questa breve premessa, proviamo a dare una risposta alla domanda iniziale: amare “troppo” è davvero Amore?
Forse no. In realtà quando stiamo amando troppo non stiamo amando affatto.
Ma cosa s’intende per “amare troppo”? Quando essere innamorati significa soffrire, quando tutti i malumori, il cattivo carattere, l’indifferenza , i tradimenti del partner vengono giustificati allora stiamo amando troppo.
Allora forse più che amore siamo solo dominati dalla paura: paura di restare soli, di non essere degni d’amore, di essere ignorati e/o abbandonati.

In questi termini il nostro amore diventa più un’ossessione, un attaccamento ossessivo al partner, che domina sentimenti ed azioni e che, nonostante siamo consapevoli che tutto ciò influenza negativamente la nostra salute e il nostro benessere, non ne riusciamo a fare a meno.
Sorge spontanea un’altra domanda: perché accade questo? La psicoterapeuta americana R. Norwood, che sul tema si è dibattuta molto, ha evidenziato alcune caratteristiche che accumunano le persone che si trovano in questi amori morbosi e passionali.

– Provenire da una famiglia poco affettiva o totalmente anafettiva, una famiglia in cui nessuno si è preso cura dei vostri bisogni emotivi;
– L’offrire le proprie cure e attenzioni al partner che sembra averne bisogno è la giusta compensazione al poco affetto ricevuto in passato;
– Trovare familiare quel partner emotivamente non disponibile e sperare che, nonostante il fallimento nel tentativo di cambiare i propri genitori in persone calde e affettuose, magari questa volta con il proprio amore si otterrà il giusto riscatto;
– Aver paura di essere abbandonati e fare di tutto per impedire che questo accada;
– Essere abituati e quindi disposti ad aspettare, sperare e a continuare a sforzarsi di piacere;
– Essere disposti a prendersi più del 50% delle responsabilità e colpe in una relazione;
– Avere un’autostima profondamente bassa ed essere convinti di non meritare la felicità più di così, piuttosto credere di doversi guadagnare questa possibilità;
– Da piccoli non essersi mai sentiti sicuri e ora avere il bisogno di controllare il proprio partner e la propria relazione;
– Continuare a rimanere aggrappati al sogno di “come potrebbe essere” più che guardare la realtà dei fatti;
– Essere dediti al proprio partner e alle sofferenze emotive come una droga;
– Essere così attratti da persone con problemi che hanno bisogno di essere risolti, dimenticandosi delle responsabilità che si ha verso se stessi.

Ognuno di questi punti avrebbe bisogno di una dettagliata analisi, ma se leggendo questo elenco si riconoscono come familiari alcune di queste dinamiche, allora forse saremo disposti a fare un primo passo.
L’amare troppo porta con sé delle conseguenze. Chi ha deciso di rivestire questo ruolo ben preciso continuerà a negare i propri bisogni per provvedere a quelli degli altri.
Prima quelli della sua famiglia d’origine, poi quelli del partner. I propri bisogni di amore, affetto, attenzione e sicurezza così come sono stati ignorati in passato continueranno ad essere ignorati. Ci si è dovuti adattare al “crescere in fretta” e si è diventati più forti, più adulti e spesso anche più bisognosi.
In passato si è sofferto, ma da adulti si rimettono in scena le stesse relazioni infelici nel tentativo che questa volta si possano controllare nella speranza che l’esito possa essere diverso.

Conosciamo tutti la storia del “La Bella e la Bestia”; con le favole ci siamo cresciuti e abbiamo interiorizzato l’idea di cercare un uomo che ci salvi e una donna che ci possa essere d’aiuto. Il pregiudizio culturale ci porta a credere che nella storia de “La Bella e la Bestia” una donna può cambiare un uomo con il suo intenso amore. Ma davvero in questo modo siamo riusciti a cogliere l’essenza della favola?

“Ci sono molti uomini,” disse la Bella, “che si rivelano mostri peggiori di te. E io ti preferisco a loro, nonostante il tuo aspetto…”
da La Bella e la Bestia

Il significato centrale della favola è l’accettazione della persona che si ha accanto, del proprio partner e non la negazione e il controllo.
“E’ la disponibilità a riconoscere la realtà per quello che è, e a permetterle di esistere come è, senza sentire il bisogno di cambiarla” dice la Norwood.
Ma perché ci sia un’accettazione completa del partner deve avvenire prima un’accettazione completa di se stessi.

Queste ultime parole dell’autrice le voglio dedicare proprio ai miei pazienti, a tutti coloro che hanno versato lacrime, perché non si sentivano amati, perché sentivano di dare molto e di ricevere nulla:
“Si commette l’errore di cercare un partner con cui sviluppare una relazione senza aver sviluppato prima una relazione con se stessi.
Nessuno può amarci abbastanza da renderci felici se non amiamo davvero noi stessi, perché quando nel nostro vuoto andiamo cercando l’amore, possiamo trovare solo un altro vuoto. Quello che manifestiamo all’esterno è un riflesso di quello che c’è nel più profondo di noi: quello che pensiamo del nostro valore, del nostro diritto alla felicità, quello che crediamo di meritare dalla vita.

“Quando cambiamo queste convinzioni, cambia anche la nostra vita”
(R. Norwood, Donne che amano troppo).

 

Dr.ssa Sonia Allegro

Bibliografia:
R. Norwood, Donne che amano troppo, Ed. Feltrinelli

LA TERAPIA DI COPPIA

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La coppia è un sistema complesso, intriso di significati e di aspettative (sia esplicite che implicite) che ha assunto oggi nuove declinazioni in virtù di una modernità di valori che l’hanno resa un’entità liquida in grado di sorvolare sui riti di passaggio che fino agli anni ’60-’70 hanno imperato: un fidanzamento medio lungo che aveva il matrimonio come esito naturale e che trovava nella genitorialità il proprio fine ultimo.

Philippe Caillè descrive egregiamente tale complessità nel libro “Uno e uno fanno tre” (Armando Editore, 2007) intendendo che non è possibile parlare della coppia senza considerare l’esistenza di quel “terzo” che accompagna la coppia fin dal suo costituirsi. Il “terzo” è ovviamente la relazione di coppia, in quanto un sistema è più della somma delle sue parti, perché deve includere anche le relazioni tra di esse. Non solo questo però: il “terzo”, così come descritto da Caillè è rappresentato dalla rappresentazione condivisa che i due partners hanno della coppia e su cui si basa il loro senso di appartenenza e su cui si istituisce il patto di coppia.

Molte coppie che richiedono un trattamento si affannano a raccontare un qui ed ora fatto di scambi comunicativi aggressivi (o, peggio, assenti) e dinamiche di potere tese a schiacciare l’altro pur di dimostrare la propria supremazia decisionale. Alla domanda “e all’inizio della vostra relazione come eravate?” spesso i toni si ammorbidiscono, spunta qualche sorriso, la coppia si guarda. C’è allora una possibilità di recuperare quella dimensione ormai lontana. Se invece quello sguardo nostalgico è assente la situazione può essere ben più complicata se si intende la terapia di coppia unicamente come uno strumento ricostruttivo della relazione. Questo è un punto nodale che tendenzialmente affronto con i miei pazienti già dalle prime sedute: la terapia di coppia è una terapia laica: non è tesa unicamente alla riconciliazione e ricostruzione del legame e può portare in talune situazioni alla soluzione opposta. Le alternative sono tre e non di più: trovare un modo per stare meglio insieme, trovare un modo per separarsi, trovare un modo per stare insieme nella minor sofferenza possibile.

Va detto poi che la psicoterapia di coppia può assolvere a diverse funzioni: ci sono terapie che servono a risolvere i conflitti che affliggono la coppia e creano disagi ai singoli partners, altre che vengono intraprese per separarsi e far si che quel momento così delicato non impatti troppo duramente sui figli, altre ancora quando si presentano disfunzioni sessuali. L’analisi della domanda rappresenta pertanto un momento fondamentale di una terapia di coppia: il patto terapeutico tra il terapeuta ed i partners deve essere chiaro e condiviso. Può accadere tuttavia che i partners presentino motivazioni al trattamento ed esigenze diverse e questo richiede al terapeuta di restituire ai pazienti le problematiche emerse (e quelle sommerse, ossia non dichiarate apertamente) per poi prospettare un trattamento.

In fase di valutazione è opportuno che il terapeuta faccia esplicitare ai partners alcuni punti fondamentali inerenti la coppia:

  1. Quali sono i punti di forza della coppia? Su quali competenze la coppia può fare affidamento per affrontare i compiti principali della relazione?

  2. Quali sono i problemi principali e come si traducono in comportamenti espliciti?

  3. Sessualità: vi sono, in uno o entrami i partners, elementi di insoddisfazione per la vita sessuale?

  4. Previsioni per il futuro: uno o entrambi hanno mai preso in considerazione l’ipotesi di una separazione oppure hanno già tentato in passato di separarsi?

  5. L’ambiente esterno: qual è il ruolo delle rispettive famiglie d’origine nella coppia? Come accoglierebbero le famiglie d’origine una eventuale separazione?

La chiarificazione di tali aspetti consente al terapeuta ed ai pazienti di evidenziare dinamiche di funzionamento sia interne alla coppia che relative al contesto di riferimento più allargato e di delineare il trattamento più indicato.

Le sedute di coppia hanno generalmente una frequenza quindicinale mentre la durata del trattamento segue inevitabilmente i tempi emotivi della coppia.

Dott. Stefano Lagona

Psicologo Psicoterapeuta sistemico relazionale

Per info sulla terapia di coppia scrivere a ecoassociazione@gmail.com 

ESSERE GENITORI DI FIGLI DIGITALI

foto: Luigina Pugno

Tra i compiti più difficili che un genitore è chiamato ad assolvere c’è l’impartire una buona educazione per favorire l’ottimale sviluppo del proprio figlio, ma, oggi, dare regole e stabilire delle routine che salvaguardino il benessere di tutto il nucleo può non essere semplice.

La letteratura ha dedicato ampio spazio all’analisi delle famiglie pre e post seconda guerra mondiale e all’ulteriore cambiamento avvenuto a partire dagli anni sessanta, momento in cui una rivoluzione sociale/culturale/economica ha investito la società occidentale. All’interno delle famiglie, i ruoli di padre e madre hanno subito delle trasformazioni e si è passati, come il dott. Pietropolli Charmet analizza in Adolescenti in crisi genitori in difficoltà, dalla “famiglia etica” a quella “affettiva”.

Da sempre l’avvento delle innovazioni tecnologiche ha un’influenza sull’uomo e più in generale sulla società. Se a metà degli anni ’50 la televisione è entrata nelle case delle famiglie italiane e in qualche modo ne ha modificato le abitudini, oggi l’avvento degli smartphone, dei tablet, delle consol portatili e non, e della domotica più in generale, ha innescato un ulteriore cambiamento. Infatti, uno dei temi educativi più dibattuti negli ultimi anni riguarda l’utilizzo della tecnologia, come e quando avvicinarla ai bambini, che effetti ha sullo sviluppo emotivo-relazionale, cosa scegliere e come educare ad un utilizzo consapevole e sicuro.

È innegabile, quindi, che il nuovo panorama socio-culturale abbia avuto un impatto anche sulla genitorialità e sul rapporto genitori-figli, come si può, quindi, guadagnare il loro ascolto senza imporre un’autorità rigida e poco empatica? Come si può instaurare un rapporto di valorizzazione all’interno del quale i figli si possano sentire indirizzati, contenuti, ma non per questo costretti in regole che possono ad oggi percepire come obsolete o non supportate da modelli forti e da loro riconosciuti? Si può essere contemporaneamente una figura di riferimento emotivamente vicina e guida etico-morale? Talvolta i genitori rifuggono modelli rigidi educativi memori di quelli subiti, ma tralasciano però l’importante compito di guida che sono chiamati ad assolvere.

Il libretto di istruzioni purtroppo non esiste, così come non esistono soluzioni univoche, bensì si possono tracciare delle linee guida, spesso legate al buon senso, che mirano alla comprensione. Inoltre, una buona dose di fantasia individuale permette a ciascun genitore di trovare un equilibrio sufficientemente buono con il proprio figlio.
Il ricercatore statunitense Marc Prensky ha introdotto le definizioni “nativi digitali” e “immigrati digitali”. I primi sono i bambini e adolescenti di oggi e ne elenca le caratteristiche: l’uso della tecnologia in età precoce (anche prima di imparare a parlare e a scrivere), l’apprendimento in maniera spontanea della tecnologia, il ruolo sempre maggiore della tecnologia all’interno della loro quotidianità. I secondi sono coloro che sono entrati in contatto con la tecnologia in età adulta e che,
pertanto, non possono essere metaforicamente classificati come “madrelingua digitali”, per loro la tecnologia non è sempre di facile utilizzo e richiede, sovente, un dispendio di risorse cognitive.

Tutto ciò sancisce una profonda differenza tra le due generazioni: genitori e figli hanno una visone ed un rapporto diverso con i mezzi digitali e arrivare ad un punto di comprensione reciproca non è sempre facile. Per un genitore, ad esempio, diventa complesso comprendere a cosa servano dei messaggi che restano visibili per 24 ore e poi scompaiono o perché i ragazzi si scattino molte foto; ma, passando attraverso la condivisione di queste nuove modalità, si può instaurare un dialogo
costruttivo e capace di tutelare dall’uso scorretto e pericoloso di questi dispositivi.

Il dott. Riva nel suo testo La solitudine dei nativi digitali evidenzia l’influenza che i media digitali hanno sui processi cognitivi dei più giovani ed in particolare rileva l’impronta che lasciano sui modelli cognitivi con cui organizziamo la nostra esperienza della realtà, cioè sulla percezione, organizzazione e attuazione dell’azione. Per i nativi digitali la tecnologia è “trasparente”, intuitiva, e, sin da subito, sono in grado, usando le proprie risorse, di sfruttarla come risorsa anche se non ne comprendono il funzionamento. Potremmo definirli “madrelingua tecnologici”.

A fronte di questa “intelligenza efficiente”, tuttavia, occorre tenere in considerazione l’altra faccia della medaglia, ovvero l’influenza dell’uso della tecnologia sull’analfabetismo emotivo (alessimitia), ovvero sulla mancanza di consapevolezza e controllo delle proprie emozioni e dei comportamenti ad esse associati, sulla mancanza di consapevolezza circa i motivi per cui si prova una certa emozione, sull’incapacità di relazionarsi con le emozioni altrui e con e con i comportamenti che da esse derivano. Questo può, talvolta, condurre i giovani a valutare grossolanamente alcune situazioni, ingigantendole o minimizzandole, con gravi conseguenze sul loro benessere emotivo e relazionale.

Il mondo scientifico sta riservando una particolare attenzione a questo argomento, dedicando tempo e spazio alla ricerca circa l’influenza dei nuovi media in età evolutiva. L’American Academy of Pediatrics evidenzia che l’uso della televisione e dei dispositivi touch sia dannoso prima dei 2 anni, con ripercussioni sullo sviluppo del linguaggio, sui processi di pianificazione, controllo e coordinazione del sistema cognitivo. Sulla base delle osservazioni pubblicate dallo psicologo Nicolò Cesana-Arlotti su Science, in cui si mette in risalto la capacità dei bambini dai 12 ai 19 mesi di utilizzare processi logici, l’Académie des sciences, nel rapporto L’enfant et les écrans, arriva alla conclusione che l’utilizzo delle tecnologie touch per il gioco interattivo può essere positivo dopo i 12 mesi a due condizioni: utilizzo di app esplorative/interattive in grado di facilitare la conoscenza del mondo e di sé; fruizione in gruppo o sotto la guida di un genitore, proprio perché uno dei rischi del loro impiego è la diminuzione delle interazioni sociali con una ricaduta sullo sviluppo relazionale e linguistico dell’infante.

Tutti in ogni caso concordano di non eccedere i 15 minuti di esposizione al giorno sotto i 2 anni estendibili fino a mezz’ora dopo i 2.

Proteggere i figli dai rischi della rete è un dovere genitoriale, pertanto stabilire modalità, orari ed utilizzo dei dispositivi diventa fondamentale onde evitare di cadere in estenuanti e poco proficui testa a testa.


Ogni periodo storico e socio-culturale ha caratteristiche peculiari, il mondo si trasforma così come le relazioni. Essere genitori richiede un confronto con il proprio passato, con i modelli appresi, che, talvolta, fanno sviluppare un desiderio di distanziarsene per “non assomigliare affatto” ai genitori avuti, mentre in altre occasioni spingono a ricalcare quel modello tanto amato. Tuttavia, ciò che resta centrale ed imprescindibile è il non perdere di vista il presente con le sue innovazioni e contraddizioni al fine di permettere a se stessi, insieme al proprio figlio, di imparare a conoscere e creare il futuro,
insieme.

Dr.ssa Debora Tonello

 

MIGRANTI FORZATI E TRAUMA: TRA PASSATO, PRESENTE E FUTURO

Il tema della migrazione non è stato mai così attuale: nel corso degli ultimi anni la politica e i mass media hanno dato una rilevanza centrale a questo argomento.

A tal proposito, sempre più spesso sentiamo parlare di viaggi al limite della sopportazione, di detenzione in campi profughi e prigioni, di guerre, carestie e crisi di governi.

Ben lungi dal voler affrontare il tema della migrazione da una prospettiva politica, c’è un aspetto rilevante dal punto di vista psicologico e psicoterapeutico che impone una riflessione: il trauma.

Per trauma psicologico si intende l’esperienza personale diretta di un evento che causa o può comportare morte, lesioni gravi o altre minacce all’integrità fisica. Altresì l’essere presenti a un evento che comporta morte, lesioni o altre minacce all’integrità fisica di un’altra persona o il venire a conoscenza della morte violenta o inaspettata, di grave danno o minaccia di morte o lesioni sopportate da un membro della famiglia o da altra persona con cui si è in stretta relazione, sono tutte esperienze che rientrano nella definizione di trauma psicologico.

Esistono anche altri eventi che, pur non comportando un rischio per la vita dell’interessato o di persone a lui care, possono esitare in difficoltà nella gestione emotiva, relazionale e, talvolta, costruire le basi per la psicopatologia: abbandono, trascuratezza, separazioni forzate o inaspettate, violenza verbali, negligenza da parte del care giver.

Seppur non esaustiva, tale premessa risulta indispensabile per approcciarsi al complesso e multi-sfaccettato tema del trauma della migrazione.

I migranti forzati, in molti casi, subiscono innanzitutto un trauma pre-migratorio: nei Paesi di origine sono spesso sottoposti a condizioni di violenza estesa nel territorio, esercitata su gruppi, nuclei o singoli, che riducono la speranza di vita e di sopravvivenza; la violenza correlata con la guerra, disastri ambientali, carestie ed epidemie, violenze e minacce, persecuzioni, reclusioni forzate, abusi sessuali, tortura, deprivazione e costrizioni, morte o scomparsa di persone care, perdita di affetti, posizione economica e ruolo sociale, insicurezza, sospettosità e paura sono solo alcuni degli eventi a cui molti sono sottoposti e che risultano determinanti per la decisione di abbandonare la terra natia.

Qualunque sia la condizione vissuta nel Paese di origine, la maggioranza dei migranti forzati è accomunata dal trauma migratorio: la fuga e il viaggio comportano esposizione a pericoli e traumi continui. Spesso queste persone si trovano costrette a partire da terzi, in alcuni casi sotto minaccia, e si trovano nell’impossibilità di avvertire i propri cari; affrontano viaggi drammatici, malnutrizione, malattie non curate, aggressioni e, talvolta, assistono alla morte dei compagni di viaggio. Molto frequentemente, durante il viaggio, vengono arrestati o rapiti nei Paesi di transito, subiscono sfruttamenti e violenze, anche sessuali, o si trovano a dover affrontare lunghi periodi in campi profughi (es. Sud Sudan) in condizioni igienico-sanitarie a dir poco precarie.

Nel pensiero comune si ritiene che, una volta giunti in salvo nel Paese di destinazione, i migranti trovino condizioni di vita migliori, cosa che in effetti spesso accade. Ma è davvero così facile adattarsi alla nuova realtà?

Ogni persona che si trovi a vivere in un Paese lontano e differente rispetto a quello di origine affronta un grande cambiamento che, in alcuni casi, diventa un vero e proprio shock culturale. Il cambiamento delle abitudini e stili di vita può rappresentare un fattore di grande stress, se non addirittura trasformarsi in un trauma. L’allontanamento dalla rete familiare e sociale, la disoccupazione, lavoro precario o senza contratto, il vivere in alloggi di fortuna e l’essere discriminati e marginalizzati sono tutti fattori che costituiscono potenzialmente il trauma post-migratorio.

A rendere ancora più complesso l’adattamento alla nuova realtà intervengono le difficoltà di accesso ai servizi sanitari, che comportano talvolta il rischio di esclusione dal SSN, oltre a mettere a rischio l’intera comunità.

Altro tema rilevante nella prospettiva del trauma post-migratorio è la procedura burocratica della domanda di Asilo Politico: le lunghissime attese che intercorrono tra la domanda e l’esito, a volte della durata di anni, causano incertezza e angoscia. Nel periodo di attesa molti migranti frequentano corsi di scolarizzazione e professionali, alcuni trovano un lavoro ma rischiano, da un momento all’altro, di ricevere un esito negativo alla loro domanda di Asilo Politico e di essere inviatati a lasciare il Paese ospitante.

La psicoterapia offre un valido aiuto nell’integrazione e nel superamento dei traumi, oltre ad implementare le risorse personali ed interpersonali e favorire l’adattamento al nuovo contesto di vita, spesso frustrante e causa di un forte malessere psicologico. La possibilità di usufruire di uno spazio privato, protetto e non giudicante in cui poter esprimere ansie, preoccupazioni e manifestare il proprio dolore è uno strumento fondamentale per costruire una solida base di partenza per una nuova vita.

Dr.ssa Rossella Totaro

psicoterapeuta della Croce rossa italiana

ECO JUNIOR 0-17: il servizio dell’associazione Eco dedicato a infanzia e adolescenza

Sono tanti i servizi che l’Associazione Eco dedica all’età che va da 0 a 17 anni.

La copertina di Linus

Il servizio di diagnosi e psicoterapia rivolto a bambini e pre-adolescenti che si trovano ad affrontare un momento di difficoltà e/o disagio in cui inevitabilmente sono coinvolti anche i loro genitori.

Dopo aver accolto i genitori per capire e raccogliere le informazioni importanti, viene svolto un assessment psicodiagnostico al fine di comprendere cosa stia accadendo e in seguito, in base alle necessità, si può attivare un percorso psicoterapeutico idoneo. I sintomi dei più piccoli sono eterogenei: crisi d’ansia, condotte oppositive –provocatorie, ritiro, somatizzazioni, esplosioni aggressive, etc… I passaggi evolutivi possono essere fonte di stress sia per i genitori sia per i bambini, prendersi cura di loro e quindi anche della relazione può essere un passaggio importante per il benessere psicologico dell’intero nucleo.

Valutazione per i Disturbo dell’Apprendimento (DSA)

La valutazione è svolta da una psicoterapeuta e da una logopedista che lavorano in équipe. Dopo il colloquio con i genitori, l’iter si divide in due parti: la prima svolta dalla psicoterapeuta per la valutazione del livello cognitivo globale del bambino/ragazzo e per un breve inquadramento emotivo; la seconda svolta dalla logopedista per l’indagine, a seconda delle necessità, degli apprendimenti (lettura, scrittura, calcolo, … ). Una relazione conclusiva riassume i dati emersi, l’eventuale diagnosi, e le indicazioni.

Tutor DSA e BES

Il servizio viene attivato in seguito alla diagnosi di DSA attraverso laboratori di potenziamento delle funzioni cognitive (attenzione, memoria, funzioni esecutive…) col fine di rendere possibile e sviluppare l’autonomia dell’alunno con DSA. I laboratori sono pensati per poter favorire la migliore evoluzione delle competenze dell’alunno, fornire strumenti e strategie per poter apprendere attraverso “strade alternative a quella deficitaria” ed evitare che si sviluppino altre forme di disagio aiutando l’alunno con DSA ad integrare le difficoltà di apprendimento nell’immagine di Sé. Tutto questo è reso possibile dalla presenza di un Tutor che lavori assieme all’alunno non solo sulle strategie didattiche individuali ma anche sulla motivazione al cambiamento, la percezione di autoefficacia, autostima e consapevolezza del proprio stile di apprendimento.

Percorso di Mindfulness per bambini Asperger o con autismo ad alto funzionamento

Nell’autismo ad alto funzionamento/sindrome di Asperger è frequente osservare limitazioni a carico delle funzioni attentive ed esecutive nonché nell’ambito della regolazione emotiva e nel controllo degli impulsi. Per lavorare su questi aspetti la mindfulness può rivelarsi una valida alleata. Essa riguarda la consapevolezza del momento presente e l’allenamento a vivere nel qui e ora. ECO propone un percorso mindfulness in piccolo gruppo per bambini tra i 6 e i 10 anni, suddivisi per fasce d’età. Durante ogni incontro verranno presentati attività e giochi volti ad allenate consapevolezza e attenzione al presente in un’ottica preventiva: potenziare le abilità deficitarie nell’autismo può infatti preservare dallo sviluppo di patologie ansiose e depressive.

A come adolescenza

Il servizio di psicoterapia dedicato agli adolescenti. L’adolescenza è una fase della vita caratterizzata da cambiamenti fisici, psicologici che possono portare a crisi e turbamenti necessari per diventare grandi. I ragazzi in questa fase cercano di prendere decisioni, confrontarsi con i pari e con gli adulti, mettersi alla prova. Tutto questo non è facile e può causare disagio e malessere, difficoltà nelle relazioni, calo del rendimento e rifiuto scolastico, comportamenti devianti o antisociali, utilizzo di sostanze e disturbi alimentari. Per questo l’Associzione Eco vuol offrire un servizio volto all’accogliere questo momento delicato di vita del ragazzo, sostenendolo e supportandolo nel processo di crescita.

Ripetizioni

Non ci dimentichiamo che la scuola occupa una buona parte della vita di un ragazzo, questo è il motivo per cui l’associazione E.C.O. può dare una mano a recuperare nelle materie più complesse (soprattutto matematica, fisica e statistica).

L’associazione Eco non si dimentica certo dei genitori e degli insegnanti, che occupano ruoli fondamentali nella crescita dei fanciulli.

Ecco quindi:

Il sostegno psicologico rivolto alle donne che hanno appena affrontato una gravidanza e si trovano nel nuovo ruolo di mamme.

Talvolta alcune donne si trovano ad affrontare dopo il parto, o nei mesi a seguire, situazioni di “tempesta emotiva” che le preoccupa o destabilizza. L’Associazione Eco si occupa di affrontare insieme alle neo-mamme i momenti di difficoltà emotiva transitoria emergenti, aiutandole a imparare a gestire ansie e timori e a riconoscere, e prendere in carico, le situazioni in cui può manifestarsi una depressione post-partum.

L’Associazione offre un ciclo di incontri di informazione e prevenzione su queste tematiche e la possibilità di colloqui individuali per chi preferisse affrontare i propri vissuti in forma più riservata.

 

I gruppi di confronto per le neomamme (in arrivo dopo l’estate)

 

Sostegno alla genitorialità

Essere genitore significa rivestire un ruolo complesso. Oltre ad essere in grado di impartire regole e linee guida educative per far crescere il proprio figlio in modo sano, si caratterizza per una funzione che va ben oltre. Questo comporta il saper essere sintonizzati e responsivi su quelli che sono i bisogni soggettivi del proprio figlio. Ogni bambino è un essere unico, speciale nella sua individualità, con pensieri, sentimenti e bisogni specifici. Solo quando il genitore è in grado di riconoscere e rispecchiare tali disposizioni può permettere l’emergere del suo Sè. Tale funzione risiede nella capacità di fornirgli la possibilità di poter contare su una mente che pensa con lui e non per lui, rappresentando una base sicura da cui poter partire per esplorare il mondo. L’associazione ECO è vicina ai genitori, fornendo loro strumenti e strategie di gestione delle difficoltà, promuovendo il benessere e la qualità della relazione genitore-bambino.

La terapia di coppia per i genitori

Quando i figli diventano adolescenti, le loro trasformazioni fisiche e psicologiche, i conflitti con sé e con gli adulti di riferimento, le esigenze di autonomia e indipendenza e la ricerca di un’identità stabile, portano i ragazzi ad assumere spesso atteggiamenti critici, sfidanti, provocatori nei confronti dei genitori. Il periodo adolescenziale coincide spesso con “l’età di mezzo” dei genitori e, di conseguenza, le due generazioni si trovano a vivere aspetti esistenziali molto diversi da cui possono nascere scontri difficili da comprendere e gestire. Tutto ciò richiede alla famiglia ed alla coppia di riorganizzarsi, rinegoziando relazioni, regole e ruoli al suo interno. Di fatto questo periodo rappresenta una fase critica nella storia di vita della famiglia e possono manifestarsi crisi all’interno della coppia alla cui base si rintracciano frequentemente stili educativi dei rispettivi partner appartenenti al proprio vissuto di figli all’interno della propria famiglia d’origine.

L’Associazione Eco intende supportare le coppie di genitori di figli adolescenti con un progetto di psicoterapia specifico e mirato, volto ad aiutare gli adulti nella gestione di difficoltà di coppia dovute alla relazione con i propri ragazzi.

 

Gli incontri di gruppo per gli insegnanti (in arrivo dopo l’estate)

Nell’ambito delle attività rivolte all’età evolutiva, abbiamo scelto di dedicare particolare attenzione anche alle altre figure che si interfacciano quotidianamente con i bambini, vale a dire gli insegnanti. In ragione del ruolo e delle responsabilità assegnate ai docenti, questi rappresentano ad oggi una categoria a forte rischio di stress lavoro correlato trattandosi di una “professione di aiuto”, ma non a tutti gli effetti riconosciuta come tale. Infatti, la maggior parte dei disturbi che colpiscono questa professione sono di natura psicologica. Nella nostra esperienza abbiamo riscontrato quanto siano ancora poco informati gli insegnanti rispetto ai rischi di questa professione. Abbiamo quindi organizzato un percorso costituito da alcuni incontri di gruppo che si configurano come uno spazio destinato ad accogliere e dare voce ai bisogni soggettivi del docente. Questi bisogni possono essere molteplici, dalle difficoltà di gestione di un alunno, alla relazione con il proprio team o ancora il rapporto con i familiari. L’intento è quello di promuovere la riflessione e la condivisione in gruppo di problematiche attinenti alla vita professionale degli insegnanti. La presenza di due conduttori consente di sviluppare una comunicazione libera da giudizi e agevola la definizione delle situazioni problematiche presentate. Il ruolo dei conduttori è anche quello di mantenere i confini del confronto: infatti, all’interno del gruppo sarà possibile raccontarsi e comunicare eventuali difficoltà o disagi, che pur chiamando in causa esperienze e reazioni emotive individuali, possono stimolare il confronto, la riflessione e la gestione condivisa delle problematiche professionali, senza chiedere però un coinvolgimento nella discussione sul piano personale.”.

 

Non finisce qui.

Ci sono anche gli incontri che facciamo a scuola con alunni, insegnanti e genitori sui temi: bullismo e cyberbullismo, nuove tecnologie, alimentazione, affettività…

 

PARLIAMO DI ALIMENTAZIONE CON I BIMBI DELLE ELEMENTARI PRESSO ASAI

Molto spesso i bambini vengono incitati dai genitori  a mangiare per diventare grandi e forti, senza spiegare loro
cosa sarebbe più salutare, come le verdure, la frutta, i cereali e le uova e non merendine, caramelle e bibite gassate che
tanto piacciono a loro e che mangiate in quantità, possono nuocere alla salute.
E’ solo coinvolgendoli, spiegando loro cosa avviene nel nostro corpo quando mangiamo, che possiamo aiutarli a
cambiare atteggiamento verso il cibo. Sarebbe importante spiegare loro il nostro funzionamento attraverso disegni,
video che facciano capire il percorso del cibo, facendo sì che diventi un gioco condiviso.
Un altro modo sarebbe portarli a fare la spesa, in modo da scegliere insieme il cibo, facendolo annusare, toccare per
poi cucinarlo insieme. Grazie a questi passaggi, si possono rendere i bimbi consapevoli di che cosa si intende per
corretta e sana alimentazione.
Al giorno d’oggi, sempre più bambini, non solo a causa della loro costituzione, ma di una errata alimentazione, sono
fortemente in sovrappeso o malnutriti. In questi casi, se non cambieranno il modo di mangiare e l’atteggiamento nei
confronti del cibo, potranno incorrere durante l’arco di vita in varie patologie come diabete, obesità e ipertensione.
E’ fondamentale aiutarli a comprendere come una sana e corretta alimentazione sia indispensabile per aiutarli a crescere e diventare forti e sani.
L’Associazione Eco, in collaborazione con ASAI, ha realizzato alcuni incontri con bambini di quarta e quinta elementare e con i genitori proprio sul tema del cibo.
Il Dott. Carbonetti e la Dott.ssa Calabrese dell’Associazione Eco hanno tenuto un incontro durante il doposcuola con
bambini degli ultimi anni della scuola primaria, per sensibilizzarli ad una corretta alimentazione. In una prima fase attraverso una “lezione frontale”, accogliendo anche le varie abitudini rispetto alla propria cultura. Si è lavorato facendo passare loro il messaggio dell’importanza di una certa regolarità dei pasti e della loro varietà.
In una seconda fase si è costruito insieme a loro un “percorso-gioco alimentare”, dove i bambini, divisi per squadre, hanno dovuto rispondere ad una serie di domande sull’alimentazione.
Da questo incontro è emersa una profonda discrepanza tra ciò che i bambini sanno riguardo all’alimentazione e le loro
abitudini effettive: i partecipanti si sono dimostrati discretamente preparati rispetto al cibo e alle caratteristiche dei vari alimenti(ad esempio, in quali cibi si trovano le vitamine, cosa è bene mangiare per merenda al posto delle merendine, quali pasti è fondamentale non saltare, etc.) ma non così ligi nel rispetto delle indicazioni conosciute. I bimbi infatti hanno dichiarato di saltare spesso colazione e merenda e di consumare giornalmente o quasi alimenti molto processati, come merendine e carboidrati. In conclusione, appare importante che ad una trasmissione teorica di informazioni circa una corretta e sana alimentazione si affianchi l’esperienza pratica. E la pratica passa attraverso la presenza di modelli positivi tra gli adulti di riferimento e la promozione della sperimentazione con il cibo. Conoscere gli alimenti e aver avuto l’opportunità di assaggiarli, cucinarli, metterli insieme e creare può garantire una consapevolezza più radicata rispetto a sane abitudini
alimentari da tenere.

 

Dr.ssa Calabrese e dott. Carbonetti