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Conosciamo le emozioni. Progetto svolto dall’Associazione ECO in collaborazione con l’associazione ASAI

Oggigiorno, nell’ambito dell’età evolutiva, si assiste ad un incremento sempre maggiore di problemi di disregolazione emotiva e di disturbi correlati come, il disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD) e disturbi del Comportamento Dirompente, tra cui il Disturbo Oppositivo-Provocatorio e il Disturbo della Condotta. Le ripercussioni di tali disturbi sono solitamente riscontrabili in ambito scolastico (es. calo del rendimento scolastico), familiare (es. ricorrenti situazioni conflittuali) e sociale (emarginazione del soggetto dal gruppo dei pari).

Numerosi studi dimostrano che la capacità di regolare le proprie emozioni è strettamente correlata con lo sviluppo delle abilità personali e relazionali. Non a caso, nei casi di disregolazione emotiva o di un eccessivo controllo delle proprie emozioni, si assiste ad una maggiore difficoltà nella comprensione emotiva propria e altrui. Bambini con difficoltà legate alla regolazione emotiva infatti, sono più predisposti a manifestare aggressività verbale e/o fisica, impulsività, irascibilità, iperattività o disattenzione. Possono presentare inoltre, difficoltà legate al problem solving, essere meno efficaci degli altri bambini nel generare un numero di soluzioni adattive di tipo interpersonale e possono considerare l’aggressività come una strategia per regolare le relazioni interpersonali.

Anche la performance scolastica può essere inficiata dalla scarsa capacità di gestione delle emozioni, anche in assenza di compromissione delle capacità neurocognitive: le capacità cognitive possono infatti, risentire di una gestione non adattiva delle emozioni.

Il progetto di intervento strutturato presso l’Associazione Asai è stato finalizzato a promuovere e sostenere le abilità sociali, emotive e relazionali dei bambini per prevenire fenomeni come la marginalizzazione e l’isolamento sociale. Il fulcro principale del lavoro è stato un intervento psicoeducativo volto a fornire ai bambini (destinatari principali del progetto) le conoscenze base delle emozioni per poterle riconoscere, capire le funzioni evoluzionistiche legate alla sopravvivenza, offrire strumenti di gestione delle stesse e strategie di regolazione in ottica intra e interpersonale. Inoltre, si è seguito un approccio integrato e multidisciplinare coinvolgendo le figure di riferimento dei bambini e quelle educative dell’Associazione Asai. L’idea è che il lavoro con chi si prende cura dei bambini è imprescindibile da un lavoro esclusivo con gli stessi.

Nello specifico, il progetto è stato suddiviso in dieci incontri con cadenza settimanale. I gruppo dei partecipanti, erano bambini dai 9 ai 10 anni definiti insieme agli educatori in modo eterogeneo.

Nei primi incontri è stato dato spazio alla presentazione personale di ogni componente in modo da creare un clima di conoscenza e condivisione, orientata ad un ascolto curioso e non giudicante dell’altro. Questo ha permesso di costruire sin da subito, un clima cooperativo all’interno del gruppo. Nella prima fase, si è data importanza ad uno spazio in cui co-costruire una serie di regole di gruppo, dove ognuno dei partecipanti doveva impegnarsi nel rispettarle e nell’aiutare chi si fosse trovato in difficoltà nel farlo. Inoltre, sono stati individuati alcuni obiettivi a medio e lungo termine per promuovere e sostenere il lavoro di gruppo attraverso il sistema della Token Economy. Quando il partecipante o la classe raggiungeva il numero di punti stabilito, era possibile sorteggiare il premio precedentemente scelto dagli stessi partecipanti.

I primi incontri, sono stati dedicati ad un lavoro psicoeducativo delle emozioni, sottolinenadone l’importanza e funzione. In questa fase, ogni bambino, in modo libero e autonomo, ha condiviso alcune esperienze personali. Fin da subito, infatti, tutti i bambini hanno accolto con interesse e curiosità questa attività, mettendosi in gioco in prima persona. Il lavoro fondamentale è stato quello di imparare a riconoscere l’emozione provata e provare a pensare in modo individuale e gruppale, alcune strategie funzionali per poterle gestire quando troppo intense. Ogni componente del gruppo poteva consigliare le strategie che per loro, in altri momenti, si erano rivelate efficaci.

Durante i vari incontri, i bambini si sono sentiti legittimati nel poter esprimere e dare così voce alle emozioni che man mano sperimentavano e che non avevano a che fare solo con l’emozione oggetto di studio ma anche e soprattutto, con quelle che lo stesso gruppo attivava sul singolo come vergogna, imbarazzo, paura, rabbia. Si è potuto così sperimentare dal vivo quanto appreso sia a livello di conoscenza teorica che pratica.

All’inizio, durante e alla fine del percorso con i bambini, sono stati condotti dei gruppi sia con i genitori che con gli educatori per esporre il progetto, monitorare l’andamento e per restituire quanto emerso. Il riscontro è stato molto favorevole. Nell’ultimo incontro, gli stessi genitori hanno mostrato interesse circa il tema trattato e di quanto sia qualcosa che non solo possa essere utile per i bambini ma anche per loro stessi.

dott Mirco Carbonetti e dr.ssa Antonia Di pierro

La sindrome da burnout: lo stress lavoro correlato e le sue implicazioni

Fonte: royalty free

 

Afferra la stretta di qualcuno che ti aiuterà, e poi utilizzala per aiutare qualcun altro.
(Booker T. Washington)

 

 

 

L’organizzazione Mondiale della Sanità definisce il Burnout come una sindrome stress lavoro
correlato che non è stato gestito con successo, è caratterizzato da: sentimenti di esaurimento o
esaurimento energetico; maggiore distanza mentale dal proprio lavoro o sentimenti di negativismo o
cinismo relativi al proprio lavoro; ridotta efficacia professionale.
Esso compare già nell’ ICD-10 (International Classification of Diseases), ma solo nella classificazione
ICD-11, che entrerà in vigore nel 2022, verrà caratterizzato come fenomeno strettamente professionale
infatti verrà inserito nel capitolo “dei fattori che influenzano lo stato di salute”.
Il termine Sindrome da Burnout (BOS) risale al 1974 ad opera di Herbert Freudenberger che descrive
una particolare reazione allo stress sperimentata dagli operatori delle professioni di aiuto, cioè le
helping profession, ma si deve a Maslach e al suo gruppo di lavoro la seguente definizione: «è una
sindrome di esaurimento emozionale, di depersonalizzazione e di riduzione delle capacità personali
che può presentarsi in soggetti che, per professione, “si occupano della gente”» e sempre a loro si deve
la realizzazione di uno degli strumenti psicometrici per valutarlo (Maslach Burnout Inventory – MBI).
La sindrome da burnout, secondo Cherniss, è un processo che si articola in tre fasi:
1. stress lavorativo: squilibrio in eccesso o in difetto tra richieste dell’istituzione lavorativa e risorse
disponibili;
2. tensione (strain): risposta emotiva allo squilibrio immediata e di breve durata, caratterizzata da
sensazione di ansietà, nervosismo, affaticamento ed esaurimento;
3. conclusione difensiva (coping): accomodamento psicologico caratterizzato da una serie di
cambiamenti nell’atteggiamento e nel comportamento (rigidità, cinismo, ritiro, distacco emotivo).
In linea generale è la valutazione cognitiva che ogni individuo fa dello stimolo e la valutazione delle
proprie competenze che può mettere in atto per fronteggiarlo a determinare il potere stressante dello
stimolo stesso. Inoltre, secondo Karasek, lo squilibrio è aggravato da alcuni fattori: elevata richiesta
lavorative, bassa libertà decisionale, inadeguato sostegno sociale di lavoro.
Gli stati d’animo più comuni sono: ansia, irritabilità, esaurimento fisico, panico, agitazione, senso di
colpa, negativismo, ridotta autostima, empatia; tra le somatizzazioni si annoverano: emicrania,
sudorazione, disturbi gastrointestinali, parestesie; tra le reazioni comportamentali: assenze o ritardi
frequenti a lavoro, distacco emotivo dall’interlocutore (Fontana eal, 1993).
Ad oggi ci sono diverse teorie in merito alla eziopatogenesi del disturbo. La prima ritiene che il BOS
abbia cause multifattoriali in cui si incrociano fattori di rischio socio-ambientali (es. eccessivo carico
di lavoro, burocraticizzazione, etc.) e fattori di rischio individuali (es. tendenza eccessiva a
responsabilizzarsi, aspettative irrealistiche, significato attribuito al proprio lavoro, etc.). La teoria
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biochimica, invece, ritiene che nella BOS siano coinvolti bassi livelli di cortisolo, dopamina e/o
serotonina, ciò determina un aumento dei livelli di prolattina, tutto ciò sembra essere in relazione ai
sintomi sopra descritti (all’esaurimento emozionale, decremento della realizzazione personale
percepita, distaccamento/depersonalizzazione).
Quali sono le figure professionali maggiormente a rischio burn out?
In realtà, il rischio di burn out può riguardare tutte le professioni, poiché come descritto nelle righe
precedenti, rappresenta una sindrome complessa e multifattoriale, contraddistinta da aspetti individuali
ma anche ambientali.
In generale, sembra potersi presentare con maggior frequenza all’interno di professioni caratterizzate
da un alto livello di responsabilità e implicanti relazioni umane. Per tale motivo si riscontra
prevalentemente nell’ambito delle professioni “di aiuto”, operatori sanitari, medici, infermieri; ma
anche nell’ambito dei lavori assistenziali (assistenti sociali, operatori socio sanitari), cosi come tra il
personale delle forze dell’ordine. Inoltre, le persone che si occupano della cura possono essere esposte
al trauma vicario, cioè quella traumatizzazione che deriva dal coinvolgimento empatico con le
esperienze traumatiche altrui. In tali professioni, oltre agli aspetti specifici connessi al compito
professionale, un importante ruolo è giocato da fattori organizzativi, quali i lunghi e pesanti turni di
lavoro, la riduzione dei tempi di riposo e la mancanza di tempo libero. Da ricordare anche il campo
educativo, e quindi gli insegnanti di scuola, di qualunque ordine e grado: la responsabilità legata al
ruolo che si scontra con le difficoltà organizzative e istituzionali. Un altro settore a rischio è
rappresentato dai lavoratori autonomi e liberi professionisti in cui la precarietà e l’incertezza
lavorativa, oltre alla necessità di procacciarsi il lavoro, rappresentano importanti fattori predisponenti
allo stress.
Non sempre è facile rendersi conto di essere in questo processo disfunzionale, pertanto la presa di
consapevolezza che le emozioni quali tristezza, rabbia e frustrazione possono influire negativamente
sul lavoro e sul rapporto con i colleghi e al contempo la consapevolezza che tutto ciò potrebbe essere
legato al contesto di lavoro possono essere due importanti passi per chiedere aiuto.
Per prevenire autonomamente i principali sintomi del Burn Out, si possono seguire alcuni semplici ma
utili consigli, quali ad esempio:
 Staccare la spina: ritagliarsi uno spazio in cui dedicarsi al proprio benessere personale, coltivare
un hobby, una passione, concedersi un momento di relax o di divertimento. La parola d’ordine
è: “curati di te”, “fai quello che ti piace.” È importante recuperare uno spazio personale, extra
lavorativo, in cui poter “ricaricare le batterie”. Se il proprio lavoro prevede fasce orarie di
reperibilità, cercare di limitarle per un periodo, ove possibile.
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 Mantenere uno stile di vita sano: curare l’alimentazione e preservare il sonno, cercando di
dormire almeno 6-8 ore di notte; svolgere regolarmente dell’attività fisica, in quanto dedicare
attenzione al corpo facendo ciò che piace, scioglie tensioni e stimola benessere psicofisico.
 Limitare l’utilizzo di strumenti tecnologici quali computer, tablet, cellulare, soprattutto se già
ampiamente impiegati per lavoro. In particolare sarebbe bene evitare di utilizzare tali strumenti
nelle ore serali in quanto questo può interferire con la qualità del sonno e del riposo.
 Condividere ciò che si sente, parlarne con qualcuno di fidato, se possibile e se è previsto nel
proprio ambiente di lavoro richiedere il confronto in gruppo oppure in équipe: a tale proposito
è bene ricordare il beneficio legato ai confronti all’interno dell’èquipe di lavoro, utile per
rinforzare il senso di appartenenza e condivisione all’interno dello stesso contesto lavorativo.
 Ove tutto ciò non fosse sufficiente è opportuno rivolgersi ad un professionista, senza timori o
vergogna: è importante legittimare ciò che si sente, riconoscere ed esprimere i propri vissuti
emotivi, per evitare che essi diventino soverchianti; non sono da sottovalutare infatti le
ripercussioni che si possono avere non solo a livello individuale, ma anche familiare, sociale e
lavorativo.
A tale proposito, quando si intraprende un percorso di psicoterapia, al fine di contrastare la
sintomatologia del Burn Out, spesso vengono utilizzate alcune tecniche di riduzione dello
stress, come ad esempio:
 le tecniche di rilassamento hanno come obiettivo il riequilibrio psicofisiologico, sono delle
azioni volontarie che il soggetto mette in pratica per ridurre l’ansia e lo stress;
 la mindfulness è una pratica meditativa che trae origine da quelle impiegate nel buddhismo, la
definizione di Jon Kabat-Zinn recita: “porre attenzione in un modo particolare:
intenzionalmente, nel momento presente e in modo non giudicante”;
 le tecniche di biofeedback mirano ad insegnare a modificare la propria attività fisiologica al
fine di il benessere (Association for Applied Psychophysiology and Biofeedback, AAPB,
2008).
In situazioni di emergenza, come quella attuale, è possibile che il personale che lavora in prima linea
sia soggetto a questa particolare forma di malessere che, in alcuni casi, può avere come conseguenza
non solo la sindrome da burnout, ma anche lo sviluppo di un disturbo post traumatico da stress (PTSD).
Pertanto è importante che si intervenga tempestivamente per il sostegno al benessere psicofisiologico.

 

Dr.sse Debora Tonello e Katia Querin

IMPARARE UNA SECONDA LINGUA CAMBIA LA TUA PERSONALITA’? I VANTAGGI DEL BILINGUISMO

I limiti del mio linguaggio costituiscono i limiti del mio mondo”

Ludwig Wittgenstein

La maggior parte dei bambini del mondo cresce in ambienti multilingue e tutte le ricerche svolte in materia di bilinguismo, negli ultimi 15 anni, confermano i numerosi vantaggi di cui gode chi parla 2 o più lingue.

Oltre ad avere migliori prospettive di lavoro, i bilingue:

hanno minori probabilità di sviluppare demenze senili (la possibile insorgenza di Alzheimer viene ritardata di 5 anni rispetto a coloro che parlano una sola lingua);

sono avvantaggiati dal punto di vista cognitivo;

manifestano maggiore autostima e sono aperti alla sperimentazione e al cambiamento;

hanno maggiore flessibilità mentale e capacità di multitasking;

hanno maggiori abilità artistiche e una migliore capacità di interpretare il mondo.

In particolare, l’utilizzo più rapido e migliore delle funzioni esecutive, come la capacità di controllare l’attenzione, sembra derivare dal fatto che i bilingue imparano ad inibire una delle lingue mentre si esprimono nell’altra, imparando ad alternare rapidamente compiti diversi.

Questa abilità di task-switching, è una delle più impegnative per il sistema esecutivo. Quando un bilingue si districa in questo passaggio, rispetto a un monolingue fa due cose: usa le reti cerebrali del linguaggio anche per compiti non linguistici e attiva meno il cingolo anteriore, una struttura profonda della corteccia frontale fondamentale per coordinare l’attenzione. Vale a dire che i bilingue sanno riciclare quelle strutture cerebrali che nei monolingue sono adibite solo al linguaggio per usarle come impalcature alternative del controllo cognitivo.

Per lo stesso principio, i bilingue riescono anche a prendere decisioni critiche in modo più rapido. Tener separate due lingue per non fare confusione, infatti, attiva le stesse strutture neurali che vengono usate per prendere decisioni rapide. Essere abituati ad usarle di più fin dalla nascita, garantisce ai bilingue un maggior sviluppo anatomico, cioè uno spessore maggiore della materia grigia nel cingolo anteriore. Per lo stesso motivo, i bilingue hanno anche più capacità di risolvere i conflitti cognitivi. Questo vantaggio si aggiunge al fatto che, essendo abituati ad usare il cingolo anteriore, possono farlo in automatico senza “impegnare la corteccia” per prendere decisioni. Un po’ come avere più memoria di lavoro nel computer, questo caratteristica rende i bilingue più rapidi ed efficienti, con meno sforzo.

Il bilinguismo protegge anche dai problemi cognitivi che possono derivare da un ictus o dalla semplice vecchiaia, perché ritarda il declino cognitivo.

A livello neurale, ciò si spiega col fatto che imparare una seconda lingua ispessisce anche la materia bianca, cioè gli assoni presenti nel cingolato anteriore che ci permettono di trasmettere le informazioni tra aree del cervello. E questo si verifica non solo nell’infanzia ma anche in età adulta o avanzata.

Ciò spiega perché, anche a parità di età, di livello socioeconomico e di altre varianti rilevanti, i bilingue siano meno propensi a sviluppare demenze senili. Ci sono studi scientifici che sottolineano come finanziare corsi di lingua per anziani potrebbe addirittura essere più utile di altri interventi per ridurre i deficit cognitivi negli over 65!

Crescere bilingue

Le neuroscienze ci illustrano tutta questa mole di vantaggi ma, nel concreto, come si imparano due lingue? Ed è consigliabile crescere un bambino bilingue?

Per quanto sembri strano, il neonato possiede un cervello universale per il linguaggio in grado di riconoscere gli elementi fonologici di tutte le lingue del mondo. Con il tempo, il bambino svilupperà le barriere fonologiche proprie solo della sua lingua di appartenenza. In pratica, quel che succede, è una perdita di risoluzione: si perde la capacità di identificare i fonemi che non appartengono al proprio gruppo sociale. Tra i 6 e i 9 mesi, il bambino identifica quei fonemi che appartengono solo alla sua lingua e il suo cervello smette di essere potenzialmente universale.

E’ da segnalare, inoltre, che i bambini non imparano le parole lessicalmente: non si formano una sorta di dizionario mentale in cui ciascun termine viene associato ad un significato. Il significato viene dopo.

Questo è uno dei problemi che riscontriamo nell’imparare una lingua da adulti. Non usando più questo procedimento, impariamo la lingua con l’apparato cognitivo in modo cosciente. “Se imitassimo il meccanismo naturale di consolidare prima la musica delle parole e le regolarità di intonazione della lingua, l’apprendimento sarebbe molto più semplice ed efficace” (Sigman) perché riprenderebbe il sistema utilizzato dai bambini.

Nel crescere un bambino bilingue, il dubbio di molti genitori è che egli possa confondersi se in casa vengono mescolati due idiomi e che, pertanto, apprenda con più difficoltà a parlare.

Gli studi ci dicono che se è vero che durante l’infanzia i monolingue hanno un vocabolario più ampio, questo effetto scompare e persino si inverte con la crescita. Anzi, i bilingue hanno una maggiore conoscenza della struttura del linguaggio, ne notano i meccanismi e questo gli facilita l’apprendimento anche di una terza o quarta lingua. Per di più, essi imparano a leggere in media un anno prima dei monolingue avendo più facilità nel riconoscere le corrispondenze tra lettere scritte e suoni.

Inoltre, ci sono studi su casi di bilinguismo in cui i genitori parlano ciascuno una lingua (come nelle zone di frontiera italo-slovene) ed altri in cui i genitori parlano indifferentemente due lingue. Lo sviluppo dei bambini bilingue in questi casi è identico.

E il motivo per il quale i neonati non si confondono se la stessa persona parla due idiomi è che, per produrre fonemi di ogni lingua, si forniscono indicazioni gestuali – il modo di muovere la bocca o il viso – su quale lingua si sta parlando. Diciamo che si fa una faccia da francese o da italiano. Queste chiavi, per un neonato, sono facili da riconoscere” (Sigman).

Crescere bilingue, dunque, sembra non portare grossi problemi e offre svariati vantaggi che possiamo riassumere in una migliore capacità di gestire le funzioni esecutive del cervello durante lo sviluppo e nel trovare strade alternative. Un bambino in grado di essere pilota del proprio cervello avrà migliori capacità sociali e ciò avrà buone ripercussioni anche sulla sua salute e le sue prospettive future.

Ma le ultime ricerche hanno evidenziato dei risvolti ancora più interessanti: a seconda di quali specifici linguaggi i bilingue padroneggino, la loro visione del mondo cambia di conseguenza.

Due lingue, due personalità?

Sembra che il linguaggio e il pensiero siano interconnessi, e che la lingua in cui ci esprimiamo influenzi il modo in cui concepiamo e categorizziamo il mondo.

Vale a dire che il comportamento e il modo in cui un bilingue interpreta il mondo dipenderebbero dalla lingua parlata in un determinato momento e cambierebbero drasticamente variando l’idioma in cui egli si esprime.

Per fare un esempio, i madrelingua tedeschi tendono a descrivere lo scopo, o l’obbiettivo, di un’azione, perché la loro  lingua guarda agli eventi nel loro insieme, mentre chi parla inglese avrebbe la tendenza a concentrare l’attenzione unicamente sull’azione in se stessa, perché la lingua gli richiede di esprimere grammaticalmente quando un evento è in fase di svolgimento.

Quindi, posti di fronte a uno stesso video di una persona che cammina in direzione di una macchina, il tedesco dirà “una persona che cammina verso la sua macchina”, mentre l’inglese dirà “una persona cammina”.

Il filologo Athanasopoulos, in uno studio pubblicato sulla rivista Psychological Science, ha verificato questo risultato nei suoi studi e, ripetendo l’esperimento con persone bilingue inglesi/tedesche, ha trovato che la risposta dipendeva effettivamente dalla lingua che il soggetto stava utilizzando al momento. Quando i ricercatori hanno fatto concentrare i bilingue sul tedesco, le risposte sono state infatti simili a quelle dei madrelingua tedeschi, e viceversa. Cambiando inoltre lingua a metà dell’esperimento, il risultato era lo stesso.

Inoltre, è stato dimostrato che questa differenza non avviene solo nell’espressione linguistica (cioè il modo in cui dico una cosa descrivendo una scena) ma anche nella categorizzazione non verbale (il modo in cui penso alla scena).

Questo risultato sembra dar conto, almeno in parte, del perché molti riportano di sentirsi in qualche modo diversi quando usano un’altra lingua.

Il fatto che parlare una seconda lingua possa influire sulla nostra psicologia più profonda, modificando la percezione di noi stessi e del mondo circostante, sta diventando sempre più d’interesse nel mondo della ricerca.

La psicologa Ramírez-Esparza ha somministrato a dei cittadini bilingue un doppio test della personalità, chiedendo loro di descriversi in spagnolo e in inglese.

Ne è emerso che quando utilizzavano l’inglese “i candidati si percepivano come più cortesi, estroversi, aperti alla cooperazione e responsabili rispetto alle occasioni in cui utilizzavano lo spagnolo. In generale la loro presentazione toccava più facilmente questioni legate a traguardi personali e lavorativi, alle esperienze di studio e alle attività quotidiane. Al contrario, scrivendo in spagnolo i temi centrali erano quelli della relazione con la famiglia e con il proprio partner e quelli legati ai propri hobbies extralavorativi” (Ramírez-Esparza).

Uno studio simile era già stato fatto negli anni ’50 dalla linguista Ervin-Tripp su donne bilingue, giapponesi e americane, alle quali aveva chiesto di completare nelle due lingue delle frasi, scoprendo che le risposte erano modellate dalla lingua utilizzata. In giapponese esprimevano una visione del mondo più conservatrice, mentre in inglese esprimevano una maggiore propensione all’emancipazione e all’indipendenza.

Anche la percezione di sé sembra essere influenzata dalla lingua. Uno studio su bambini ebrei e finlandesi ha portato alla luce che i bambini che parlano ebraico raggiungono con un anno di anticipo la consapevolezza della loro identità di genere, perché la loro lingua assegna sempre un genere alle parole, mentre in finlandese vi è una ben più ampia possibilità di mantenersi nell’indeterminazione.

Ancora, la lingua che parliamo sembra avere implicazioni anche su come percepiamo il tempo.

L’economista Chen ha scoperto che i cinesi, che non hanno un preciso tempo verbale per indicare il futuro, dimostrano un’inclinazione maggiore del 30% a mettere da parte dei risparmi rispetto a chi invece utilizza lingue nelle quali il tempo futuro è disponibile nel vocabolario. Non poter attribuire una forma definita al futuro lo rende molto più prossimo al presente, molto più incombente, e porta i cinesi a voler risparmiare di più.

Rispetto al tempo, Athanasopoulos e Bylund fanno l’esempio degli Aymara che vivono principalmente tra Perù e Bolivia. Nella lingua degli Aymara la parola che indica il futuro (qhipuru) significa letteralmente “dietro il tempo”. L’asse temporale degli Aymara è invertito rispetto al nostro: il passato sta davanti mentre il futuro è alle spalle. E per quanto ci sembri contro intuitivo, il loro concetto segue invece una logica stringente: il passato, essendo già noto, è perfettamente visibile; il futuro, al contrario, rimane sconosciuto come qualcosa che sta dietro di noi e resta fuori dal nostro campo visivo.

Ma alcune differenze nella percezione del tempo le riscontriamo anche in occidente. Svedesi e inglesi misurano il tempo come se fosse una cosa concreta, facendo riferimento a distanze (per esempio, ci si prende una “breve pausa” ma mai piccola). Gli italiani, i greci e gli spagnoli tendono invece a usare di più quantità e grandezze fisiche per connotare la durata del tempo (una “piccola pausa”). Quindi, in un esperimento in cui si chiedeva di stabilire quanto tempo fosse trascorso osservando una linea che cresceva, gli svedesi erano portati a pensare che più la linea cresceva più tempo passava. Lo stesso collegamento non era automatico per gli spagnoli, più abituati a concepire il tempo come una quantità, come un volume che occupa spazio.

Da tutti questi esempi, è facile intuire che ogni lingua, insieme alle sue possibilità espressive, veicola anche il proprio tessuto culturale. Quando usiamo una lingua piuttosto che un’altra, ci inseriamo in uno specifico orizzonte di significati e pensiamo utilizzando gli strumenti che quel linguaggio ci mette a disposizione.

Ciò significa che riuscire a farsi comprendere in un’altra lingua non è così semplice e non richiede solo una conoscenza perfetta della grammatica o del vocabolario. Cos’altro serve?

Saper pensare in un’altra lingua

Tutti nella vita abbiamo sperimentato, almeno una volta, la difficoltà di rendere il nostro pensiero, far comprendere la nostra visione delle cose al nostro interlocutore.

Questa difficoltà aumenta se ci troviamo a dover tradurre il nostro pensiero in un altro idioma. Perché non è solo una questione linguistica o lessicale: un buon traduttore deve “saper pensare nell’altra lingua” per poter far capire il proprio messaggio. Non si tratta, cioè, di esprimere un concetto trasferendo le parole da una lingua all’altra e variando le strutture sintattiche, si tratta di accordarsi ad un modus cogitandi, un modo di classificare e guardare l’esperienza.

Ma possiamo quindi dire che è la lingua che parliamo che influenza il nostro modo di percepire e pensare la realtà? Essa influisce sul nostro modo di pensare, determinando un diverso modo di classificare i dati dell’esperienza?

Tutto questo sottende un dilemma: nasce prima il pensiero e poi la parola per dirlo o la parola forma il pensiero che verrà poi espresso?

Per rispondere dobbiamo far cenno ad una teoria, che va sotto il nome di ipotesi di Sapir-Whorf, formulata già negli anni ’30 del Novecento, che ha goduto di fama altalenante.

Secondo Benjamin Whorf, linguista, e il suo maestro Edward Sapir, antropologo, la lingua che parliamo non è solo frutto del nostro modo di organizzare l’esperienza. Essi sostenevano invece l’idea che la lingua determini i nostri processi di pensiero, definendo il sistema linguistico di sfondo come “il programma e la guida dell’attività intellettuale dell’individuo” (Whorf).

Questa versione “forte” della loro ipotesi, nota come determinismo linguistico, arrivò a teorizzare che noi abbiamo esperienza solo di ciò che siamo in grado di “dire” con il nostro linguaggio. Ciò che le parole non sanno dire, l’occhio non sa vedere. Questo, semplicemente perché non abbiamo le categorie, le “caselle”, entro cui sistemare la nostra esperienza.

Gli anni ’60 del Novecento cominciarono a confutare questa ipotesi. Gli studi del famoso linguista Chomsky dimostrarono infatti che esiste una grammatica universale insita nel genere umano. I bambini manifestano già da piccoli delle conoscenze grammaticali molto più complesse di quelle che potrebbero aver ricevuto dalla loro breve relazione sociale con gli altri. Questa teoria porterebbe dunque a pensare che il linguaggio sia antecedente all’esperienza e che non ne sia influenzato e non la influenzi, al contrario di quanto sostenuto da Sapir e Whorf.

Alla fine degli anni ’80, però, la psicologia e la linguistica fecero grandi progressi e l’ipotesi venne rispolverata.

Venne valutato, ad esempio, l’impatto che il linguaggio della politica del tardo Novecento ebbe sui modi di pensare delle masse. Secondo il filologo Klemperer, la lingua usata dal Terzo Reich evidenzia come il nazismo sia riuscito a rendere consueto un certo tipo di linguaggio arrivando a strutturare il pensiero non solo dei dominatori ma anche dei dominati. “Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico. Se per un tempo sufficientemente lungo al posto di eroico e virtuoso si dice ‘fanatico’, alla fine si crederà veramente che un fanatico sia un eroe pieno di virtù e che non possa esserci un eroe senza fanatismo”.

Anche in chiave positiva, possiamo tutti pensare ad un momento in cui abbiamo provato un disagio o un’emozione che ci faceva stare male ma non sapevamo esprimerlo. Ecco che quando qualcuno ci fornisce le parole per esprimere quello che sentiamo allora noi “leggiamo” l’esperienza, le diamo un nome, la “proviamo” alla luce di quelle parole. E così, la categorizziamo e sappiamo collocarla nella nostra realtà (anche interiore).

Questo incredibile potere del linguaggio lo sperimento tutti i giorni nel mio lavoro di psicoterapeuta. Aiutare le persone a “dire” come stanno, cercare insieme di costruire una metafora che renda bene conto di quello che stanno vivendo, apre ad un processo in cui quella situazione non solo diventa “dicibile”, ma anche “pensabile” e, dunque, posso farne qualcosa, che sia risolverla o lasciarla andare.

In modo più tangibile e meno romantico, la psicologa Spelke e la sua collega Hespos hanno effettuato degli studi, sulla scia di quelli di Athanasopoulos, che provano che i parlanti di lingue diverse hanno diversi modi di vedere la realtà.

Mettendo a confronto Coreani e Americani, queste due psicologhe hanno verificato che il linguaggio li porta a mettere in evidenza elementi diversi dello stesso evento presentato e a non vedere, al contrario, caratteristiche che parlanti di lingua diversa invece notano. Gli adulti inglesi e coreani, posti di fronte ad uno stesso evento, lo categorizzano dunque secondo il loro linguaggio. Quindi “vedono” solo ciò che il loro linguaggio è capace di esprimere.

Ma il loro studio ha aggiunto un elemento in più: il fatto che il linguaggio porti gli individui a leggere in modo diverso la realtà, non significa che, nei bambini, il pensiero venga dopo l’apprendimento del linguaggio.

Le loro ricerche hanno dimostrato, infatti, che bambini di soli cinque mesi, con genitori di lingua inglese e coreana, erano in grado di osservare la realtà nello stesso modo. Quegli eventi che i loro genitori, proprio perché parlanti lingue diverse, non erano più in grado di vedere allo stesso modo, nei bambini erano ugualmente notati, indipendentemente dalla lingua parlata dai genitori. Come a dire che il linguaggio non struttura il pensiero di questi bambini ma, semplicemente, il fatto che il linguaggio dei loro genitori non contenga parole per “dire quell’esperienza”, fa sì che, crescendo, quell’esperienza inespressa lentamente venga lasciata perdere. Non sia più presa in considerazione.

Viene da fare un parallelo con la tendenza dei bambini a selezionare solo quei suoni che appartengono alla lingua (o alle lingue) a cui sono esposti, come abbiamo visto. Così come lentamente si diventa insensibili ai suoni che si ritengono irrilevanti, perché non contenuti nella lingua madre, allo stesso modo si impara ad ignorare parti della realtà più che a categorizzare e di conseguenza conoscere.

Il fatto che non ci venga insegnato a vedere certi aspetti, ci fa disimparare a vederli.

In generale questo è un meccanismo sano e funzionale. Il nostro cervello si basa sulla categorizzazione e la semplificazione, perché cerca di fare ordine in un’esperienza altrimenti caotica e frammentata. Dare forma alla realtà, selezionando gli stimoli che riteniamo rilevanti, ci aiuta a sopravvivere, ma restringe irrimediabilmente il campo della nostra percezione.

Esserne consapevoli potrebbe aiutarci a comprendere e rispettare i diversi modi di vivere e categorizzare come ugualmente tendenti al solo scopo di dare una forma e un senso a ciò che ci circonda.

L’errore, al solito, sta nella rigidità del ritenere la propria via, la verità. In questo, l’apprendimento di una seconda lingua può venirci in soccorso: saper comunicare con una lingua diversa dalla propria rende liberi perché ci apre nuove prospettive culturali e ci spinge a utilizzare nuovi modi di pensare.

Ogni lingua traccia intorno al popolo cui appartiene un cerchio da cui è possibile uscire solo passando, nel medesimo istante, nel cerchio di un’altra lingua.

L’apprendimento di una lingua straniera dovrebbe essere pertanto l’acquisizione di una nuova prospettiva nella visione del mondo fino allora vigente e lo è in effetti in certo grado, dato che ogni lingua contiene l’intera trama dei concetti e la maniera di rappresentazione di una parte dell’umanità.

Wilhelm von Humboldt

 

Dr.ssa Valeria Lussiana

Bibliografia

Athanasopoulos P., Bylund E., Montero-Melis G., (2015), Two Languages, Two Minds: Flexible Cognitive Processing Driven by Language of Operation, Psychological Science ,Volume: 26 issue: 4, 518-526

Chen M.K., (2013), The Effect of Language on Economic Behavior: Evidence from Savings Rates, Health Behaviors, and Retirement Assets, Published in the American Economic Review, Vol. 103, 2, 690-731

Ervin-Tripp S.M., (1969), Sociolinguistics. Advances in experimental social psychology, 17, 435-474

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Sitografia

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Storia del Narcisismo, ieri e oggi

Per il narcisista,

il mondo è uno specchio

(Lasch, 1979)

L’origine etimologica del termine narcisismo deriva dal greco narkào che significa stordire, in relazione all’intenso profumo del relativo fiore.

Il termine narciso deriva infatti dal Mito Greco descritto nelle Metamorfosi di Ovidio, in cui un bel giovane di nome Narciso respinge una lunga schiera di pretendenti, tra i quali vi è la ninfa dei boschi Eco, nota per le sue grandi doti di conversazione e persuasione. La stessa era stata incaricata da Zeus ad intrattenere la moglie Era durante i suoi incontri amorosi; quest’ultima, resasi conto dell’inganno, punisce la ninfa privandola della parola. Quando la ninfa Eco incontra il bel Narciso se ne innamora e lo segue ovunque, la sua silenziosa presenza irrita Narciso che la respingerà bruscamente finché lei non morirà d’amore. La Dea Artemide quando scopre cosa accade, condanna Narciso ad innamorarsi senza poter soddisfare mai la propria passione e lo accompagna vicino una fonte di acque chiare e trasparenti. Narciso nota la sua immagine riflessa nelle acque, se ne innamora perdutamente e, nel tentativo di abbracciare la sua stessa immagine, muore trasformandosi in un fiore, il narciso, che cresce solitamente lungo i bordi dei corsi d’acqua. Un’altra versione del mito vuole che Narciso resosi conto di non poter raggiungere la sua amata immagine riflessa nell’acqua, muoia dal dolore cosicché, poi, dal suo corpo nasca il fiore Narciso (Migone, 1993).

In entrambe le versioni del mito, se ci pensiamo, l’innamorarsi follemente della propria immagine ovvero divenire narcisisti viene interpretato come una forma di punizione per l’incapacità di amare e riconoscere l’altro privando di equilibrio e reciprocità la maggior parte dei rapporti interpersonali.

In ambito clinico e psicopatologico, questo termine è stato nel tempo utilizzato per riferirsi a vari fenomeni passando da una perversione a un fenomeno socioculturale: dal funzionamento psicotico di pazienti molto gravi a quello normale, a fasi dello sviluppo psicosessuale, a difese da angosce di tipo schizoparanoide e depressivo e ad un definito Disturbo della Personalità.

È sotto gli occhi di tutti: viviamo in una società ossessionata dall’apparire,

brulicante di Narcisi persi nella propria immagine riflessa” (Mancia, 2010).

Il narcisismo nel nostro contesto socio-culturale

Oggi, quando si parla di “narcisismo” tendenzialmente si riferisce a un interesse o una preoccupazione relativa al Sé su un continuum che va dalla sanità alla patologia (Ronningstam, 2001); ricordiamo infatti che aspetti narcisistici riguardano tutti noi.

D’altra parte anche il nostro contesto socio-culturale ha importanti dimensioni narcisistiche difatti lo scopo delle nostre principali attività vitali è il raggiungimento immediato della gratificazione e dell’arricchimento personale. Proprio perché viviamo all’interno di un orientamento culturale teso all’estrema valorizzazione del Sé, il termine “narcisista” è utilizzato in svariati modi e accezioni e di conseguenza a volte è complesso fare una distinzione tra narcisismo sano e narcisismo patologico ovvero tra gli adattamenti socio- culturali richiesti dalla nostra società ed una patologia narcisistica.

Siamo in presenza di narcisismo sano, quando vi è una certa dose di amor proprio ed egocentrismo essenziale per la salute e l’equilibrio psicologico di ognuno di noi, esso rappresenta l’estremo di un continuum al cui opposto ritroviamo invece il cosiddetto narcisismo patologico caratterizzato da un abnorme bisogno di affermazione, apprezzamento e attenzioni (Gabbard, 2015).

Il narcisismo sano o normale è una componente essenziale del funzionamento umano poiché influenza le nostre attività di autoconservazione, autoregolazione e autoaffermazione (Ronningstam, 2001). In questo ritroviamo, infatti, non solo empatia interpersonale e preoccupazione sociale ma anche una regolare dimensione di vanità ed esibizionismo.

D’altra parte, quando vi è una patologia narcisistica si ravvisa una certa rigidità, persistente insensibilità verso gli altri, una generale tendenza allo sfruttamento e mancanza di reciprocità nelle relazioni interpersonali (ibidem). Gli individui con una patologia narcisistica infatti sembrano essere incapaci di amare, non percepiscono gli altri come persone che hanno un’esistenza separata o esigenze specifiche ma “oggetti” necessari per il soddisfacimento dei propri bisogni.

Concludendo, possiamo affermare che una strategia utile per distinguere le due forme di narcisismo può essere quella di valutare la qualità delle relazioni interpersonali dell’individuo, avendone visto le differenze e le caratteristiche e ricordando che anche le varie fasi del ciclo vitale sono un punto imprescindibile in questa valutazione, si pensi alla comprensibile e funzionale quota sana di narcisismo durante la fase evolutiva dell’adolescenza.

Dr.ssa Maria Grazie Esposito

BIBLIOGRAFIA

– Gabbard, G. O. (2015) Psichiatria Psicodinamica. Quinta edizione basata sul DSM-5. Psichiatria Psicoterapia Neuroscienze Raffaello Cortina Editore 2015;

– Lasch, C. (1979), La cultura del narcisismo. L’individuo in fuga dal sociale in un’età di disillusioni collettive. Tr. It. Bompiani, Milano 1981;

– Mancia, M. (2010), Narcisismo. Il presente deformato dallo specchio, Bollati Boringhieri;

– Migone, P. (1993), Il concetto di narcisismo. Rivista Il ruolo terapeutico 1987;

– Ronningstam, E. F. (a cura di) (2001), I disturbi del narcisismo. Diagnosi, clinica, ricerca. Psichiatria Psicoterapia Neuroscienze, Raffaello Cortina Editore;

L’insonnia ai tempi del Coronavirus

Intervista alla Dott.ssa Giorgia Simoncini Malucelli, Psicologa e Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale ed esperta in Medicina del Sonno.

Fonte: pixabay free

Il sonno è una delle funzioni indispensabili di cui il nostro organismo dispone per poter mantenere la propria omeostasi. Gli effetti positivi di un adeguato sonno si riverberano in tutto il nostro corpo, sia a livello fisico che psichico, influenzando di conseguenza, la stessa risposta del nostro sistema immunitario.

In questo periodo di lockdown e quarantena forzata, a risentirne potrebbe essere la qualità stessa del nostro sonno poiché gli abituali ritmi quotidiani hanno subito delle improvvise modificazioni.

La dott.ssa Simoncini Malucelli ci aiuta a capire meglio cos’è l’insonnia e come l’attuale emergenza Coronavirus può influire sulla qualità del nostro sonno, offrendoci anche dei suggerimenti da poter adottare.

Quali sono i classici sintomi che lamenta una persona che soffre di insonnia?

La persona insonne di norma non è soddisfatta di come dorme. Può lamentare difficoltà di addormentamento, impiegando molto tempo prima di riuscire a prendere sonno, può sperimentare numerosi risvegli durante la notte oppure può sentire che la durata del suo sonno è troppo breve, perché una volta sveglia, non riesce a riaddormentarsi. Chi soffre d’insonnia percepisce il proprio sonno come leggero, non ristoratore e di scarsa qualità. Si tratta quindi di un’insoddisfazione relativa sia alla quantità che alla qualità del sonno. Tutto questo si riflette, di conseguenza, in un cattivo funzionamento diurno. Durante il giorno infatti la persona insonne potrebbe manifestare sintomi come la sensazione di mancanza di energia, irritabilità, difficoltà di concentrazione e di memoria, riconducibili proprio alla cattiva qualità del sonno.

Come si diventa insonni? E quando l’insonnia diventa un problema?

L’insonnia può insorgere certamente a causa di specifici eventi di vita negativi come un lutto, un problema di salute, difficoltà lavorative o relazionali, ma anche a causa di modificazioni nello stile di vita o per eventi di vita positivi, come aver ottenuto una promozione lavorativa che comporta maggiori responsabilità. Tutte queste situazioni possono scatenare un quadro di insonnia acuta e quindi transitorio. Il vero campanello d’allarme vi è quadro il disturbo persiste. Se si collezionano diversi episodi alla settimana, per tre mesi o più, è da considerarsi cronico. La causa scatenante può anche essersi risolta ma il disturbo si mantiene a causa di altri fattori concomitanti.

Quali altri fattori entrano in gioco? Esistono fattori predisponenti?

È noto che alcune persone hanno una predisposizione maggiore rispetto ad altre a sviluppare insonnia. A livello psicologico potrebbe esserci ad esempio la tendenza ad essere eccessivamente rimuginativi e ansiosi. Oltre a questi elementi di predisposizione, i fattori che contribuiscono a mantenere il disturbo sono le aspettative e le convinzioni relative al proprio bisogno di sonno (se non dormo 8 ore domani non riuscirò a lavorare”, dormire meno di 8 ore mi farà ammalare), che generano paura e ansia prima di andare a dormire. Ci sono poi tutta una serie di comportamenti messi in atto per compensare l’insonnia stessa, come per esempio recarsi a letto prima, sforzarsi di dormire rimanendo ore svegli a letto o recuperare il sonno perduto con sonnellini diurni. Tutte queste soluzioni, a lungo termine, hanno un effetto molto negativo.

Qual è il trattamento utilizzato più di frequente nella cura dell’insonnia?

La cura dell’insonnia attualmente prevede trattamenti sia farmacologici che non farmacologici. Spesso si pensa che il trattamento farmacologico sia il più efficace, in realtà le linee guida ci dicono che i farmaci sono più indicati principalmente per le insonnie occasionali, mentre i trattamenti non farmacologici sono la terapia d’elezione per le insonnie croniche. Fra questi, la terapia cognitivo-comportamentale è ad oggi la più indicata per favorire la riduzione dei sintomi dell’insonnia, per migliorare la quantità e la qualità di sonno della persona che ne soffre e per favorire la riduzione o la sospensione dell’uso di farmaci ipnoinducenti. Ad ogni modo, i due trattamenti non si escludono e possono essere usati in modo combinato.

Quando è più indicato fare ricorso ad un trattamento farmacologico?

I farmaci ipnotici sono utili per alleviare il sonno disturbato causato da situazioni stressanti o per i cambiamenti dell’assetto del sonno provocati dal jet lag. Sono certamente necessari nel caso dei disturbi del sonno associati a condizioni mediche e psichiatriche. Tuttavia questi farmaci dovrebbero essere impiegati solo per brevi periodi, perché se assunti sistematicamente possono perdere la loro efficacia, creare dipendenza e produrre effetti residui durante il giorno.

I rimedi naturali funzionano? Cosa ne pensa dell’utilizzo di integratori?

Se siamo di fronte ad un disturbo cronico purtroppo i rimedi naturali non sono molto efficaci. Tuttavia inizialmente si può ricorrere all’utilizzo ad esempio della melatonina, oggi molto utilizzata; non si tratta di un sonnifero ma di un modulatore del ritmo sonno-veglia. È particolarmente utile se il problema di sonno è legato a un’alterazione dei ritmi circadiani, in cui è presente una desincronizzazione tra il ritmo sonno-veglia endogeno (orologio biologico) e il ciclo esterno luce-buio, cosa che si sta verificando ad esempio in questo preciso momento storico.

Una situazione attuale come quella dell’emergenza Coronavirus, in che modo potrebbe influire sulla qualità del sonno sia dei buoni dormitori che degli insonni?

Innanzitutto dipende da come ciascuno sta vivendo l’emergenza e le restrizioni, poiché l’insonnia spesso può essere un sintomo di un disagio psichico. Se si hanno familiari malati o ricoverati, se si sta perdendo il lavoro ovviamente è diverso da chi non è in pericolo.

Un altro fattore che può produrre risposte emotive differenti, e quindi causare o peggiorare insonnia, è l’effetto della quarantena sui rapporti personali, come l’eccessivo isolamento per chi vive da solo, l’allontanamento dai propri cari o la convivenza forzata in famiglie disfunzionali.

Infine bisogna considerare le personalità patologiche che possono scompensarsi per i motivi che abbiamo appena elencato.

Senza dubbio, l’emergenza Covid-19 ha influenzato il ritmo sonno-veglia e la capacità di gestire l’ansia per molti di noi. Ovviamente dipende da caso a caso. ritmo sonno-veglia e sulla gestione dell’ansia di molti di noi. Ovviamente dipende da caso a caso. Potrebbe, ad esempio per i soggetti che non effettuano smart working e che quindi non sono obbligati a rispettare orari stabiliti, verificarsi il cosiddetto spostamento del periodo di sonno, in cui si perde il regolare ritmo sonno-veglia e si può arrivare a “scambiare il giorno per la notte”, come affermano alcuni dei miei pazienti più giovani. Oppure per chi invece continua a lavorare da casa, l’eccessiva esposizione alla luce blu emanata da dispositivi come il monitor del pc o dello smartphone, che inibisce la naturale secrezione di melatonina, in particolare se utilizzati nelle ore serali, potrebbe contribuire al peggioramento della quantità e della qualità del sonno.

Per contro è anche possibile che chi già soffriva di insonnia prima del coronavirus, come testimoniato da alcuni miei pazienti insonni, abbia in verità avuto un beneficio sul proprio sonno. Da un lato perchè lo stress e la stanchezza che li disturbava nelle ore diurne, per esempio a lavoro, in questo momento si è alleggerita e anche perché, per alcuni, il focus dei loro pensieri si è spostato su un problema concreto ed esterno distogliendo le proprie ansie da fattori interni.

Per alcune persone il restare a casa può agire quindi da meccanismo di compensazione, rispetto al sonno, ma anche rispetto ad altri disturbi psicologici. Ovviamente per alcuni, sia insonni che nel caso di altre condizioni cliniche stiamo invece assistendo a un notevole aumento sintomatologico proprio a causa della costrizione forzata.

Per tutti noi, buon dormitori o non, anche la perdita di una sola ora di sonno dovuta all’ora legale entrata in vigore il mese scorso, tra l’altro in un periodo come questo, ha contribuito a rendere il quadro ancor più complesso. E inoltre, come accennavo prima, l’impossibilità di esporsi alla luce solare causata dalle restrizioni peggiora la situazione perché ritarda l’adeguamento del ritmo operata dall’orologio biologico comandato dalla melatonina, che suggerisco di prendere nei modi e nelle dosi adeguate sotto prescrizione del neurologo di riferimento.

Quindi potrebbero esserci nuovi insonni a causa della quarantena?

Purtroppo sì. Il rischio è che da insonnia transitoria si arrivi a un quadro di insonnia cronica. Proprio per questo oggi è indispensabile adottare una serie di comportamenti che possano fisiologicamente favorire il sonno.

Quali consigli si sentirebbe di suggerire per cercare di ridurre il rischio di sviluppare un possibile quadro di insonnia in questo periodo?

Il nostro comportamento durante le ore diurne, in particolare nelle ore che precedono l’ora di coricarsi, influenza la qualità del sonno notturno. È fondamentale quindi, oltre a seguire le norme d’igiene per difendersi dal virus, seguire anche un’adeguata igiene del sonno. In questo periodo, mantenere una buona qualità del sonno, tramite specifici accorgimenti, contribuisce a rafforzare la nostra risposta immunitaria.

Per tutti, ma in particolare per chi non può effettuare smart working, è utile mantenere orari regolari, rispettando la sveglia mattutina, anche se si è dormito meno del solito. È indispensabile che l’ambiente in cui si dorme venga mantenuto buio, silenzioso, non troppo caldo e privo di stimoli attivanti. È consigliabile inoltre seguire un’alimentazione corretta e fare attività fisica ma non nelle ore serali. Infine, creare una pre bedtime routine è necessario in questo momento, in cui siamo sovraccarichi di notizie allarmanti da parte dei media. Ad esempio è utile ridurre l’uso di dispositivi elettronici nelle ore serali e praticare tecniche di rilassamento. Questo contribuisce a ridurre i livelli di attivazione somatica e cognitiva che interferiscono con il sonno, in particolare con l’addormentamento.

Dr.ssa Antonia Di Pierro

ALIMENTAZIONE IN QUARANTENA

Fonte: Luigina-Pugno-Picsart

Nel periodo della quarantena, soprattutto, chi non può andare a lavorare, stando tutto il giorno a casa ha un cambio di abitudini notevoli che possono andare a interagire in modo negativo sul nostro organismo e sul nostro rapporto con il cibo, andando a vanificare la normale dieta sana che abbiamo sempre seguito in pre-quarantena.
Il problema principale è che più facile farsi prendere dalla pigrizia, soprattutto se si lavora da casa senza una determinata scansione del tempo come quando si è sul posto di lavoro. Si hanno anche tanti cibi a disposizione e questo potrà andare ad inficiare su una corretta alimentazione sia da un punto di vista di
cibi salutari sia per gli orari dei pasti magari sballati rispetto al normale stile di vita quotidiano che si aveva in precedenza.
Si è visto, infatti, che dopo un mese di lontananza dall’attività fisica non si ha più un adeguato supporto del proprio ritmo circadiano e così può diventare difficile dormire bene la notte, quindi si potranno avere maggiori probabilità di abbuffate notturne o comunque di ricerca di cibo.
Il primo alleato dovrà essere la forza di volontà che ci deve supportare nel quotidiano per poter mantenere una regolarità di orari, di pasti, di scansione del tempo in generale e laddove fosse possibile diventa un aiuto anche nello svolgimento di una minima attività fisica che seppur diversa ci aiuterà a produrre la nostra dose di endocrine utile all’organismo.
Bisogna bere almeno 1,5 – 2 litri di acqua al giorno, anche sotto forma di tisane o infusi naturalmente senza zucchero, in modo da avere un’ottima idratazione corporea, anche se sicuramente si avverte un
minor stimolo della sete essendo maggiormente inattivi, ma ci si deve idratare lo stesso.
E’ utile seguire, anche nel periodo di quarantena, una sana alimentazione (regola essenziale per un sano e normale stile di vita), eliminando i grassi saturi di formaggi, carne rossa e insaccati, prediligendo carne bianca da allevamento a terra formaggi e insaccati solo light (<10% di grassi), cereali integrali o comunque di farina non raffinata (sempre porzioni ridotte tipo massimo 50 g nel primo piatto), abbondando con verdura a pranzo e cena (porzioni almeno da 150 g di insalata e 400 g di verdure pesate cotte), frutta di stagione negli spuntini, legumi, pesce soprattutto pesce azzurro ricco di omega tre. A colazione the, yogurt magro bianco senza zucchero con frutta secca 40 g e 2 cucchiai di cereali soffiati senza zuccheri e oli.

Naturalmente si tratta di indicazioni generali che non si addicono a soggetti con patologie perché
questi devono essere trattati in modo specifico con un regime alimentare su misura.
 Importante, come già sottolineato in precedenza, il fatto di riuscire ad avere una quotidianità anche in un periodo strano come quello della quarantena, per cui utile rispettare, per quanto possibile gli orari dei
pasti. Di seguito trovate delle indicazioni che vi possono aiutare, ma che no sono legge naturalmente.
Colazione: dalle 7 alle 9
Spuntino mattutino: dalle 10 alle 11
Pranzo: dalle 12,30-13,30
Merenda: dalle 16 alle 17
Cena: dalle 19.30 alle 20,30
Dopocena: una tisana calda verso le 21,30 massimo 22.
Per quanto riguarda la questione attività fisica casalinga, dobbiamo ricordarci che possiamo creare ed utilizzare una nostra palestra home made, sia seguendo tutorial che ci sono proposti da tanti allenatori (sempre controllare il loro curriculum e non affidarsi a fantomatici personal senza esperienza e competenze!) oppure si possono utilizzare attrezzi casalinghi: bottiglie piene di acqua al posto dei pesi, scale condominiali ecc..
Per chi è ed era sedentario, qualunque nuova attività va svolta con graduale impegno, a giorni alterni o massimo 3 volte a settimana, senza sforzo perché non si è abituati a muovere i distretti muscolari, per cui se si inizia un’attività giornaliera ci si ritrova pieni di dolori e si smette subito.
Per chi è ed era abituato ad essere attivo si possono consigliare attività indoor per bruciare calorie, privilegiando le attività più simili a quelle che erano svolte in precedenza e introducendo solo gradatamente attività nuove:
salire le scale regolarmente tutti i gg più volte al giorno,
correre se si ha a disposizione un cortile o un androne,
squatt,
addominali,
Plank,
corsa su tapis roulant,
bici sui rulli o ciclette da spinning,
si può svolgere attività fisica anche seguendo i video di gag, CrossFit, Zumba, Yoga, Pilates ecc.
In conclusione ricordatevi che il connubio sana alimentazione e attività fisica è la giusta strategia per mantenere una buona forma psicofisica
Shuela Curatola biologa nutrizionista
collabora dal 2019 con la nostra associazione occupandosi per noi di alimentazione in gravidanza e della dieta dei soci dell’Associazione Eco (indipendentemente dalla presenza o meno di disturbi alimentari)

Genitorialità al tempo del Covid-19

Fonte: pixabay free

Come è noto, l’11 marzo 2020, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato la pandemia per il COVID-19. In una condizione pandemica si rendono necessarie misure drastiche e restrittive al fine di contenere la diffusione del virus. Queste misure ci hanno portato in un lasso di tempo brevissimo a stravolgere completamente i nostri schemi di azioni e relazioni. Separati dagli affetti e dalla normale routine quotidiana ci si è trovati a fare i conti con un senso di isolamento e di solitudine. Le domande e le paure provate, pensate, percepite in questo momento possono essere molte e anche profondamente angoscianti poiché non è chiaro quando finirà tutto questo, quando si potrà ritornare a condurre una vita senza restrizioni e, infine, non è possibile individuare in modo univoco quali saranno le ripercussioni sul piano economico, sociale, sanitarie e psicologico. Ciò nonostante, all’adulto rimane l’oneroso compito di cercare un equilibrio tra lo stato di emergenza e la routine quotidiana, anche quando quest’ultima viene stravolta. Quando l’adulto è anche genitore sicuramente il carico si moltiplica, proviamo quindi a fare un po’ di luce sugli aspetti della genitorialità ponendo riflessioni e suggerimenti dando qualche punto fermo verso cui indirizzare il proprio agire.

Cosa dicono le ricerche (1,2) sugli episodi di quarantene avvenuti precedentemente la comparsa del Covid-19? Insonnia, sintomi depressivi, irritabilità, ansia e la comparsa di sintomi da stress post traumatico sono tra i più frequenti a comparire assieme al senso di isolamento e di solitudine. Vediamo ciascuno stressor e cosa si può fare per evitare di far nascere o ridurre al minimo il malessere psicologico:

  • durata della quarantena: maggiore è la durata della quarantena e maggiore è il rischio di non godere di una buona salute psicofisica

Fermi, lo so quello che state pensando, il lockdown italiano perdura dal 9 marzo, quindi è praticamente un mese. L’isolamento e la coabitazione forzata hanno un costo enorme, l’attività sportiva è praticamente azzerata (se non è praticata indoor), le attività ludiche, le passeggiate familiari, i contatti sociali annullati. Siamo tutti alla frutta? Ovviamente no, per riuscire a stare bene con se stessi e far star bene i propri figli sono sufficienti poche e chiare regole. Un primo esempio è la gestione dei conflitti, si sa che vivere, in tempi di pace, sotto lo stesso tetto può creare attriti molto forti e litigi anche accessi, figuriamoci in un momento così instabile come questo cosa può produrre a livello di conflitto. Bisogna però tenere a mente che litigare in famiglia, se resta entro soglie tollerabili, è il modo migliore per sperimentare il conflitto in modo sicuro e portarlo poi all’esterno della famiglia, come proprio bagaglio personale. Sullo stesso livello si pone anche il poter far sperimentare al figlio che i genitori si possono trovare su due posizioni opposte, ma che attraverso il dialogo sanno trovare una sintesi alle loro posizioni di partenza. Bisogna poter verbalizzare ciò che crea questa tensione in modo da creare la base narrativa su cui costruire un dialogo familiare.

Uno spunto che può essere utile per sentire maggiore equilibrio è un cambio di prospettiva rispetto alla quarantena che si sta vivendo anche troppo coattamente, forse. Da “rinchiusi in casa” (che si porta tutta una serie di connotazioni negative) a “al sicuro in casa” (in questo cambio di visuale la cognizione su di sé e sui propri figli si pone con una connotazione di protezione e di sicurezza di sé stessi, per sé stessi e verso gli altri).

Restando in tema di equilibrio il genitore deve avere, e mantenere, una posizione che sia realistica rispetto a quello che sta succedendo (ad esempio non facendo finta che sia tutto normale o facendo finta di non essere minimamente preoccupati quando magari si è spaventati), scientificamente informata (più avanti vediamo nel dettaglio questo punto), emotivamente equilibrata (cioè in contatto con le proprie emozioni e nella consapevolezza di quello che succede), infine, tenendo una posizione né svalutante nè sottovalutante degli altri e dei pericoli che possono essere presenti. In altre parole i genitori rappresentano per i propri figli una vera e propria finestra sul mondo, cioè fanno da cassa di risonanza di quello che avviene fuori dalla porta di casa. Ecco che, allora, risulta importantissimo (in qualsiasi fascia di età) saper introdurre il mondo senza personali distorsioni (magari angosciose, ansiose o peggio ancora persecutorie) ma consentendo al proprio figlio di trovare nella sua figura di riferimento un punto saldo a cui identificarsi. Lo strumento d’elezione per fare ciò è la narrazione: ?

Tema contiguo alla narrazione è la scelta con cui questa viene fatta e lo stile adottato poiché come genitori si ha una grandissima responsabilità comunicativa (attenzione questo vale sempre, ma in questo momento ancora di più): non solo conta il cosa diciamo, ma soprattutto come lo diciamo! Questo perché è facile che le bugie raccontate (immagino per loro protezione perché magari non si sa come raccontare che si ha paura, si è preoccupati etc…) vengono riconosciute in fretta con conseguente perdita di credibilità. Bisogna raccontare sempre la verità ai propri figli, ma adeguando la terminologia utilizzata in modo che si adatti alla comprensione e al mondo dell’infante, del bambino o dell’adolescente.

Un altro punto essenziale su cui interrogarsi è come gestire la quotidianità, come tutte le cose il compito più arduo spetta proprio ai genitori, i quali devono suddividersi tra lavoro (nel caso si stia ancora andando), smartworking, gestione domestica e homeschooling (didattica a distanza e video lezioni, compiti etc). Sarà quindi l’adulto a cadenzare la giornata mantenendo, per quanto possibile ovviamente, delle regolarità. A seconda dell’età del/dei figlio/i ci sarà una strutturazione differente, ma bisognerebbe rispettarla sempre: ad esempio, mantenere una regolarità sugli orari di sveglia e andata a dormire; al mattino dedicare parte delle ore a disposizione a studiare e//o a seguire le lezioni a distanza. Nel pomeriggio ritagliarsi degli spazi di gioco/svago e a seconda dell’età meglio non eccedere con tablet, cellulari, console etc (al di sotto dei tre anni non ci deve proprio essere accesso, nella fascia materne sarebbe meglio evitare, ma se ciò non è possibile limitare a 2/3 volte a settimana per una ventina di minuti massimo a volta; per la fascia di età 6-11 mantenere 2/3 volte a settimana con un tempo di utilizzo che non supera i 45 minuti, un’ora).

In questo contesto è molto facile che possa avvenire una regressione (a livello comportamentale e/o linguistico) soprattutto dei bambini al di sotto degli 11/12 anni. Questa va assecondata la maggior parte delle volte, va capita, compresa per dare spazio a ciò che il/la figlio/a sta provando e sperimentando, per questo motivo risulta fondamentale dare una routine che aiuti nel contenere le ansie e le angosce che attraversano il bambino o l’adolescente. Perché può avvenire questa regressione? Perché non c’è lo spazio, il contenitore, dove rovesciare tutto questo, o meglio, precedentemente veniva riversato su altri livelli (scuola, amici, sport etc…), ma adesso sono solo i genitori i contenitori presenti h24. Bisogna armarsi di tanta pazienza perché non bisogna sgridarli o rimproverarli!

  • Paura del contagio/ di contagiare: la preoccupazione maggiore risulta quella appunto di essere contagiati e/o contagiare, soprattutto i propri familiari e i propri figli. Sottostante a questa paura è presente la preoccupazione connessa con la morte. L’intensità di queste sensazioni proviene dalle risorse personali che sono spendibili sul versante emotivo e psicologico, dal lavoro che viene svolto e dalla percezione che si ha del rischio.

Come fare? Anche in questo caso è fondamentale ammettere quello che si sta provando, ad esempio paura, perché si sta provando quel tipo di sensazione e in questo modo dotarlo di senso, narrarlo. Fare lo stesso con i propri figli che magari chiedono o non si osano farlo come sta il proprio punto di riferimento. Quale migliore occasione viene presentata per far vedere come si fa? Per trasmettere come si diventa grandi e forti, forte, infatti, è colui che ha la possibilità di sentire tutte le emozioni che esperisce dandosi la possibilità che queste arrivino così come sono in modo da conoscerle e gestirle. Può essere un canale, con i bambini della materna e delle elementari, ad esempio passare dal disegno rispetto alle paure che hanno per sé o per i propri genitori, con gli adolescenti può essere utile passare da canzoni che ascoltano o domandando loro cosa ne pensano dell’influencer che seguono, o youtuber etc. L’aspetto importante è che ci sentano disponibili, vicini, sinceri, autentici ricordando di lasciare loro spazio rispetto a quello che pensano o temono.

Una facilitazione delle comunicazioni è data dall’accesso ai dispositivi tecnologici che permettono di annullare distanze, ma anche far sentire più vicini in questo momento di pesante limitazione delle libertà personali. In questo senso può aiutare a gestire le angosce di contagio e di morte lasciare che i tempi passati davanti ai device (stiamo parlando di adolescenti) per video chiamate (singole o di gruppo) sia superiore rispetto alla norma; caso differente per i bambini al di sotto degli 11 anni, qui il lavoro deve essere fatto dai genitori (vedi sopra) senza escludere videochiamate agli amici o ai parenti (ma il tempo e la gestione di questo deve essere sempre in mano all’adulto cercando di non superare le 3 volte a settimana). Al di sotto dei 6 anni sarebbe preferibile interazioni con le videochiamate se non eccezionalmente e sporadicamente, ricordando che sotto i due anni non si hanno gli strumenti per capire e gestire cosa sta avvenendo e fondamentalmente l’unico legame di cui si ha necessità in quella fascia d’età è quello genitoriale.

Infine, per fronteggiare la minaccia della morte stiamo osservando come l’impotenza che ci ha colpiti si trasformi nella migliore occasione cioè creare condivisione tra le persone in quarantena (questo è il senso dell’appuntamento sui balconi e dei flash-mob) ma da soli non sono sufficienti a dare continuità a tutto questo, c’è bisogno di senso e di narrazione.

  • frustrazione e noia.

Il confinamento coatto ha fatto perdere la routine quotidiana e ha fatto perdere quei piccoli gesti che davano un senso e senza i quali ci sentiamo persi, vuoti, annoiati noi adulti figuriamoci le piccole creature che si aggirano per casa. Aiuto cosa faccio? Lascio mio figlio giocare tutto il tempo alla play o lo riempio di cose da fare? Fermi tutti! La noia è uno strumento importantissimo per un bambino nella sua crescita per poter imparare a connetterci con quello che siamo nella nostra personalità e intimità. Nella vita pre-Covid-19 credo che l’agenda di vostro figlio fosse scandita quasi al secondo tante le cose che aveva da fare (scuola, compiti, allenamenti, feste, appuntamenti, parenti etc), bene ma mancava, forse, una cosa importantissima: uno spazio lento che permettesse di stare ed esplorare le emozioni. Ora c’è, volenti o nolenti, sfruttiamolo! Partiamo dalle fake news: lasciarli annoiare non equivale a trascurarli, la noia non è depressione, vanno però accompagnati in questo percorso e non lasciati da soli. La noia permette di cercare all’interno di sé stessi, di impegnarsi attivamente, di scoprire cosa gli piace veramente e di trovare soluzioni a compiti creativi, insomma tutt’altro che una mente sonnecchiante. Imparare, bene, a stare con la noia dà la possibilità di sentire cosa si prova e quindi connettersi con le proprie emozioni e imparando a gestirle e, invece, a rifuggirle o a gettarle all’esterno senza sapere cosa farne. Se, da genitore che ha paura di questo vuoto perché magari è la mia paura di rimanere con la mia noia, propongo subito qualcosa, una soluzione implicitamente sto svalutando mio figlio dicendogli che ha bisogno subito di qualcosa perché da solo non si basta, che con sé stessi non si sta bene e c’è necessariamente bisogno di qualcosa che li intrattenga. Nulla di più sbagliato, se stessi è un bel posto dove stare, ci si può fare domande, capire cosa si può fare. Vanno accompagnati in questo poiché da soli non lo sanno fare bene, allora può essere utile programmare momenti di vuoto, e quale momento migliore se non questo dove è più semplice trovare questo vuoto e magari non riempiendolo subito…

In tema di momenti lenti può essere utile proporre (ad un pubblico di adolescenti e perché no ai genitori) di ascoltare, prima di andare a letto per esempio, storie in podcast. Questo genere di attività consente di affascinarsi alla lettura fatta da una voce esterna che guida nel testo e porta la mente a focalizzarsi meglio su quello che provano a livello emotivo. Per i bambini sotto gli 11 anni questo discorso non vale, la lettura deve essere fatta dall’adulto a fianco a lui, magari nel rituale della buonanotte in cui raccontarsi anche la giornata e cosa si è provato a livello emotivo. Da tutto questo (per i bambini under 11) sarebbe meglio togliere la tv (soprattutto prima di andare a dormire) e lasciare al rituale della lettura e della narrazione emotiva la conclusione intima e calda della giornata.

Alcune indicazioni che possono risultare utili a coloro i quali non hanno la possibilità di avere un controllo su quello che avviene nel corso della giornata:

1) per le ricerche che si effettuano online si può mettere un filtro partendo dalle impostazioni di google (si chiama SafeSearch), questo filtro consente di bloccare temi considerati problematici o scabrosi, pertanto nella ricerca non vengono trovati.

2) Youtube, soprattutto tra i più giovani, spesso sostituisce la tv e si possono cercare no contenuti video che possono risultare problematici, scabrosi, violenti. Il problema in questo caso deriva dai video correlati che Youtube apre in automatico, come per google citato sopra, anche qui è possibile impostare una “modalità sicura” dalle impostazioni. Una valida scelta per gli under 10 è Youtube kids che offre contenuti adatti per i più piccoli dato che sono vagliati attentamente.

  • informazioni inadeguate e percezione del rischio. Meno sono e più frammentate e caotiche sono e maggiore è la probabilità di trasformare le informazioni relative al Covid-19 uno stressor ma anche un predittore significativo di sintomi da disturbo post traumatico da stress.

Le comunicazioni riguardanti la diffusione del virus devono essere chiare e tempestive (non solo come informazioni da reperire, ma anche quella da portare all’interno della propria famiglia). Ricordo che le informazioni servono a trasmettere quello che sta accadendo. Se il proprio figlio dovesse sentirsi agitato o in ansia dalle notizie ricevute non va minimizzato né dirgli: “Non andare in panico” poiché questa comunicazione ha un effetto boomerang paranoico: intende di stare tranquillo ma sottointende che nella realtà non viene raccontata tutta la verità e tiene qualche informazione nascosta. La cosa migliore da fare è farsi sentire emotivamente saldi, che non si va in pezzi e offrire questo supporto.

Sempre rispetto alle informazioni ricordo che questi sono i canali ufficiali a cui far riferimento (Istituto Superiore di Sanità: https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/; Organizzazione Mondiale della Sanità: https://www.who.int/health-topics/coronavirus#tab=tab_1; Ministero della Salute: http://www.salute.gov.it/nuovocoronavirus) e che il pluralismo di voci rischia di generare caos e confusione a valanga per cui ciascuno si sente libero e autorevole di dare i dire la sua versione, quando è tutt’altro che auspicabile. Questo però consente di mantenere una mente critica e autorevole ed è un messaggio niente affatto scontato ed è ciò di cui i nostri figli han bisogno. Inoltre, permette di non cadere nel tranello di improbabili (ma assolutamente veritiere come non credervi!!!) catene su whatsapp del cugino della panettiera amico del chirurgo che ha contatti con i vertici e che dirama un messaggio che nessuno ha ancora avuto modo di avere!

Questa pandemia ci spaventa e terrorizza perché ci ha reso consapevoli che è il legame umano che diffonde il virus, ma l’attaccamento umano promuove non solo benessere, ma soprattutto calore e fiducia. Utilizziamo questo tempo per imparare a stare con ciò che abbiamo, a stare bene nelle relazioni che ci nutrono e sfruttare il progresso tecnologico per dare un senso a quanto accade.

Dottor Kalman

1) S.K. Brooks, R.K. Webster, L.E. Smith, L. Woodland, S. Wessely, N. Greenberg, G. James Rubin, The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence, «Lancet», 395, 2020 pp. 912–20 Published Online February 26, 2020

2) Y.T. Xiang, Y. Yang, W. Li, L. Zhang, Q. Zhang, T. Cheung, Chee H Ng, Timely mental health care for the 2019 novel coronavirus outbreak is urgently needed, «Lancet», 7, 2020 p. 228-229 Published Online February 4, 2020 https://doi.org/10.1016/ S2215-0366(20)30046-8

SETTING 2.0

Fonte: pixabay free

L’avvento di internet ha modificato profondamente la nostra quotidianità e, spesso anche il nostro modo di costruire ed intrattenere relazioni. Questo fenomeno è stato un percorso graduale che, quasi per tutti, è andato di pari passo con lo sviluppo tecnologico e la disponibilità di apparecchiature di utilizzo sempre più intuitivo e prezzi sempre più accessibili. Il cambiamento, tuttavia, è avvenuto dunque gradatamente, passando da connessioni inizialmente lente che rendevano spesso complessa la condivisione di immagini e video, o dalla necessità di doversi necessariamente da uno specifico luogo fisico (il computer di casa o gli internet point), etc. per poi diventare, letteralmente, a portata di mano. Oggi, infatti, grazie agli smartphone siamo potenzialmente connessi 24/7/365. Ciò ha indubbiamente contribuito ad accorciare le distanze (pensiamo ad esempio a membri della stessa famiglia che vivono in città diverse), ha reso fruibile molto materiale, ha consentito di avvicinarsi a mondi altrimenti inaccessibili (oggi è possibile, ad esempio, visitare il MOMA comodamente dal proprio divano di casa o tradurre qualsiasi frase in qualsiasi lingua del mondo).

In un periodo come quello attuale in cui la quarantena ha inevitabilmente costretto a (ri)ereggere muri
concreti tra le persone, la rete ci ha comunque permesso di attraversarli, addirittura permettendoci di
sfruttarla in maniera non convenzionale, magari permettendoci di avvicinarci a nuove attività come i
corsi di yoga o il fitness in casa, corsi di inglese, cucina, “video-cene”, … superando la necessità di spostarci fisicamente da un luogo all’altro.
Tuttavia, questo periodo storico, ha anche messo alcune persone di fronte alla perdita, al trauma, allo
stress; ha impedito quei contatti sociali diretti che prima erano di vitale importanza, contribuendo a
generare, o ad acuire, la sofferenza psicologica.
Con il termine e-Health si intende l’utilizzo di strumenti basati sulle tecnologie dell’informazione e della comunicazione per sostenere e promuovere la prevenzione, la diagnosi, il trattamento e il monitoraggio delle malattie e la gestione della salute e dello stile di vita.
Già nel 2012 il CNOP (Consiglio Nazionale Ordine Psicologi) aveva condotto una ricerca per indagare la presenza di psicologi e psicoterapeuti che svolgevano la propria professione anche “online”, cioè utilizzando quelle piattaforme per chiamata, videochiamata o messaggistica che ovviano alla presenza vis-à-vis riscontrandone una discreta diffusione. Di qui era nata l’esigenza di redigere delle linee guida per la gestione di questi nuovi canali: se infatti l’avanzamento tecnologico prosegue ad una certa velocità, l’adeguamento delle norme di privacy e/o le connesse peculiarità burocratiche non sempre riescono a stare al passo e ad evolversi alla stessa velocità e, per questo, richiedono un monitoraggio costante.
Come è noto, l’alleanza terapeutica è fondamentale per gli esiti del trattamento psicoterapeutico, uno
studio del 2002 ha rilevato che non ci sono differenze significative tra chi svolge le sedute vis-à-vis e chi on line; in particolare, non sono state rilevate differenze per quanto riguarda la modalità di comunicazione e la presentazione delle problematiche. Inoltre, in alcuni casi, la presenza di un medium tecnologico ha persino avuto un positivo effetto disinibitorio. Il livello di alleanza terapeutica non varia né con gli adulti né con gli adolescenti, ma può esserci un minor investimento con i più piccoli in quanto occorre tenere in considerazione che spesso, in questi casi, la terapia prevede il gioco simbolico purtroppo non proponibile esclusivamente attraverso il pc.
Tra gli aspetti indubbiamente positivi, tuttavia, va tenuto in considerazione anche il fatto che la tecnologia ha anche permesso di offrire più facilmente la psicoterapia ad una fetta di popolazione altrimenti difficilmente raggiungibile, come ad esempio chi vive ancora con stigma la sofferenza psicologica, chi nutre forte resistenza, chi abita in luoghi isolati, chi ha una mobilità fisica ridotta, chi è in lista di attesa per una presa in carico, …
Nell’ambito dell’età evolutiva, per esempio, questa nuova modalità ha permesso di raggiungere con più facilità i ragazzi che stanno attraversando un periodo di ritiro sociale o una fobia scolare in maniera più semplice ed efficace.
Scorrendo la letteratura, si evince che la e-therapy risulta efficace in una varietà di disturbi, come ad
esempio: disturbi post traumatici da stress, lutto, disturbi di panico e disturbi alimentari, ansia e depressione.
Un incoraggiante studio del 2013, condotto da alcuni ricercatori di Zurigo, ha osservato una remissione della depressione nel 53% dei pazienti trattati con e-therapy e nel 50% dei pazienti con terapia face to face; uno studio del 2001, analizzando il lavoro di alcune coppie in terapia via webcam, non ha rilevato differenze significative in termini di efficacia rispetto alla terapia in setting tradizionale.
Questo è possibile perché nella stanza di analisi, o di terapia in generale, l’incontro avviene sì tra le persone fisicamente, ma, soprattutto, tra le loro menti. Il setting terapeutico, quindi, non è solo il luogo fisico, ma è quello spazio relazionale che il terapeuta ed il paziente creano e che, nonostante abbia delle peculiarità (orario, durata, cadenza, regole per il pagamento, etc.), non per questo è sterilmente rigido.

Certamente la nuova prospettiva, la nuova metodologia, i nuovi canali e i linguaggi che queste nuove
modalità portano con sé sono da tenere in considerazione ed è compito del clinico gestirli in maniera
appropriata e dare senso a ciò che accade in questo nuovo condiviso spazio virtuale.
Concludendo, la tecnologia oggi ha offerto uno strumento in più da mettere nella “valigia degli attrezzi” dello psicoterapeuta, l’e-therapy non è certamente l’unica strada percorribile, ma può comunque rivelarsi efficace in determinati contesti in cui l’unicità della coppia di lavoro terapeuta-paziente è di fatto il nocciolo della relazione, indipendentemente dal canale attraverso il quale viene realizzata.

 

Dr.ssa Debora Tonello

Quale libro ha uno psicoterapeuta sul suo comodino?

 

Lo psicologo per i suoi pazienti è qualcuno avvolto da un alone di mistero. Talvolta appare come il depositario di un sapere sconosciuto a chi non è del suo mestiere, altre volte sembra colui che ha le risposte, altre volte ancora sembra un essere umano diverso dagli altri e quando ci accorgiamo che è umano anche lui ne rimaniamo un po’ delusi, o un po’ rassicurati.

In questo periodo dove prevalgono le cattive notizie e barlumi di speranza, ho pensato di rendere meno oscuro questo individuo chiedendo ai colleghi e a me: “che libro hai in questo momento sul comodino?”.

Perché i libri, per chi è riuscito a farseli amici, sono come canta il topo con gli occhiali nella omonima canzone ” amici, che fanno compagnia. I libri sono ali che aiutano a volare. I libri sono vele che fanno navigare. I libri sono inviti, a straordinari viaggi …” .

Allora cominciamo il viaggio sui comodini dei nostri psicoterapeuti tra libri tecnici, letteratura e fumetti!

Dr.ssa Allegro: Perché lo leggo? Perché il sesso (e l’eccitazione) fa parte delle nostre vite e di quelle dei pazienti.

 

 

 

 

 

 

 

 

Dr.ssa Meloni Ho deciso di avvicinarmi alla lettura di questo libro, incuriosita dal titolo: Resisto dunque sono.

Oggi come non mai torna attuale il concetto di resilienza, ossia la capacità di portare avanti i nostri obiettivi, nonostante le difficoltà che si dovranno affrontare lungo il cammino.

In questi giorni le difficoltà sono rappresentate anche dai cambiamenti che ci troviamo a vivere e questo libro racconta di quanto sia funzionale vedere i cambiamenti come una sfida e un’opportunità e non come una minaccia. Fondamentale per me è riuscire a trasferire e trasmettere l’importanza di mantenere viva la motivazione ed essere regolati nelle nostre azioni da ciò che per noi è significativo, da quei valori che rappresentano la nostra bussola per il cammino.

Ho deciso di fare un piccolo atto di gentilezza nei miei confronti, regalandomi la lettura di questo libro che parla proprio di resilienza, declinata in ambito sportivo, ambito a me lontano, ma perché non darsi questa opportunità?

Dr.ssa Tonello “La bambina con i sandali bianchi” è un testo di resilienza  che offre uno spunto per

coltivare la speranza e la determinazione. Le ferite possono diventare energia per il cambiamento?

“Zerocalcare”. La riflessione sociopolitica in chiave leggera mi apre la mente senza appesantirmi.
Dr.ssa Pugno. Io non leggo in camera da letto, ma in bagno. Quello nella foto è il mio “comodino”. Sto leggendo Volevo solo pedalare di Alex Zanardi. Devo dire che lo stile colloquiale rende molto godibile la lettura. Racconta la storia di come da un incontro fortuito in un parcheggio sia cominciata la sua avventura verso l’oro paraolimpico. E’ bello vedere/sapere che dalle difficoltà, dalle crisi, si può far nascere un’occasione per una vita differente. Leggendolo fa venire anche a me l’idea balzana di poter partecipare alle paraolimpiadi. Ma per fortuna non posso farlo 🙂
Dr.ssa Aringhieri. Il mio comodino non prevede un libro, poiché in questo periodo sarebbe un obiettivo troppo performante rispetto al tempo a disposizione!
La lettura di un articolo prima di addormentarmi è qualcosa di più accessibile!
Dr.ssa Esposito. Regalatomi da un caro amico tempo fa, ho potuto finalmente iniziare a leggerlo…Mi appassiona molto perché riesce a trasmettermi emozioni forti e adrenaliniche attraverso una trama intricata che lascia di stucco in modo costante e imprevedibile!
Dr. Carbonetti. Sto rileggendo in questo periodo Kafka sulla spiaggia di Murakami. Un modo per viaggiare oltre le limitazioni.

Dr.ssa Lussiana. Un insieme di aneddoti, storie, esperimenti ci accompagnano alla scoperta delle domande più intriganti sul comportamento umano e sul modo in cui pensiamo. Sigman, premiato neuroscienziato argentino, riesce ad essere anche un divulgatore appassionato, leggero e ironico. 
Un libro assolutamente non tecnico, adatto a tutti coloro che, come me, vogliono curiosare nei meccanismi della mente e trovare risposta a molti “perché?”.
Gli argomenti di questo libro li trovate anche in un TED che Sigman ha tenuto nel 2016! 
https://youtu.be/uTL9tm7S1Io

 

Dr.ssa Totaro. La vera storia di Billy S. Milligan, uno dei casi più affascinanti di Disturbo Dissociativo dell’Identità.
Il libro è stato scritto da Daniel Keyes con la collaborazione del “Mastro”, una delle 24 identità di Billy.
Dr. Lagona. Quando romanzo storico, letteratura di genere e fumetto si incontrano ne nasce una trilogia accattivante e coinvolgente. Consigliatissimo per “evadere”.
Dr.ssa Delia. Sto leggendo Il Colibrì di Sandro Veronesi. Affronta un tema che in qualche modo richiama l’esperienza della quarantena, ovvero il significato dello stare fermi. Nel caso del libro, riuscire a stare fermi quando la vita ti dà delle “spallate terribili” è prova di una grande capacità di resistenza e resilienza.
Dr.ssa Calabrese. Sul comodino ho un libro fotografico. Mi piace il graphic design e trovo che il mondo della pubblicità offra un sacco di spunti per riflettere su vizi (e virtù?) dell’uomo. Qui si tratta del boom economico post-bellico negli U.S.A.”
Dr. Kalman. “Non c’è niente che abbia senso, è tanto tempo che lo so. Perciò non vale la pena di far niente, lo vedo solo adesso.”
Inizia così questa novella che narra la vicenda di un gruppo di giovani adolescenti. Al primo giorno di ripresa dell’anno scolastico, uno di questi ragazzi proclama questa verità: nulla ha senso e lascia la scuola per passare le sue giornate su un albero. I compagni infastiditi dal dubbio che lui possa avere ragione cercano di dimostrargli e forse ancor più dimostrarsi che si sbaglia. Parte in questo modo una ricerca di senso e significato in un’età fragile e al contempo creduta forte che è l’adolescenza. In una spirale nauseante vengono man mano fuori follia, paura, ma soprattutto l’essere abbandonati a se stessi. Il pugno allo stomaco arriva dritto a far riflettere l’adulto che un tempo è passato da quella spirale.
Dr.ssa Di Pierro. Il viaggio di un ragazzo nel passato che rappresenta in realtà, un viaggio dentro di sé attraverso la ricerca di una maggiore autoconsapevolezza. Emozioni, sensazioni e convinzioni permetteranno a Tazaki l’incolore, di trovare i suoi colori e quindi, di trovare un po’ di più se stesso.
Dr.ssa Querin. “Ho cominciato a leggere questo libro alcune settimane fa, prima dell’emergenza Coronavirus, in relazione al mio desiderio di approfondire una situazione clinica che incontriamo spesso nei nostri studi di psicoterapeuti, quella del trauma appunto. E ora, in concomitanza con l’emergenza internazionale che ci troviamo a vivere, ahimè, questo testo risulta fin troppo calzante…. Esso mette in luce le caratteristiche dell’evento traumatico, estremo,improvviso, soverchiante, sia che si tratti di eventi “straordinari”, (guerre, attacchi terroristici, disastri naturali), sia che si tratti di eventi, purtroppo, “ordinari” (abusi, maltrattamenti). Attraverso l’intreccio di teoria e testimonianza di persone sopravvissute a diverse esperienze traumatiche, il libro illustra le principali fasi del processo di guarigione: la creazione di un saldo senso di sicurezza, l’elaborazione e l’integrazione della storia del trauma, la ricostruzione dei legami tra la persona sopravvissuta e la comunità. È un libro del ‘97, ma, a mio parere, assolutamente attuale ed efficace nell’affrontare ciò che è impensabile e indicibile, aprendo nel contempo alla speranza e alla fiducia: i concetti espressi rimandano a aspetti essenziali, la dignità, il coraggio, libertà, il valore personale, ma anche l’umanità, l’altruismo, il senso di appartenenza e la solidarietà …. temi che risuonano in modo particolare nella situazione attuale, costituendo risorse importantissime che abbiamo e dobbiamo imparare ad utilizzare se vogliamo ri-cominciare a vivere.”

Osservazioni poco cliniche di una psicologa clinica, ovvero storia di un animaletto

Fonte: pixabay free

E un giorno credi questa guerra finirà
ritornerà la pace ed il burro abbonderà
e andremo a pranzo la domenica fuori porta a Cinecittà

San Lorenzo F. De Gregori

Quella che voglio raccontarvi è la storia di un animaletto piccolissimo tanto da non poter essere visto se non al microscopio, dall’aspetto carino, assomiglia ad una pallina da mettere sull’albero di Natale. Questa, apparentemente insignificante, “bestiolina” sta mettendo in ginocchio il mondo intero: lo temono persino i banchieri, i più potenti politici del mondo, grandi finanzieri e i magnati dell’industria. Colpisce indifferentemente il cosiddetto uomo della strada, il grande campione di calcio e perfino i divi di Hollywood! Fa tremare anziani e giovani, chi può fugge, cercando di mettersi in salvo.

Va detto che questo animaletto è riuscito laddove anche i più grandi statisti hanno fallito: è riuscito a ridurre l’inquinamento, la delinquenza, l’attacco degli hater, il cyberbullismo, perfino lo spaccio! Insomma da qualunque parte la si guardi sta riuscendo a cambiare irrimediabilmente la vita del mondo intero.

Stiamo già adesso assistendo ad un cambiamento epocale delle nostre vite, totalmente stravolte nella loro quotidianità e, anche per questo, con più o meno rilevanti contraccolpi emotivi.

Ci scopriamo estremamente fragili e vulnerabili; la medicina si mostra in tutta la sua fallibilità. Ma è proprio in questo momento che scopriamo che medici e infermieri – esseri umani in camice bianco – sono loro, il nostro riferimento e il nostro aiuto. E’ l’uomo che aiuta l’uomo.

Ci sentiamo allo stesso tempo esposti al contagio, ma anche possibili untori; io sono la vittima o il pericolo per gli altri? Impariamo che possiamo essere, in tutte le circostanze della vita, entrambe le cose, a tenere a mente che dobbiamo proteggere noi stessi, ma qualche volta dobbiamo fare attenzione agli altri, a proteggerli da ferite che involontariamente potremmo inferire.

Abbiamo imparato a tenere “almeno un metro di distanza”, e mai, come in questo momento ci chiediamo qual è per noi la “giusta” distanza? Scopriamo talvolta le nostre case troppo strette per contenere tutta la famiglia, ma scopriamo anche che quelle meteore che talvolta vedevamo attraversare velocemente il salotto di casa erano quei figli che ora ci guardano, ci parlano e si confrontano con noi.

È come se dal 9 marzo le nostre vite avessero subìto una brusca frenata, ma in fondo non si sono mai fermate davvero. È allora cos’era quell’incessante correre di prima? E di cosa ho paura adesso? È la paura di ammalarmi, la paura del vuoto, della noia che mi portano a correre come un criceto in gabbia? Forse possiamo finalmente, semplicemente rallentare, per scoprirci più vivi e più vicini.

Ed infine, i nostri balconi si stanno riempiendo di scritte “tutto andrà bene”. In fondo abbiamo imparato proprio in questo momento di forzata solitudine a rassicurarci gli uni con gli altri, con la frase che la mamma dice al bambino per proteggerlo dalle sue paure…dalla nostra paura della malattia e di ciò che non controlliamo.

Anche il lavoro è cambiato: non si condividono più gli spazi con i colleghi, non si incontrano più fisicamente i pazienti. La distanza è un ostacolo da superare, la tecnologia ci aiuta, ma non è la stessa cosa. Anche le regole del setting sono stravolte, si entra rispettivamente l’uno nella casa dell’altro, viene a mancare il limite e il contenimento dati dal contesto conosciuto. Ci si muove, trovo, tra la paura di potersi perdere nell’eccessiva distanza e la paura di condividere una eccessiva intimità: è nell’oscillazione tra queste due paure che alla fine sorge l’incontro tra la mente del terapeuta e quella del suo paziente. Ma in fondo non è così sempre, anche senza coronavirus?

Ebbene in conclusione, di cosa ho paura io? Ho paura che quando questo finirà il personale sanitario non sarà più un angelo custode, ma il protagonista della malasanità, che torneremo a vedere il pericolo solo nell’altro e possibilmente nello sconosciuto e nel diverso, che i balconi torneranno ad essere quegli spazi da proteggere dagli sguardi indiscreti dei “vicini”, che torneremo a sentirci i padroni del mondo e governatori della Natura, che una stretta di mano tornerà ad essere un gesto rituale e se ne perderà il suo reale valore simbolico, che ci sentiremo di nuovo invincibili e per questo meno uomini e meno umani.

Dr.ssa Chiara Delia