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RIFLESSIONI SULLA CONSAPEVOLEZZA DELLA VITA E DELLA MORTE

«La morte,

il più atroce di tutti i mali,

non esiste per noi.

Quando noi viviamo,

la morte non c’è,

quando c’è lei,

non ci siamo noi». 

EPICURO

Come mai facciamo così fatica a confrontarci con l’unica certezza che abbiamo nella vita ovvero la morte?

Sigmund Freud affermava che in fondo nessuno crede alla propria morte perché nel suo inconscio ognuno è convinto della propria immortalità:

«La propria morte è irrappresentabile, e ogni volta che cerchiamo di farlo, possiamo costatare che in realtà continuiamo a essere presenti come spettatori» (“L’interpretazione dei sogni”, S. Freud, 1900).

La nostra mente in realtà sa che la morte arriverà anche per noi un giorno ma la nostra parte emotiva non riesce a concretizzare quell’idea così il meccanismo difensivo della negazione spesso viene in aiuto per tenere questo pensiero ben lontano dalla nostra attività cosciente.

Siamo informati e siamo in grado di menzionare la morte altrui ma questo non siamo attrezzati a vivere meglio o concepire la nostra idea di morte.

L’idea della propria morte è, appunto, un concetto non concepibile: essa evoca l’annientamento e la perdita dell’Io, un’esperienza che ci sovrasta.

Sembrerebbe infatti molto difficile pensare fino in fondo alla fine della struttura interiore che ci rende pensanti e consapevoli, l’Io appunto.

La propria morte porta dietro qualcosa di talmente incommensurabile che tendiamo a rimuoverne il pensiero e a delegarlo negli anfratti della mente, nonostante la vita e la morte siano profondamente intrecciate fin dalla nostra nascita.

In realtà, il pensiero della morte e l’idea della finitudine, quando riusciamo ad accoglierlaha in realtà un potere salvifico e vitale poiché è un potente regolatore di priorità e permette di comprendere il reale valore del nostro tempo.

La presenza della morte aiuta a non assolutizzare nulla e a ridimensionare le cose in vista della caducità e del fatto che “ogni cosa passa”.

Per il filosofo Michel Montaigne riflettere sul morire significa riflettere sul senso di vivere; parimenti per un altro noto filosofo, Heidegger, anticipare quotidianamente la morte aiuta a guardare all’esistenza in modo profondo e radicale, discriminando gli aspetti contingenti superficiali trascurabili da ciò che è invece essenziale e portatore di senso.

Di conseguenza vivere tenendo presente la nostra finitudine significa valorizzare e realizzare appieno la nostra vita, essere davvero presenti sapendo della futura assenza.

La consapevolezza della morte apre poi al mistero e all’interrogazione sull’assoluto, sulla possibilità che esista qualcosa che vada oltre l’immanente, ricordandoci la finitudine non solo del nostro essere ma anche del nostro controllo degli eventi.

La paura della morte può divenire quindi un sano regolatore di scelte di vita, di modalità di percepire e stare al mondo ma soprattutto grande possibilità di forte attribuzione di significato alla Vita.

Dr.ssa Maria Grazia Esposito

Psicologa Clinica – Psicoterapeuta

 

BINGE-WATCHING: UNA NUOVA DIPENDENZA?

Da qualche anno il mondo delle serie tv è diventato sempre più accattivante. Se fino a qualche tempo fa i cosiddetti telefilm ci facevano distrattamente compagnia tra il rientro da scuola e linizio dei compiti, come un piacevole sottofondo, oggi le serie tv sono diventate dei veri e propri capolavori, con tanto di cast stellari e budget di realizzazione paragonabili a quelli spesi per un colossal. Questo ha contribuito a far entrare le serie nella nostra quotidianità, a farle diventare argomento di conversazione e un passatempo prediletto per molti.

La pandemia e i vari lockdown a cui siamo stati costretti hanno convinto anche i più scettici a soffermarsi a guardare qualche puntata per passare il tempo, tanto che gli abbonamenti ai canali streaming ,negli ultimi 2 anni, hanno avuto una netta impennata.

Fin qui sembrerebbe che non ci sia niente di male o di dannoso per la salute, ma cosa succede quando le serie tv diventano una dipendenza?

Il fenomeno del binge-watching (dallinglese binge: abbuffata e watching: guardare) consiste nel guardare una puntata dopo laltra, facendone letteralmente una scorpacciata.

Jenner (2014) ha ipotizzato che si possa parlare di binge-watching quando si guardino 3 ore o più di una serie tv in una singola sessione. Quando le sessioni diventano ripetute nel tempo si parla invece di vera e propria dipendenza, con tutte le implicazioni negative che ne possono conseguire.

Alcune ricerche hanno rilevato che il binge-watching diventa una dipendenza quando allappagamento dellaver visto una puntata si sostituisce la necessità impellente di guardarne unaltra e unaltra ancora, spesso arrivando a dare priorità alla serie tv rispetto ad altri aspetti del quotidiano.

Altro fattore rilevante risulta essere lisolamento: alcuni studi hanno dimostrato che la maggior parte delle persone preferisce abbuffarsidi serie tv in solitudine. Questo, nei casi peggiori, può comportare un indebolimento della rete sociale e il diradamento dei rapporti familiari. Inoltre chi è dipendente dalle serie tv in alcuni casi arriva a mettere da parte attività importanti come il lavoro o lo studio, non riuscendo a staccarsi dallo schermo.

Ma cosa si prova quando guardare la tv diventa una dipendenza? Alcuni studi hanno preso in considerazione lumore dei soggetti mentre guardavano una puntata e al termine di essa, rilevando un netta differenza tra i due momenti presi in considerazione: se durante la puntata i soggetti apparivano appagati e soddisfatti, al temine della puntata stessa riferivano di sentirsi emotivamente appiattiti e passivi.

Eimportante sottolineare come gli studi sulle dipendenze in generale abbiano riscontrato una correlazione tra questi fenomeni e la depressione. La dipendenza da serie tv non fa eccezione, tanto che è stato rilevato un particolare stato psicofisico che prende il nome di Post binge-watching blues., ovvero la depressione da fine serie. Tale particolare condizione si presenta quando i soggetti, al termine di una serie tv, sperimentano un senso di vuoto e di abbandono, come se tutto ciò che li rendeva felici fino a quel momento non ci fosse più.

Un recente studio delluniversità del Texas, condotto su un campione di 316 soggetti tra i 18 e i 29 anni, ha evidenziato una correlazione tra solitudine e depressione e binge-watching, utilizzato come strumento per regolare emozioni negative. Nella stessa ricerca viene ipotizzata una correlazione tra dipendenza dalle serie tv e condotte nocive per la salute, quali alimentazione poco sana e assenza di attività fisica. Per quanto il binge-watching in apparenza sembri un comportamento del tutto innocuo, se ripetuto nel tempo può portare a gravi conseguenze sulla salute fisica e psicologica.

Il confine tra il piacere di guardare la nostra serie tv preferita e il diventarne dipendenti talvolta è molto sottile, per questo motivo è importante fare attenzione ad alcuni segnali che potrebbero rivelarsi dei veri e propri campanelli dallarme.

E tu quanto tempo passi davanti alle serie tv?

 

Dott.ssa Rossella Totaro

Psicologa – Psicoterapeuta

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

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  • Jenner, M. (2014). Is this TVIV? On Netflix, TV III and Binge_Watching. New media and Society, OnlineFirst, 1-18.
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  • Rubenking, B. et al. (2018). Defining new viewing behaviours: what makes and motivates TV binge-watching? International Journal of Digital Television, volume 9, numero 1, pp. 69-85.
  • Sung, Y.H., Kang, E.Y and Lee, N. (2015). A bad habit for your health? An exploration of psychological factors for binge-watching behaviour. Proceedings of the 65th International Communication Association Annual Meeting.
  • Tukachinssky, R., Eyal, K. (2018). The psychology of marathon television viewing. Antecedents and viewer involvement. Mass Communication and Society, volume 21, numero 3, pp. 275-295.

AMI PIU’ ME O IL TUO SMARTPHONE?: LA TECNOFERENZA E IL RUOLO DEGLI SMARTPHONE NELLA RELAZIONE GENITORI E FIGLI

Da alcuni anni i genitori, specie di ragazzi adolescenti, si trovano ad affrontare una nuova sfida: la regolamentazione dell’uso dello smartphone. Molto si discute sull’uso sempre più precoce e pervasivo di smartphone e tablet tra bambini e adolescenti e sull’impatto che questi hanno sulle capacità relazionali e attentive dei giovani. Meno si parla di come, un uso non consapevole della tecnologia mobile da parte degli adulti può avere effetto sui bambini. Questo non solo nei termini di essere un cattivo esempio o impartire abitudini errate, ma dell’effetto che un uso pervasivo degli smartphone può avere sul proprio ruolo genitoriale e sulla relazione con i propri figli.

Non si vuole qui certo demonizzare la tecnologia mobile, strumento riconosciuto come utile ed a tratti indispensabile, ma porre l’attenzione su quanto possa essere un richiamo costante, che induce a rimanere “sempre connessi” con il mondo, assorbiti dall’online, che può fungere da fuga e allontanamento dal presente fisico e più prossimo.

Da decenni si sa quanto la qualità delle relazioni precoci del bambino contribuiscano allo sviluppo di un attaccamento sicuro e di un buon sviluppo emotivo e quanto la qualità delle relazioni passi attraverso la capacità di sintonizzarsi col bambino prevalentemente grazie alla reciprocità dello sguardo. Gli esseri umani infatti sono gli unici in grado di sintonizzarsi, collaborare e condividere obiettivi attraverso il coordinamento dello sguardo. Sin dai primi mesi si pensi al momento dell’allattamento lo sguardo del bambino e quello della madre “si parlano”, comunicano bisogni ed emozioni. Attraverso lo sguardo i genitori riescono a percepire i segnali che arrivano dal bambino, interpretarli correttamente e rispondere alle sue esigenze e questo contribuisce nel bambino allo sviluppo di un sistema di attaccamento sicuro. Sempre attraverso lo sguardo il bambino si rispecchia emozionalmente nel genitore, imparando a conoscere se stesso.

L’utilizzo ripetuto e continuativo dello smartphone da parte degli adulti in presenza di un bambino, anche piccolo, può determinare una diminuzione della capacità di sintonizzarsi con i suoi bisogni,proprio interrompendo il contatto visivo, la coordinazione dello sguardo e l’attenzione condivisa. Come spesso notiamo lo strumento tecnologico stesso, il suo richiamo sonoro di mail e messaggi, la prossimità continua induce facilmente una sorta di assorbimento che Gergen (2002) ha definito come “presenza assente”. McDaniel (2015) ha coniato il termine “tecnoferenza” per indicare proprio quanto le ripetute interruzioni nelle interazioni interpersonali, a causa di dispositivi tecnologici digitali, determini una interferenza relazionale e comunicativa tra caregiver e bambino, correlando ad alcuni esiti negativi sullo sviluppo precoce.

Alcuni studi osservazionali che rimandano al paradigma dello still face registrano le reazioni dei bambini nel momento in cui il caregiver cessa di interagire con loro, rivolgendo lo sguardo allo smartphone. Le reazioni sono simili a quelle che sono state registrate nelle interazioni con mamme depresse, che manifestano una mimica facciale fissa ed inespressiva, con un aumento, anche in bambini di 5/6 mesi, di reazioni negative, di stress e frustrazione anche intensi, di ritiro dell’attenzione e dell’attività di esplorazione. Da notare che, anche dopo la ripresa dell’interazione la qualità e quantità di segnali di benessere del bambino non tornavano in linea con i valori precedenti all’interruzione ed anzi i bambini sembravano acquisire una minor capacità di essere calmati e rassicurati anche dopo che l’attenzione tornava su di loro.

Le ricerche segnalano che anche bambini di età maggiore manifestano od esprimono sentimenti negativi di fronte a momenti di tecnoferenza, in particolare durante di momenti di convivialità o durante il gioco, evidenziando stress e irrequietezza e innescando talvolta veri e propri meccanismi di competizione con lo strumento tecnologico….almeno fino a quando non ne avranno uno proprio da cui lasciarsi ugualmente assorbire.

La reazione dell’adulto in risposta a comportamenti di richiamo, specie se questi sono particolarmente evidenti, è spesso di rabbia e fastidio cosa che determina nel bambino ancora più confusione e frustrazione ed un senso di fallimento di fronte ad un “avversario” contro cui teme di non poter competere.

È comprensibile e per certi aspetti doveroso che gli adulti possano ritagliarsi spazi di svago e socializzazione – perché no – anche attraverso device mobili, ma è importante che questo vada fatto in modo consapevole, coscienti che “i bambini ci guardano”, anche quando non ce ne accorgiamo, anche quando ci sembrano distratti o dediti ad altro. Altrettanto importante è preservare alcunimomenti che possono essere particolarmente significativi, come quello del gioco, dell’addormentamento, dell’allattamento ed in generale dei pasti. Tutto questo non soltanto permetterà lo sviluppo di una miglior relazione genitori/figli e di un stile di attaccamento sicuro, ma insegnerà ai futuri ragazzi un uso più attento e consapevole di smartphone e tablet, limitando – si spera – successivi conflitti in adolescenza.

Dott.ssa  Chiara Delia

Psicologa – Psicoterapeuta

Bibliografia

Konrad C, Hillmann M, Rispler J, Niehaus L, Neuhoff L, Barr R. Quality of Mother-Child Interaction Before, During, and After Smartphone Use. Front Psychol. 2021 Mar 29
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Gergen, K. (2002). The challenge of absent presence. In Katz J. E. & Aakhus M. A. (Eds.), Perpetual contact: Mobile communication, private talk, public performance (pp. 227–241). Cambridge, UK: Cambridge University Press

CHE COS’È LA COMPASSIONE?

Quando sentiamo parlare di compassione, possiamo essere indotti a considerarla come qualcosa di negativo, di vicino alla pietà o alla pena. In realtà, in queste ultime è come se ci fosse un dislivello tra chi soffre e chi vede soffrire, non c’è condivisione. Se analizziamo l’etimologia della parola compassione scopriamo come essa derivi dal greco e significhi, letteralmente “soffrire con”.

Nella compassione, quindi, c’è condivisione di sofferenza o, meglio, si prova compassione quando si empatizza con l’altro consapevoli del fatto che il dolore che lo sta affliggendo potrebbe un giorno o l’altro affliggere anche noiSi parla in questo caso di common humanity, umanità condivisa: come esseri umani siamo tutti imperfetti, fallibili, vulnerabili al dolore e desiderosi di sperimentare un po’ di pace.

Nel buddismo la compassione rappresenta una delle qualità della mente pura.

Gilbert, ideatore della Terapia Focalizzata sulla Compassione (Compassion Focused Therapy, CFT), la definisce come una particolare sensibilità alla sofferenza propria e degli altri, unita a un forte desiderio e all’impegno nell’alleviarla e prevenirla.

È importante porre l’accento sull’ultima parte, ovvero sul desiderio di alleviare e prevenire la sofferenza, per scongiurare il rischio di confondere la compassione con la giustificazione della propria o altrui condizione considerata come immutabile. Praticare la compassione ci permette di riconoscere e accogliere la sofferenza, integrandola nella storia e nel vissuto di chi la prova. Dopo averla riconosciuta, non ci si deve semplicemente arrendere ad essa, anzi, essere compassionevoli ha molto a che vedere con fermezza e autorevolezza, fornendo una spinta gentile verso un cambiamento che permetta di allineare azioni e valori e di accrescere il proprio senso di sicurezza e fiducia. La compassione è sì calore e gentilezza, ma anche assertività e coraggio!

Possiamo riconoscere tre flussi di compassione:

verso gli altri;
dagli altri verso di noi;
verso noi stessi (autocompassione).

Il primo tipo di compassione citato è forse il più semplice da provare. Gli altri due tipi, infatti, presuppongono lo “spegnimento” della tendenza all’autocritica. Riuscire a provare autocompassione o aprirsi alla compassione altrui presuppone la capacità di sospendere il giudizio verso se stessi e spesso tale abilità non ci viene naturale ma va allenata, specie se non se ne è fatta esperienza in età precoce.

La compassione di sé si impara dagli altri e dalla relazione con gli altri.

Come allenarla dunque, se non si ha avuto la possibilità di apprenderla dall’interazione con le prime figure significative? Un passo fondamentale è rappresentato dalla consapevolezza delle nostre emozioni difficili e di ciò che le scatena (i cosiddetti trigger). Sarà poi importante lasciare a tali emozioni lo spazio che meritano, senza giudicarle ma piuttosto riconoscendone la storia (da dove arrivano? perché in circostanze specifiche ci attiviamo sempre nello stesso modo?). Quindi bisognerà trovare le giuste strategie per calmare quelle emozioni, percependo come provarle non significhi necessariamente essere in pericolo e che, anche se fosse, abbiamo degli strumenti per prendercene cura. Infine, conoscere ciò che è davvero importante per noi potrà orientare le nostre azioni, attivandoci nell’ottenimento di quello che conta davvero nella nostra vita.

Dott.ssa Arianna Calabrese

Psicologa-Psicoterapeuta

 

Bibliografia

Gilbert, P. (2016). La terapia focalizzata sulla compassione: Caratteristiche distintive. (N. Petrocchi, Trad.). Milano: Franco Angeli.

Gilbert, P., & Procter, S. (2006). Compassionate Mind Training for People with High Shame and Self-Criticism: Overview and Pilot Study of a Group Therapy Approach. Clinical Psychology & Psychotherapy, 13(6), 353–379.

AMI PIU’ ME O IL TUO SMATPHONE? Il fenomeno del phubbing: l’influenza degli smartphone sulle relazioni.

E’ sufficiente andare a prendere un caffè, restare seduti al tavolino di un bar e guardarsi attorno per qualche minuto per osservare come molti dei nostri vicini di tavolo non stanno parlando con i loro commensali ma hanno gli occhi rivolti al proprio telefono: qualcuno fa una foto alla schiumetta del cappuccino, qualcuno legge le mail, qualcuno risponde ad una chat, una persona si sta facendo un selfie, un bambino guarda un cartone animato o gioca in modo avvincente.

E’ sempre più raro vedere persone che si parlano senza un telefono in mano o sul tavolo e frequentemente parliamo con persone che mentre conversano con noi (o così pare) utilizzano contemporaneamente il proprio smartphone. Il cellulare è ormai come un capo d’abbigliamento indispensabile, un oggetto costantemente presente nelle nostre vite e molti di noi hanno l’abitudine di tenerlo fra le mani e di interagirci continuamente: questo avviene non solo quando ad esempio siamo in coda alle poste o sui mezzi pubblici e, soli e annoiati, controlliamo i social o navighiamo sul web, ma anche quando siamo immersi in relazioni sociali, in famiglia, con i colleghi, tra amici e in coppia.

Abitudini come ad esempio quella di fotografare piatti che si stanno per mangiare sono un pretesto per postare su Instagram l’immagine della prima pizza napoletana assaggiata nella propria vita, del primo poke, del migliore vino assaggiato, e, dopo la condivisione, venire risucchiati dal vortice di notifiche, commenti conseguenti, che distraggono da quanto sta succedendo intorno a sé, al tavolo, tra i propri commensali. Il risultato è che la qualità del momento conviviale che si sta vivendo ne risulta danneggiata e, più in generale, si percepisce spesso anche un senso di minore soddisfazione per quanto riguarda il pasto consumato.

Sarà capitato a tutti, almeno una volta nella vita, di trovarsi ad interagire con qualcuno che invece di prestare attenzione alla conversazione che sta avendo con noi è sprofondato con occhi e mente dentro lo schermo del suo telefono: facilmente possiamo reperire la sensazione di fastidio o frustrazione del non essere ascoltati o di non ricevere la sufficiente attenzione desiderata dall’altra persona. Ci stiamo abituando a tollerare questi tipi di atteggiamenti nelle nostre situazioni sociali e spesso ci capita di ritrovarli anche nelle nostre relazioni personali più intime: che effetto fa alla famiglia vivere immersa in relazioni mediate dal telefono?

Chi ha un figlio preadolescente o adolescente conosce bene la sensazione di essere trasparente o parlare da solo mentre l’interlocutore è al telefono, spesso con auricolari inclusi nelle orecchie. Ma se a comportarsi così è il nostro partner, che cosa succede alla coppia?

Non ci sono tantissime ricerche su questo fenomeno, piuttosto recente, che prende il nome di Phubbing.

L’uso di un telefono cellulare durante una conversazione è chiamato phubbing (Ugur & Koc, 2015). Il termine phubbing (una crasi tra ‘phone’ e ‘snubbing’) si riferisce all’atto di concentrarsi sul proprio cellulare durante una conversazione invece di prestare attenzione all’interlocutore. Se questo atto si verifica all’interno delle relazioni, prende la definizione di partner-phubbing (Roberts & David, 2016). Nel partner-phubbing si può distinguere un phubber, ovvero la persona che, durante un’interazione sociale co-presente, concentra tutta o parte della sua attenzione sul suo cellulare, e un phubbee cioè la persona che non viene considerata (o “snobbata”) dal partner che usa il telefono.

La letteratura ci dimostra che il partner-phubbing è negativamente correlato alla soddisfazione delle relazioni (David & Roberts, 2021), proprio perché l’uso di un telefono durante le interazioni co-presenti crea una situazione in cui si è fisicamente presenti, ma non lo si è mentalmente. Questo fenomeno infatti provoca delle sensazioni di “assenza-presenza” o di stare “soli insieme”.

Ma cosa si intende per soddisfazione relazionale? La soddisfazione relazionale è il grado in cui il partner soddisfa i desideri e i bisogni dell’altro: in questo la qualità della comunicazione tra i partner svolge un ruolo di primo piano e sembra essere più importante del tempo che i partner trascorrono insieme (Guldner & Swensen, 1995).

Anche se negli ultimi anni sono state condotte diverse ricerche sul phubbing (Vanden Abeele, 2020), il numero di studi che si sono concentrati sul phubbing nelle relazioni intime, analizzando i meccanismi sottostanti alla correlazione tra utilizzo del telefono e scarsa soddisfazione, è limitato.

Tuttavia Beukeboom & Pollmann (2021) hanno tentato di comprendere più approfonditamente gli effetti negativi del phubbing sulle relazioni sentimentali, in particolare in relazione all’insoddisfazione relazionale e un altro studio, condotto da un’équipe di psicologi dell’Università del Kent, e pubblicato sulla rivista Journal of Applied Social Psychology, ne hanno confermato le prevedibili implicazioni negative: il phubbing andrebbe a peggiorare in maniera significativa la comunicazione e la relazione tra persone

I partecipanti allo studio, 153 studenti universitari, hanno assistito a una scena di 3 minuti che coinvolgeva l’interazione tra due persone, con la richiesta di identificarsi con uno dei due protagonisti. Ogni partecipante veniva assegnato a una fra 3 condizioni sperimentali: nessun phubbing, phubbing leggero o phubbing massiccio. I risultati? Più il livello di phubbingaumentava, più i soggetti percepivano che la qualità della relazione era peggiore e la relazione insoddisfacente. 

Gli autori dello studio hanno caratterizzato il phubbing come una vera e propria “forma di esclusione sociale”, capace, quando lo si subisce, di “minacciare alcuni bisogni umani fondamentali, come l’appartenenza, l’autostima, il senso di realizzazione e il controllo”.

Ma perché ci sentiamo così insoddisfatti se il nostro partner utilizza in modo continuativo il telefono?

Un vissuto tipico è quello di sentirsi non visti: non sentirsi prioritari ed importanti per la persona che dovrebbe essere quella che ci sceglie proprio perché si è innamorata di come siamo. Il sentimento di svalutazione personale risulta frequente e innesca crisi, soprattutto in partner con qualche fragilità sulla propria autostima.

In altre persone il vissuto maggiormente riportato è la rabbia, il fastidio e il sentirsi mancati di rispetto e di non essere percepiti come attraenti ed interessanti. Questi vissuti portano le coppie a discussioni molto accese spesso o viceversa a passivi silenzi rabbiosi che influiscono negativamente sulla complicità della coppia e sull’intimità. Le battaglie, spesso anche silenziose creano tra i partner una distanza emotiva che porta a ricadute importanti anche su un piano fisico. La qualità delle conversazioni e l’empatia percepita sono un fattore importante per la qualità della relazione (Gonzales & Wu, 2016; Misra et al., 2016).

Ci si potrebbe domandare perché soffermarsi ad analizzare così dettagliatamente un fenomeno di questo tipo: venire a conoscenza di quanto disagio possa suscitare un atteggiamento apparentemente banale nella persona che amiamo, potrebbe portarci a prestare maggiore attenzione alla nostra quotidianità, affinchè ognuno di noi possa diventare maggiormente consapevole e possa tentare il più possibile di “stare” nelle relazioni che sta vivendo, mettendo in atto, di fatto, un atto di prevenzione. E’ piuttosto evidente e condiviso che ci siano situazioni o chiamate dalle quali diventa difficile esimersi, ma tenere a mente la percezione del nostro partner e ciò che sta provando può esserci utile a mettere in atto un comportamento conciso e circostanziato relativamente ad una chiamata o a un messaggio, dedicando a tali interruzioni il più breve tempo possibile. 

Bisogna tuttavia evidenziare che dallo studio emerge come la misura in cui un partner usa il proprio telefono durante le interazioni co-presenti, correlata negativamente alla soddisfazione della relazione, sia un dato rilevato di natura correlazionale, pertanto a livello di nesso di causalità il partner-phubbing potrebbe causare una riduzione della soddisfazione relazionale, ma è altrettanto possibile l’effetto opposto, cioè che una scarsa qualità della relazione potrebbe indurre le persone ad un utilizzo maggiore del telefono. Pertanto il  phubbing potrebbe giocare un ruolo avverso generando un circolo vizioso sulla qualità della comunicazione e sulla soddisfazione della relazione.

Ma come si può contrastare questo fenomeno? Come possiamo mettere queste considerazioni emerse dalle ricerche a servizio di un miglioramento della nostra relazione?

Si è rilevato che l’utilizzo congiunto del telefono, che implica l’essere coinvolto nelle attività dell’altra persona, venire informato su ciò che sta facendo potrebbe limitare gli effetti dannosi sulla relazione e sulla comunicazione, riducendo il senso di esclusione percepito, mantenendo più reattività e intimità nella conversazione  e attenuando il senso di insoddisfazione relazionale.

Ma davvero il contenimento del comportamento o la condivisione dell’utilizzo dello strumento possono rappresentare le uniche soluzioni per arginare questo fenomeno?

Il fenomeno del phubbing potrebbe meritare un’ulteriore riflessione da parte di entrambi i membri della coppia:

forse l’insoddisfazione relazionale generata da questo fenomeno potrebbe generare in entrambi i partner lo stimolo a porsi delle domande: come mi sentirei io al posto del mio compagno? Che cosa proverei? Che cosa penserei? Che idea mi farei dell’interesse che il mio compagno prova per me al posto suo?

E viceversa è importante forse provare a chiedersi anche perché il nostro compagno sta sempre al telefono? A quale suo bisogno risponde questo strumento, come lo fa sentire, come si sentirebbe senza utilizzarlo.

Per molte persone è difficile resistere alla tentazione dei social media e di altre app che soddisfano il bisogno di attenzione ottenuto attraverso il proprio smartphone. La paura che i rapporti si allentino (Rozgonjuk et al.,  2020), l’aspettativa di una disponibilità costante da parte degli amici (Miller-Ott & Kelly, 2017), o anche la semplice presenza di un telefono (Misra et al., 2016) possono distogliere l’attenzione da un’interazione che sta avendo luogo con il proprio partner, o comunque con gli attori reali della propria vita, senza che la persona se ne renda neanche conto. Spesso mettiamo in atto comportamenti, soprattutto se socialmente considerati accettabili, senza chiederci la motivazione o la causa di quanto messo in atto. Facciamo raramente lo sforzo empatico di provare a metterci nei panni dell’altro, nelle sue sensazioni ed emozioni, spesso poiché siamo troppo presi da esigenze individualiste socialmente sostenute.

Ma il problema è davvero la sola presenza costante del telefono? Che cosa succederebbe se ci fosse un blackout generale della rete per una settimana? Le persone tornerebbero a parlarsi, a scriversi, a condividere realmente esperienze o si troverebbero perse, motivate soltanto al cercare una soluzione per ripristinare la rete?

Ci dobbiamo inevitabilmente chiedere quanta vita reale ci perdiamo con gli occhi sullo schermo.

La tecnologia non è da demonizzare, per molte relazioni è infatti stata l’incontro, l’inizio, la risorsa per mantenere vivi i rapporti quando si deve vivere distanti, ma siamo ancora capaci di utilizzare lo smartphone come uno strumento per migliorare le nostre vite e non come una zavorra in cui veicolare le nostre frustrazioni e distrazioni?

Forse analizzare il fenomento del phubbing ci fornisce l’occasione per fare alcune riflessioni: ma si può tornare indietro? Alcune persone hanno iniziato a mettere in pratica una sorta di graduale distacco dall’onnipresenza del telefono con una metafora indicata come “JOMO” (joy of missingout), ossia riscoprendo il piacere di rischiare di perdersi qualcosa che stia avvenendo online pur di godere al meglio della compagnia reale e fisica delle persone che si hanno vicino o delle situazioni sociali offline in cui si è coinvolti. Rinunciare al mito del multitasking e utilizzare in maniera più consapevole e cosciente tecnologie e servizi digitali sono, nella pratica, due importanti punti di partenza per riuscirci.

Ma come fare?

Potrebbe essere utile, ad esempio, iniziare con il concedersi del tempo per l’autoriflessione: per la propria salute mentale è fondamentale passare regolarmente del tempo da soli, preferibilmente senza smartphone, Internet e TV. Concedersi il tempo di porsi delle domande e riflettere sui problemi e le paure, dare spazio ai propri desideri e sogni.

Il tempo della riflessione aiuta anche a fare chiarezza sulle priorità cercando di diventare consapevoli di cosa è veramente importante per noi. A volte bisogna sfoltire l’agenda e anche eliminare ciò che facciamo per abitudine e non per reale interesse, questo ci aiuta a dedicare tempo alle persone e alle esperienze che realmente ci interessano, imparando a declinare inviti inutili o richieste differibili nel tempo, seppur poste con urgenza. Imparare a vivere concentrandosi sul qui e ora, con un atteggiamento “mindful.

Dott.ssa Consuelo Aringhieri

Psicologa – Psicoterapeuta

 

 

Bibliografia

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L’AMORE E’ CIECO? PARE PROPRIO DI NO!! LA SCELTA (IN)CONSAPEVOLE DEL PARTNER

Ho scoperto che quando ci sono delle difficoltà di coppia, la richiesta che viene fatta al partner è di riempire i bisogni a cui i propri genitori non hanno risposto”

Virginia Satir

Perchè cerchiamo un partner con cui condividere la nostra vita?

Il motivo principale che spinge ognuno di noi a ricercare una relazione affettiva con l’altr* é  determinato da due bisogni fondamentali dell’uomo: accudimento e protezione. La relazione di coppia è una relazione intima, in cui ognuno esprime un profondo bisogno di sicurezza e fiducia per l’altro. Entrare in relazione significa fare una scelta, scegliere tra più persone quella che potrà  soddisfare al meglio i nostri bisogni.  

Allora qual è il meccanismo attraverso il quale scegliamo una persona piuttosto che un’altra?

Cosa della nostra storia personale peserà maggiormente nell’effettuare la scelta?

In questo articolo esamineremo 2 aspetti che guidano la scelta del partner:

1. Attaccamento e trasmissione inergenerazionale
2. Mito e mandato familiare

Attaccamento

La teoria dell’attaccamento, sviluppata da Bowlby negli anni Sessanta, rappresenta la prima relazione che il bambino instaura con la sua figura di riferimento, ha la funzione di garantire vicinanza e protezione ed è espressa da una serie di comportamenti che lo accompagnano fin dalla nascita e che hanno le loro basi filogenetiche nell’oggettiva vulnerabilità del neonato, che è obbligato a far ricorso alla figura di accudimento per il soddisfacimento dei suoi bisogni primari e per la propria sopravvivenza (Bowlby, 1969).

Perchè si parli di attaccamento devono essere presenti tre condizioni di base (Weiss, 1982): la vicinanza, la reazione di protesta per la separazione, cioè quell’insieme di comportamenti di attaccamento che si manifestano nel momento in cui ci si sente in pericolo perchè la relazione non è più garantita e quella particolare atmosfera di sicurezza che fa percepire l’altro come la nostra “base sicura”. Bowlby (1988) ha spiegato come un bambino o  un adolescente per esplorare l’ambiente extra-familiare abbia bisogno di sentirsi sicuro di poter ritornare sapendo che la base sicura sarà lì ad aspettarlo. Negli anni Settanta, furono identificati quattro stili di attaccamento (Ainsworth et al., 1978):

attaccamento sicuro: il bambino ha una madre presente, in grado di rispondere ai bisogni di conforto, protezione e esplorazione del mondo sapendo di poter tornare alla “base sicura” in situazioni di pericolo. L’adulto all’interno di una relazione di coppia saprà muoversi in equilibrio tra richiedere protezione e dare protezione.
Attaccamento insicuro-evitante: il bambino ha una madre che in genere non è in grado di soddisfare i propri bisogno. Il bambino teme costantemente il rifiuto dell’altra persona. Sarà un adulto che imparerà ad inibire le proprie emozioni (da soli si è più forti). L’adulto all’interno di una relazione di coppia, tenderà a fuggire  dalla relazione stessa.
Attaccamento insicuro-ambivalente: il bambino ha una madre che risponde ai suoi bisogni in modo intermittente, è una madre imprevedibile. In questo modo il bambino si sente a volte amabile altre volte rifiutato. Sarà un adulto che avrà paura della separazione dalla figura di attaccamento (se stiamo uniti saremo più forti). L’adulto all’interno della relazione di coppia tenderà a inseguire la sua figura di attaccamento per paura di perderla.
attaccamento insicuro-disorganizzato: il bambino ha una madre che lo mette in pericolo, crolla il sistema di attaccamento.

E’ grazie alla teoria dell’attaccamento che possiamo spiegare come un uomo, arrivato all’età adulta, organizzi la propria vita affettiva in funzione dei passati legami di attaccamento, mettendo in luce il ruolo che le relazioni della prima infanzia possono avere nel predire il futuro successo di una relazione di coppia. Il formarsi di una coppia poggia sulle capacità di entrambi i coniugi di confermare le rappresentazioni che sono state attribuite su di sé e sugli altri fin dalla prima infanzia, al fine di garantire un’omeostasi rappresentativa (Bowlby, 1988).

Trasmissione intergenerazionale degli stili di attaccamento

Il requisito fondamentale affinché si crei una relazione intima, quale è quella di coppia,  è l’esistenza di una fiducia di base nei confronti della persona con la quale viene stabilita la relazione. Dalle ricerche sul legame di attaccamento sappiamo che la sicurezza o l’insicurezza che lo caratterizzano si trasmettono spesso di generazione in generazione attraverso le aspettative, il comportamento dei genitori e la qualità delle relazioni familiari (Benoit, Parker, 1994; Fonagy et al.,1992).  Domande come: mi sta giudicando? Mi posso fidare di lui/lei? Mi accetta? Che cosa significano quelle parole, quell’atteggiamento nei miei confronti? Rappresentano una specie di “test” che valuta la tenuta della relazione: la dimostrazione della sua esistenza è data da tutte quelle situazioni in cui la rottura della sequenza attesa di comportamenti  da parte del partner può porre degli interrogativi sul perdurare del legame stesso, soprattutto nella fase iniziale del rapporto. Per esempio: “sono 2 giorni che non mi scrive appena si sveglia”….sorge subito la domanda: “Mi pensa ancora?”..“ Mi vorrà ancora bene?”.. “Ha conosciuto qualcunaltr*?” Possiamo dire che la scelta del partner coinvolge solo apparentemente due persone: in realtà il rapporto che si instaura si “confronta”  con due dimensioni, una orizzontale in cui si collocano i legami di pari livello gerarchico (fratelli, sorelle, partner) e una verticale trigenerazionale in cui si collocano i legami tra i diversi livelli gerarchici (nonni, genitori, figli). Ecco quindi che ogni nuovo rapporto intimo presuppone e comporta una serie di confronti con altri rapporti significativi, rispetto ai quali esso deve differenziarsi. Per esempio credere che i continui fallimenti sentimentali siano da attribuire a una serie di eventi sfortunati, rappresenta una lettura parziale di quello che sta accadendo in quanto non tiene conto della dimensione verticale della relazione, di quanto il  tipo di legame di attaccamento che ha caratterizzato la relazione con i genitori o con altri membri significativi della famiglia di origine stia influenzando la vita presente. Sulla base di ciò, il potenziale partner si rivela tanto più adatto se avrà caratteristiche ripetitive e quindi per certi aspetti rassicuranti (in quanto conosciute) in linea con il nostro legame di attaccamento e allo stesso tempo avrà un elemento di novità che avrà la funzione di riparare una storia interrotta prematuramente o che non ha dato le risposte di sicurezza desiderate.  Secondo Weiss Sampson (1993), la coazione a ripetere (scegliere situazioni relazionali insoddisfacenti), rappresenta il tentativo ripetuto e strategicamente inefficiente di trovare una via d’uscita alle difficoltà incontrate.

Diventa determinante a questo scopo la qualità del legame che si è creato con chi originariamente si è preso cura di noi. Si può dire che quanto più è stata soddisfacente la relazione originaria, tanto più si potrà sviluppare un atteggiamento di fiducia nei confronti delle nuove relazioni; quanto più quella è stata insicura-ambivalente, ambigua e scarsamente soddisfacente riguardo ai bisogni personali fondamentali,  tanto più si osserveranno comportamenti ambivalenti o evitanti da parte di chi ha avuto questo tipo di esperienza (Angelo, 1999). Secondo Hazan e Shaver (1987;1992) l’innamoramento è un processo d’attaccamento che viene vissuto in maniera diversa, a causa delle loro differenti storie di attaccamento.

Mito e Mandato Familiare

Non meno importante nell’influenzare la scelta del partner è il mito familiare e il relativo mandato familiare.

Che cos’è il mito familiare? Il mito familiare è un insieme di rappresentazioni, valori e credenze condivise concernenti l’immagine che i membri di una famiglia hanno di se stessi. Il mandato familiare è l’assegnazione di un ruolo o di compiti fatta dai genitori ai figli; esso in qualche modo rappresenta l’anello di congiunzione tra il mito familiare e il modo in cui questo si esprime attraverso le aspettative dei singoli membri della famiglia e in particolare dei genitori (Stierlin,1978).  

Ogni famiglia ha il proprio mito che ha la funzione di creare un senso d’identità  e coesione della famiglia e dei suoi membri, il mito si trasmette di generazione in generazione.  La scelta del partner è quindi un strana mescolanza tra mito, mandato familiare e soddisfacimento dei bisogni personali (Angelo,1999). Il prevalere dell’uno o dell’altro dipende non solo dalla forza relativa di ciascuno di essi, ma anche dal tipo di relazione esistente con la famiglia d’origine. Nel caso in cui ci sia una relazione di dipendenza con la famiglia d’origine, il mito e il mandato prevarranno sul soddisfacimento dei bisogni personali. L’individuo sarà orientato a ricercare un partner che soddisfi le aspettative implicite o esplicite presenti nel mandato familiare, piuttosto che soddisfare i propri bisogni di accudimento e protezione. Nei casi in cui si verifica una ribellione al mandato familiare, l’individuo sceglierà un partner con caratteristiche opposte a quelle che la famiglia si aspetta. Ciò dovrebbe avere una funzione liberatoria rispetto ai vincoli imposti dal mandato familiare, in realtà anche questo tipo di scelta non si dimostra essere una scelta libera che tiene conto solo dei bisogni personali. Si può così dire che la scelta del partner sia l’espressione di un gioco estremamente sofisticato in cui la scelta sarà guidata da un’attenzione selettiva volta a cogliere tutti gli elementi del carattere e del comportamento della persona a cui siamo interessati che siano coerenti con il nostro mandato familiare, e da un’altrettanta disattenzione selettiva per tutti quelli elementi che invece potrebbero rendere problematica la relazione in quanto non coerenti con il nostro mandato. Per capire meglio come  l’individuo si orienta alla scelta seguendo le influenze  del mito e mandato familiare possiamo fare il seguente esempio: Claudia è una giovane donna che desidera intraprendere una relazione sentimentale. La sua storia familiare  parla di una famiglia prevalentemente maschilista in cui le donne sono poco considerate (questo è il mito) e di una mamma che aspira per sua figlia ad avere un uomo che abbia una buona posizione economica, per contrastare i momenti di grosse difficoltà economica vissute da quest’ultima (questo è il mandato familiare). Claudia, per essere leale con la sua storia familiare,  dovrà scegliere un uomo ricco che riscatti  le difficoltà economiche della mamma e sufficientemente maschilista. Il grado di influenza determinato dal mito è strettamente correlato con il grado di differenziazione raggiunto dalla persona interessata, dalla sua capacità di elaborare e risolvere i propri legami con le figure familiari più significative.

Nelle fasi iniziali della costruzione del legame, ciascun partner diventa il mezzo principale di trasmissione ed elaborazione del mito e dalla storia familiare. La relazione si sviluppa su un terreno  fatto di “problemi non risolti di perdita, separazioni, abbandono, individuazione, nutrimento e deprivazione”, seguendo una trama intra—intergenerazionale fatta di crediti e debiti che stabilisce ogni singolo ruolo che le persone coinvolte devono ricoprire seguendo tematiche di colpa, riparazione, ricerca di perfezione..tematiche comuni ad ogni storia familiare (Andolfi, Angelo, 1987). E’ possibile una scelta “libera”? L’esperienza quotidiana ci dimostra che una scelta “libera” è possibile quanto più le relazioni nella famiglia di origine sono prive di elementi conflittuali irrisolti, in tal caso la necessità di legarsi a un “particolare” tipo di partner sono molto meno pressanti.

Alla luce di tutto ciò è ancora lecito pensare al vecchio detto “l’amore è cieco?” Pare proprio di no!

Potremo dire che “l’amore ci vede benissimo e sceglie secondo una precisa  logica”. Esiste una linea verticale “intergenerazionale” che influenzerà le modalità con cui una persona  sceglierà  e si relazionerà con l’altr* lungo il suo percorso evolutivo.

Dott.ssa Angela Giampalmo

Psicologa – Psicoterapeuta

Bibliografia

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IL COMPLESSO DI MEDEA: QUANDO L’ODIO VERSO IL PARTNER SI TRASFORMA IN INFANTICIDIO

Stando all’ultimo rapporto Eures, tra il 2000 e il 2014, sono stati 379 i figli uccisi da un genitore in Italia.

Da dati più recenti, ancora in fase di aggiornamento, emerge che sono quasi 500 i bambini uccisi da una mamma o un papà, ovvero dalle persone di cui si fidavano di più.

Nella fattispecie, passando in rassegna gli ultimi 20 anni, dal delitto di Cogne nel 2002 all’ultimo delitto commesso a Catania nel giugno 2022, vi sono stati, come su detto, molteplici infanticidi, spesso anche plurimi, ma tra quelli più eclatanti per la nostra indagine ricordiamo:  

Matteo e Davide di 4 anni e 21 giorni, furono uccisi a giugno del 2002 dalla loro mamma, Olga Cerise, 31 anni, che li gettò nel laghetto di Les Illes a Saint Marcel, nei pressi di Aosta. La donna ha confessato di averli uccisi. Il GIP dispose la custodia Cautelare nella sezione psichiatrica dell’ospedale Martini di Torino, in quanto non ritenne vi fosse pericolo di fuga, ma di reiterazione dell’omicidio, in quanto come scrisse nell’ordinanza, la donna apparve: “tuttora animata da concreto risentimento ed astio nei confronti del proprio marito e dei suoceri”

Nel Settembre del 2009 a Castenasto (BO), una donna uccise i figli di 6 e 5 anni accoltellandoli, poi si suicidò buttandosi dalla terrazza al secondo piano della casa dove vivevano. La donna, sarà poi accertato, soffriva di depressione per una separazione in vista dal marito.

Il 6 marzo 2013, una 43enne di Rovito, in provincia di Cosenza, Daniela Falcone, si recò a prendere il figlio di 11 anni a scuola e lo portò in montagna. Li lo uccise, sgozzandolo con le forbici, colpendolo ripetutamente. Tenterà invano, di lì a poco, di suicidarsi. La donna aveva da poco appreso della relazione extraconiugale intrapresa da suo marito.

Il 29 Novembre 2014, a Santa Croce Camerina, in provincia di Ragusa, Lorys Andrea Stival, un bambino di 8 anni, venne trovato in un canalone, a 4 chilometri dalla scuola che frequentava. La madre Veronica Panarello, 26 anni, ne aveva denunciato la scomparsa qualche ora prima. Dall’esame autoptico, pare che il bambino morì per strangolamento causato da fascette di plastica. Dopo diverse versioni riportate dalla donna, tra cui il coinvolgimento anche del suocero, che per questo la denunciò per calunnia, la Panariello, al termine di un processo anche mediatico, sta scontando ad oggi una pena a 30 anni di reclusione per la morte del figlio. Dalla perizia psichiatrica effettuata il 7 giugno 2016, emerge che la donna “dimostra una personalità non armonica, ma era ed è capace di intendere e di volere”.

A Settembre del 2020 a Rivara, in provincia di Torino, Andrea di 11 anni, viene ucciso da suo padre, Claudio Baima Poma, con un colpo di pistola. Dopo avergli sparato, lo ha abbracciato e con l’altra mano ha utilizzato la stessa pistola per suicidarsi con un colpo alla testa. Da quanto scrisse l’uomo sui social prima di tale gesto: “Potrai separare i nostri corpi, non le nostre anime…etc”, pare che l’uomo affetto da una forte depressione, non avesse ben digerito la separazione dalla moglie, e quel gesto estremo, fosse atto a volerle infliggere un dolore immenso.

A marzo 2021, a Cisliano in provincia di Milano, Edith di soli 2 anni, fu uccisa dalla mamma, Patrizia Coluzzi, 41 anni, accusata di omicidio aggravato per la morte della figlia, avvenuta per soffocamento. Quella sera non c’erano i due fratelli maggiori, avuti dalla 41enne da un primo matrimonio. Dopo aver ucciso la piccola, la donna ha tentato di togliersi la vita, infliggendosi ferite alla pancia e alle braccia con un’arma da taglio. Pare che prima di quel gesto estemo la donna avesse denunciato per aggressione e stalking l’ex compagno, padre della bambina, ma che le accuse fossero state archiviate dal pm stesso. Si ipotizza un omicidio per vendetta, data la difficile separazione che i due coniugi stavano affrontando.

A gennaio 2022, a Mozzarone in provincia di Varese, Davide Paitone, di 40 anni uccide con una coltellata alla gola il figlio, Daniele, di 7 anni. I carabinieri ritrovano il corpo del piccolo nascosto dell’armadio, insieme con un biglietto di confessione. L’uomo, dopo aver ammazzato il figlio, tenta di uccidere anche la moglie dalla quale si stava separando, accoltellandola. Il 40enne ha provato a fuggire, ma è stato rintracciato e arrestato dai carabinieri. Prima del ritrovamento del cadavedere l’uomo invia un vocale alla ex moglie dove esprime la sua rivendicazione rispetto all’agressione: voleva punirla perchè gli aveva rovinato la vita e voleva portargli via il figlio; quando gli viene chiesto dove fosse Daniele lui risponde che “il bambino è al sicuro”. Secondo il GIP “la capacità di inviare un simile messaggio dopo l’accoltellamento della donna e del bambino, denota una freddezza criminale e un’organizzazione di pensiero e d’azione del tutto sintonizzate con la premeditazione dei delitti”.

Nel pomeriggio del 13 giugno 2022, Martina Patti, 23 anni, denuncia il rapimento della figlia, Elena Del Pozzo di quasi 5 anni da parte di tre uomini incappuciati. Il giorno dopo, confessa di averla uccisa e indica ai carabinieri il luogo dove l’ha sepolta. Da quanto emerge dalla vicenda diventata fortemente mediatica, pare che la giovane donna, non accettasse l’idea che la figlia si stesse affezionando alla nuova compagna del padre. Da un primo esame del GIP pare che la donna avesse tutta l’intenzione di uccidere e che il suo fosse un gesto premeditato.

Come visto, molti di questi infanticidi terminano con un suicidio da parte del genitore-assassino; probabilmente il suicidio, sussegue il momento in cui si “realizza” di aver commesso l’omicidio, di aver ucciso il proprio figlio/a.

In altri casi, invece, non solo questa presa di coscienza piuttosto che “pentimento” non avviene, ma dalla ricostruzione del delitto e dalle menzogne atte a coprire il fatto, sembra possa esserci una sorta di premeditazione o comunque la volontà di quel momento, di uccidere il/i proprio/i figlio/i.

In quasi tutti i casi riportati, il movente è legato alla separazione e/o gelosia nei confronti del ex partner, tale tendenza viene ricondotta in psicologia alla cosiddettaSindrome o complesso di Medea“.

Nella mitologia greca, Medea, è uno dei personaggi più celebri e, nello stesso tempo controversi. Il suo nome in greco significa “astuzie, scaltrezze”, infatti la tradizione la descrive come esperta di arti magiche e dotata di poteri addirittura divini.

Figlia di Eete, re della Colchide e custode per mezzo di un feroce e terribile drago, del Vello d’oro, capace di guarire le ferite.

Quando arrivarono gli Argonauti a conquistare la Colchide, presa dall’amore per Giasone lo aiutò a conquistare il vello d’oro, uccidendo il proprio fratello Aspirto; dopo il tradimento alla patria e la perfidia dimostrata nei confronti della sua famiglia, fuggì con Giasone e visse con lui in armonia, finché il re greco Creonte non propose a Giasone di dare la propria figlia in sposa, e quest’ultimo accettò.

A questo punto Medea, oltre a Creonte e sua figlia, uccise anche tutti i suoi figli avuti con l’eroe greco per vendicarsi del suo tradimento; da qui l’immagine di Medea associata al figlicidio per vendetta contro il coniuge.

La psicoanalisi è solita interpretare questo gesto come il voler “amputare” Giasone, poiché i figli erano una parte sua e il voler imporre da parte di Medea il totale possesso su di loro: “io li ho partoriti, io ho il diritto di ucciderli”.

A tal proposito lo psichiatra Philip Resnick (1969), parlava proprio di “vendetta del coniuge”, descrivendo come l’aggressività veniva spostata dal reale oggetto di risentimento (il marito), verso il figlio, che rappresentava il frutto di tale unione.

Pertanto, capita in situazioni al limite come quelle su descritte, che il disagio, la sofferenza psichica e l’incapacità di gestire una separazione, possano essere proiettate dal coniuge al figlio, che diventa così la rappresentazione vivente di un legame che invece si sta dissolvendo, diventando pertanto vittima e mezzo attraverso il quale far soffrire il partner.  

Stando a quanto su detto, si è propensi a pensare e a cercare “qualcosa di patologico”, in una madre o in un padre che uccidono il/la proprio/a figlio/a, si tende a pensare spesso al cosiddetto raptus omicida dato da una crisi psicotica o da situazioni al limite della psicosi, ma nel complesso di Medea, la madre o il padre, sono perfettamente lucidi e consapevoli di quello che stanno facendo e non hanno dunque vizi di mente, ovvero sono in pieno possesso della capacità di intendere e di volere (art. 85c.p.).

Bisogna però considerare che, il fatto di non avere infermità mentali permanenti o temporanee, non esclude la presenza di altre patologie psichiatriche e non, correlate a tale complesso, quali disturbi dell’umore (depressione, depressione post- partum), dipendenza da sostanze, disturbi della personalità, sicuramente accompagnati da situazioni familiari e contestuali instabili e dalla mancanza di un supporto emotivo.

Questo sicuramente non è un’attenuante, e di fatto ai genitori-assassini che non scelgono di togliersi la vita a loro volta, viene spesso dato il massimo della pena dal sistema giudiziario, ma può essere d’aiuto nel comprendere che per commettere un tale gesto, spesso connotato da una disumanità indescrivibile, è sicuramente plausibile che non si sia del tutto privi di disturbi mentali.

Dott.ssa Monica Iuliano

Psicologa – Psicoterapeuta

NON È UN PAESE PER MAMME

Tutti ci chiedono di fare figli, dal Papa ai governi, la natalità è a i minimi storici e per incentivarla si adottano modalità discutibili quali rendere illegale l’aborto (vedere alla voce America) o elargire 4mila euro una tantum alle mamme per convincerle a non interrompere le gravidanze (Piemonte).

Ma com’è che il viaggio della maternità è diventato così disincentivante?

Partiamo dall’inizio.

In Italia le donne fanno figli sempre più tardi, in media intorno ai 31 anni. E negli 10 ultimi anni in Europa il numero di donne che partorisce il primo figlio dopo i 40 anni è raddoppiata, con l’Italia che si piazza al secondo posto dopo la Spagna su questa classifica.

Il perché è presto detto: mancanza di occupazione, fatica a raggiungere un reddito stabile, enorme difficoltà nel potersi permettere una casa. E se questa combinazione di fattori riguarda tutti i giovani, sulle donne ha un impatto maggiore. Il tasso di occupazione femminile è fermo al 50% e i datori di lavoro hanno da sempre la tendenza ad investire meno sulla formazione e la promozione delle loro dipendenti donne che potrebbero un giorno assentarsi per maternità o per far fronte al carico famigliare che, ancora, ricade in gran parte su di loro. Ma su questo torneremo più avanti.

Alla luce di quanto detto, prima che una donna arrivi anche solo a pensare di mettere su famiglia (se lo desidera), facilmente sarà over 30. E, come è noto, la biologia non è così interessata alle umane vicende. Dunque, spesso, presenta il suo conto e allora i tempi per arrivare ad una agognata maternità possono allungarsi ancora. A volte si attraversano anni di cure psicologicamente e fisicamente provanti e, purtroppo, si può incappare in cliniche della fertilità più o meno serie che lucrano sulla sofferenza altrui.

Quando finalmente si riesce a concepire, inizia un viaggio di trasformazione fisica e mentale senz’altro potente e interessante, ma non sempre così idilliaco come viene dipinto, o almeno non per tutte.

È un aspetto di cui si comincia a parlare, ma non ancora pienamente sdoganato. C’è una sorta di ritrosia nel raccontare con schiettezza anche gli aspetti meno amabili dell’essere incinte, anche tra le amiche. L’immagine mentale della donna che nel riprodursi attraversa il momento di gioia più grande della sua vita, è dura a morire.

Stessa sorte silenziosa tocca ancora all’aborto, benché sia molto comune: basti pensare che circa 1/3 delle gravidanze termina con un aborto spontaneo. Purtroppo le pratiche ospedaliere sono ancora molto carenti nel prendersi cura di una donna dopo tale evento e la società non è affatto preparata ad essere di supporto. L’aborto viene spesso sminuito, silenziato, messo da parte con frasi crudeli e sbrigative e, troppo spesso, le madri si ritrovano anche a gestire un aleggiante senso di colpa, come fossero portatrici di qualche difetto o inidoneità. Invece, sappiamo che gli aborti spontanei avvengono per la gran parte dei casi per una selezione naturale del corpo e non per un accudimento inadeguato. In questo, il nostro termine italiano aborto (ab-ortus, allontanato dalla nascita) è più corretto dellinglese miscarriage (mal tenuto, mal contenuto).

Quando la gravidanza procede e arriva al termine, le donne affrontano il temuto momento del parto. E se il dolore non fosse sufficiente come preoccupazione, si aggiunge anche il terno al lotto della gestione ospedaliera. È importante sapere, infatti, che lItalia presenta un numero eccessivo di parti cesarei. Nel 2020 veniva fatto ricorso al cesareo nel 31% dei casi, nonostante siano state create delle linee di indirizzo per la riduzione di questa tipologia di parto, proprio perché eseguito in misura troppo frequente rispetto alla reale necessità. Il problema del ricorso eccessivo al cesareo, a onor del vero, accomuna tutta Europa e il tentativo di invertire la tendenza si sta diffondendo, anche se troppo lentamente. I paesi più virtuosi in tal senso sono Finlandia e Svezia che vi ricorrono solo nel 16% dei casi.

Un’altra pratica abusata (60% dei parti) è quella dell’episiotomia, una vera e propria chirurgia vaginale che consiste nell’effettuare un taglio nella parte bassa della vagina per aumentare lo spazio e favorire l’uscita della testa e del corpo fetale al momento del parto. L’episiotomia, nonostante la sua natura chirurgica, viene ancora troppo spesso praticata senza il consenso della madre (e talvolta senza nemmeno informarla). L’idea che diminuisca il rischio di lacerazioni è stata confutata e, anzi, oggi si sa che può provocarne un peggioramento. Inoltre, se non ben effettuata, rischia di lasciare dei danni permanenti dal punto di vista funzionale, sessuale, oltreché estetico.

L’episiotomia oggi è ritenuta una pratica da utilizzare in rari casi perché il solo fine dell’aumento di spazio può essere ragionevolmente raggiunto attendendo i fisiologici tempi (a volte molto lunghi) dell’espulsione.

A tutto questo, si aggiunge la violenza ostetrica (di cui è parte l’episiotomia non concordata, così come la manovra di Kristeller) che riguarda tutta una serie di abusi verbali e fisici subiti durante l’assistenza al parto e al post-partum, che sono lesivi dei diritti alla salute riproduttiva e dell’autonomia decisionale della donna sul proprio corpo e la propria sessualità. Inutile dire che queste pratiche impattano profondamente sulla qualità della vita della donna e non solo durante e dopo il parto. Secondo un’indagine del 2017, su un campione di 5 milioni di donne, il 21% ha subito violenza ostetrica. Numeri che fanno paura ma che smuovono poca reazione, quasi a richiamare l’idea che partorire con dolore implichi anche tacere e sopportare. L’informazione tra le future mamme rispetto a queste pratiche è ancora molto bassa, motivo per cui le donne stesse spesso non le riconoscono come violenza. Non ne hanno gli strumenti, non sono mai state informate sui propri diritti anche relativi al momento del parto e, facilmente, lì per lì non hanno la forza né la lucidità di opporsi.

Se siamo giunte fin qui e tutto quanto è andato, più o meno, liscio, arriviamo al fatidico rientro a casa e all’adattamento alla vita da neo-mamme.

Come sappiamo, nel 2021 in Italia il congedo di paternità è stato portato a 10 giorni ed è stato reso obbligatorio. Prima del 2021, solo il 40% dei papà lo richiedeva e molti non erano a conoscenza di questo diritto. Nonostante il miglioramento, il congedo di paternità in Italia resta ancora tra i più bassi d’Europa (in Spagna sono 16 settimane): ciò significa che, salvo pochi giorni, al rientro a casa le donne sono spesso sole ad affrontare la fatica e l’adattamento fisico e mentale ad una nuova vita. Il principale appoggio è ancora rappresentato dai nonni, se sono in pensione.

Questo è il periodo in cui fa capolino il rischio della depressione post-partum, che colpisce circa il 15% delle neo-mamme, mentre l’85% sperimenta il “baby blues” cioè un lieve disturbo dell’umore dovuto al rapido mutamento degli ormoni nel corpo dopo il parto. La privazione del sonno, il recupero fisico e la fatica fanno il resto.

La ricerca ha ormai concordato sull’importanza del sostegno e del supporto alle neo-mamme in questo periodo delicato. Il supporto sociale ed emotivo è fondamentale per sentirsi ascoltate, rilasciare paure e sensi di inadeguatezza e ritrovare benessere e fiducia in stesse.

È chiaro che lasciare le mamme sole in questo periodo, non sia la scelta ottimale, e 10 giorni di congedo di paternità sono una goccia nel mare. Le donne si adoperano nel creare reti con amiche e compagne di corso pre-parto o rivolgendosi ai consultori, ma non tutte e non sempre è sufficiente a scongiurare la solitudine.

A questo si aggiunge che non tutte le donne possono o vogliono fermarsi dal lavoro molto tempo dopo il parto. Ad esempio, ci sono donne che non si trovano nel ruolo di accudimento primario, ci sono donne libere professioniste che non possono permettersi una maternità lunga, ci sono donne che non possono contare sul sostegno del partner o dei nonni, ecc. Il problema è che quando un bimbo è sufficientemente grande per l’asilo nido, i posti bastano in media per 3 bambini su 10!

Questo è un fatto davvero interessante: se consideriamo che una mamma dipendente ha diritto a 5 mesi di congedo di maternità obbligatorio (pagati all80% della retribuzione e distribuiti in modo flessibile tra pre e post partum), verrebbe da pensare che intorno al 5° mese del bebè la società provveda con un servizio di assistenza e di inserimento scolastico adeguato e atto a conciliare lavoro e famiglia. Ma così non è. Il posto non c’è e i bambini andrebbero iscritti quasi prima ancora di nascere. Il nido privato, di contro, è una soluzione per pochi visto che si avvicina in media al costo di un affitto.

La cura dei cuccioli d’uomo di questa società è ancora chiaramente delegata ai nuclei famigliari (leggi mamma e nonni) nel loro privato. Si conta sulla capacità dei singoli di arrangiarsi, non sulla necessità di una società evoluta di fornire servizi ai nuovi nati che ne costituiranno il futuro. Come se la procreazione non riguardasse la collettività, insomma.

Un diritto facoltativo di cui le famiglie possono comunque avvalersi è il congedo parentale. In Italia sarebbe a disposizione di entrambi i genitori nella misura di 6 mesi ciascuno, ma con un limite di 10 mesi a famiglia (allungabili a 11 se è il padre ad astenersi dal lavoro per almeno 3 mesi) e con un’indennità pari al 30% della retribuzione. Il congedo parentale va utilizzato dalla nascita del bambino fino ai 12 anni di età, ma viene retribuito al 30% dello stipendio solo fino ai 6 anni, in seguito non è prevista indennità.

Non è una sorpresa scoprire chi ne usufruisce. La pandemia ci ha ben mostrato come l’accudimento ricada ancora in massima parte sulle spalle delle donne, facendo solo emergere un dato che è sempre rimasto costante negli anni: l80% dei congedi parentali viene richiesto dalle donne. Questo significa che quando le famiglie sono costrette a scegliere tra cura della prole e avanzamento lavorativo, sono le donne a fare un passo indietro.

Come abbiamo già detto, i datori di lavoro non trovano conveniente investire su una risorsa femminile che sarà più assente e quindi anche la possibilità di crescita professionale diminuisce. Tutto ciò perpetra un meccanismo che alimenta la disuguaglianza: quando ci si ritrova a scegliere chi nella coppia debba rinunciare al lavoro o prendere permessi per farsi carico di un lavoro di cura non retribuito, chiaramente la scelta ricadrà su chi già occupa una posizione più bassa e percepisce un salario minore.

Le tabelle dell’Inps, così, ci mostrano chiaramente come la maternità costituisca la principale fonte di discriminazione sul lavoro. Dopo la nascita di un figlio, le carriere delle donne naufragano drasticamente: a 15 anni dalla nascita i salari lordi annuali delle madri sono di 5700 euro in meno rispetto a quelli delle donne senza figli.

Per chi invece riesce, coi salti mortali, a far stare in piedi sia il lavoro che la famiglia, arrivano i vissuti di colpa e inadeguatezza. Perché viviamo in una società che, al netto delle sue mancanze, non fa sconti alle madri: chiede loro di lavorare come se non avessero figli e di accudire i figli come se non lavorassero. Tutto ciò crea un’asticella di mamma perfetta e multitasking ovviamente inarrivabile, a meno di scarificare tutte se stesse e la propria salute mentale.

Il problema è che finiamo per crederci e vivere annaspando, cercando di essere presenti come madri, tenere la casa in ordine, lavorare al meglio della nostra concentrazione e puntando in alto sennò non siamo ambiziose, cucinando manicaretti e tenendo viva la passione di coppia, nel mentre che ci alleniamo per rientrare nei canoni estetici della nostra società e dedichiamo tempo a noi stesse e alle amiche perché sennò ci trascuriamo. Tutti obiettivi valevoli e degni del nostro tempo, se solo fossero condivisi in un progetto di cura con i nostri partner (che per fortuna, soprattutto dalla generazione Millenial in avanti, stanno facendo molti passi di presenza) e con una società che si faccia vero carico delle sue mamme e dei suoi piccoli cittadini, invece di relegare i servizi all’infanzia ad una questione da risolversi in privato.

Alla luce di tutto questo, più che chiedersi perché non facciamo più figli, verrebbe da chiedersi perché mai li facciamo ancora nonostante tutto!

Per il futuro, il tanto chiacchierato PNRR fa parte del progetto chiamato Next Generation UE che, sulla carta, già dal nome, dovrebbe rappresentare un’opportunità di finanziamento per i diritti dellinfanzia e il raggiungimento della parità di genere. Insieme a questo, serve una rivoluzione culturale per rimettere al centro della politica e della società il discorso della cura e della sua condivisione.

Una madre (o un padre, n.d.r.) che sta allevando suo figlio nel modo giusto, fa per il suo paese infinitamente di più di quanto fanno tutti i governanti, Werner Braum.

Se sei una futura mamma o una mamma e ti trovi a sperimentare alcune delle situazioni descritte in questo articolo, non sei sola! La maternità può metterci in contatto con esperienze reali e psicologiche difficili da gestire in solitudine. LAssociazione Eco può aiutarti, trovi tutte le informazioni utili ai seguenti link:

https://www.ecoassociazione.it/mentre-attendo-te-mi-prendo-cura-di-me/

https://www.ecoassociazione.it/servizi/psicoterapia-low-cost/

Dott.ssa Valeria Lussiana

Psicologa Psicoterapeuta

IL DISTURBO AFFETTIVO STAGIONALE – Come le variazioni stagionali influenzano il nostro umore

A livello storico sappiamo che Ippocrate già nel 400 a.C. parlava di una specie di depressione dovuta all’andamento stagionale, avendo già allora intuito come l’umore possa essere influenzato dalle variazioni ambientali delle stagioni. Sappiamo anche che nel II secolo a.C. i medici greco-romani trattavamo le persone che provavano sentimenti di eccessiva tristezza facendole stare e osservare la luce del sole.

A livello diagnostico, iDisturbo Affettivo Stagionale (SAD) è descritto nella quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) come “Disturbo Depressivo Maggiore ricorrente con andamento stagionale” caratterizzato da un pattern di esordio e remissione di episodi depressivi maggiori in periodi dell’anno caratteristici, con assenza di episodi non stagionali, durante un periodo di almeno due anni (American Psychiatric Association, 2014).

Il Disturbo Affettivo Stagionale (Seasonal Affective Disorder – SAD) venne nominato e descritto per la prima volta da Norman E. Rosenthal e colleghi del National Institute of Mental Health nel 1984. Esso si configura come un’alterazione psicofisica stagionale con variazioni dell’umore (verso il polo della tristezza e della depressione) soprattutto all’inizio dell’autunno con la riduzione delle ore di luce solare (SAD invernale) e, seppur in misura minore, anche all’inizio della primavera con il risveglio della natura (SAD estiva).

La Dott.ssa Mc Mahon dell’Università di Copenaghen e altri ricercatori nel 2006 hanno rilevato una correlazione tra il disturbo affettivo stagionale e la sovrapproduzione di melatonina, l’ormone prodotto nella ghiandola pineale alla base del nostro cervello che regola biologicamente il ciclo sonno-veglia, la cui produzione è stimolata direttamente dai raggi solari.

Quest’ultimi rilevano anche una correlazione tra il SAD e una sottoproduzione di serotoninaanche questa è una molecola che riveste il ruolo di neurotrasmettitore e di ormone (noto anche come l’ormone della felicità) responsabile principalmente della stabilizzazione dell’umore.

La SAD è stata intesa da questi studiosi come un vero e proprio squilibrio biochimico nel cervello che avviene, nel caso di SAD invernale, nelle ore diurne più brevi provocando uno sfasamento del ritmo circadiano interno e di alcuni aspetti umorali che giustificherebbero il sentirsi un po’ più stanchi, tristi, assonati e/o apatici in quei giorni.

La SAD invernale è la forma più comune e presenta la sua sintomatologia depressiva durante la stagione autunnale raggiungendo il picco durante l’inverno e migliorando in primavera. Sembrerebbe colpire molto le persone in giovane età, specie donne, che si ritrovano a vivere varie condizioni come deflessione dell’umore, difficoltà di concentrazione, astenia, ansia, ipersonnia o insonnia, irritabilità, iperfagia, fatica psicofisica etc.

Inoltre, nelle persone con SAD, una minore esposizione della pelle alla luce solare (tipica del periodo invernale) con conseguente disregolazione della serotonina può causare anche un deficit di vitamina D collegato allo sviluppo di sindromi depressive.

Uno studio del 2014 ha dimostrato come la fototerapia o Light Therapy, il trattamento considerato più efficace per la cura del SAD, organizzato in misura quotidiana di almeno 30 minuti a un’intensità di 10.000 lux simulante la luce naturale, abbia risultati soddisfacenti sul disturbo affettivo stagionale. La luce catturata dalla retina, infatti, andrebbe a stimolare le aree del cervello in cui avviene la sintesi degli ormoni citati prima (Rohan, Lindsey, Roecklein & Lacy, 2004).

Essendo quindi il cambio stagione un momento delicato, ricordiamo che le alterazioni sull’organismo psicofisico a carico dell’ambiente accentuano sia disturbi preesistenti come sindromi d’ansia, depressive o di altro tipo ma anche chi presenta “solo” uno stile di vita stressante e/o irregolare.

Sebbene la SAD invernale sia più comune, alcune persone vivono una specie di lieve depressione estiva definita anche come SAD estiva o “blues estivo” dovuto al doversi nuovamente riadattare alle condizioni ambientali della stagione primaverile/estiva con sensazioni di affaticamento psicofisico.

Regolare il nostro stile di vita a livello di un’alimentazione sana ed equilibrata, regolare esercizio fisico e una vita sociale attiva può aiutare a fronteggiare sentimenti di tristezza stagionali; quando la SAD è accompagnata da altri disturbi e/o sintomatologie, se necessario, può essere gestita con l’aiuto di un professionista della salute mentale per sviluppare strategie di intervento specifiche al singolo individuo.

BIBLIOGRAFIA:

– Norman E. Rosenthal, MD and Co., (1984) Seasonal affective disorder: A description of the syndrome and preliminary findings with light therapy. Arch. Gen. Psychiat. 1984, 41: 72-80

 Mc Mahon, Brenda; Norgaard, Martin; Svarer, Claus; Andersen, Sofie B; Madsen, Martin K ;Baa, William F C ; Madsen, Jacob; Frokjaer, Vibe G ; Knudsen, Gitte M. / Seasonality-resilientindividuals downregulate their cerebral 5-HT transporter binding in winter – A longitudinalcombined C-DASB and C-SB207145 PET study. In: European Neuropsychopharmacology. 2018; Vol. 28, No. 10. pp. 1151-1160.

Rohan, K. J., Lindsey, K. T., Roecklein, K. A., & Lacy, T. J. (2004). Cognitive-behavioraltherapy, light therapy, and their combination in treating seasonal affective disorderJournal of Affective Disorders, 80(2-3), 273–283.

 Rosenthal, N. E., Mazzanti, C. M., Barnett, R. L., Hardin, T. A., Turner, E. H., Lam, G. K., Ozaki, N., & Goldman, D. (1998). Role of serotonin transporter promoter repeat length polymorphism in seasonality and seasonal affective disorderMolecular Psychiatry3(2), 175-177. 

Rosenthal N.E., MD and Co., Seasonal affective disorder: A description of the syndrome and preliminary findings with light therapy. Arch. Gen. Psychiat. 1984, 41: 72-80

– Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Quinta edizione, DSM5. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014.

 

Dott. Maria Grazia Esposito

Psicologa – Psicoterapeuta

Social Network e Sessualità

Gli scambi sui social network hanno il loro corso in un’intimità che non ha più confini.

Chi risponde sui social ad una richiesta di amicizia da parte di un utente sconosciuto, o parzialmente conosciuto, già compie un primo abbattimento di una barriera emotiva e convenzionale.

Le distanze tra individui diventano sempre meno ampie quando, prima di scambiarsi dei messaggi, si appongono delle reazioni, emoticon che identificano con quale stato d’animo la persona reagisce agli stimoli pubblici di un “amico” virtuale. Sono segnali importanti, che possono apparire nel loro ripetersi come sintomi inequivocabili di un’attenzione, carichi di sottointesi, proprio per il loro essere espliciti e sotto l’occhio di molti.

Lasciarsi contaminare dal social network produce l’immersione in un ambiente mentale ed emotivamente allettante, contiguo alla vita reale. Secondo uno studio condotto nell’Università di Chapel Hill in Nord Carolina, ogni volta che riceviamo un mi piace, il nostro organismo rilascerebbe una piccola scarica di dopamina, neurotrasmettitore che viene coinvolto nei fenomeni di ricompensa ma anche di dipendenza. Il bisogno di gratificazione da social crescerebbe nel tempo, proprio come accade ad un dipendente da sostanze e come accade in una relazione amorosa.

I social diventano così, un farmaco immersivo che dilata emotivamente chi lo usa per rappresentarsi, è un palliativo dell’ansia collettiva di allontanarsi anche momentaneamente dal quotidiano. Non è frequentato solo dai giovanissimi, ma anche da adulti che hanno sperimentato nel cambio di status un’efficace maniera per lanciare messaggi. Il potenziale seduttivo dei social network avviene sulla capacità di prolungare la propria “ombra digitale” attraverso frasi e foto postate. A creare intimità condivisa sono le immagini proprie, delle abitudini alimentari, delle ricorrenze. Ogni utente ambisce ad esporre un’immagine il più appetibile possibile di se stesso.

Se da un punto di vista esteriore il social network possa apparire “casto”, ciò che si osserva soprattutto negli ultimi anni è il sexting.

Per sexting intendiamo l’atto di inviare materiale sessualmente esplicito su dispositivi mobili o in generale nella rete. E’ un fenomeno che può trovare terreno fertile nei nuovi strumenti di social media, la cui funzione di videochiamata rappresenta una delle modalità privilegiate, soprattutto tra gli adolescenti, per esplorare le proprie fantasie e impulsi sessuali.

Il fenomeno del sexting, non risparmia nemmeno applicazioni “neutre”  come ad esempio WhatsApp. Per condividere materiale intimo o sessualmente esplicito, sempre più persone ricorrono ad applicazioni che utilizzano modalità di conversazione “end-to-end”, per le quali i messaggi scambiati hanno una visibilità ridotta nel tempo evitando il timore di eventuali ritorsioni qualora il rapporto con l’altro dovesse degenerare. Come ad esempio Telegramm e Snapchet.

L’ultimo fenomeno che lega il mondo dei social alla sessulaità è quello legato al social cruising e alle hook-up apps. In questo mondo le più famose app sono Tinder e Grindr, entrambe permettono attraverso un sistema di geolocalizzazione di individuare persone disponibili garantendo in pochissimo tempo la possibilità di mettersi in contatto con tanti potenziali partners sessuali e incontrarli di persona.

E’ importante soffermarsi e interrogarsi sugli effetti di questo mondo virtuale, potenziando la formazione, l’educazione e la prevenzione sociale, partendo dai più giovani, a volte ignari dei pericoli che si celano dietro l’utilizzo di queste app.

Dott. Mirco Carbonetti

Psicologo, Psicoterapeuta