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Strappare lungo i bordi come metafora dell’adolescenza. Riflessione personale in un’ottica psicodinamica

!   Non adatto a chi non ha ancora visto la serie perché potrebbe contenere spoiler.

Nel mio lavoro di psicoterapeuta mi è capitato di parlare in seduta di Strappare lungo i bordi e, come sempre, una delle cose che mi piace delle mie giornate è poter cogliere come le persone captino ed elaborino gli stimoli in modo diverso, soggettivo, e spesso in relazione al proprio mondo interno.

C’è chi si è riconosciuto in un male di vivere diffuso, chi ha colto le citazioni e i dettagli studiati al millimetro in ogni scena, chi non lo ha apprezzato, chi si è commosso, chi avrebbe voluto sapere di più.

Poiché lavoro con una fascia di età variegata, ho colto che le persone, a seconda della fase di vita in cui si trovavano, si sono identificate e sintonizzate con alcuni degli aspetti che vengono trattati o solo sfiorati.

Ho deciso di scrivere questo breve articolo per cogliere una sfumatura relativa all’adolescenza e al processo, a volte doloroso, di costruzione della propria identità in relazione ai contenuti di questa serie. Chiaramente, e con mio dispiacere, non posso sapere se l’autore sarà d’accordo con questa personale lettura ed interpretazione, ma, come i miei pazienti, decido di sintonizzarmi su una sfaccettura tra mille, senza pretendere che sia l’unica possibile o quella corretta.

Il titolo in primis mi ha colpito e rimandata alle immagini, alla forma delle forbici, delle forme preconfezionate e alle guide; poi il mio pensiero è volato all’ideale dell’Io e alla definizione di Winnicott di Vero e Falso Sé nei termini che seguono.

L’Ideale dell’Io si riferisce a quell’istanza della personalità in cui convergono il narcisismo, inteso come idealizzazione dell’Io, le identificazioni con i genitori e gli ideali collettivi; esso rappresenta un ideale verso il quale il soggetto tende. L’ideale dell’Io è una formazione psichica parzialmente indipendente che rappresenta un punto di riferimento per l’Io. Quest’ultimo valuta, misura e modula le proprie realizzazioni proprio a partire da questo e proietta in avanti il proprio ideale sostituendo il narcisismo dell’infanzia in cui egli stesso era il proprio ideale.

Secondo Winnicott il Vero Sé è il “gesto spontaneo”, l’idea personale, il sentirsi reale e creativo mentre il Falso Sé è una protezione nei confronti di un ambiente che si è rivelato inadeguato ad anticipare e soddisfare il bisogno del bambino causando frustrazione.

In condizioni ottimali, l’infanzia è caratterizzata da sicurezza, il mondo del bambino è stabile, prevedibile, le figure di riferimento come genitori e insegnati costanti e affidabili, ma, sotto le spinte della crescita e la nascita delle nuove istanze, questo paradigma può subire dei violenti stravolgimenti. In condizioni sfavorevoli, il bambino prima e l’adolescente poi, si trova a dover rinunciare all’autenticità in favore di un adattamento che tuttavia, sotto le spinte della crescita, rischia di crollare originando uno stallo e, forse, un break down. La sensazione di stallo e quindi di arresto evolutivo può generare un profondo dolore, i compiti evolutivi che erano stati messi all’ordine del giorno non sono soddisfatti e il futuro, prima idealizzato e pensato roseo, non esiste più.

Il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, infatti, può essere turbolento: crolla l’onnipotenza infantile, si incontra la caducità propria e del mondo, si scopre che i genitori e gli adulti significativi non sono supereroi, ma donne e uomini fallibili, che non conoscono tutto, ma che si arrabattano anche loro nel miglior modo possibile. Venute meno le certezze esterne, lo sguardo si volge al Sé e sorgono le domande: “Chi sono? Se non sono il bambino prodigio che avevano decantato mamma e papà, se non sono lo studente preferito della maestra, se non sono l’atleta che mi avevano promesso che sarei diventato, allora chi sono?”.

Zerocalcare sembra parlare della fatica delle proiezioni che provengono dall’esterno, degli stereotipi sociali che si abbattono sul singolo e che possono far sentire inadeguati e a volte “rotti”. Se si dà voce alla parte autentica di sé, cosa resta?

Lo psicoterapeuta Charmet sottolinea quanto l’adolescente senta di avere dei compiti evolutivi da svolgere. Questo significa che sente l’esigenza di dover fare, pensare o realizzare qualcosa di importante per sé, qualcosa di così significativo ed irreversibile tale da dare una svolta alla propria vita e che le dia importanza. La finalità è quella di sentire di aver fatto un salto di qualità, ma cosa accade se il processo si blocca? Se non si ha una direzione specifica, se le risorse si rivelano insufficienti e se l’angoscia diventa opprimente? Trovare la propria strada può diventare un compito difficile e accidentato.

Spesso, infatti, gli adolescenti sentono su di sè lo sguardo di ritorno colmo di domande in merito alla propria identità e valore e sentono la pressante richiesta sociale in merito alla necessità di sbrigarsi nel capire chi siano, quale siano i loro talenti e che si assumano responsabilità. Ma se dentro di sé esiste l’ipotesi e la paura di non essere altro che quel ragazzo annoiato, violento, “addormentato” allora il dolore non può che aumentare soprattutto nel momento in cui si prende consapevolezza che tutte queste voci, che si pensava provenissero dall’esterno, nascono in realtà dall’interno.

E allora noi andavamo lenti perché pensavamo che la vita funzionasse così, che bastava strappare lungo i bordi, piano piano, seguire la linea tratteggiata di ciò a cui eravamo destinati e tutto avrebbe preso la forma che doveva avere. Perché c’avevamo diciassette anni e tutto il tempo del mondo.

Se l’adulto nevrotico soffre per il “passato” e le ferite che esso ha comportato, l’adolescente spesso soffre a causa della mancanza di futuro e per il lutto di quella promessa non mantenuta. E qui “strappare lungo i bordi non è più possibile: bisogna fare il lutto di quella promessa, di quel futuro immaginato che non può più realizzarsi, di quel sé futuro non raggiungibile. Crescere significa allora costruire la propria linea tratteggiata, essere pronti ad aggiustarla quando le cose non vanno come desiderate e immaginarsene una nuova, magari non proprio identica a quella idealizzata. E forse quell’ideale dell’Io promosso dai genitori, dall’ambiente e da se stessi non può funzionare, quella sagoma deve essere personale, nuova, creativa. Qui può trovare spazio il desiderio, la speranza per la costruzione di sé, non solo intrisa di aspettative, ma frutto di un percorso personale e intimo a volte accidentato.

Zerocalcare parla anche della paura di crescere e dell’errore, quindi dello scacco evolutivo in cui i ragazzi a volte si trovano. Capita infatti che i ragazzi si ritirino, che decidano di non partecipare più alla vita, né scolastica né sociale/relazionale.

Per un sacco di tempo ho pensato che se non strappavo più un cazzo, se tenevo tutte le bocce ferme immobili, almeno non facevo altri danni.

Ma si tratta di una chimera: il tempo scorrerà lo stesso e la vita con esso infatti:

pure se non lo strappi quello si ciancica.

È un processo che non si può arrestare. Fare e non fare sono comunque due azioni, sono scelte che porteranno a delle conseguenze; il tempo scorre e subentra la consapevolezza della morte. Emerge così un forte dolore e la sensazione di inadeguatezza, della paura di presentarsi al mondo e dell’entrata nel mondo degli adulti cupi, grigi e privi di speranza o spessore.

Personaggio chiave e controverso è Secco, l’amico che tutti dovremmo avere. A prima vista sembra superficiale, ma quel gelato che offre come panacea di tutti i mali può forse rappresentare la cura dell’amico, la sua vicinanza e sintonizzazione silenziosa. Quello che propone non è solo passare oltre il dolore, ma introdurre un elemento consolatorio. Secco si dimostra l’amico sempre presente, forse afflitto anche lui dell’assenza di un posto nel mondo e di un futuro, si barcamena nell’oggi e offre una spalla a chi gliela chiede. Secco gioca a poker, scommette sul fatto che le cose andranno bene, in qualche modo scommette sul futuro, pensa che potranno capitargli buone carte e allora riscattarsi. Amico silenzioso e riservato conosce i pensieri e i segreti di tutti: davanti al gelato gli amici si aprono, forse in qualche modo si sentono consolati e accettati; senza pressioni ci si confida. Secco non offre solo l’oggetto, ma l’occasione dell’esperienza della condivisione.

L’uscita dall’adolescenza e l’entrata nel mondo degli adulti è rappresentata come un percorso tragicomico in cui leggerezza e profondità si mescolano. La morte, silenzioso filo conduttore che attraversa gli episodi, compare prepotentemente con tutto il suo dolore solo alla fine (non tratterò in questo articolo il tema del suicidio perché merita una riflessione a parte). La morte, simbolo e metafora del lutto per ciò che non è più possibile, lascia cicatrici visibili ed eterne e al tempo stesso lascia spazio per la guarigione della ferita (forse anche di quella narcisistica) che consente di proseguire il percorso senza dimenticare.

Dott.ssa Debora Tonello

Psicologa – Psicoterapeuta

 

BIBLIOGRAFIA

Lancini M., Cirillo L., Scodeggio T., Zanella T. L’adolescente. Psicopatologia e psicoterapia evolutiva. Raffaello Cortina editore 2020
Pietropolli Charmet G. Fragile e spavaldo. Ritratto dell’adolescente di oggi. Editori Laterza 2008.
Pietropolli Charmet G., Bignamini S., Comazzi D. Psicoterapia evolutiva dell’adolescente. FrancoAngeli 201
S. Freud, Totem e tabù e altri scritti 1912-1914, OSF, Torino, Bollati Boringhieri, 2000
Winnicott D. W. (1960). Sviluppo affettivo e ambiente. Armando: Roma.
Winnicott D. W. (1975). Dalla pediatria alla psicoanalisi. Feltrinelli: Firenze
Zerocalcare. Strappare lungo i bordi

Cambiamento climatico e ansia

Eco-ansia. È con questo termine che ci si riferisce alla sintomatologia ansiosa sperimentata in risposta al cambiamento climatico. Negli ultimi anni i media hanno puntato i riflettori sugli effetti del riscaldamento globale indotto dalla condotta dell’uomo sul pianeta. E tali effetti sono osservabili: aumento delle temperature, cambiamento delle rotte dei venti e della distribuzione delle piogge, estinzione di alcune specie animali, difficoltà negli approvvigionamenti di cibo, distruzione di ecosistemi e, in un futuro non troppo lontano, migrazioni climatiche.

L’incremento della consapevolezza circa il cambiamento climatico, dunque, unito alla preoccupazione per il futuro e al senso di impotenza costruisce le basi per l’eco-ansia. Essa può essere caratterizzata anche da paura e panico, rabbia, sensazione di svuotamento, stanchezza, senso di colpa, fino a includere disperazione e vere e proprie fobie.

Alcuni autori considerano l’eco-ansia una specie di disturbo pre-traumatico da stress, poiché le conseguenze dell’evento traumatico vengono sperimentate ancor prima che se ne abbia esperienza diretta.

Il malessere connesso al cambiamento climatico include anche il lutto ecologico, riferito alla perdita di ecosistemi, paesaggi, abitudini, etc. e la solastalgia intesa, quest’ultima, come la sofferenza che ci pervade quando l’ambiente che ci circonda viene violato.

Bambini e adolescenti sono maggiormente esposti a questo genere di disturbi e questo perché, a differenza delle generazioni precedenti, sono cresciuti in un contesto in cui lo spettro del cambiamento climatico è costantemente in agguato e, sotto questo punto di vista, non si sono mai sentiti protetti e al sicuro. Inoltre è possibile che gli effetti del riscaldamento globale influiscano sullo sviluppo già dal concepimento.

Non è un caso che gli scioperi per il clima (es.: Fridays for Future) coinvolgano proprio i più giovani: sono loro a sentire maggiormente il peso e l’ineluttabilità dei cambiamenti climatici ed è a loro che bisogna guardare per la costruzione di buone prassi collettive che li vedano protagonisti.

Ma come si può gestire l’eco-ansia? Si tratta di un ambito di ricerca del tutto nuovo, perciò non è possibile identificare strumenti indubbiamente efficaci nel trattamento di questo malessere del Ventunesimo secolo. Chi se ne occupa, però, lo fa agendo su due fronti:

individuale, offrendo la possibilità, a chi chiede aiuto, di riscoprire le proprie risorse personali mettendole al servizio dei valori che intende perseguire, limitando la tendenza a catastrofizzare e riscoprendo le sfumature di un mondo che non è solo in bianco e nero grazie anche a pratiche di mindfulness e gratitudine oltreché all’instaurazione di routine salutari;
collettivo, mettendo in contatto individui con bisogni simili, promuovendo programmi di educazione ambientale e incentivando azioni di gruppo volte alla salvaguardia del pianeta.

L’eco-ansia, il lutto ecologico e la solastalgia, pur procurando sofferenza e disagio, possono in fin dei conti rappresentare anche un importante motore per il passaggio all’azione. Le istituzioni e i professionisti devono perciò mettersi al servizio di questo malessere che, di fatto, è connesso a un bisogno fondamentale: prendersi cura del pianeta per sopravvivere!

 

Dott.ssa Arianna Calabrese
Psicologa- Psicoterapeuta

Riferimenti bibliografici

Baudon, P., & Jachens, L. (2021). A Scoping Review of Interventions for the Treatment of Eco-Anxiety. International journal of environmental research and public health, 18(18), 9636.
Benoit, L., Thomas, I., & Martin, A. (2021). Review: Ecological awareness, anxiety, and actions among youth and their parents – a qualitative study of newspaper narratives. Child and adolescent mental health, 10.1111/camh.12514.
Comtesse, H., Ertl, V., Hengst, S., Rosner, R., & Smid, G. E. (2021). Ecological Grief as a Response to Environmental Change: A Mental Health Risk or Functional Response?. International journal of environmental research and public health, 18(2), 734.
Gislason, M. K., Kennedy, A. M., & Witham, S. M. (2021). The Interplay between Social and Ecological Determinants of Mental Health for Children and Youth in the Climate Crisis. International journal of environmental research and public health, 18(9), 4573.

Psicologia positiva e comunicazione non violenta (CNV)

 

Ciao Io sono il lupo e sono il simbolo della comunicazione violenta, quella comunicazione che giudica, paragona, valuta, e usa tutto ciò che rende la comunicazione pesante, difficile. Quando ho le orecchie rivolte verso l’altro lo sto giudicando, svalutando ecc. Quando ho le orecchie rivolte indietro lo sto facendo con me stesso.

 

 

Ciao io sono la giraffa e sono il simbolo della comunicazione non violenta, perché sono Il mammifero terrestre con il cuore più grande e con il mio lungo collo posso avere una visuale più ampia. Con la comunicazione non violenta si è più capaci di comunicare, di gestire i conflitti e di empatizzare con sé e gli altri. L’empatia è la base della comunicazione non violenta. Quando ho le orecchie rivolte verso l’altro sto cercando di capire i suoi bisogni e motivazioni ecc. Quando ho le orecchie rivolte indietro lo sto facendo con me stessa.

 

Questi due simboli sono stati scelti fin dal 1960 da Rosenberg per insegnare alle persone, ai gruppi di lavoro, scolastici e alle famiglie come comunicare senza giudizi e in modo efficace. Senza giudizi la comunicazione non si chiude, ma si apre, perché si impara a comunicare i bisogni in maniera non violenta.
Durante la comunicazione violenta si entra in un sistema comportamentale agonistico in cui c’è un aggressore e una persona che viene aggredita. Di fronte ad un’aggressione la mente può scegliere tra tre comportamenti: aggredire a sua volta, difendersi anche attraverso la fuga, oppure bloccarsi, non riuscire né a contrattaccare, né a sottrarsi.
Il nostro cervello funziona in modo per cui più intensa è l’emozione più le capacità di pensiero e associative vengono bloccate. Questo comportamento è importante perché l’obiettivo è quello di far sopravvivere la persona.

Facciamo un esempio: se io mi trovo nella giungla e compare una tigre non devo trovarmi a pensare quanto è bella la tigre, che belli che sono i colori del suo mantello e altre cose su di lei, questa capacità di pensiero si deve spegnere in favore della mia capacità di sopravvivere e quindi devo provare intensa paura e di conseguenza scappare.
Tutte le volte in cui durante una comunicazione le emozioni che passano sono intense la capacità della neocorteccia di far funzionare le aree riflessive e associative viene compromessa, di conseguenza la persona non pone più la sua attenzione sul contenuto della comunicazione ma sulla modalità con cui la cosa viene comunicata e se questa modalità viene percepita come un’aggressione non penserà al contenuto che le viene comunicato ma ad un modo per potersi sottrarre all’aggressione.
Se invece utilizzo la comunicazione non violenta posso far sapere al mio interlocutore che sono arrabbiato, i motivi per cui lo sono e che cosa vorrei invece che accadesse di diverso. In questo modo l’emozione non sarà intensa e non comprometterà il funzionamento delle aree associative del cervello, diventerà quindi possibile confrontarsi su quello che sta accadendo e sul contenuto della comunicazione.
La CNV oltre a favorire una comunicazione interpersonale efficace permette di sviluppare empatia.
Nel momento in cui si comincia ad utilizzare la CNV si abbassano i livelli di aggressività, la comunicazione diventa più rilassata e c’è un maggior benessere percepito.
Rosenberg, dopo aver studiato con Carl Rogers il creatore della psicologia umanistica, ha creato un protocollo semplice composto da 4 fasi per poter parlare in modo non violento.
Le fasi sono: osservazione, sentimento, bisogno e richiesta.
Spesso le comunicazioni interpersonali non funzionano, diceva Rosenberg, perché cerchiamo soluzioni e facciamo richieste saltando la connessione con l’emozionante e i bisogni.
Questo fa sì che le persone non si sentano viste e riconosciute nel loro sentire e nei loro bisogni.
Con la CNV si impara prima di tutto a osservare, descrivere e riportare cosa è successo, successivamente a riconoscere le proprie emozioni e i propri bisogni, ed infine a fare richieste e trovare soluzioni congrue ad essi.

La CNV si inserisce all’interno della psicologia positiva che ha come suo obiettivo principale la promozione della salute attraverso due percorsi. Il primo lo fa a livello individuale promuovendo lo sviluppo e il rafforzamento dei punti di forza individuali come: l’ottimismo, la speranza, la resilienza, il coraggio, il senso di autoefficacia, la perseveranza, la competenza, l’empatia, il perdono e la saggezza, che costituiscono un “capitale psicologico”, che aiuta ad accrescere il proprio benessere. Il secondo a livello sociale promuovendo relazioni interpersonali caratterizzate da cooperazione, partecipazione attiva, senso di appartenenza.

Partendo dal presupposto che il potenziamento del benessere e il suo mantenimento nella varie fasi della vita, possa rivelarsi più efficace se è oggetto di interventi mirati partendo dall’infanzia, abbiamo ideato creato un libro, che stimolerà lavoro individuale e di gruppo su due abilità molto importanti nelle relazioni interpersonali: litigare in modo costruttivo e saper perdonare.

Per fare questo useremo una semplice storia che vede come protagonisti Volpino Martino, i suoi amici e due litiganti.

Applicando le fasi della comunicazione non violenta (CNV) e del perdono Martino e i suoi amici creeranno il circolo del pensiero in grado di favorire la comunicazione e la condivisione delle emozioni, delle difficoltà e delle soluzioni, fino ad utilizzare lo strumento del perdono per riparare le ferite emotive e lasciarle nel passato.

Qualunque sia la tua età: bambino o adulto, qualunque sia il tuo ruolo: genitore, educatore, insegnante, o lettore, questo libro ti prenderà per mano per aiutarti, divertendoti, ad acquisire gli strumenti necessari a comunicare in modo efficace e a perdonare.

Scopri di più su Le avventure di Volpino Martino e dei suoi amici nel bosco Fan Fan. Strumenti per imparare a litigare e perdonare.

 

Dr..sa Luigina Pugno

Vaccini: il contributo della psicologia del rischio

“…é lecito esporre un uomo a minor pericolo di morire, per salvarlo da un altro senza paragone maggiore? Niun dirà, cred’io di no; troppo sarebbe irragionevole”     

Genovesi, 1765

 

Da qualche mese assistiamo ad un dibattito sempre più acceso tra “si vax” e “no vax”. I rappresentanti delle due posizioni si incontrano, sempre più spesso si scontrano, quasi mai si capiscono.

Il risultato è che il dibattito diventa qualcosa di più simile a quello tra tifoserie.

Consapevoli che non è possibile esaurire nello spazio di un articolo un problema così complesso, vogliamo cercare di capire quali sono alcuni degli aspetti psicologici che sostengono la diffidenza e sfiducia, fino ad una vera e propria fobia, nei confronti dei vaccini.

I primi movimenti di scetticismo/ostilità nei confronti dei vaccini sono sorti già ad inizio ‘800, pochi anni dopo la loro scoperta. Questo avveniva prima dei Big Pharma, quando la realizzazione dei vaccini prevedeva anni di studi e sperimentazioni, prima dell’esistenza dei social network, quando il termine autismo ancora nemmeno esisteva. Questo ci può forse far ipotizzare che ci siano delle resistenze che esulano dal contesto specifico e fanno riferimento a variabili più emotive e cognitive.

Come spesso accade come reazione di fronte ad un rischio temuto, insorge forte il bisogno di una normalizzazione, di ritrovare sicurezze che si temevano perdute. Questo in parte spiega la radicalizzazione di certe opinioni: se da un lato c’è chi invoca il vaccino come strumento per poter ripartire in “totale” sicurezza, dall’altro c’è chi, proprio in reazione al senso di smarrimento ed insicurezza, attiva procedimenti cognitivi che, se da un lato rassicurano, semplificando la realtà dall’altro possono condurre a conclusioni fallaci, fino a chi a forza di doversi difendere da un nemico microscopico, finisce per vedere nemici dappertutto.

L’atteggiamento critico nei confronti dei vaccini si dispone su un continuum di intensità che va da posizioni più radicali ed assolute ad altre non necessariamente contrarie ai vaccini in sé, ma più dubbiose e preoccupate. Diverse quindi sono le posizioni rispetto ai vaccini così come diverse sono i possibili processi psicologici e sociali che ne stanno alla base. La psicologia del rischio ha evidenziato come, quando dobbiamo prendere decisioni percepite come rischiose, tendiamo a farlo non sempre su base razionale, ma su processi più automatici che semplificano la realtà; questo ci porta involontariamente a sovrastimare il rischio di alcuni comportamenti (prendere un aereo) e a sottostimarne altri (fumare). Non sempre alla fine fa più paura quello che è realmente più rischioso.

Sono proprio questi bias cognitivi che possono portare a ritenere più pericoloso un evento nuovo, che conosciamo poco, rispetto ad uno, magari statisticamente più rischioso, ma al quale siamo già abituati o a ritenere meno tollerabili rischi derivanti da una azione volontaria, quale il vaccinarsi ad esempio, piuttosto che quelli dovuti a un evento casuale o ancora dalla conseguenza di una mancata azione, quali ad esempio l’insorgere di una malattia o rischi legati al non essersi vaccinati. Un po’ come se ci fosse il pensiero di fondo di “essersela andata a cercare” che altera la valutazione oggettiva del rischio.

Altro bias cognitivo che influenza la percezione dei rischi è quello sintetizzato dalla locuzione “post hoc, ergo propter hoc”, che porta a confondere la causalità con la consequenzialità temporale, ovvero che tende a considerare un evento accaduto dopo un altro come sicuramente ed inevitabilmente da questo causato. Anche il cosiddetto effetto Dunning-Kruger porta ad una distorsione cognitiva, inducendo, almeno in un primo momento, a sovrastimare le proprie conoscenze in modo inversamente proporzionale alle reali competenze. Nel momento quindi in cui, “da profano” mi accosto ad un certo argomento, posso sopravvalutare la mia competenza, sottovalutando quella di studiosi più esperti e non riuscendo correttamente a discernere la validità effettiva delle fonti da cui traggo informazioni.

Si aggiungono variabili sociali e di personalità. Hornsey et al. fanno riferimento ad “attitudini profonde” inconsapevoli che sostengono atteggiamenti di ostilità e scetticismo nei confronti di evidenze scientifiche. Non può essere infatti, secondo gli autori, solo la mancanza di informazioni o una non corretta elaborazione di queste, che può determinare una tale resistenza ad assimilare e comprendere messaggi evidence based.

Sono state evidenziate persistenti credenze in teorie cospirative o complottiste, una tendenza individuale ad immaginare che vi siano reti di interessi che, per trarre benefici propri, sono disposti a creare danni, scatenare epidemie, manipolare le informazioni, mantenere soggiogata la popolazione generale. A questo si lega una tendenza ad avere sfiducia nelle istituzioni sanitarie e scientifiche e contemporaneamente un elevato livello di reattanza psicologica. Con questo si intende la resistenza a eseguire ordini che provengono sia da persone vicine che da organismi che possano esercitare una qualunque forma di controllo o norma, anche a scapito del proprio stesso interesse.

Si viene quindi a creare una narrazione di sé e del gruppo a cui si sente di appartenere, come detentore di un pensiero libero, indipendente anticonformista, non manipolato né manipolabile. Questa modalità di pensiero sostiene una certa tendenza all’individualismo, ovvero a ritenere che sia preferibile prendere decisioni per se stessi e che qualunque provvedimento derivi da un governo o da altra autorità sia eccessivamente intrusiva ed errata. Si collega a questo il pensiero di non poter essere efficacemente coinvolti nel percorso di cura, né essere parte di un contesto più ampio in cui essere attori di prevenzione e tutela della comunità.

Gli autori si riferiscono poi ad aspetti riconducibili a tematiche ansiose e inerenti al controllo. La fobia o anche solo il timore nei confronti di aghi, ospedali o sangue può determinare strategie di evitamento tra cui potrebbe esserci un atteggiamento contrario al vaccino. Va aggiunto anche che, nel caso specifico, i vaccini possono generare un’opposizione ancor più forte sia perché implicano letteralmente una penetrazione forzata nel corpo che perché possono attivare fantasie di contaminazione con l’idea che si “introduca” una malattia in un corpo sano.

Queste considerazioni portano a ritenere che un approccio simmetrico, intransigente nei confronti dei cosiddetti “no vax”, non solo non permette un confronto né un’azione trasformativa, ma anzi attiva meccanismi di reattanza, sostenendo la credenza di essere parte di una piccola nicchia di persone che coltivano il libero pensiero e incrementando tematiche ansiose e vissuti di isolamento.

Al contrario l’ascolto empatico di quelle che possono essere le motivazioni profonde che sostengono atteggiamenti più rigidamente avversi ai vaccini può aiutare sia la comunicazione che le relazioni, contribuendo poi, salvo contesti più francamente patologici, a limitare atteggiamenti più inflessibili e intransigenti.

Lo stesso può accadere anche in riferimento a coloro che hanno profondamente creduto nei vaccini come opportunità per uscire dalla fase di incertezza e isolamento scatenate dalla pandemia. L’atteggiamento favorevole al vaccino, può essere sì in linea con il sapere scientifico, ma talvolta fondare le radici in credenze non necessariamente logiche e razionali. Può essere primariamente una risposta all’ansia derivante dalla possibilità di ammalarsi e in generale dal bisogno di controllo e sicurezza. Anche in questo caso ci si trova di fronte a credenze immodificabili, che mal si adattano ad esempio al cambiamento di direzione dato dall’indicazione alla terza dose che potrebbe davvero “far crollare le certezze” che si avevano finora.

Vediamo quindi come ogniqualvolta ci troviamo di fronte a pensieri o comportamenti rigidi e pervasivi, di qualunque natura e direzione, può valere la pena domandarsi se derivano da bias cognitivi o da paure irrazionali che ci condizionano e guidano ed eventualmente rivolgerci ad uno psicoterapeuta che ci può aiutare ad affrontarli. Perché alcune volte è il nostro stesso inconscio che ci influenza più di qualunque possibile “dittatura sanitaria”.

Dott.ssa Chiara Delia – Psicologa Psicoterapeuta

Biografia

· Goldberg JF. (2021) – How Should Psychiatry Respond to COVID-19 Anti-Vax Attitudes? J Clin Psychiatry. Aug 24;82(5)

· Hornsey MJ, Fielding KS. (2017) – Attitude roots and Jiu Jitsu persuasion: Understanding and overcoming the motivated rejection of science. Am Psychol. Jul-Aug;72(5):459-473

· Hornsey, M. J., Harris, E. A., & Fielding, K. S. (2018) – The psychological roots of anti-vaccination attitudes: A 24-nation investigation. Health Psychology, 37(4), 307–315.

· Hornsey, M.J., Harris, E.A. Fielding, K.S. (2018) – Relationships among conspiratorial beliefs, conservatism and climate scepticism across nations. Nature Climate Change, 8 (7), 614-620.

· Martin LR, Petrie KJ. (2017) Understanding the Dimensions of Anti-Vaccination Attitudes: the Vaccination Attitudes Examination (VAX) Scale. Ann Behav Med. Oct;51(5):652-660.

· Motta, M., Callaghan,T., Sylvester, S. (2018). Knowing less but presuming more: Dunning-Kruger effects and the endorsement of anti-vaccine policy attitudes. Soc Sci Med, 211:274-281.

· Pandolfi F, Franza L, Todi L, Carusi V, Centrone M, Buonomo A, Chini R, Newton EE, Schiavino D, Nucera E. (2018) – The Importance of Complying with Vaccination Protocols in Developed Countries: “Anti-Vax” Hysteria and the Spread of Severe Preventable Diseases. Curr Med Chem. 25(42):6070-6081

· Pappas S. (2021). Social science and the COVID-19 vaccines. Am Psychol Ass 52(2).

· Pastorino R, Villani L, Mariani M, Ricciardi W, Graffigna G, Boccia S. (2021) – Impact of COVID-19 Pandemic on Flu and COVID-19 Vaccination Intentions among University Students. Vaccines (Basel). Jan 20;9(2):70.

· White SJ, Barello S, Cao di San Marco E, Colombo C, Eeckman E, Gilligan C, Graffigna G, Jirasevijinda T, Mosconi P, Mullan J, Rehman SU, Rubinelli S, Vegni E, Krystallidou D. (2021) – Critical observations on and suggested ways forward for healthcare communication during COVID-19: pEACH position paper. Patient Educ Couns. Feb;104(2):217-222

La gratitudine per fronteggiare le insidie della vita

foto royalties free

Il dizionario Treccani definisce la gratitudine come un sentimento che comporta affetto verso chi ci ha fatto del bene, ricordo del beneficio ricevuto e desiderio di poterlo ricambiare. Le ricerche focalizzate sul benessere psicologico considerano però che tale disposizione d’animo non sia rivolta esclusivamente alla riconoscenza verso l’altro ma che riguardi anche l’abitudine di rivolgere il proprio sguardo alle piccole cose belle della vita.

La gratitudine può dunque essere considerata un’emozione quando implica uno stato temporaneo nei confronti di situazioni/risultati in cui il successo sperimentato è vissuto come non dipendente da noi, ad esempio la vicinanza di una persona amata o l’apprezzamento di un gesto altruistico nei nostri confronti. Essa rappresenta invece un tratto di personalità più stabile quando fa riferimento alla predisposizione a notare “il lato positivo”.

In quest’ultima accezione, assume una certa rilevanza se connessa al concetto di resilienza, in quanto la tendenza alla gratitudine potrebbe rappresentare un punto di forza nel fronteggiamento di eventi di vita avversi e in ultima istanza un fattore protettivo rispetto alla vulnerabilità a patologie mentali.

Studi di neuroimmagine hanno portato a descrivere la gratitudine come un fenomeno determinato dalla collaborazione di più aree cerebrali coinvolte in riconoscimento, interpretazione, valutazione e risposta a stimoli emozionali o cognitivi, sia interni che esterni. Alcuni autori hanno poi osservato come esercizi di gratitudine modifichino l’attivazione del circuito della ricompensa.

Date queste premesse, negli ultimi anni molte ricerche si sono focalizzate sull’analisi dei benefici apportati da percorsi focalizzati sulla gratitudine in popolazioni cliniche e non.

Alcuni studi hanno dimostrato l’efficacia di interventi basati sulla gratitudine in individui a rischio suicidario e in pazienti oncologici nella riduzione della sintomatologia ansiosa e depressiva. Altri si sono concentrati sugli effetti di questi training nella popolazione generale. Sebbene la ricerca in questo ambito sia ancora a uno stato embrionale, i primi risultati appaiono promettenti.

Allenarsi alla gratitudine può, come si diceva prima, potenziare la capacità di affrontare piccole e grandi sfide ampliando le risorse psicologiche e sociali, riducendo i livelli di attivazione fisiologica e di ansia, incrementando la fiducia in se stessi e la sensazione di ”potercela fare” (autoefficacia percepita). In caso di insuccesso, può inoltre offrire la possibilità di normalizzare l’accaduto, lasciando poco spazio a distorsioni cognitive come la catastrofizzazione (“Non ne uscirò mai più!”) o il pensiero tutto-o-nulla (“Ho commesso un errore, sono un fallito!”).

Ma come allenarsi ad essere grati, dunque?

La strategia più nota riguarda la compilazione giornaliera di un diario della gratitudine in cui annotare, a fine giornata, da 3 a 5 cose per cui ci si sente grati in quel giorno. Inizialmente potrebbe apparire artificioso, ma concedersi il tempo di osservare le piccole cose belle quotidiane offre la possibilità di notare con sempre maggiore naturalezza (grazie all’allenamento!) come, affianco ai problemi e agli impegni giornalieri, trovino spazio anche piccoli momenti di gioia che spesso diamo per scontati (fare colazione con i nostri biscotti preferiti, incontrare un autista che vedendoci correre incontro all’autobus, decide di attenderci prima di ripartire, etc.). La nostra testa è allenata a scovare problemi, individuare soluzioni e garantirci così la sopravvivenza, ma affiancare al problem solving momenti di gratitudine potrebbe alleggerire la nostra quota di stress.

Un altro strumento per allenare la gratitudine è quello della lettera a un proprio caro. Si tratta di concedersi dieci-quindici minuti per scrivere a qualcuno le ragioni per cui gli siamo riconoscenti. Decidere di consegnare la lettera potrebbe implicare un rischio perché non è detto che le aspettative che inevitabilmente si creano rispetto a questa condivisione verranno soddisfatte ed è per questo che il diario rappresenta la scelta più popolare quando si tratta di esercizi di gratitudine.

Il “training di gratitudine” presenta però anche delle controindicazioni: in alcune popolazioni non appare efficace (es.: in individui che abbiano una dipendenza dall’alcol) ed è stato descritto come, specie in una fase iniziale, potrebbe indurre le persone a sperimentare sentimenti di colpa e vergogna e a sentirsi in debito nei confronti di ciò o di coloro verso i quali sono grati. Nonostante questo, allenarsi a riconoscere le piccole “grazie” quotidiane potrebbe avere ricadute positive sul benessere psicologico e sociale, sulla gestione di emozioni, pensieri ed eventi negativi e sull’abilità di coltivare i valori su cui si intende basare la propria vita.

Dr,ssa Arianna Calabrese

Bibliografia e sitografia

  • https://www.treccani.it
  • Cunha, L.F., Pellanda, L.C., Reppold, C.T. (2019) Positive Psychology and Gratitude Interventions: A Randomized Clinical Trial. Frontiers in Psychology. 21, 10:584.
  • Davis, D.E., Choe, E., Meyers, J., Wade, N., Varjas, K., Gifford, A., Quinn, A., Hook, J.N., Van Tongeren, D.R., Griffin, B.J., Worthington, E.L. (2016). Thankful for the little things: A meta-analysis of gratitude interventions. Journal of Counseling Psychology. 63(1), 20-31.
  • Ducasse, D., Dassa, D., Courtet, P., Brand-Arpon, V., Walter, A., Guillaume, S., Jaussent, I., Olié, E. (2019). Gratitude diary for the management of suicidal inpatients: A randomized controlled trial. Depression and Anxiety, 36(5), 400-411.
  • Harris, R. (2011). Act made simple. (Miselli, G., Zucchi, G., trans.) Oakland: New Harbinger Publications (original work published in 2009).
  • O’Leary, K., Dockray, S. (2015). The effects of two novel gratitude and mindfulness interventions on well-being. Journal of Alternative ad Complementary Medicine, 21(4), 243-245.
  • Sztachańska, J., Krejtz, I., Nezlek, J.B. (2019). Using a gratitude intervention to improve the lives of women with breast cancer: A daily diary study. Frontiers in Psychology, 10, 1-11.
  • Tala, A. (2019). Thanks for everything: a review on gratitude from neurobiology to clinic. Revista Médica de Chile. 147(6), 755-761.

LA RIBELLIONE DEL COSTUME

Le proteste delle atlete olimpioniche norvegesi che si sono opposte ad indossare divise succinte durante la competizione di Handball e la scelta di una tuta lunga da parte delle ginnaste tedesche mi hanno permesso di approfondire alcuni temi, come ad esempio: la storia delle donne alle Olimpiadi; la storia dell’abbigliamento sportivo attraverso i secoli; i regolamenti circa le divise sportive; il body shaming nello sport; il drop-out sportivo in adolescenza.

Com’è noto, le Olimpiadi antiche (svolte dal 776 a.C. al 393 d.C.) così come quelle moderne (dal 1896 ad oggi) sono state e sono la cartina al tornasole del costume della società del tempo. Con il termine costume ci si riferisce al modo consueto di agire, di pensare, di comportarsi di una persona; pertanto i giochi olimpici hanno risentito della cultura del secolo in cui si sono disputati, sono stati teatro di avvenimenti simbolici che hanno fornito occasione di riflessione, confronto e cambiamento.

In origine le donne non potevano partecipare alle Olimpiadi, nemmeno come spettatrici, pena la morte. Si deve allo scrittore Pausania il Periegeta la prima documentazione di una gara femminile, infatti nel VI secolo a.C. si era tenuta la prima edizione dei Giochi Ereidi, ovvero gare di atletica femminile. Generalmente gli uomini gareggiavano nudi, le donne indossavano il chitone, cioè una tunica lunga fino al ginocchio che lasciava scoperti la spalla ed il seno destro. Questo era un abito maschile usato o durante l’estate o per svolgere lavori di fatica. Solo le donne spartane erano incoraggiate ad essere atlete, poichè si riteneva che donne forti avrebbero generato uomini forti, si trattava di ragazze nubili che gareggiavano nude e agli uomini era consentito assistere.

Il barone Pierre de Coubertin è riconosciuto come il padre delle Olimpiadi moderne, ma si deve al lavoro e alla tenacia di Alice Milliat l’apertura delle Olimpiadi alle donne. Sebbene già nel 1900 alcune donne avessero partecipato alle Olimpiadi in maniera non ufficiale per tennis, croquet e vela, e nel 1912 in gare di tiro con l’arco, pattinaggio, vela, tennis e competizioni con imbarcazioni a motore, fu necessario attendere il 1920 affinché potessero gareggiare in maniera ufficiale. Nel 1922 Milliat inaugurò l’Olimpiade delle donne, ella fu la prima a dire a gran voce che lo sport aveva benefici psico-fisici, aiutava a prendere coraggio e coscienza del proprio corpo: pensiero assai innovativo per l’epoca in cui le donne erano escluse dalla vita politica, erano ritenute incapaci di agire secondo ragione, erano sottoposte alla potestà del marito e non godevano degli stessi diritti degli uomini né in famiglia nè all’interno della società. A inizio ‘900, le donne che praticavano sport erano considerate delle fanatiche e delle selvagge, a volte “malate di mente”; e lo stesso barone sbeffeggiava la presenza femminile e ridicolizzava il lavoro di Milliat, le Coubertin dichiarava: “La partecipazione femminile sarebbe poco pratica, priva di interesse, scorretta e antiestetica”. Il vero cambiamento avvenne tra il 1926 e il 1936 quando finalmente si aggiunsero gare femminili per le principali discipline olimpiche.

All’epoca non esisteva un adeguato abbigliamento sportivo femminile e per non dar adito a maldicenze e per non suscitare “scandali”, le donne erano costrette ad indossare vestiti lunghi, con maniche lunghe e collo alto, e gonne ingombranti: erano tenute a mantenere il decoro, era impensabile vedere i loro capelli spettinati, il viso arrossato ed era ritenuto scandaloso il corpo che compiva gesti atletici. Gli uomini, invece, indossavano maglie in cotone e shorts.

A cavallo tra gli anni ’20 e ’30 iniziò il connubio tra moda e sport, nomi come Elsa Schiaparelli e Coco Chanel, che introdusse la moda à la garçonne, contribuirono a rendere l’abbigliamento sportivo femminile più adatto alla pratica; e la tennista Suzanne Lenglen, per prima, si presentò in campo con una gonna leggera sopra il polpaccio, destando scalpore. Le Olimpiadi del 1936 introdussero un abbigliamento sportivo più casual: si iniziano a utilizzare tessuti traspiranti e jersey, tute, top e canotte diventano i capi più utilizzati.

Leggendo il IX Regolamento di Gioco redatto dalla International Handball Federation del 2014 nella sezione dedicata alle divise si legge: “Le uniformi e gli accessori contribuiscono ad aiutare gli atleti a migliorare le proprie prestazioni e a rimanere coerenti con l’immagine accattivante dello sportivo e dello sport”; e poi: “[…]La Canotta degli uomini deve essere senza maniche, attillata e rispettare lo spazio per le stampature richieste. Il Top delle donne (un costume da bagno modello 2 pezzi) deve essere molto aderente, con profonda apertura giromanica sul retro, sempre però rispettando lo spazio per le stampature richieste. Non sono consentite T-shirt da indossare sotto La Canotta o Top ufficiale della squadra”.

Facendo riferimento al dizionario della Treccani ecco il significato di alcune parole:

Accattivante: Attraente, che suscita interesse e simpatia

Attraente: Seducente

Sport: Attività intesa a sviluppare le capacità fisiche e insieme psichiche, e il complesso degli esercizi e delle manifestazioni, soprattutto agonistiche, in cui tale attività si realizza, praticati nel rispetto di regole codificate da appositi enti, sia per spirito competitivo (accompagnandosi o differenziandosi, così, dal gioco in senso proprio), sia, fin dalle origini, per divertimento, senza quindi il carattere di necessità, di obbligo, proprio di ogni attività lavorativa

L’azione delle atlete norvegesi quindi va a muovere un tassello importante che pone l’accento sullo sport e non sulla sessualizzazione del corpo, la loro scelta infatti non ha penalizzato la praticità, ma forse l’ha promossa permettendo alle atlete di sentirsi a proprio agio.

Anche il ritiro della nuotatrice M. Groves, per denunciare gli atteggiamenti e le azioni indiscrete e abusanti di cui è stata vittima, è stato un altro passo importante che ha messo in luce quanto possa essere complessa, anche sotto questo punto di vista, la vita delle atlete.

Le condizioni sopra descritte possono contribuire all’oggettivizzazione sessuale della donna. Con questo termine, coniato da I. Kant, ci si riferisce al considerare una persona solo come mezzo di soddisfacimento del piacere sessuale di un altro soggetto. Fredrikson e Roberts nel 1977 introdussero la “Teoria dell’oggettivazione sessuale” in ambito psicologico e ne discussero le conseguenze.

Una recente ricerca ha evidenziato che il 24% dei commenti sui social riferito ad un’atleta donna è inerente al suo aspetto fisico piuttosto che alla performance, mentre per gli uomini il 9%.

Il body shaming, cioè la derisione per l’aspetto fisico, è oggi un tema scottante soprattutto tra gli adolescenti. Da una recente ricerca, condotta da Nutrimente Onlus, è emerso che il 94% delle ragazze, riferisce di essere stata vittima di tale fenomeno, ed il 65% dei ragazzi di essere stato umiliato pubblicamente per la stessa ragione.

Questo è un tassello importante che porta al tema del drop-out sportivo, soprattutto femminile, in adolescenza. Infatti il 40% degli adolescenti di età compresa tra i 13 e 14 anni non pratica nessuna attività sportiva ed il 57% sono ragazze.

L’adolescenza è un periodo di trasformazione fisica e mentale, spesso ci si trova a contatto con un corpo nuovo, che cambia e si trasforma, talvolta in modo imprevedibile. Può succedere che gli adolescenti sentano la necessità di mascherare questi cambiamenti, anche solo temporaneamente come per prenderne confidenza, talvolta però il disagio può trasformarsi in una sofferenza importante che può richiedere un percorso psicoterapeutico. Quindi, a volte, fare sport e indossare indumenti troppo aderenti o con i quali non ci si sente a proprio agio può essere uno dei fattori che fa allontanare dall’attività.

Inoltre, i potenti stereotipi culturali in merito alla bellezza promossi dai media, e non solo, penalizzano i fisici delle agoniste promuovendo invece un’estetica vittoriana.

Le ginnaste olimpioniche tedesche, decidendo di indossare divise dai pantaloni lunghi (detti accademici), hanno ribadito un importante messaggio, già lanciato in precedenza da altre ginnaste, per ribellarsi alla sessualizzazione dei corpi delle atlete; oltretutto questa scelta le tutela da eventuali spiacevoli incidenti che potrebbero causare loro imbarazzo, dal momento aggiustare il body durante la gara comporta delle penalità. La promozione di un abbigliamento che faccia sentire a proprio agio ha anche l’obiettivo di avvicinare le giovani alla pratica sportiva contrastando anche il fenomeno del drop-out.

Cambiare costume si può ed è responsabilità di ciascuno di noi.

Dr.ssa Debora Tonello

Bibliografia e sitografia

  • Paola Carbone (2010): L’adolescente prende corpo. Il pensiero scientifico editore.
  • Elena Riva (2009) Adolescenza e anoressia. Corpo, genere, soggetto. Raffaello Cortina Editore
  • Giuseppe Vercelli (2016). Vincere con la mente. Come si diventa campioni: lo stato della massima prestazione. Ponte alle Grazie
  • Eva Cantarella, Ettore Miraglia (2021). Le protagoniste. L’emancipazione femminile attraverso lo sport. Feltrinelli
  • Piano Nazionale per la Promozione dell’Attività Sportiva, Tangos (Tavolo Nazionale per la Promozione nello Sport) settembre 2012
  • Indagine annuale “Aspetti dela Vita Quotidiana”, Istat anni 2012 e 2011
  • Educazione Fisica e sport a scuola in Europa, Eurydice (Commissione Europea) 2013
  • nutrimente.org
  • treccani.it

 

 

 

 

 

I disturbi del desiderio sessuale

Oggigiorno, la nostra società è bombardata da un modello basato essenzialmente sull’apparenza, la bellezza, il denaro, modelli che risultano sempre più difficili da raggiungere. In ambito sessuale, l’attenzione ormai viene data principalmente alla prestazione dimenticandosi dell’origine dell’atto sessuale; il toccare, l’entrare in sintonia con l’altro, il focalizzarsi sul vissuto soggettivo del piacere. Le disfunzioni sessuali, soprattutto nelle relazioni di coppia, diventano sempre più sintomo di incomunicabilità tra i partner.

Nella vita sessuale dell’uomo, a differenza di quella degli animali, troviamo implicata tutta la sfera affettiva dell’individuo, ed è proprio questo che permette di cogliere tutta la complessità delle funzioni che vi sono alla base, cioè quelle funzioni di riproduzione e di piacere.

Si può osservare come nell’animale questi sistemi interagiscono sinergicamente tra di loro in un comportamento stereotipato e istintivo, mentre nell’uomo intervengono anche componenti psicologiche, norme sociali e culturali che andranno a influire in maniere diversa sul vissuto che l’individuo avrà della propria esperienza sessuale. La complessità dell’uomo porta inevitabilmente a un’indubbia risonanza nella dimensione patologica.

Il desiderio sessuale è l’espressione di una funzione associativa complessa; questa fase è attivata da stimoli che possono essere sia endogeni che esogeni, che non faranno altro che indurre l’individuo al comportamento sessuale. Degli stimoli endogeni, fanno parte l’immaginario erotico, le fantasie sessuali spontanee e volontarie e le emozioni. Mentre, gli stimoli esogeni sono segnali veicolati attraverso gli organi di senso che possono essere percepiti dall’individuo come attraenti.

La fase del desiderio è un processo multidimensionale, infatti sono importanti i fattori motivazionali, affettivi, cognitivi e stimoli biologici e istintuali che fanno parte del bagaglio evolutivo dell’uomo.

Quindi si può definire il desiderio sessuale come la risultante di fattori biologici, psicologici e relazionali. Rappresenta importanti significati affettivi e relazionali, come espressione di amore e passione, è un vero e proprio termometro della qualità della relazione. Il desiderio è un processo che varia lungo un continuum che parte dalla passione, all’interesse, al bisogno.

Sia negli uomini che nelle donne declina con l’età con una valenza maggiore nelle donne che va a coincidere con la menopausa. Nell’uomo continua in maniera relativamente costante dall’adolescenza alla tarda maturità per poi trovare un graduale declino.

La mancanza di interesse verso il sesso è uno dei più frequenti problemi sessuali presenti sia nel sesso maschile che in quello femminile. Recenti studi affermano come il disturbo da desiderio sessuale coinvolga maggiormente il sesso femminile. Mancanza di desiderio sessuale può essere associato anche ad altri problemi sessuali, infatti può rappresentare il sintomo principale, ma anche

 

come conseguenza del disagio emotivo derivante da altri disturbi sessuali. Individui che presentano questo disagio, possono avere problemi nella costruzione di relazioni sessuali stabili, in quanto il partner interpreta, molto spesso, la mancanza di desiderio come un disinteresse nei suoi confronti.

Tra i disturbi del desiderio troviamo:

  • Disturbo del desiderio sessuale ipoattivo;
  • Disturbo da avversione

 

Il disturbo del desiderio sessuale ipoattivo è definito come una persistente e ricorrente carenza di fantasie sessuali o recettività per l’attività sessuale, che provoca stress personale. Uno scarso desiderio sessuale può essere globale e includere tutte le forme di espressione sessuale o può essere situazionale e limitato a un partner o a un’attività sessuale specifica. Nell’individuo, si assiste a una mancanza di motivazione a cercare gli stimoli, la frustrazione diminuisce quando manca la possibilità di avvicinarsi all’esperienza sessuale. E’ importante nel lavoro clinico, prendere in considerazione la coppia infatti, lo scarso desiderio sessuale in un partner può riflettere un eccessivo bisogno di espressione sessuale da parte dell’altro partner.

Il disturbo da avversione sessuale è caratterizzato prevalentemente da avversione, evitamento attivo del contatto sessuale con un partner. I soggetti riportano ansia, timore o disgusto quando si trovano a vivere l’esperienza sessuale.

L’avversione, però, può anche essere circoscritta a un particolare aspetto dell’esperienza sessuale come ad esempio le secrezioni genitali, la penetrazione e così via. Altri riportano una repulsione generalizzata verso lo un qualsiasi stimolo sessuale come i baci, le carezze, l’intimità. In risposta a questi stimoli, l’individuo può provare un’ansia moderata con mancanza di piacere fino ad arrivare ad un’estrema sofferenza psicologica.

L’individuo che non è a suo agio con un livello più o meno elevato di desiderio, può porsi delle domande, di come ciò accada. A volte è possibile che nasca in associazione a fattori contestuali (figli, lavoro, assenza di privacy), lavorando su questi aspetti è possibile che la problematica sessuale sparisca. Se il disagio persiste è possibile che il problema abbia un’origine più profonda data dalla propria storia di vita. In alcuni casi, infine, il disagio vissuto è collegato solo apparentemente al disturbo del desiderio e che in realtà è la conseguenza della presenza di un altro disturbo sessuale, portando la persona ad evitare la sessualità per evitare le difficoltà associate.

 

Dott. Mirco Carbonetti

Psicologo Psicoterapeuta e Sessuologo clinico

 

Bibliografia:

 

APA. (American Psychiatric Association) (2014). DSM-V, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Cortina, Milano.

Boncinelli, Rossetto, Veglia (2018), Sessuologia Clinica, modelli di intervento, diagnosi e terapie integrate, Erickson.

Giddens,(1994) La trasformazione dell’intimità,Il Mulino, Milano.

Giusti, Mariani, Salerno, (2012) Terapia del desiderio. Maschile e femminile, Sovera edizioni.

Leiblum S.R., Rosen R.,(2004b). Principi e pratica di terapia sessuale. CIC Edizioni Internazionali, Roma. Master W.H., Johnson V.E.,(1987). Il sesso e i rapporti amorosi, Cortina, Milano.

Pridal C.G., LoPiccolo J.,(2004). Trattamento multimodale dei disturbi del desiderio: Integrazione della terapia cognitiva, comportamentale e sistemica. In e a cura di Graziottin A., Principi e pratica di terapia sessuale, CIC Edizioni internazionali, Roma.

Veglia F.,(2006). I disturbi sessuali, in B.Bara, Manuale di psicoterapia cognitiva, Bollati Boringhieri.

ZONA BIANCA E LIBERA USCITA: CHE APPROCCIO CON I NOSTRI RAGAZZI? Disregolazione Emotiva in adolescenza e post lock down. Facciamo il punto.

Finalmente in zona bianca, più tempo per condividere e fare, le tanto agognate vacanze si avvicinano, via alle mascherine all’aperto e…non c’è più il coprifuoco! Tutto meraviglioso, fino a quando non ti ritrovi nuovamente a discutere con tuo figlio adolescente sugli orari, sui limiti, sui comportamenti a rischio fuori casa, sul “Che palle ma’”. E ti chiedi: “Forse era meglio quando potevo controllarlo a casa, certo, stava sempre in camera e al cellulare ma almeno sapevo dov’era?”

È opinione comune, dimostrata dalle molte ricerche in merito, che la lunga chiusura forzata, dovuta alle restrizioni del lock down, abbia causato effetti devastanti su un periodo già di per sé complesso come quello adolescenziale, ma, restituire con gli interessi libertà e concessioni mai avute, sarà troppo? Esiste un labile confine tra la cura della socialità dei nostri figli ed un eccesso di permissivismo? Per non parlare dei rischi che un genitore può o meno assumersi nel corso di una crisi sanitaria tutt’altro che vicina ad un epilogo.

Quindi occorre fare un passo indietro, perché quello della gestione adolescenziale, è sempre stato un aspetto complesso, ben prima del Covid – che come sappiamo, ha acutizzato queste ed altre problematiche.

Analizziamo un attimo la situazione: l’adolescenza è una fase di vita straordinaria ma allo stesso tempo disorientante, sia per quanto riguarda il vissuto degli adolescenti, sia per il vissuto di coloro che degli adolescenti devono prendersi cura. In questa fase di costruzione identitaria (corporea, sessuale, sociale), è fondamentale per l’adolescente la possibilità di esplorare il mondo esterno e di mettersi alla prova, confrontandosi con il gruppo dei pari. L’adolescente tende a ricercare maggiore indipendenza, mettendo in discussione l’autorità genitoriale e testandone e trasgredendone, frequentemente, limiti e confini.

Sappiamo che i cambiamenti che avvengono a livello cerebrale nei primi anni dell’adolescenza predispongono alla comparsa di caratteristiche mentali specifiche come ricerca di novità, coinvolgimento sociale, maggiore intensità emotiva ed esplorazione creativa e come tutto questo possa portare a disregolazione emotiva. Di cosa si tratta?

La regolazione delle emozioni è quel processo di generazione, monitoraggio, valutazione e modifica delle reazioni emotive al fine del raggiungimento di un obiettivo (Thompson, 1994). Una regolazione delle emozioni pienamente funzionale richiede la capacità di riconoscere il significato emotivo degli stimoli percepiti, di attivare un processo regolativo e di scegliere e attuare una strategia appropriata, processo che richiede il coordinamento di processi cerebrali multipli ad alto livello, e le competenze cognitive sociali, come la capacità di comprendere e considerare il punto di vista dell’altro e dove anche il ruolo genitoriale gioca un ruolo fondamentale (Sheppes et al., 2015).

Su quest’ultimo fondamentale punto, si teorizza, come lo sviluppo di un attaccamento sicuro nei confronti di persone significative nella prima infanzia sia essenziale per lo sviluppo di una regolazione emotiva. Un danneggiamento nella formazione di una rappresentazione interiore sicura può compromettere sostanzialmente l’acquisizione delle capacità di regolazione emotiva nell’infanzia e portare a uno scarso adattamento sociale più avanti. Già Bowlby, il padre della teoria dell’attaccamento, sottolineava come la caratteristica più importante nell’essere genitore sia il fornire una base sicura da cui partire per affacciarsi nel mondo esterno e a cui tornare sapendo che si sarà il benvenuto, nutrito sul piano fisico ed emotivo, confortato se triste, rassicurato se spaventato (Bowlby, 1989).

Capiamo, quindi, come in questo processo di maturazione sia possibile incontrare stati di disregolazione emotiva nell’adolescente, in cui il comportamento espresso traduce l’incapacità di regolare i propri stati emotivi interni, organizzare l’esperienza e le risposte comportamentali in modo funzionale; le emozioni possono essere vissute in modo eccessivo, con livelli di attivazione al di sopra dei limiti della finestra di tolleranza – “iperattivazione” oppure al di sotto dei limiti della finestra di tolleranza – “ipoattivazione” (con finestra di tolleranza si intende il range di intensità emotiva che ognuno di noi è in grado di tollerare senza interrompere la funzionalità del nostro sistema, per un approfondimento, Siegel, 2013).

In tutto questo già complesso quadro, l’attuale emergenza sanitaria ha implicato un contesto fisico, sociale e culturale che ha reso ancor più difficile fronteggiare questo delicato momento evolutivo. Lo stravolgimento delle abitudini di vita, il distanziamento sociale, il senso di incertezza e precarietà, il maggior tempo trascorso davanti agli schermi, la ridotta attività fisica, sono alcuni degli elementi che hanno ostacolato la possibilità e la necessità di sperimentare ed esplorare tipica di questa fase evolutiva. Vari studi recenti hanno messo in luce come vi sia stata una correlazione tra l’isolamento protratto e il rischio di incorrere in disturbi depressivi, soprattutto nel genere femminile (Loaded at al, 2020), e come la percezione di solitudine sia correlata a maggiore stress attivando una cascata neurobiologica con effetti nefasti sul piano fisico e psicologico (Park, et al., 2020).

Quindi, se tuo figlio adolescente, soprattutto dopo il lock down e le varie restrizioni che ha comportato, non vede l’ora di uscire, protesta rispetto alle regole e all’autorità genitoriale, è impulsivo, ha frequenti sbalzi d’umore e non ha interesse nel confrontarsi con te… benissimo, segnale positivo che ci troviamo nel regolare processo! Ed è anche assolutamente normale che tu genitore abbia questa ambivalenza nel dare limiti, dopo un periodo così complicato, trovandoti di fatto ad oscillare tra uno stile genitoriale molto rigoroso, e una modalità indulgente, che tende a minimizzare regole, aspettative e richieste. Quindi, come muoversi in tutto questo?

L’obiettivo da porsi è quello di trovare un equilibrio “tra clemenza e rigore”. In che modo? Bilanciando il supporto e la guida, quando è necessario o i ragazzi lo richiedono, concedendo al tempo stesso spazi di libertà per aiutare il ragazzo a diventare indipendente; ponendo dei limiti ma offrendo possibilità di scelta, in un mix di fermezza e gentilezza, per cui scegliere le priorità non negoziabili nel rapporto genitori-figli; fornendo le radici dell’appartenenza e le ali per esplorare e conoscere la vita da sé (Harvey & Rathbone, 2021).

Possiamo, inoltre, sforzarci di non giudicare direttamente i comportamenti dei nostri ragazzi come buoni o cattivi in sé, ma come espressione di bisogni che si esprimono nella relazione di attaccamento. Provando a mettere da parte temporaneamente i nostri pensieri e emozioni, possiamo ascoltare empaticamente quelli dei nostri ragazzi, comprendendo come il conflitto faccia parte dell’attaccamento e sia costruttivo. Nel conflitto, infatti, gli adolescenti cercano di bilanciare i loro bisogni di indipendenza con quelli di connessione.

Nel far questo, occorre che il genitore non dimentichi che l’unico modo per avere energie e risorse sufficienti a prendersi cura del proprio figlio adolescente sia prendersi cura di sé stessi. Come già sosteneva la Lihenan nel 1993, insegnare a sé stessi come calmarsi, distrarsi e consolarsi in circostanze difficili e dolorose è fondamentale per ridurre l’intensità delle emozioni e superare il momento di crisi senza peggiorare le cose.

In sostanza: prova a fare un passo indietro prima di reagire al comportamento, respira, ascolta, mettiti nei panni e confrontati empaticamente con tuo figlio, senza dimenticarti il tuo ruolo di autorità genitoriale in grado di imporre regole e limiti anche non concordi al desiderio di tuo figlio ma agite al fine ultimo del suo benessere e tutela. Una crescita sana passa anche attraverso la rottura di equilibri in un costante tiro alla fune con il genitore, chiamato a lasciar liberi i figli, dar loro fiducia, accettarne le scelte – contenendo le proprie naturali ansie, come gli inevitabili disaccordi – ma anche a porre limiti, regole e confini, e a fare da “base sicura” a cui poter fare ritorno nei momenti di bisogno.

 

Dott.ssa Giacone Giulia

 

Riferimenti bibliografici:

Bowlby, J. (1989). Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. Raffaello Cortina Editore, Milano.

Harvey, P., & Rathbone, B. H. (2021). Adolescenti con emozioni intense: Come gestire con la DBT le sfide emotive e comportamentali di tuo figlio. FrancoAngeli Editore, Milano.

Linehan, M. (1993). Skills training manual for treating borderline personality disorder (Vol. 29). New York: Guilford press. Trad.it. DBT Skills Training. Manuale-schede e fogli di lavoro. Con USB card. (2015). Raffaello Cortina Editore, Milano.

Loades, M. E., Chatburn, E., Higson-Sweeney, N., Reynolds, S., Shafran, R., et al., (2020). Rapid Systematic Review: The Impact of Social Isolation and Loneliness on the Mental Health of Children and Adolescents in the Context of COVID-19. J Am Acad Child Adolesc Psychiatry, 59(11):1218–1239.

Park, C., Majeed, A., Gill, H., Tamura, J., Ho, R.C., Mansur, R.B., Nasri, F., Lee, et al. (2020). The Effect of Loneliness on Distinct Health Outcomes: A Comprehensive Review and Meta-Analysis. Psychiatry Research, 294:113514.

Sheppes, G., Suri, G., Gross, J.J. (2015). Emotion regulation and psychopathology. Annu. Review of Clinical Psychology. 11, 379–405.

Siegel, D. J. (2013). La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale. Raffaello Cortina Editore, Milano.

Thompson, R.A. (1994). Emotion regulation: a theme in search of definition. Monographs of the Society for Research in Child Development Society for Research in Child Development. 59, 25–52.

Languishig: l’emozione di chi non prova emozioni

A black and white shot of a lonely female standing in front of the windows looking at the buildings

Nel corso dell’ultimo anno e mezzo sarà capitato a tutti, almeno una volta, di vivere un senso di “assenza di benessere”. La pandemia ci ha messi alla prova in tantissimi modi diversi, costringendoci a vivere una situazione di “riposo forzato” dalla nostra vita, dai nostri progetti, dalla socialità. Abbiamo dovuto ricalibrarci su dei ritmi completamente diversi, in molti casi estremamente lenti e dilatati, e le nostre priorità sono cambiate in quanto è venuto a mancare quel contorno che, fino a marzo 2020, riempiva le nostre giornate, dando un senso a tutto.

Quando il Covid-19 è entrato nelle nostre vite, in maniera dirompente e inaspettata, le emozioni e gli stati d’animo più diffusi sono stati ansia, paura, rabbia. Gli studi ci raccontano che, ad oggi, la maggior parte della popolazione ha imparato a gestire tutto questo, ma ciò non significa che le persone stiano bene o siano addirittura felici.

Nel 2002 lo psicologo e sociologo Corey Keyes ha adottato per la prima volta il termine languishing per definire uno “stato di vuoto e stagnazione”. Non si tratta dunque di una vera e propria patologia, ma più di una condizione che si colloca a metà tra la depressione e il suo esatto opposto, il flourishing, ovvero uno stato di vitalità emozionale che fa “fiorire”la persona (Seligman e Csikszentmihaly, 2000).

Nel languishing, sebbene non si presenti alcun tipo di sintomatologia psicopatologica, si ha una completa assenza di benessere.

Ciò che molti di noi provano in questo momento, in particolare come reazione al periodo di pandemia così prolungato, non è depressione o tristezza, ma mancanza di gioia e di scopi. È come, scrive lo psicologo statunitense Grant, confondersi tra i giorni, come osservare le nostre vite attraverso un vetro appannato. Non siamo depressi ma, al tempo stesso, non stiamo funzionando al massimo delle nostre potenzialità. Secondo l’opinione dello stesso Grant, il languishing sarà l’emozione dominante del 2021. Le conseguenze di tale stato emotivo sono molteplici, come difficoltà di concentrazione e mancanza di motivazione,  e possono andare a influire sul rendimento lavorativo e scolastico, sulla socializzazione e sul mantenimento delle relazioni.

Nessuno è immune dal languishing ma Gillespie (2021) ha identificato dei fattori protettivi e dei fattori predisponenti. Secondo l’autore, le persone più abili nella gestione dello stress sarebbero meno inclini a “languire”, in quanto meno predisposte a farsi sopraffare dagli eventi. Al contrario, soggetti con predisposizione genetica a patologie psichiatriche, o con pregressi disturbi d’ansia o depressione, sarebbero più inclini a sviluppare tale stato emotivi. Anche i soggetti particolarmente estroversi potrebbero incorrere in questa emozione, in quanto potrebbero risentire particolarmente delle restrizioni e all’assenza di socialità dovute alla pandemia.

Forse ciò che rende ancora più complesso il languishing è l’impossibilità di dare un nome, di riconoscere, e, di conseguenza, gestire, questa assenza di benessere. Come nella gestione di tutte le altre emozioni, la consapevolezza di ciò che stiamo vivendo può aiutarci a farvi fronte, ad attraversare la tristezza, la rabbia, la paura, consci che ne usciremo, che finirà. Il languishing, invece, sembra non avere un inizio né una fine, e ciò rende incredibilmente faticoso sopportarlo.

Dunque cosa possiamo fare per stare meglio?

Secondo Grant è importante dare un nome a ciò che sentiamo, concentrandoci sulle sensazioni e sulle emozioni, in quanto ci aiuta ad uscire dalla confusione.

L’autore invita anche a contestualizzare la situazione, a ricordarci che non siamo soli e che, nel mondo, moltissime persone stanno vivendo ciò che viviamo noi.

Altro fattore importante per uscire dal languishing è ricominciare ad avere degli obiettivi, partendo da quelli più piccoli, quotidiani: questo potrebbe aiutarci a ricominciare a coltivare l’entusiasmo.

Secondo Grant il rimedio migliore al languishing è il flow, ovvero lo stato di abbandono che proviamo quando siamo particolarmente presi dalle attività piacevoli. Dedicarsi con entusiasmo ai nostri progetti, ad un hobby o a qualunque altra cosa ci appassioni contrasta l’assenza di benessere e ci aiuta ad assumere una nuova prospettiva.

E se questi rimedi non funzionassero? Come sottolinea Grant, “non depresso non significa non essere in difficoltà. Non essere in bornout non significa essere entusiasti ed eccitati. Riconoscere che molti di noi vivono uno stato di languore è il primo passo per dare voce a questo quieto malessere e illuminare un percorso per uscire dal disagio”. Se ci rendiamo conto di non riuscire a far fronte a questo particolare periodo, è importante ricordare che la psicoterapia può aiutarci. Affidarci a uno specialista può essere la soluzione!

 

Dott.ssa Rossella Totaro

Psicologa e Psicoterapeuta

 

 

Bibliografia:

  1. Betti, I. (2021). Non depressi, ma privi di gioia. L’emozione del 2021 è il “languishing”. Huffpost Italia.
  2. Di Paola, I. (2021). Languishing e Covid-19, State of Mind
  3. Gillespie, C. (2021). People Are ‘Languishing‘ as the COVID-19 Pandemic Continues. Here’s What That Means. Health.
  4. Grant, A. (2021). There’s a Name for the Blah You’re Feeling: It’s Called Languishing. The New York Times.
  5. Keyes, C. L. M. (2010). Change in Level of Positive Mental Health as a Predictor of Future Risk of Mental Illness. American Journal of Public Health, 100, 12, 2366-2371.
  6. Keyes, C. L. M. (2002). The mental health continuum: From languishing to flourishing in life. Journal of Health and Behavior Research, 43, 207-222.
  7. Pope, S. (2021). Not depressed but not flourishing. How ‘langioshing’ became the dominant felling of 2021, The National Post.

Il caso Sarah Everard e l’esausta indignazione delle donne verso la violenza di genere. Qualcosa sta cambiando?

Se vorrai lasciare un commento ci farà piacere. Buona lettura.

Il 3 marzo 2021 scompare una ragazza nel quartiere londinese di Clapham Common. Il suo nome era Sarah Everard.

Non che sia rilevante dirlo, ma Sarah stava rientrando alle 21.30 dopo una serata trascorsa a casa di un’amica. Si stava dirigendo verso casa sua scegliendo la strada più lunga ma più illuminata. Indossava abiti comodi e colorati, delle scarpe da ginnastica e un impermeabile verde. Aveva anche chiamato brevemente il fidanzato lungo il tragitto per avvisarlo che si stava incamminando. Non è mai arrivata a casa.

Il giorno dopo il fidanzato ne denuncia la scomparsa e partono le ricerche.

Il 9 marzo viene arrestato un poliziotto, Wayne Couzen, sospettato di aver rapito la ragazza.

Il 10 marzo Scotland Yard dichiara di aver trovato dei resti umani in un bosco nel Kent. Sono i resti di Sarah in un borsone, talmente irriconoscibili che la sua identificazione è stata possibile solo grazie ad un esame dentale. Sarah è stata seviziata e fatta a pezzi da Couzen che viene accusato di rapimento e omicidio.

 

Fin qui, a ben vedere, sembra purtroppo uno dei tanti casi di femminicidio all’ordine del giorno: una ragazza cammina da sola per strada di notte e viene aggredita.

Nulla di nuovo se si considera che l’OMS ha da poco riportato che 1 donna su 3 nel mondo è stata soggetta ad abuso fisico o sessuale almeno una volta nella vita. Inoltre, appena una settimana prima del rapimento di Sarah, il Guardian aveva pubblicato i risultati di un sondaggio di UN Women UK sulle molestie sessuali verso le donne inglesi. UN Women definisce le molestie come condotte sessuali indesiderate: si va dallo stupro ad altre aggressioni fisiche, dalla condivisione senza consenso di fotografie intime alle molestie verbali a sfondo sessuale. Il 97% delle donne tra i 18 e 24 anni nel Regno Unito ha dichiarato di aver subito molestie sessuali, mentre l’80% di quelle di tutte le età è stata molestata in luoghi pubblici. La pervasività degli abusi è data per scontata al punto che il 98% delle ragazze non denuncia ed è certa che non servirebbe a nulla.

Come ha dichiarato l’onorevole Jess Philips al Parlamento Inglese: “Le donne morte sono una cosa che abbiamo semplicemente accettato come parte delle nostre vite quotidiane. Le donne uccise non sono estremamente rare. Che le donne vengano uccise è una cosa comune”.

Ovviamente questa triste normalità non si ferma solo all’Inghilterra.

Stando ad una ricerca dell’Istat del 2014, il 31,5% delle donne italiane tra i 16 e i 70 anni ha subito nel corso della propria vita una violenza fisica o sessuale. Il 24,7% delle donne ha subito una violenza perpetrata da uomini non partner: conoscenti, amici, parenti e colleghi di lavoro.

Una percentuale non trascurabile riguarda anche lo stalking, subito dal 21,5% delle donne tra i 16 e 70 anni da parte di un ex partner. Ma i casi di stalking da parte di sconosciuti si attestano al 10,3%.

Recenti sono invece i dati sul femminicidio in Italia: dall’inizio dell’anno ce n’è stato 1 ogni 5 giorni e il 2020 è stato l’anno peggiore da vent’anni a questa parte: durante la pandemia, infatti, i femminicidi sono stati il 45% del totale degli omicidi. Inoltre, se negli ultimi 25 anni il numero di omicidi ai danni di uomini è sensibilmente diminuito, quello dei femminicidi è rimasto pressoché stabile.

In questi giorni anche in Australia si dibatte molto di violenza di genere a causa di alcuni scandali che hanno coinvolto membri del Parlamento. Dando un’occhiata ai numeri pubblicati nel 2015 dal loro istituto di statistica, si evince che un terzo di tutte le donne australiane sono state aggredite fisicamente e un quinto di tutte le donne aveva subito molestie sessuali nell’anno precedente.

 

Insomma, sembra proprio che il caso di Sarah sia solo uno dei tanti. Eppure stavolta è successo qualcosa.

Dopo il ritrovamento del corpo, il 13 marzo a Clapham Common viene organizzata una veglia per Sarah che raccoglie centinaia di partecipanti. La veglia non era stata autorizzata per via della pandemia e la polizia interviene in maniera “inappropriata e sproporzionata”, a detta dello stesso sindaco, disperdendo la folla con violenza e distruggendo il memoriale di fiori e biglietti per Sarah. Si verificano anche 4 arresti.

Il giorno dopo, un corteo di più di mille persone scende in strada in segno di protesta davanti a Scotland Yard.

A tutto ciò si aggiunge che, durante le indagini, la polizia aveva suggerito alle donne di non uscire da sole la sera.

In risposta, la politica Jenny Jones ha dichiarato alla Camera dei Lord che bisognerebbe piuttosto imporre un coprifuoco agli uomini per far stare al sicuro le donne.

Le sue parole, ovviamente provocatorie, hanno sollevato un polverone di reazioni maschili offese e contrariate. La replica della Jones è stata tesa a puntualizzare come avesse voluto rendere evidente l’uso di due pesi e due misure: nessuno ha battuto ciglio quando è stato suggerito alle donne di limitare la propria libertà per proteggersi da un comportamento maschile, ma la stessa richiesta è stata ritenuta offensiva se proposta agli uomini.

Chi insorge all’idea di un coprifuoco maschile forse dovrebbe chiedersi, con un po’ di spirito critico, perché non ci si arrabbia allo stesso modo quando alle donne viene detto di adattare il loro comportamento in risposta alla violenza maschile”, scrive Arwa Mahdawi sul Guardian, aggiungendo che, sebbene le donne non debbano rispettare un coprifuoco legale, la loro libertà di movimento non è comunque piena.

Sin da piccole, le donne vengono messe in guardia sulla necessità di proteggersi e limitare i propri comportamenti, valutando accuratamente i rischi che i loro spostamenti o atteggiamenti possono comportare. È ormai una valutazione automatica che ognuna di noi fa: come vestirci, quanto bere, che strada scegliere, che mezzo prendere, quando rientrare, con chi, ecc. Tutto questo in virtù della sensazione di essere più al sicuro (anche dal victimg blaming: l’accusa che la vittima abbia contribuito a creare o ritrovarsi in una situazione di rischio. In gergo comune: “Se l’è cercata”).

Uno degli elementi, infatti, che ha senz’altro contribuito a creare grossa risonanza sul caso di Sarah è che la ragazza sembrava aver valutato molto bene tutte le fonti di rischio, cercando di ridurle. Ha scelto vestiti sportivi e non succinti, scarpe comode con cui avrebbe potuto correre all’occorrenza e non tacchi, ha scelto la via più sicura, anche se più lunga, perché meglio illuminata e più frequentata, ha chiamato il ragazzo per dargli conto dei suoi spostamenti. Insomma, ha fatto tutto giusto anche per ripararsi da un ipotetico victim blaming (che è comunque arrivato dal consiglio della polizia). Ma non è bastato ugualmente a proteggerla.

L’insieme di tutte queste vicende ha sollevato una discussione in tutto in paese, sui social per lo più, che ha portato alla luce le esperienze di moltissime donne nella vita di tutti i giorni e il loro senso di paura e allarme nel camminare per strada da sole.

Un tweet nel quale si chiedeva alle donne se avessero mai finto una telefonata, cambiato strada o corso in preda alla paura dopo essersi sentite spaventate nell’essere sole in strada con un uomo, è stato retwittato più di 120mila volte. A questo, si sono aggiunti racconti sull’essere state seguite, molestate, assalite o aver subito catcalling (un tipo di molestia che consiste nel rivolgere apprezzamenti e appellativi a sfondo sessuale a donne sconosciute che si incrociano per strada) e sulle strategie più comuni che vengono adottate per sentirsi al sicuro. Oltre a fingere di chiamare qualcuno o farlo davvero e cambiare strada, le più comuni sono: moderare il proprio abbigliamento, infilare i capelli lunghi nella giacca, non mettere le cuffiette mentre si fa jogging, tenere il numero della polizia pronto alla chiamata, scegliere strade illuminate e ben frequentate, ecc. La sensazione ridondante è che tutto questo sia estenuante, oltreché ingiusto, perché, benché le donne non abbiano colpa alcuna, si richiede loro da sempre di limitare le proprie libertà per proteggersi.

Secondo Kate Manne, esperta di sessismo e società, “le libertà delle donne vengono viste come superflue, usa e getta – come spesso talvolta vengono tragicamente viste le donne stesse. Si assume automaticamente che dato che la vita degli uomini non è influenzata in modo significativo da questo fenomeno, non gli si possano chiedere grandi sacrifici per cambiare le cose”.

Col caso di Sarah è emerso con chiarezza come la narrazione intorno alla questione della sicurezza delle donne debba cambiare prospettiva perché sembra che le donne non siano più disposte a subirne tutto il peso. L’hashtag che rimbalza a tal proposito è #ReclaimTheseStreets (Riprendiamoci queste strade), accompagnato da #IamSarah.

Quello che i movimenti femministi cercano di mettere in luce è che non ci si occupa della violenza contro le donne da un punto di vista strutturale, ma solo securitario. La femminista Julie Bindel spiega che in questo modo si perpetua una “mitologia dannosa”, cioè si trasmette che le donne “sono in qualche modo complici se sono fuori e da sole, la notte; e che quella notte è il pericolo, non gli uomini responsabili”. In questo modo non si fa che istruire una nuova generazione di donne a mettersi in sicurezza limitando la propria libertà.

Eppure, il governo britannico sta varando una legge sulla violenza di genere che mira proprio a misure securitarie come aumentare i fondi per sorvegliare e illuminare le strade, aumentare la presenza di poliziotti in borghese nei locali. Anche in Italia gli interventi governativi seguono spesso questi approcci.

La critica dei movimenti femministi, come Sisters Uncut, è che queste risposte non prendono di nuovo in considerazione gli autori del reato ma solo la protezione della vittima. Quel che chiedono, invece, sono interventi strutturali per affrontare la violenza maschile al di là dell’emergenza e della sicurezza: sostenere le donne che hanno subito abusi, migliorare l’iter di segnalazione e denuncia, investire nelle case rifugio, migliorare l’assistenza sociale, sanitaria e giudiziaria e cominciare da un’adeguata educazione sessuale ed affettiva nelle scuole.

Insomma, le donne stanno ribaltando la domanda di fondo. Come scrive la giornalista Ali Pentony: “Perché stiamo ancora parlando di cosa possono fare le donne per stare al sicuro e non di cosa possono fare gli uomini per smettere di minacciare la nostra sicurezza? (…) Se continuiamo a dire alle donne di conformare le loro azioni per rimanere al sicuro, non stiamo affrontando il problema. Non stiamo risolvendo nulla. Stiamo solo trasmettendo il senso di pericolo a un’altra donna.

Il problema non viene dalle donne, dunque qual è stata la risposta degli uomini?

Il tweet di un ragazzo che chiedeva cosa potessero fare concretamente gli uomini per ridurre il senso di ansia e paura, ha ricevuto più di 27mila likes e ha dato il via ad alcuni suggerimenti pratici. Il più ripetuto è quello di cambiare lato del marciapiede quando ci si accorge di camminare dietro una ragazza sola in una via isolata e lasciarle più distanza possibile.

Insieme alle proposte maschili di collaborazione e aiuto per migliorare la situazione, però, sono arrivate anche tante risposte che ripercorrono il filone dell’offesa. Questo filone, riassumibile sotto l’hashtag #NotAllMen (Non tutti gli uomini), sottolinea il fatto che solo una minoranza di uomini sono aggressori e, dunque, quelli che non lo sono non dovrebbero modificare il proprio comportamento limitando la propria libertà ed è offensivo chiederglielo.

Benché l’idea che sostiene l’obiezione #NotAllMen sia senz’altro veritiera (non tutti gli uomini sono aggressori), questa porta sostanzialmente a spostare il focus.

Provando a fare un parallelismo, se una persona ci dice di esser stata investita da qualcuno che usava il cellulare alla guida, la nostra prima reazione spontanea è probabilmente chiederle come sta ed esprimere sincera preoccupazione per la sua salute. Difficilmente sarà premurarci di mettere in chiaro, in prima battuta, che noi non usiamo il telefono alla guida! Perché invece di prenderci cura della persona che abbiamo davanti e della sua esperienza, sposteremmo l’attenzione sulla nostra coscienza e la necessità di sentirci assolti.

Rispondere che non tutti gli uomini sono così, ad una ragazza che sta raccontando la propria esperienza di molestie o abuso, significa esattamente spostare il focus dalla vittima a sé stessi. L’impulso è difendersi da un’accusa (che nessuno ha mosso in realtà), perdendo l’occasione di dare voce al dolore di quella donna, di ascoltare il suo vissuto, prenderlo in considerazione ed, infine, attivare un pensiero critico che possa portare a chiedersi se si può far qualcosa per migliorare la situazione.

Con le parole di Irene Facheris, attivista e creatrice di “Parità in pillole”: “Gli uomini decenti quando vengono messi di fronte a un problema, si chiedono se hanno fatto qualcosa per alimentarlo e se possono fare qualcosa per eliminarlo. Spostare l’attenzione dalla vittima a te e alla tua categoria, che senti di dover difendere senza che ci sia stata un’accusa (…), ti rende parte del problema” (…) “Quando diciamo che le statistiche sono terrificanti e che ci sono troppi uomini che agiscono in un certo modo, in che modo dire “Ma non tutti!” aiuta a gestire il problema?” (…) “Riguarda tutti gli uomini perché ogni uomo può fare qualcosa dal momento in cui diventa consapevole di questi meccanismi” (…) “Tutti gli uomini hanno la responsabilità di educarsi, di capire quanto sessismo abbiano assorbito e come questo si manifesti. Non è una guerra uomini vs donne. Proviamo a fare qualcosa di più utile e a farlo insieme”.

Il concetto è stato approfondito anche da Attilio Palmieri, critico televisivo e femminista, che incalza: “Una generalizzazione è l’estensione di qualcosa a un’intera categoria. Un’operazione legittima se ci sono i presupposti.” (…) “Quindi, quando si dice che a uccidere le donne per il solo fatto di esistere come donne nel mondo sono gli uomini, si dice una cosa incontestabile.” (…) “La corsa tempestiva a difendere la propria categoria da parte di così tanti maschi è la dimostrazione di connivenza e disinteresse a cambiare davvero le cose. È il simbolo di una totale indifferenza alla violenza di genere, tanto da mettere per l’ennesima volta al centro del discorso se stessi. (…) Con il nostro silenzio abbiamo la possibilità di lasciare spazio alle voci delle donne, sia di farci due domande sul perché oggi uno spazio safe è di default uno spazio senza maschi, perché il problema siamo noi e non chi ce lo fa notare”.

Rappresentativo in tal senso è quanto successo a Repubblica quando, nel Novembre 2020, ha pubblicato un post titolando “La gelosia non uccide, gli uomini sì”. Dopo la valanga di critiche maschili ricevute, il giornale ha modificato in “La gelosia non uccide, alcuni uomini sì”, chiosando: “La storica discriminazione nei confronti delle donne ci impone una maggiore attenzione nei confronti del femminicidio, in cui la vittima è colpevolizzata in quanto donna. Questo non significa che tutti gli uomini siano assassini, ovviamente. Ma non possiamo nemmeno trascurare la matrice patriarcale di questa specifica categoria di omicidi”. Inutile dire che siccome il dibattito si è acceso su questioni di “forma”, si è persa l’occasione di focalizzarsi sul problema lasciando più sole che mai le vittime alle quali si stava cercando di dare spazio. Sostanzialmente il senso del post è diventato nullo.

Accanto al filone #NotAllMen, ce n’è un altro che invece rifiuta completamente l’idea di doversi prendere carico di un allarmismo ritenuto infondato.

Questo emerge, ad esempio, da quanto si è verificato in Italia quando la pagina social FanPage (1,5 milioni di follower) ha pubblicato un post, derivato dal Guardian, con una carrellata di consigli scritti da donne su come aiutarle a sentirsi più al sicuro. Il primo recitava: “Cambia marciapiede. Camminare per strada e percepire la presenza di un uomo alle proprie spalle può provocare ansia e panico”. Anche questo post ha suscitato una valanga di commenti maschili contrari ed è stato cancellato quasi subito.

La ruota dei commenti rende bene l’idea di quanto la questione venga percepita come frutto di una “labilità emotiva” femminile: donne troppo spaventate ed eccessivamente ansiose oppure troppo arrabbiate e rancorose con tutti gli uomini. I commenti sono per lo più sarcastici sull’assurdità della “pretesa” e sul proliferare di un “nazifemminismo” che arriverà a limitare ogni comportamento maschile.

Da tutto ciò arriva chiaramente che è molto difficile far comprendere quel senso di allarme e di continuo monitoraggio di sé stesse a chi non è stato socializzato a guardarsene e non l’ha mai sperimentato.

A tal proposito, il tweet virale di @fayesos dice:

Se non hai …

– scritto a un amico/a “Sono a casa”

– attraversato una strada per evitare qualcuno

– chiamato e detto “parla con me per 5 minuti”

– annotato la targa di un taxi / auto

– tirato fuori le chiavi per ​​esser pronta

– chiuso subito la portiera della macchina

– trattenuto il respiro finché non hai superato qualcuno

… allora sei un uomo

Insieme a questa voce, ha avuto risonanza anche quella di Grace Jessup, una ragazza di 31 anni che aggiunge: “Ho imparato fin dalla tenera età che avrei dovuto cambiare il mio comportamento per mantenermi al sicuro e ora stiamo vedendo che molte donne cominciano a dire quanto sono stufe di questa situazione. Siamo anche un po’ stufe del fatto che questo sia uno shock per gli uomini. Questa è la mia realtà da quando avevo circa 14 anni!

Il ministro inglese Victoria Atkins ha commentato: “Penso che le esperienze che le donne hanno condiviso sui social siano assolutamente scioccanti. E penso che gli uomini non abbiano ancora realizzato ciò che attraversano le donne a loro care, le loro sorelle, le loro ragazze, le loro mogli. Credo davvero che questo possa essere un momento di cambiamento”.

Tutto questo evidenzia che c’è un problema di comunicazione e comprensione empatica tra i due mondi. E vi è, anche, una sottostima di quanto episodi di molestie di varia gravità portino con sé uno strascico psicologico di ansia, umiliazione e paura non indifferente. Chi subisce una molestia di strada, ad esempio, spesso modifica il proprio comportamento, limita le proprie uscite fino anche a cambiare quartiere. Inoltre, l’aver subito molestie correla con aumentati livelli di ansia, depressione e perdita della qualità del sonno. Infine, nelle vittime aumenta la tendenza a preoccuparsi e vergognarsi del proprio corpo. L’Istat ci dice che tra le donne che hanno subito molestie, solo la metà dichiara di aver superato l’episodio. “Molte riscontrano una maggiore difficoltà relazionale, la paura dei luoghi isolati e del buio, la perdita di fiducia negli uomini, nonché depressione, ansia o shock. Invece un residuale 4,2% dichiara di sentirsi più forte”.

Dovrebbe far riflettere su quanto impatto possa avere sulla vita di una donna quella che, spesse volte, viene sminuita come una “goliardata” maschile.

A tal proposito, un articolo di Time del 2014 descriveva una sorta di “scala di sviluppo” che gli uomini devono percorrere per arrivare ad una piena coscienza sociale rispetto alla violenza di genere.

Semplificando, la si può riassumere in 5 stadi di pensiero con livelli di consapevolezza crescenti:

  1. Il sessismo è una falsità inventata dalle femministe
  2. Il sessismo esiste, ma gli effetti del sessismo al contrario (contro gli uomini) sono uguali o peggiori
  3. Il sessismo esiste, ma io personalmente non sono sessista
  4. Il sessismo esiste e io ne traggo beneficio involontariamente, indipendentemente dal fatto di essere sessista o meno
  5. Il sessismo esiste, io ne traggo beneficio, certe volte sono sessista senza nemmeno rendermene conto perché sono stato socializzato in questo modo, e se voglio non esserlo più devo lavorare attivamente contro questa socializzazione.

Nel caso di Repubblica, la discussione online si è fermata per lo più allo stadio 3: #NotAllMen. Ma nel caso di FanPage, i commenti appartengono allo stadio 1 e 2.

Il caso Sarah Everard e l’esausta indignazione delle donne, stanno chiedendo agli uomini di fare dei passi verso gli stadi 4 e 5 e lavorare tutti insieme per socializzarci al rispetto e alla collaborazione tra sessi.

Da psicoterapeuta, penso sempre che il cambiamento passi dall’empatia. Se ci fermiamo ad ascoltare le storie degli altri, possiamo andare oltre le nostre categorie mentali e i nostri preconcetti, perché la verità che gli altri ci portano ci colpisce emotivamente e questo attiva una risonanza in noi. Da quella risonanza possiamo poi fare un percorso a ritroso, fino a tornare ad astrarci dall’emozione e passare di nuovo al pensiero. Ma ci arriveremo trasformati, se non altro perché avremo preso in considerazione anche un altro punto di vista.

È quello che la nostra società ha iniziato a mettere in atto, seppur lentamente, anche rispetto al razzismo, all’omofobia ed altre discriminazioni. Una volta che ci apriamo alle storie degli altri e comprendiamo il loro punto di vista, possiamo imparare a revisionare il nostro e, soprattutto, possiamo aiutare altri a considerare i limiti di una visione parziale.

Quindi il primo passo verso i punti 4 e 5 potrebbe essere quello di ASCOLTARE le donne che condividono le loro storie, senza biasimarle o zittirle e senza spostare il focus.

Per cominciare, la cosa più semplice che gli uomini possono fare è chiedere alle loro sorelle, fidanzate, madri e amiche di raccontare se e quando si sono sentite in pericolo a causa di un uomo: cos’è successo, cosa hanno provato o provano tutt’ora e se attuano degli stratagemmi per sentirsi più al sicuro ogni giorno. È un primo passo molto valido per approcciarsi al problema e capirne la portata e lo strascico emotivo.

Poi si potrebbe IMPARARE di più rispetto al problema, informandosi e leggendo più punti vista.

Si potrebbe RIFLETTERE sul proprio comportamento e chiedersi se, involontariamente, abbiamo fatto nostre delle visioni e dei pensieri che non sono innocui come sembrano. Riconoscerli è il primo passo per provare a cambiare.

Si potrebbe INSEGNARE ai nostri figli cosa sono l’abuso e il consenso e smettere di insegnare alle nostre figlie a limitare la propria libertà.

Si potrebbe ITERVENIRE quando si assiste a molestie ed eventi quali: fischiare, gridare oscenità, dare appellativi sessualizzanti, fissare in modo insistente e inappropriato, fotografare o filmare senza consenso e diffondere il materiale, seguire, masturbarsi in pubblico, palpeggiare, strusciarsi, assalire, stuprare, uccidere, ecc.

Il biasimo sociale è un potentissimo meccanismo che porta il gruppo a condannare o escludere chi indulge in un comportamento che non è socialmente accettabile. Dunque, un altro passo verso il cambiamento sarebbe non considerare più accettabile uno qualsiasi di questi comportamenti sessisti e violenti, facendo sì che le persone che li perpetrano si sentano esposte ed isolate e non più spalleggiate.

Nel mio piccolo, per partire dall’ascolto, ho chiesto alle ragazze intorno a me di raccontarmi i loro episodi di molestie e paura ed ho aggiunto i miei. Non mi ha stupita, ahimè, scoprire che nel mio campione non rappresentativo, sono state pochissime quelle che non avevano storie da segnalarmi. Mi ha colpito molto, però, che tutte fossero contente di potersi raccontare e abbiano voluto ringraziarmi per averne parlato, come in un abbraccio collettivo in memoria di Sarah.

Concludo riportando alcune delle loro storie, sperando che possano accendere l’empatia e il cambiamento anche solo in un lettore.

Qualche anno fa ho riaccompagnato in stazione una mia amica che era venuta a trovarmi a Torino. Il suo treno era in prima serata, per le 21 massimo, la accompagno e la saluto affettuosamente dal binario mentre il suo treno parte e così mi avvio verso l’uscita per prendere il bus che mi avrebbe portata a casa. La stazione è praticamente vuota. Questo già un po’ mi inquieta ma cerco di non pensarci. Nell’ultima parte del mio percorso in stazione, vedo una persona seduta a terra: ho subito pensato ad un clochard. Vado avanti mantenendo il passo veloce. Non saprei spiegare bene come, ma di colpo mi ritrovo questo uomo in piedi che si avvia sempre più verso di me…vuole dirmi o chiedermi qualcosa ma nel mentre barcolla anche. Ora sì che ho paura perché tutto ciò avviene in un corridoio stretto e sento di non aver molte vie d’uscita. Mi irrigidisco mentre lui inizia con battutine del tipo – Che ci fai sola soletta qui? – o – Posso venire con te? -. Realizzo che non si tratta di una richiesta di aiuto e questo mi “tranquillizza” e spaventa allo stesso tempo, mi sento in allarme e mi guardo attorno ma non c’è nessuno. Per fortuna non riesce ad avere un contatto fisico con la mano perché faccio in tempo a divincolarmi e fuggire via… ma è stata una bruttissima esperienza, sapersi da sole e in balia di uno sconosciuto. Inevitabile non chiedersi – Cosa sarebbe potuto succedere se…-. Da allora appena sento di essere in una situazione ambigua, prendo il telefono e chiamo qualcuno, a volte ho anche cambiato strada, ma effettivamente tutto ciò non mi solleva o rincuora. Tutti e tutte noi dovremmo poter avere il coraggio di camminare tranquille, ovunque”. M., 31 anni

Ero in un club di Latino americano dove vado a ballare salsa/bachata. La maggior parte delle persone che lo frequentano partecipano anche al corso e quindi le conosco, ma a volte ci sono persone nuove. Quella sera c’erano due ragazzi che non conoscevo e uno dei due mi aveva chiesto di ballare una canzone, ma scopro ben presto che non sa assolutamente ballare bachata e la sua idea di ballo è puramente strusciarsi. Io sono un sacco a disagio però penso – E’ una canzone e poi me ne libero -, ma il suo amico inizia a filmarci con il suo telefono. Se ci ripenso mi incazzo anche con me stessa perché avrei dovuto dire qualcosa, ma non volevo causare una scena e ho detto – Amen -. Finalmente finisce la canzone e io ballo solo più con persone che conosco e cerco di evitarli ma continuano a seguirmi e starmi appresso. Questo club ha due piani, allora prendo la mia amica e andiamo al piano di sotto ma questi ci seguono e cercano sempre di mettersi dietro di me mentre ballo. Per fortuna vedo un gruppo di miei amici e mi metto in mezzo a loro e finalmente, dopo un po’, i due ci rinunciano. Passa un bel po’ di tempo e io e la mia amica usciamo per tornare a casa. Allo stesso tempo anche i nostri amici escono e si accorgono che quei due sembravano seguirci quindi ci fermano e stanno con noi finché quelli non se ne vanno. Mi sono sentita sicuramente molto a disagio e un po’ violata, venire filmata è stata la ciliegina sulla torta. Però anche un po’ impotente, non so bene in che altri modi avrei potuto reagire, continuavano a chiedermi di ballare e continuavo a dire di no ma ignoravano totalmente il mio disagio”. A. 22 anni.

Qualche anno fa io e mia cugina siamo andate a fare una passeggiata per Torino e di punto in bianco ci siamo accorte che un signore ci stava seguendo. Per strada c’era poca gente, ci siamo spaventate e abbiamo provato a seminarlo cambiando percorso. Il signore però continuava a seguirci e alla fine, a furia di cambiare strada, avevamo anche perso il senso dell’orientamento. Nonostante il timore, abbiamo azzardato e ci siamo fermate (con lui sempre dietro) tirando fuori il telefono e facendogli vedere che stavamo chiamando aiuto. A quel punto fortunatamente il signore è scappato e nostro zio è subito venuto a prenderci! Lo spavento è stato davvero traumatico. Ancora oggi ne parliamo”. M., 22 anni

“- Sin da quando ero adolescente prendevo il treno tutti i giorni, andata e ritorno, per raggiungere un paesino della cintura di Torino in cui studiavo danza. Un giorno estivo, sulla via del rientro, sono salita su un vagone quasi vuoto: c’erano solo una signora e un signore. Prendo posto in uno di quegli spazi composti da 4 sedili, apro il libro dell’università che stavo studiando e attendo che il treno riparta. Sento gli occhi del signore su di me, inizio a percepire il forte odore di alcool che emana. Continuo a leggere, ignoro. Lui inizia a parlare, fa dei commenti volgari, cerca di attirare la mia attenzione. Impassibile continuo a leggere, ma il mio cuore batte veloce. Ho paura. Inizio a pensare che non ci sono tante persone, guardo le vie di fuga. Sento il deserto intorno a me. Il signore si alza e si siede davanti a me. Io leggo. Mi formicola tutto, la paura è intensa. L’uomo mi parla, poi di getta su di me per baciarmi. Con rapidità e maestria mi ritrovo in piedi. Salva. Non mi ha sfiorato. Lui bofonchia, ride di me. Con il terrore addosso vado a sedermi di fronte alla signora. Tremo, non mi accorgo che il libro che ormai fingo di leggere è al contrario. Lei non dice una parola, a stento mi guarda e io con gli occhi imploro comprensione. Nulla. Lui si avvicina nuovamente, accende una sigaretta e mi butta il fumo in faccia. Si siede nei sedili della fila opposta e mi fissa. Finalmente arriva la mia fermata, aspetto qualche istante in modo da non far capire che scenderò, poi rapidamente corro via e scendo dal treno. Odio prendere il treno d’estate.

 – Una sera esco con una cara amica per festeggiare i buoni risultati universitari di entrambe. Siamo in un famoso locale di Torino a sorseggiare una birra e a ridere, come due amiche complici e soddisfatte dei reciproci successi. Due uomini si avvicinano, iniziano a parlare. Presto la conversazione diventa fuori luogo, io vorrei che andassero via. Uno di loro, allunga le mani sul decolleté della mia amica: senza senso, senza motivo, senza permesso. La mia amica si pietrifica, non riesce a reagire. Con forza ed enfasi lo spingo via, gli urlo di andarsene. Nessun’altro dice nulla.

 -Ricordo che mia mamma in più di un’occasione mi aveva spiegato come difendermi: di urlare forte se mi fossi sentita in difficoltà, di attirare l’attenzione dicendo che quel dato individuo si era sentito male, in modo tale che l’attenzione ricadesse su di lui e io potessi allontanarmi. 

Da ragazzina ero molto più coraggiosa di oggi, spavalda, sicura che in qualche modo mi sarei difesa e che niente e nessuno mi avrebbe fatto del male.

Oggi sono meno sicura ma mi sforzo di non aver paura, uso il buon senso e non mi espongo a rischi eccessivi. Quando torno a casa la sera tardi uso dei piccoli “stratagemmi”. 

Prima di scendere dalla macchina prendo le chiavi di casa, tenendo la chiave del portone stretta tra due dita, se parcheggio relativamente lontano cammino sul lato più esterno del marciapiede, cioè vicino alla strada e non al muro. Aguzzo l’udito, bado sempre ad avere una mano libera, non tengo i capelli raccolti in una coda, se aspetto l’ascensore poggio le spalle al muro.

So che è una limitazione, ma sento che ormai è una parte automatica di me: da un lato mi protegge, dall’altro lo combatto perché è ingiusto”. D., 35 anni

 

Lavoro in un negozio e mi capita spesso che i clienti si comportino in modo inappropriato. C’è un signore distinto sulla settantina, molto ben visto, che ogni volta che esco dal bancone per prendergli qualcosa mi squadra dalla testa ai piedi indugiando con aria sodisfatta come a dire – Che bella cosa che sto guardando! -. Io alzo gli occhi al cielo, gli faccio delle battute per fargli capire che non è il caso ma serve a poco. Poi purtroppo (e mi rendo conto che non è giusto) io sono anche in una situazione difficile: glielo faccio capire ma devo sempre un po’ tenermi, non rispondo come vorrei…perché comunque sono clienti. Come mi fa sentire? Scocciata, infastidita, disgustata!

Ce n’è un altro che da anni, invece, mi chiede di uscire insieme, anche davanti a mio padre! Io gli rispondo sempre male ma non capisce. Uno, due, tre…poi basta! Non è necessario che ogni volta che mi vedi me la conti che sono bella e mi inviti a uscire. Stop, è arrivato il momento di smetterla! Il fatto è che siccome la mette sul gioco e lo scherzo lui pensa che gli sia consentito, ma in realtà è un consenso che si prende lui e che non gli ho mai dato io. Ti fa sentire stanca, arrabbiata perché il No è un No! Perché non riesci a capire il senso di un no ma ti prendi il diritto di continuare quando te lo dico? È come se il nostro No non avesse valore, non c’è rispetto del mio No”. V., 32 anni

 

– Avrò avuto 14 o 15 anni ed ero sul pullman per il mio consueto tragitto casa-scuola. Palpate e strusciamenti indesiderati erano all’ordine del giorno, tanto che viaggiavo coi gomiti in fuori e con le amiche ci guardavamo le spalle. Un giorno mi è capitato davanti un anziano al quale subito non ho prestato attenzione. Nel momento in cui il pullman si è riempito, però, me lo sono trovato appiccicato a un palmo dal naso. Approfittando della confusione e del poco spazio vitale, con la mano ha slacciato la patta dei miei pantaloni (che non avevano la zip ma ben 3 o 4 bottoni!) e ha intrufolato le dita sopra la biancheria afferrandomi per il pube. Ricordo la vampata di calore e il fischio nelle orecchie per l’allarme e la rabbia, ma nonostante aprissi la bocca per protestare non ne è uscito suono. Alla prima fermata è velocemente sceso e io sono rimasta pietrificata ancora per un po’. 

 

– Da più grande, universitaria, una sera stavo rientrando a casa dei miei e non si trovava mai parcheggio vicino. Ho messo l’auto nella via parallela e dovevo fare mezzo isolato a piedi per tornare a casa. Sapevo che sarei dovuta passare di fronte a un pub che raccoglieva sempre gruppi di uomini alticci, ma la strada alternativa era più buia e isolata. Mi son fatta coraggio e gli son passata davanti a passo spedito e con le chiavi pronte in mano impugnate tra le dita. A parte qualche battuta o fischio, nulla di che per fortuna. Svoltato l’angolo, però, mi accorgo che un tizio che stava in auto di fronte al pub, inizia a seguirmi guidando a passo d’uomo, dicendomi schifezze dal finestrino abbassato. Per arrivare al portone mi mancavano ancora almeno 5 minuti a piedi. Ho fatto la strada accelerando e chiamando i miei sperando si svegliassero per venirmi incontro o almeno aprirmi la porta in tempo. Per fortuna hanno aperto il portone perché non so se sarei riuscita ad infilare le chiavi dal panico che avevo. Il tizio mi ha comunque seguita fino al portone di casa continuando a ridere e dire oscenità. Ho fatto fatica ad addormentarmi. Ricordo che i miei mi hanno proposto di tenere una mazza da baseball nel bagagliaio!

 

– Quando torno a casa la sera tengo le chiavi in mano, a volte chiamo qualcuno o fingo di parlare, appena raggiungo l’auto metto la sicura, non parcheggio mai nei sotterranei e ho attivato il tasto di emergenza sul telefono. Inoltre, nel mio lavoro di psicoterapeuta, quando faccio una prima seduta con un uomo adulto cerco di avere un/a collega nell’altra stanza. Spesso non ci riesco e allora avviso qualcuno a cui confermerò per messaggio se mi sembra tutto ok”. V., 35 anni

 

Dott.ssa Valeria Lussiana

Psicologa Psicoterapeuta

 

Fonti:

https://www.istat.it/it/violenza-sulle-donne/il-fenomeno/violenza-dentro-e-fuori-la-famiglia/numero-delle-vittime-e-forme-di-violenza

https://www.istat.it/it/violenza-sulle-donne/il-fenomeno/violenza-dentro-e-fuori-la-famiglia/gravita-e-conseguenze

https://www.bbc.com/news/uk-56384600

https://www.valigiablu.it/sarah-everard-violenza-donne-polizia/

https://www.internazionale.it/opinione/arwa-mahdawi/2021/03/15/everard-corpo-donne

https://news.sky.com/story/sarah-everard-six-high-profile-women-on-the-impact-of-33-year-olds-death-and-how-police-handled-vigil-in-her-honour-12245704

https://www.bbc.com/news/world-56337819

https://www.bbc.com/news/newsbeat-56361529

https://www.ilpost.it/2021/03/19/sarah-everard-femminicidio-londra/

https://ihaveavoice.it/sarah-everard-rapita-uccisa/

https://ilbolive.unipd.it/it/news/2020-stato-lanno-peggiore-femminicidi

https://www.stateofmind.it/2020/11/molestie-di-strada-psicologia/

https://www.elle.com/it/magazine/women-in-society/a34723281/notallmen-hashtag-significato/

https://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2015/05/29/notallmen/

https://time.com/79357/not-all-men-a-brief-history-of-every-dudes-favorite-argument/

https://donna.fanpage.it/le-donne-spiegano-agli-uomini-come-farle-sentire-piu-al-sicuro-5-consigli-da-seguire/

https://www.ilpost.it/2021/03/16/australia-proteste-violenze-genere/

https://freedamedia.it/2020/02/20/le-molestie-da-strada-sono-molestie-non-minimizziamole/?fbclid=IwAR3KLncP1vMEnYu8f_Rxwz4tzlq3qsel7XDv4w7AdZJQSm3NLZkVn4UkXMg

https://www.instagram.com/p/CNHL4NmFHt-/?igshid=4by25h31r4l8

https://www.instagram.com/p/CM6xgGQlZBj/?igshid=1mvveorw09p99

https://www.instagram.com/p/CHsXt3vFkas/?igshid=1ej5dvfqpptar

https://www.instagram.com/p/CMdXePDAtsy/?igshid=10of07ynyxwr7

https://www.youtube.com/watch?v=fMLnCVmZ-_U

https://www.youtube.com/watch?v=bGZbyUGm3vs&t=125s