Mese: <span>Marzo 2023</span>

VOLTI E RISVOLTI DEI SOCIAL NETWORK E DELLE APP DI DATING

Indiscutibile appare, nell’epoca contemporanea della digitalizzazione, il ruolo determinate occupato da Internet nella modifica delle nostre abitudini, costumi, stili, valori. Immaginiamoci come molte delle cose prima svolte in luoghi fisici, come lo shopping, la lettura di un giornale, il planning di un viaggio, possano adesso svolgersi comodamente davanti ad uno schermo di un pc in tempi molto più celeri. E per rendere ancor meglio l’idea di come Internet abbia rivoluzionato il nostro modo di vivere basti dare un’occhiata al modo in cui stanno mutando le nostre abitudini relazionali, rendendo sempre più possibile conoscere nuove persone indipendentemente dalla distanza fisica e affettiva che le separa. Fenomeno, quest’ultimo, che ha portato al ridimensionamento del ruolo degli intermediari tradizionali, svincolando gli individui per la prima volta dalle loro cerchie sociali di appartenenza, permettendo loro di istaurare nuove conoscenze al di fuori di esse.  

Ed è proprio in questo clima di maggiore e indistinta connessione interpersonale che si sono diffusi nel tempo siti ed app di incontri, specialmente a seguito dei recenti confinamenti, lockdown e restrizioni che ne hanno accelerato la diffusione.  

Oggi ci si avvale dell’espressione “online dating” proprio per far riferimento alla pratica di utilizzo dei siti web e delle applicazioni di incontri con lo scopo di trovare dei partner a breve o a lungo termine.  

Come dimostrato da una ricerca condotta dalla Stanford University da ricercatori quali M.J. Rosenfeld e dall’Università del new Mexico con R.J. Thomas sulla base dei dati relativi al 2017, circa il 39% delle nuove coppie eterosessuali e il 69 % delle coppie gay si sarebbero formate da primi contatti avvenuti online. L’innamoramento sulle app di dating appare pertanto godere di pari dignità rispetto a quello scoccato nei più tradizionali luoghi di incontro, tanto da migliorarne l’opinione sociale. 

Accedendo dal sito, scegliendo l’uso di Google, di Facebook, oppure del proprio numero di cellulare come riferimento nelle app, diventa possibile, una volta ottenuto il codice di accesso, iniziare a costruire il proprio profilo, dandosi un’identità online oppure, secondo le indicazioni dello studioso Floridi, un’identità online, abbattendo i confini e la distinzione netta tra mondo virtuale e quello reale. Applicazioni, pensiamo a Meetic, Facebook, Instragram, Tinder, Badoo, Bumble, Once, Happn etc., che tentano di far combaciare gli appetiti omo ed eterosessuali, sulla base di interessi, gusti, aree geografiche, range di età, sia per l’instaurarsi di relazioni stabili che per effimeri appuntamenti sessuali. L’obiettivo delle frequentazioni nel mondo del dating diventa, dunque, quello di aggiudicarsi il match, nell’incrocio tra il proprio profilo e quello di altri, sulla base dello swipe (scorrimento con le dita sul touch screen del proprio smartphone dei profili proposti), selezionando quelli più interessanti, scartando gli altri, con il consueto meccanismo dei LIKE, ovvero dei “mi piace”. 

Alla luce delle ricerche condotte è stato possibile costatare come la scelta dei partner conosciuti sulle app di dating non appaia affatto priva di criterio; non si prende appuntamento indiscriminatamente, con chiunque; si predilige, piuttosto, uno scenario immaginario ben preciso che il soggetto tenderebbe a reiterare in quanto oggetto di desiderio. Gli spazi di autonomia degli individui si rilevano, alla fine, meno ampi di quanto sembri. Emerge quanto sia più importante il dettaglio della fotografia, o del corpo, a discapito della specifica persona vista per intero sullo schermo, nella pervasività di una ricerca orientata al “particolare” in grado di suscitare eccitazione e/o godimento. Esempi a tal proposito si possono ravvedere nelle ricerche sui social di uomini adulti, situati in posizioni di potere e di prestigio sociale o di giovani ragazze in pose più sensuali, procaci e lascive(nelle fotografie con le quali presentano il proprio profilo), o ancora di donne mature che si presume siano maliziose e sessualmente esperte etc.. . Si tratta di reazioni che riguardano scelte di cui l’individuo è parzialmente consapevole, in quanto imperniate sul desiderio che si lega ad oggetti libidici in grado di stuzzicare la fantasia erotica. Si potrebbe trattare del modo di una donna di esibire le proprie scarpe con il tacco, oppure il suo taglio di occhi, un seno formoso che viene lasciato intravedere, oppure un modo sensuale di accavallare le gambe, o rispetto all’uomo la sua muscolatura possente, il suo portamento affascinante nell’indossare abiti eleganti, la sua divisa istituzionale, la maestria nel praticare una certa disciplina sportiva etc.

Si tratta, come direbbe Miller recuperando una celebre espressione di Vladimir Nabokov autore di Lolita, del “divino dettaglio”. 

Una domanda che sorge spontanea è, pertanto, chi siano questi utenti delle app di dating e da cosa siano accomunati. 

L’esperimento condotto dall’autore Botnen nel 2018 insieme ad Hallem ha permesso l’abbattimento delle stereotipie legate al genere come unica variabile incidente, predittiva delle motivazioni sottostanti l’utilizzo delle app di dating: assecondare i propri desideri sessuali o ricercare relazioni stabili. L’asimmetria del comportamento sessuale legata al genere appare in linea con la teoria dell’investimento parentale di Trivers (1972) che avrebbe visto l’uomo impegnarsi in relazioni a breve durata al fine di massimizzare la riproduzione e le donne biologicamente vincolate all’impegno promesso al proprio partner. Queste ultime, considerato i limiti fisici imposti dalla maternità, apparivano più motivate a stabilire una relazione più duratura che fornisse loro risorse durante la gravidanza e nella crescita della prole. Differenza biologica, quest’ultima, che protraendosi nel tempo avrebbe stabilito ruoli di genere ben precisi, traducendosi oggi in una diversa modalità di pensare le motivazioni sottese agli incontri che hanno luogo tra un uomo e una donna. La ricerca avrebbe evidenziato soprattutto l’incidenza esercitata dalla variabile dell’orientamento socio-sessuale, concetto messo a punto da Kinsey nel 1948 e introdotto nella pratica della ricerca solo negli anni ’90 una volta ultimato il Sociosexual Orientation Inventory (SOI) nel 1991. Tale inventario ha permesso l’acquisizione di misure self report di desideri, comportamenti, propensione dei soggetti, tradotti poi in un valore all’interno delle polarità “ristretto” (tendenza del soggetto a intrattenere rapporti sessuali esclusivamente all’interno di relazioni ad alto coinvolgimento emotivo, con un impegno verso l’Altro) e “non ristretto” (tendenza del soggetto a preferire relazioni che richiedono basso impegno, minimo coinvolgimento emotivo e scarsa intimità). Se è vero che nelle ricerche focalizzate sul genere gli uomini sono quelli  più inclini nella ricerca di  relazioni sessuali occasionali rispetto alle donne, l’indagine e l’approfondimento della variabile dell’orientamento socio-sessuale, ha reso possibile render giustizia a quel “quantum” di uomini, dall’orientamento più “ristretto,” che quivi non rientrino nella casistica sopra esemplificata; lo stesso vale per quelle donne che al contrario, connotate più da un orientamento “non ristretto” dimostrino preferire relazioni sessuali meno impegnative e più fugaci.  Si è trattato di una ricerca che ha modificato il modo di pensare, spingendo e orientando più l’attenzione sull’unicità del singolo individuo, definendo meno i suoi comportamenti sulla sola base della categoria sociale di appartenenza, di fronte ad una lenta ma progressiva rivoluzione dei ruoli sociali legati al genere. 

Diventa adesso possibile far confluire l’attenzione sulle conseguenze dell’utilizzo delle app di dating. 

Nonostante molti riferiscano di aver trovato la propria anima gemella mediante l’uso delle app di dating, altrettante se ne lamentano. L’incontro reale spesso conduce alla delusione delle aspettative e all’insorgenza di sentimenti di inadeguatezza e di pensieri negativi del tipo “se va sempre male, se nessuno mi richiama dopo il primo incontro vuol dire che qualcosa non va, che non sono abbastanza attraente e interessante da essere richiamato/a”. 

Nell’uso dello “swiping” in cui l’Altro viene scelto basandosi esclusivamente sulla mera apparenza fisica, ecco che a diventare totalizzante e centrale è l’attenzione posta sull’immagine, sull’apparenza, causando in molti l’insorgenza di problematiche legate all’autostima. A conferma di quanto sopra menzionato i risultati emersi dalla ricerca di Strubel e Petrie nel 2017 in merito agli effetti dell’utilizzo delle app su costrutti quali la soddisfazione corporea, la tendenza dell’individuo a confrontarsi con gli altri, l’internalizzazione di canoni estetici culturalmente esaltati. Gli autori riportano lo sviluppo di sintomi di natura ansiosa-depressiva, di disturbi alimentari, di disfunzioni sessuali, di distress psicologico, unitamente a sentimenti di vergogna come conseguenza di questa eccessiva attenzione riposta sul corpo e sulla bellezza. 

Fattori di rischio sempre più preoccupanti e allarmanti, alla luce di quanto sopra riportato, sono i noti fenomeni del sexting (invio di proprie immagini intime a terzi, soprattutto da parte delle adolescenti) e del body shaming (tendenza a presentare la propria immagine nelle foto o in brevi video nella versione più seducente possibile). Diviene comune, pertanto, rendersi nelle pose maggiormente seducenti, attraenti, mediante l’uso dei filtri, nascondendo imperfezioni, adiposità, che pur riflettendo le specificità del soggetto mal si conciliano con i canoni estetici correnti. Fenomeni che espongono al rischio dell’angoscia del disincanto, quando dalla “luna di miele” del chattare o del telefonarsi si passa poi all’appuntamento in presenza, conducendo alla derisione per il proprio aspetto estetico con un conseguente identificarsi del soggetto con un “essere di scarto”. 

Sebbene appaia indiscusso il successo riscosso dall’utilizzo delle app di dating, poco si menziona il rischio di diventarne “addicted”. Si tratta di un vero e proprio supermercato di appuntamenti tra sconosciuti che prima incuriosisce, poi eccita e infine sfianca, richiedendo al soggetto un notevole investimento e dispendio di energie e risorse per non soccombere, nel durante, sotto i colpi del ghosting (fenomeno in cui l’altro scompare, smette di rispondere improvvisamente) o delle dickpick (condivisione di dettagli anatomici non richiesti). 

Interessante come la logica algoritmica dei meccanismi tecnici sottesi all’uso delle app ingabbi la vulnerabilità arcaica edipica del funzionamento del soggetto nella stretta morsa ideata dal mercato capitalistico. Una lettura illuminante a tal proposito sembrerebbe esserci offerta da Lacan nell’elaborazione di un’evoluzione dei suoi quattro discorsi nella variante del discorso del capitalista. Cornice di riferimento che funga al tempo stesso da premessa teorica è la metafora del nome del padre, con la quale Lacan rivisita in una chiave originale la visione edipica freudiana. Il termine “Nome-del-padre”, inventato nel 1953, fu utilizzato da Jacques Lacan nel 1956 per designare il significante della funzione paterna”, quale funzione del padre simbolico, quindi metafora paterna”. Funzione ritenuta necessaria per la formazione della struttura edipica del soggetto, nello spezzare il legame fusionale, di invischiamento simbiotico della diade madre-figlio, nell’introduzione di un oggetto terzo “il fallo” nel registro simbolico- linguistico.

Appare dunque presente sin dall’inizio, nella struttura psicologica dell’individuo, una triangolazione, un rapporto a tre tra la madre, il bambino e il Fallo; quest’ultimo in quanto “significante” dell’espressione del desiderio della madre. La prima conflittualità esperita dal bambino sarà vissuta nell’ottica di “essere o non essere il fallo” per la madre, a partire dal quale si strutturerà la funzione simbolica della figura paterna (o di chi ne fa le veci) del farsi portavoce della Legge, dell’autorità, nella misura ora ordinante ora proibizionistica-castrante nel “non essere il figlio il fallo per la madre”. Lacan si affida ad una concezione strutturalista dell’esistenzialismo, distinguendo tre registri di interfaccia con il soggetto: reale, immaginario e simbolico. La castrazione, di cui viene investito il soggetto in fase edipica, non deve essere confusa con la mancanza immaginaria, che è la mancanza di un oggetto reale (non c’è realtà nella castrazione), quanto piuttosto pensata come mancanza simbolica, ovvero mancanza rivolta all’oggetto immaginario, costituente quello che si possa pensare essere “l’oggetto del desiderio dell’Altro (altro maiuscolo perché significativo, come la madre). E’ mediante tale espediente che diventa possibile iscrivere il soggetto nel registro del simbolico con una rappresentazione di sé come soggetto diviso, passando dal “non essere oggetto di desiderio dell’altro” (castrazione del fallo) al divenire desiderante, “in ricerca”, desideroso di ri-trovare il proprio oggetto del piacere altrove, al di fuori della diade materna, venendo a contatto con la Legge che regola la dimensione del reale (usi, costumi e valori morali-cosa si può e cosa non si può fare). L’oggetto del desiderio deve essere smarrito(castrato) perché io soggetto mi possa rappresentare, esistere, pensare simbolicamente nel mio essere diviso, sbarrato. Ed è proprio in questa divisione, in questa semiotica linguistica che si cela il vuoto struggente di un soggetto nella spasmodica ricerca dell’oggetto del piacere che lo completi, che lo saturi, che gli permetta di esperirsi come desiderato e non desiderante, mancante di. 

Nel discorso del capitalista, Lacan riprende anche l’analisi marxista della logica capitalistica di mercato. Nel luogo dell’agente che muove le dinamiche del dialogo e dell’azione Lacan colloca il capitalista che agisce sull’Altro, posizione occupata dal sapere, per aumentare la produzione, nell’ottenimento del plusvalore.  “Ho bisogno del sapere fare (del proletariato) per essere quello che sono”, verità (oggetto del desiderio) per definizione irraggiungibile, inaccessibile per l’individuo. “Se io pago, diversamente da quanto avrei dovuto, per la mole di lavoro svolta dal proletariato per produrre un determinato prodotto, quello che ottengo è un plus”, definito da Marx “plusvalore”, che verrà re-investito al fine di incrementare la produzione. Il proletariato, a propria volta, nel lavoro svolto trova la propria sopravvivenza nel salario con cui viene retribuito. Ecco che pertanto ciò che appare davvero far muovere le fila del discorso non è più il Capitalista, il Meitre (padrone) quanto piuttosto l’oggetto del desiderio (la verità inaccessibile per il soggetto). Quest’ultimo da un lato muove il capitalista in una spasmodica ricerca costante di un “di più”, costringendolo a non potere fare a meno di reinvestire, per arricchirsi, incrementando la produzione, perché perennemente insodisfatto; dall’altro muove il proletariato nell’incrementare incessantemente le proprie fortune, sapendo di venir pagato, aumentando le ore lavorative svolte. 

Analogamente diventa possibile leggere le dinamiche sottese all’utilizzo delle app di dating; a muovere gli algoritmi per i match è l’oggetto del desiderio (verità all’individuo ignota, poco comprensibile). Da una parte i produttori delle app che si avvalgono di un sapere non proprio ma legato alla sfera del marketing, per osare sempre di più, con continue contro-offensive, facilitando gli abbinamenti e il prevedibile successo degli incontri, acquisendo così sempre maggior prestigio, successo, grandiosità, introiti, e dall’altra gli utenti che si iscrivono alle app di dating per colmare l’angoscia legata al vuoto di ferite edipiche arcaiche. 

Il bisogno di costruire, avere relazioni costituisce un bisogno sano e innato; ciò che diventa utile rammentare è il cercare di fare esperienze relazionali positive, che rinforzino l’immagine che abbiamo di noi stessi, senza celarla, alterarla o falsificarla, contribuendo proattivamente al nutrimento della propria autostima, rendendo ciascuno più responsivo e consapevole degli intenti, degli strumenti e degli atteggiamenti di cui si avvale. 

Essere consapevoli che esistono diverse possibilità, tra loro complementari, di fare esperienze relazionali con l’Altro (da quelle tradizionali a quelli virtuali) da selezionare e gestire in modo responsivo e congruo alle proprie specificità.  

Dott.ssa Silvia Longo

Psicologa- Psicoterapeuta

Sitografia: 

– Privitera R., Usi e costumi nei siti di incontri online, https://www.stateofmind.it/2020/12/app-incontri-online-motivazioni/.

-Pozzetti R., Social network e app di dating: quando l’amore sboccia online, https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/social-network-app-dating-amore-online/. 

– Milano psicologo centro di psicoterapia, App-untamenti: quali i rischi psicologici, https://www.milanopsicologo.it/app-di-dating-quali-i-rischi-psicologici/. 

– Bonelli S., I giovani e i rapporti affettivi al tempo del dating online, https://www.che-fare.com/almanacco/societa/dating-online-giovani-bonelli/. 

– Di Monica P., Smetto quando voglio. Il dating online e altre dipendenze, https://www.elle.com/it/emozioni/amore/a35808872/dating-online-dipendenza/.

– Terminio N., La divisione del soggetto, https://www.nicoloterminio.it/psicoanalisi-psicoterapia/psicoanalisi-lacaniana/la-divisione-del-soggetto.html#:~:text=Il%20significante%2C%20in%20quanto%20segno,al%20potere%20rappresentativo%20del%20significante. 

– Wikipedia, Nome del padre (concetto), https://it.frwiki.wiki/wiki/Nom-du-p%C3%A8re_(concept).

– Terminio N., I quattro discorsi di Lacan tra simbolico e reale, https://www.nicoloterminio.it/psicoanalisi-psicoterapia/psicoanalisi-lacaniana/i-quattro-discorsi-di-lacan-tra-simbolico-e-reale.html#:~:text=I%20quattro%20discorsi%20lacaniani%20sono,prodotto%20e%20quella%20della%20verit%C3%A0.  

– Terminio N., Lacan, il Nome del Padre e il significante fallico, https://www.nicoloterminio.it/psicoanalisi-psicoterapia/psicoanalisi-lacaniana/lacan-il-nome-del-padre-e-il-significante-fallico.html#chapter1.

QUANDO LA MUSICA DIVENTA CURA viaggio attraverso la nascita della musicoterapia

L’idea di utilizzare la musica in modo terapeutico ha attraversato i secoli con i loro capovolgimenti sociali, politici, culturali, scientifici e musicali e non ne è mai uscita scossa. In ogni epoca i concetti  di musica e musicoterapia sono rimasti legati a ciò che è definibile “armonia universale”. Innumerevoli sono gli scritti sulla musicoterapia provenienti da diverse culture; ne sono stati trovati dell’antichità fino ai giorni nostri e si accomunavano per gli stessi termini, gli stessi propositi e le medesime constatazioni riguardanti proprio la musica come terapia.

In tutte le culture dall’antichità, musica e medicina erano praticamente una cosa sola. I medici e gli sciamani sapevano che il mondo è costituito secondo principi musicali, che la vita del cosmo, ma anche quella dell’uomo, è dominata dal ritmo e dall’armonia; sapevano che la musica ha un potere incantatorio sulla parte irrazionale, che procura benessere e che nei casi di malattia può ricostituire l’armonia perduta.

Nell’antica grecia, Platone ed Aristotele furono, oltre che pensatori e filosofi, anche dei musicologi convinti che le arti del ritmo contribuissero a migliorare la calma interiore, la serenità e la morale. E non solo, Pitagora aveva individuato tre orientamenti musicali: adattamento (la musica deve adattarsi a musiche diverse e lontane dalla sua personalità accentandole), cambiamento (la musica può modificare lo stato d’animo profondo dell’individuo agevolandogli una maggiore accettazione di sé ed un maggiore uso delle proprie capacità) e purificazione (la musica può liberare l’anima e il corpo dalle tensioni giornaliere).

In epoca medievale la musica ha continuato ad insinuarsi nelle arti mediche tanto da essere utilizzata dai monaci, che divennero i depositari sia della scienza medica che della musica. Nella stessa epoca, gli arabi promuovevano l’uso del flauto come mezzo terapeutico per curare i disturbi mentali. Ma è nel rinascimento che viene creata la nozione di “simpatia universale”, stabilendo i rapporti di vibrazione che si creano tra i “corpi sonori”, tra i quali viene riconosciuto quello umano. In questo periodo molti medici si convinsero che imarando a suonare qualche strumento musicale, la loro capacità di ottenere guarigioni si sarebbe affinata e sviluppata.

Lo strumento musicoterapico aveva soprattuto due finalità: l’intervento catartico e l’utilizzo con finalità sedative. L’uso catartico della musica era frequente durante i baccanali tanto quanto oggi nelle discoteche e nei concerti o in certe feste tribali e in alcune meditazioni religiose. Ogni popolazione umana usa queste tecniche con il fine di provocare disinibizione, estasi o trance. Nel 1650 Kircher, musicologo e filosofo, considerava l’uso della musica per scopi sedativi, come una delle principali forme di musicoterapia.

Ma l’evoluzione dell’intervento musicoterapeutico non si ferma davanti neanche davanti ai secoli successivi che man mano sembrano perdere poesia con lo sviluppo tecnologico. Sono stati rilevati, molti altri risultati dell’intevento musicoterapico, alcune delle quali sono: il ristabilirsi di un equilibrio perduto, la stimolazione, la sedazione, la rivitalizzazione. La musica in questi casi, oltre a controllare e calmare le passioni viene prescitta anche per risvegliare le emozioni. Tra il settecento e l’ottocento si moltiplicano le osservazioni intorno ai poteri dei suoni e della musica sulla mente e sul corpo umano e sbocciano scoperte relative alla relazione tra ritmi corporei e ritmi musicali, fra pulsazioni e battute musicali, tra ritmo del respiro e ritmo musicale. Grazie a ciò nell’ottocento si propongono le prime forme di sedute di musicoterapia, consistevano nell’organizzazione di concerti o nella costituzione di corali e orchestre per pazienti. La musicoterapia prende le vesti di “terpaia di gruppo”.

Arriviamo così alla seconda metà del nostro secolo, quando questa tecnica progredisce grazie anche allo sviluppo di tecniche di registrazione e di riproduzione musicale. Ad avvalorare la musicoterapia nel ventesimo secolo sono sprattutto quelle tecniche che hanno come obiettivo lo studio del complesso suono- essere dal punto di vista fenomenologico, neuropsicologico, cognitivo e psicodinamico. Nella sua evoluzione la musicoterapia ha raggiunto un livello che le ha permesso di cominciare a sviluppare una propria metodologia, continuando ad essere in contatto con le discipline correlate.

Con la musica si cerca di mettere in contatto diversi individui. Fornisce a tutti un’opportunità di stabilire un rapporto di fiducia con il terapeuta. La musica diviene il mezzo per il raggiungimento di un fine.

La musica, con la musicoterapia perde il suo valore estetico e si fa più flessibile, si modifica per andare incontro alle esigenze e alle necessità multisensoriale del soggetto, lasciando che egli impari ad ascoltare i suoi bisogni e stimolare le sue capacità in una dimensione creativa, emotiva e relazionale. Questa terapia viene così intesa come il “prendersi cura” della persona che in difficoltà ha bisogno di tornare a rivivere “dal di dentro”. In musicoterpia le esperienze musicali ed i rapporti che si sviluppano servono come forze dinamiche del cambiamento. Si distingue dalle altre terapie per il suo affidamento alla musica vista come metodo e come modalità principale del trattamento, piuttosto che per i problemi clinici che è chiamata ad affrontare.

La musica non è semplicemente un linguaggio ma è presente in ogni linguaggio, è un’arte che va oltre la parola, un’arte di comunicazione in senso globale. Quando il linguaggio non è acquisito, quando lo sviluppo si presenta problematico, quando la relazione con l’altro è difficile, la musicoterapia rappresenta uno degli strumenti con cui poter contattare la persona e darle l’ooportunità di esprimersi attraverso un linguaggio non verbale che spesso si rileva di facile accesso; grazie alla comunicazione tramite la propria “musica interna”, si possono così rivivere vissuti personali. Partendo dal presupposto che l’individuo è parlante nella totalità dei comportamenti psico-senso-motori, la musicoterpia può rivelarsi un aiuto all’espressione, all’essere capito, al sentirsi adeguato, accompagnato e supportato nel processo dal terapeuta, che restituirà senso musicale ad ogni espressione del soggetto, armonizzandolo.

Dott. Mirco Carbonetti

Psicologo, psicoterpeuta e sessuologo clinico

 

Bibliografia:

Frova A., Fisica della musica, Zanichelli, Bologna 1999.

Mattia M, Rumore e musica, convegno internazionale Musica Urbana, 2002

Pistorio G. Scarso G., Musicoterapia, metodologie, ricerche cliniche, interventi. Centro scientifico Milano, 1998.

Vigorelli L. Esperienze emotive e cognitive in musica. Logopaedia 2 , 2004.