Mese: luglio 2020

Conosciamo le emozioni. Progetto svolto dall’Associazione ECO in collaborazione con l’associazione ASAI

Oggigiorno, nell’ambito dell’età evolutiva, si assiste ad un incremento sempre maggiore di problemi di disregolazione emotiva e di disturbi correlati come, il disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD) e disturbi del Comportamento Dirompente, tra cui il Disturbo Oppositivo-Provocatorio e il Disturbo della Condotta. Le ripercussioni di tali disturbi sono solitamente riscontrabili in ambito scolastico (es. calo del rendimento scolastico), familiare (es. ricorrenti situazioni conflittuali) e sociale (emarginazione del soggetto dal gruppo dei pari).

Numerosi studi dimostrano che la capacità di regolare le proprie emozioni è strettamente correlata con lo sviluppo delle abilità personali e relazionali. Non a caso, nei casi di disregolazione emotiva o di un eccessivo controllo delle proprie emozioni, si assiste ad una maggiore difficoltà nella comprensione emotiva propria e altrui. Bambini con difficoltà legate alla regolazione emotiva infatti, sono più predisposti a manifestare aggressività verbale e/o fisica, impulsività, irascibilità, iperattività o disattenzione. Possono presentare inoltre, difficoltà legate al problem solving, essere meno efficaci degli altri bambini nel generare un numero di soluzioni adattive di tipo interpersonale e possono considerare l’aggressività come una strategia per regolare le relazioni interpersonali.

Anche la performance scolastica può essere inficiata dalla scarsa capacità di gestione delle emozioni, anche in assenza di compromissione delle capacità neurocognitive: le capacità cognitive possono infatti, risentire di una gestione non adattiva delle emozioni.

Il progetto di intervento strutturato presso l’Associazione Asai è stato finalizzato a promuovere e sostenere le abilità sociali, emotive e relazionali dei bambini per prevenire fenomeni come la marginalizzazione e l’isolamento sociale. Il fulcro principale del lavoro è stato un intervento psicoeducativo volto a fornire ai bambini (destinatari principali del progetto) le conoscenze base delle emozioni per poterle riconoscere, capire le funzioni evoluzionistiche legate alla sopravvivenza, offrire strumenti di gestione delle stesse e strategie di regolazione in ottica intra e interpersonale. Inoltre, si è seguito un approccio integrato e multidisciplinare coinvolgendo le figure di riferimento dei bambini e quelle educative dell’Associazione Asai. L’idea è che il lavoro con chi si prende cura dei bambini è imprescindibile da un lavoro esclusivo con gli stessi.

Nello specifico, il progetto è stato suddiviso in dieci incontri con cadenza settimanale. I gruppo dei partecipanti, erano bambini dai 9 ai 10 anni definiti insieme agli educatori in modo eterogeneo.

Nei primi incontri è stato dato spazio alla presentazione personale di ogni componente in modo da creare un clima di conoscenza e condivisione, orientata ad un ascolto curioso e non giudicante dell’altro. Questo ha permesso di costruire sin da subito, un clima cooperativo all’interno del gruppo. Nella prima fase, si è data importanza ad uno spazio in cui co-costruire una serie di regole di gruppo, dove ognuno dei partecipanti doveva impegnarsi nel rispettarle e nell’aiutare chi si fosse trovato in difficoltà nel farlo. Inoltre, sono stati individuati alcuni obiettivi a medio e lungo termine per promuovere e sostenere il lavoro di gruppo attraverso il sistema della Token Economy. Quando il partecipante o la classe raggiungeva il numero di punti stabilito, era possibile sorteggiare il premio precedentemente scelto dagli stessi partecipanti.

I primi incontri, sono stati dedicati ad un lavoro psicoeducativo delle emozioni, sottolinenadone l’importanza e funzione. In questa fase, ogni bambino, in modo libero e autonomo, ha condiviso alcune esperienze personali. Fin da subito, infatti, tutti i bambini hanno accolto con interesse e curiosità questa attività, mettendosi in gioco in prima persona. Il lavoro fondamentale è stato quello di imparare a riconoscere l’emozione provata e provare a pensare in modo individuale e gruppale, alcune strategie funzionali per poterle gestire quando troppo intense. Ogni componente del gruppo poteva consigliare le strategie che per loro, in altri momenti, si erano rivelate efficaci.

Durante i vari incontri, i bambini si sono sentiti legittimati nel poter esprimere e dare così voce alle emozioni che man mano sperimentavano e che non avevano a che fare solo con l’emozione oggetto di studio ma anche e soprattutto, con quelle che lo stesso gruppo attivava sul singolo come vergogna, imbarazzo, paura, rabbia. Si è potuto così sperimentare dal vivo quanto appreso sia a livello di conoscenza teorica che pratica.

All’inizio, durante e alla fine del percorso con i bambini, sono stati condotti dei gruppi sia con i genitori che con gli educatori per esporre il progetto, monitorare l’andamento e per restituire quanto emerso. Il riscontro è stato molto favorevole. Nell’ultimo incontro, gli stessi genitori hanno mostrato interesse circa il tema trattato e di quanto sia qualcosa che non solo possa essere utile per i bambini ma anche per loro stessi.

dott Mirco Carbonetti e dr.ssa Antonia Di pierro

La sindrome da burnout: lo stress lavoro correlato e le sue implicazioni

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Afferra la stretta di qualcuno che ti aiuterà, e poi utilizzala per aiutare qualcun altro.
(Booker T. Washington)

 

 

 

L’organizzazione Mondiale della Sanità definisce il Burnout come una sindrome stress lavoro
correlato che non è stato gestito con successo, è caratterizzato da: sentimenti di esaurimento o
esaurimento energetico; maggiore distanza mentale dal proprio lavoro o sentimenti di negativismo o
cinismo relativi al proprio lavoro; ridotta efficacia professionale.
Esso compare già nell’ ICD-10 (International Classification of Diseases), ma solo nella classificazione
ICD-11, che entrerà in vigore nel 2022, verrà caratterizzato come fenomeno strettamente professionale
infatti verrà inserito nel capitolo “dei fattori che influenzano lo stato di salute”.
Il termine Sindrome da Burnout (BOS) risale al 1974 ad opera di Herbert Freudenberger che descrive
una particolare reazione allo stress sperimentata dagli operatori delle professioni di aiuto, cioè le
helping profession, ma si deve a Maslach e al suo gruppo di lavoro la seguente definizione: «è una
sindrome di esaurimento emozionale, di depersonalizzazione e di riduzione delle capacità personali
che può presentarsi in soggetti che, per professione, “si occupano della gente”» e sempre a loro si deve
la realizzazione di uno degli strumenti psicometrici per valutarlo (Maslach Burnout Inventory – MBI).
La sindrome da burnout, secondo Cherniss, è un processo che si articola in tre fasi:
1. stress lavorativo: squilibrio in eccesso o in difetto tra richieste dell’istituzione lavorativa e risorse
disponibili;
2. tensione (strain): risposta emotiva allo squilibrio immediata e di breve durata, caratterizzata da
sensazione di ansietà, nervosismo, affaticamento ed esaurimento;
3. conclusione difensiva (coping): accomodamento psicologico caratterizzato da una serie di
cambiamenti nell’atteggiamento e nel comportamento (rigidità, cinismo, ritiro, distacco emotivo).
In linea generale è la valutazione cognitiva che ogni individuo fa dello stimolo e la valutazione delle
proprie competenze che può mettere in atto per fronteggiarlo a determinare il potere stressante dello
stimolo stesso. Inoltre, secondo Karasek, lo squilibrio è aggravato da alcuni fattori: elevata richiesta
lavorative, bassa libertà decisionale, inadeguato sostegno sociale di lavoro.
Gli stati d’animo più comuni sono: ansia, irritabilità, esaurimento fisico, panico, agitazione, senso di
colpa, negativismo, ridotta autostima, empatia; tra le somatizzazioni si annoverano: emicrania,
sudorazione, disturbi gastrointestinali, parestesie; tra le reazioni comportamentali: assenze o ritardi
frequenti a lavoro, distacco emotivo dall’interlocutore (Fontana eal, 1993).
Ad oggi ci sono diverse teorie in merito alla eziopatogenesi del disturbo. La prima ritiene che il BOS
abbia cause multifattoriali in cui si incrociano fattori di rischio socio-ambientali (es. eccessivo carico
di lavoro, burocraticizzazione, etc.) e fattori di rischio individuali (es. tendenza eccessiva a
responsabilizzarsi, aspettative irrealistiche, significato attribuito al proprio lavoro, etc.). La teoria
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biochimica, invece, ritiene che nella BOS siano coinvolti bassi livelli di cortisolo, dopamina e/o
serotonina, ciò determina un aumento dei livelli di prolattina, tutto ciò sembra essere in relazione ai
sintomi sopra descritti (all’esaurimento emozionale, decremento della realizzazione personale
percepita, distaccamento/depersonalizzazione).
Quali sono le figure professionali maggiormente a rischio burn out?
In realtà, il rischio di burn out può riguardare tutte le professioni, poiché come descritto nelle righe
precedenti, rappresenta una sindrome complessa e multifattoriale, contraddistinta da aspetti individuali
ma anche ambientali.
In generale, sembra potersi presentare con maggior frequenza all’interno di professioni caratterizzate
da un alto livello di responsabilità e implicanti relazioni umane. Per tale motivo si riscontra
prevalentemente nell’ambito delle professioni “di aiuto”, operatori sanitari, medici, infermieri; ma
anche nell’ambito dei lavori assistenziali (assistenti sociali, operatori socio sanitari), cosi come tra il
personale delle forze dell’ordine. Inoltre, le persone che si occupano della cura possono essere esposte
al trauma vicario, cioè quella traumatizzazione che deriva dal coinvolgimento empatico con le
esperienze traumatiche altrui. In tali professioni, oltre agli aspetti specifici connessi al compito
professionale, un importante ruolo è giocato da fattori organizzativi, quali i lunghi e pesanti turni di
lavoro, la riduzione dei tempi di riposo e la mancanza di tempo libero. Da ricordare anche il campo
educativo, e quindi gli insegnanti di scuola, di qualunque ordine e grado: la responsabilità legata al
ruolo che si scontra con le difficoltà organizzative e istituzionali. Un altro settore a rischio è
rappresentato dai lavoratori autonomi e liberi professionisti in cui la precarietà e l’incertezza
lavorativa, oltre alla necessità di procacciarsi il lavoro, rappresentano importanti fattori predisponenti
allo stress.
Non sempre è facile rendersi conto di essere in questo processo disfunzionale, pertanto la presa di
consapevolezza che le emozioni quali tristezza, rabbia e frustrazione possono influire negativamente
sul lavoro e sul rapporto con i colleghi e al contempo la consapevolezza che tutto ciò potrebbe essere
legato al contesto di lavoro possono essere due importanti passi per chiedere aiuto.
Per prevenire autonomamente i principali sintomi del Burn Out, si possono seguire alcuni semplici ma
utili consigli, quali ad esempio:
 Staccare la spina: ritagliarsi uno spazio in cui dedicarsi al proprio benessere personale, coltivare
un hobby, una passione, concedersi un momento di relax o di divertimento. La parola d’ordine
è: “curati di te”, “fai quello che ti piace.” È importante recuperare uno spazio personale, extra
lavorativo, in cui poter “ricaricare le batterie”. Se il proprio lavoro prevede fasce orarie di
reperibilità, cercare di limitarle per un periodo, ove possibile.
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 Mantenere uno stile di vita sano: curare l’alimentazione e preservare il sonno, cercando di
dormire almeno 6-8 ore di notte; svolgere regolarmente dell’attività fisica, in quanto dedicare
attenzione al corpo facendo ciò che piace, scioglie tensioni e stimola benessere psicofisico.
 Limitare l’utilizzo di strumenti tecnologici quali computer, tablet, cellulare, soprattutto se già
ampiamente impiegati per lavoro. In particolare sarebbe bene evitare di utilizzare tali strumenti
nelle ore serali in quanto questo può interferire con la qualità del sonno e del riposo.
 Condividere ciò che si sente, parlarne con qualcuno di fidato, se possibile e se è previsto nel
proprio ambiente di lavoro richiedere il confronto in gruppo oppure in équipe: a tale proposito
è bene ricordare il beneficio legato ai confronti all’interno dell’èquipe di lavoro, utile per
rinforzare il senso di appartenenza e condivisione all’interno dello stesso contesto lavorativo.
 Ove tutto ciò non fosse sufficiente è opportuno rivolgersi ad un professionista, senza timori o
vergogna: è importante legittimare ciò che si sente, riconoscere ed esprimere i propri vissuti
emotivi, per evitare che essi diventino soverchianti; non sono da sottovalutare infatti le
ripercussioni che si possono avere non solo a livello individuale, ma anche familiare, sociale e
lavorativo.
A tale proposito, quando si intraprende un percorso di psicoterapia, al fine di contrastare la
sintomatologia del Burn Out, spesso vengono utilizzate alcune tecniche di riduzione dello
stress, come ad esempio:
 le tecniche di rilassamento hanno come obiettivo il riequilibrio psicofisiologico, sono delle
azioni volontarie che il soggetto mette in pratica per ridurre l’ansia e lo stress;
 la mindfulness è una pratica meditativa che trae origine da quelle impiegate nel buddhismo, la
definizione di Jon Kabat-Zinn recita: “porre attenzione in un modo particolare:
intenzionalmente, nel momento presente e in modo non giudicante”;
 le tecniche di biofeedback mirano ad insegnare a modificare la propria attività fisiologica al
fine di il benessere (Association for Applied Psychophysiology and Biofeedback, AAPB,
2008).
In situazioni di emergenza, come quella attuale, è possibile che il personale che lavora in prima linea
sia soggetto a questa particolare forma di malessere che, in alcuni casi, può avere come conseguenza
non solo la sindrome da burnout, ma anche lo sviluppo di un disturbo post traumatico da stress (PTSD).
Pertanto è importante che si intervenga tempestivamente per il sostegno al benessere psicofisiologico.

 

Dr.sse Debora Tonello e Katia Querin