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OSSESSIONE TRUE CRIME: PERCHE’ SIAMO COSI’ ATTRATTI DAI CRIMINI?

Il genere true crime, che narra crimini realmente accaduti in forma narrativa e letteraria, ha origini lontane. Nasce in Gran Bretagna tra il 1550 e il 1700 con resoconti di omicidi stampati su fascicoletti e ballate che raccontavano storie di criminali famosi destinate a intrattenere la borghesia.

Nell’Ottocento, con l’aumento dell’alfabetizzazione, anche le persone comuni iniziarono a leggere storie vere di crimini sui giornali. Autori come Charles Dickens e Thomas De Quincey si interessarono al genere, storie sensazionalistiche venivano vendute a puntate e uscirono i primi romanzi polizieschi. Nel 1966 Truman Capote scrisse “A sangue freddo” raccontando il massacro di una famiglia in Kansas e il processo agli assassini. Il libro rivoluzionò il true crime, facendolo entrare di fatto nella letteratura, e insistendo molto sul punto di vista dei presunti criminali. Autori come James Ellroy e Emmanuel Carrère seguirono le sue orme, narrando casi di cronaca nera con uno stile letterario.

In Italia, il true crime è presente in riviste come Cronaca Vera e programmi televisivi come Storie Maledette di Franca Leosini. Carlo Lucarelli, Giancarlo De Cataldo e Roberto Saviano hanno raccontato storie criminali in libri e programmi TV, contribuendo a diffondere il genere anche nel nostro paese, fino ad arrivare al podcast Elisa True Crime, il più ascoltato in Italia nel 2023.

 

Ma cos’è esattamente il true crime e perché ne siamo così affascinati?

Prima di tutto, il true crime si riferisce a storie reali di crimini, investigazioni e processi giudiziari. Queste storie sono spesso ricche di suspense e mistero, due elementi che ci attraggono profondamente. Chi di noi non ama un buon mistero da risolvere? Le storie di crimini veri ci portano in un mondo oscuro e complesso, dove possiamo esplorare le profondità della mente umana e le dinamiche che portano a comportamenti estremi.

Un altro motivo per cui siamo così attratti dal true crime è la nostra curiosità innata per la psicologia umana: vogliamo capire cosa spinge una persona a commettere un crimine. Che cosa succede nella mente di un criminale? Quali sono le circostanze che portano una persona apparentemente normale a fare qualcosa di terribile?

Questa curiosità non è solo una semplice fascinazione morbosa; è un desiderio profondo di comprendere le complessità del comportamento umano. La psicologia criminale ci permette di esplorare concetti come la moralità, il bene e il male, e come fattori come l’infanzia, le esperienze traumatiche e i disturbi mentali possano influenzare le azioni di una persona. Attraverso le storie di true crime, possiamo anche riflettere su noi stessi e sui nostri comportamenti, ponendoci domande difficili: “Cosa avrei fatto io in quella situazione?” o “Potrebbe succedere anche a me?”

Un’altra dimensione del nostro interesse per il true crime è il senso di controllo che queste storie possono offrire. Viviamo in un mondo che spesso può sembrare caotico e imprevedibile. Le storie di crimini reali ci permettono di vedere il funzionamento del sistema giudiziario, come vengono risolti i crimini e come i colpevoli vengono puniti. Questo processo può darci un senso di ordine e giustizia.

Infine, sapere come e perché si verificano certi crimini può aiutarci a sentirci più preparati e meno vulnerabili. È come se, attraverso la comprensione dei meccanismi del crimine, potessimo proteggere meglio noi stessi e i nostri cari. Questo senso di controllo, anche se parziale, può essere rassicurante.

 

Negli ultimi anni, però, l’avvento dei media digitali ha amplificato enormemente la nostra esposizione al true crime. Oggi, con pochi clic, possiamo accedere a una vasta gamma di contenuti: dai documentari sui principali servizi di streaming, ai podcast che raccontano in dettaglio casi famosi e meno conosciuti, fino ai libri digitali che possiamo leggere ovunque ci troviamo. Questa accessibilità ha reso il true crime una parte integrante della nostra cultura popolare.

Nel mentre, la qualità delle produzioni moderne è cresciuta tantissimo: i documentari e i podcast di oggi sono spesso ben scritti, accuratamente ricercati e presentati in modo coinvolgente. Gli autori e i produttori sanno come tenere alta la nostra attenzione, raccontando storie in modo che risultino non solo informative, ma anche emozionanti.

 

Implicazioni Psicologiche

 

Proprio considerando il grande successo che il true crime sta raccogliendo, dobbiamo essere consapevoli delle possibili implicazioni psicologiche di un’eccessiva esposizione ad esso.

Alcuni studi suggeriscono che guardare o ascoltare troppe storie di crimini violenti può aumentare i livelli di ansia e paura. Potremmo iniziare a vedere il mondo come un luogo più pericoloso di quanto non sia realmente. Questo fenomeno è noto come la “sindrome del mondo cattivo”, espressione coniata dal ricercatore di comunicazione George Gerbner.

Il concetto è parte della sua “teoria della coltivazione”, che esplora gli effetti a lungo termine dell’esposizione ai media, in particolare alla televisione. La sindrome del mondo cattivo si riferisce alla percezione distorta della realtà che può svilupparsi in persone che sono esposte a un alto volume di contenuti violenti nei media.

Secondo Gerbner, le persone che guardano molta televisione tendono a vedere il mondo come più pericoloso e violento di quanto non sia realmente. La costante esposizione a contenuti violenti, sia attraverso notizie, serie TV o film, può portarci a sovrastimare la prevalenza della criminalità e della violenza nella vita reale. Questo fenomeno influisce sul nostro comportamento e sulle nostre decisioni quotidiane, rendendoci più diffidenti, timorosi e inclini a percepire situazioni innocue come potenzialmente pericolose.

Ma fin dove possono arrivare i sintomi di una sovraesposizione al true crime?

Alcuni dei sintomi includono:

Ansia aumentata: la costante esposizione a storie di violenza e crimine può farci sentire più ansiosi riguardo alla nostra sicurezza personale e a quella dei nostri cari.
Disturbi del sonno: pensare continuamente a storie di crimini violenti può interferire con la nostra capacità di rilassarci e dormire bene.
Desensibilizzazione: con il tempo, potremmo diventare meno sensibili alla violenza e alla sofferenza delle vittime, vedendo la violenza come qualcosa di normale o inevitabile.
Ossessione: potremmo sviluppare un interesse ossessivo per i dettagli di casi criminali, dedicando un tempo eccessivo alla ricerca di informazioni, arrivando a trascurare altre attività importanti della nostra vita.
Paura generalizzata: un’esposizione prolungata può portarci a vedere pericoli ovunque, limitando la nostra capacità di godere delle attività quotidiane e riducendo la nostra qualità di vita.

Allora, come possiamo bilanciare il nostro interesse per il truecrime con la nostra salute mentale? La chiave è il consumo consapevole. Dobbiamo essere attenti ai segnali del nostro corpo e della nostra mente. Se ci sentiamo sopraffatti o ansiosi, potrebbe essere il momento di fare una pausa. È utile alternare i contenuti di true crime con altri generi che possono rilassarci o ispirarci, come commedie, documentari sulla natura o programmi di auto-aiuto.

In conclusione, il nostro interesse per il true crime può dirci molto su noi stessi: sulla nostra curiosità, sul nostro desiderio di capire il mondo e sulla nostra ricerca di storie che ci affascinano e ci coinvolgono. Ma, come per tutte le cose, è essenziale consumare questi contenuti in modo responsabile, prestando attenzione alla nostra salute mentale e benessere emotivo.

 

Dott.ssa Valeria Lussiana

Psicologa Psicoterapeuta

 

 

NOMOFOBIA: LA PAURA DI ESSERE “DISCONNESSI”

Nel corso degli ultimi 20 anni i telefoni cellulari sono diventati una presenza sempre più importante nella vita di ciascuno di noi. Se negli anni 2000 i cellulari ci permettevano unicamente di telefonare e scambiare qualche sms, ad oggi sono dei veri e propri computer in cui ognuno di noi racchiude la propria vita. Sullo smartphone abbiamo l’agenda, la carta di credito, la mail e, non ultimi i social, tanto che sembra diventato impossibile farne a meno. Per tutti i motivi sopraelencati, sarà capitato a chiunque di sentire una vena di paura all’idea di non trovare il cellulare, con conseguente apertura di scenari sulla perdita, o magari il furto, di dati, contatti, account, ecc.

Quando però questa paura diventa qualcosa di più profondo, prende il nome di nomofobia (No Mobile Phobia). Recentemente questo termine è stato aggiunto anche al dizionario della lingua italiana Zingarelli, ad indicare che tale fenomeno è in grande espansione.

Ma come si riconosce la nomofobia? Questo termine indica una vera e propria dipendenza da smartphone e si caratterizza con sintomi simili a quelli dell’attacco di panico ogni qualvolta il soggetto non ha a disposizione il cellulare, oppure non ha credito o la possibilità di accedere ad internet. Le manifestazioni sintomatiche possono comprendere:

tachicardia

affanno

mancanza di respiro

sudorazione

tremori

nausea

dolore toracico.

Le persone affette da nomofobia vivono in uno stato di costante allerta e, per evitare di non avere il telefono a disposizione, mettono in atto una serie di comportamenti compensativi, come controllare continuamente lo stato della batteria, il credito e la disponibilità di dati, portare con sé caricabatterie o powerbank o girare con un telefono “di scorta”; se ci pensiamo questo atteggiamento ricorda ad esempio quello di un fumatore incallito, che farà sempre attenzione a non restare senza sigarette onde evitare di sperimentare una forte ansia.

In chi soffre di nomofobia si possono inoltre riscontrare le seguenti caratteristiche comportamentali:

Utilizzo dello smartphone in luoghi o momenti poco appropriati;
Passare una quantità eccessiva di tempo al telefono (social, video, giochi, ecc.);
Monitoraggio costante del telefono per controllare l’arrivo di eventuali notifiche;
Andare a dormire col telefono o il tablet;
Tenere lo smartphone acceso 24/24 h;
Tenere sempre sotto controllo il credito e lo stato della batteria.

In definitiva, la nomofobia si caratterizza per il terrore di essere disconnessi.

Per quanto tale fenomeno possa sembrare recentissimo, già nel 2008 uno studio commissionato dal governo britannico tra i cittadini in possesso di un telefono cellulare rilevava dati allarmanti: circa il 58% degli uomini e il 47% delle donne manifestavano una forte ansia all’idea di essere “disconnessi” dai propri dispositivi.

Nonostante tale dipendenza sia ormai dilagante, attualmente non esistono molti trattamenti specifici e i pochi a disposizione comprendono la psicoterapia ad orientamento cognitivo comportamentale e, in casi gravi, il ricorso a terapie farmacologiche.

L’obiettivo dei trattamenti è specificamente il riavvicinare il soggetto alla vita reale e ai contatti faccia a faccia, distogliendo per quanto possibile l’attenzione dalla realtà virtuale in cui il soggetto è costantemente immerso.

Le persone affette da nomofobia dovrebbero dedicare tempo, ogni giorno, ad attività che non richiedano l’uso di supporti tecnologici, come leggere un libro o fare attività fisica. E’ importante che ci siano dei momenti della giornata in cui non è concesso l’uso del cellulare, come l’orario dei pasti o prima di andare a dormire.

Può essere utile disattivare le notifiche delle applicazioni meno importanti, così da limitare lo stato di allerta e l’ansia da mancata risposta.

Dott.ssa Rossella Totaro

Psicologa e Psicoterapeuta

Dormiamo sonni tranquilli?

Una parte della popolazione sempre più consistente è affetta negli ultimi decenni da disturbi del sonno: alcune persone non riescono ad addormentarsi, altre hanno risvegli troppo precoci, altre credono di dormire bene, ma si risvegliano con una stanchezza cronica e molte altre varianti, poco considerate o spiegate con generiche cause anagrafiche o legate allo stress quotidiano.

La classificazione dei disturbi del sonno è in realtà molto ampia e complessa, comprendendo forme patologiche leggere e transitorie, fino ad arrivare a forme severe e talvolta gravi.

La prima distinzione va fatta tra forme primarie, legate alla disregolazione dei meccanismi alla base delle funzioni di sonno e veglia (metaboliche, cardiocircolatorie con interessamento del sistema respiratorio, ormonali) e forme secondarie legate a malattie organiche (es. Parkinson, Alzheimer, malattie della tiroide, diabete).

Durante il sonno aumenta la produzione di alcuni ormoni denominati anabolici, come ad esempio l’ormone della crescita e il testosterone e contemporaneamente, diminuiscono ormoni catabolici come il cortisolo. Durante il periodo di sonno vengono messi in atto processi di recupero e riparazione di tessuti dell’organismo: è stato ad esempio dimostrato come venga aumentata la sintesi proteica a livello muscolare e a livello del sistema nervoso centrale, pertanto il sonno svolge un importante funzione anti invecchiamento.

Studi condotti sugli effetti della deprivazione di sonno mettono in evidenza quanto impattante sia ad esempio il danno sulla memoria: ciò consente di ipotizzare che durante il sonno avvenga la sintesi di proteine cerebrali implicate con la fissazione dei ricordi.

Il sonno incide anche sui processi di termoregolazione che, infatti, risultano alterati nei casi di grave deprivazione.

La letteratura ci dimostra quanto la durata e la qualità del sonno influenzi lo stato di veglia e vigilanza diurna e abbia un impatto su funzioni come l’attenzione, la concentrazione e la gestione emotiva. Non dormire a sufficienza può favorire una riduzione delle prestazioni cognitive durante la veglia, umore instabile e labilità emotiva, inficiando sensibilmente la qualità della vita (Morin et al., 2015).

Il sonno, per essere riposante, deve avere una sua architettura precisa, divisa in quattro fasi, con caratteristiche differenti e individuabili all’EEG (elettroencefalogramma): il rispetto della sequenza e della durata di queste fasi assicura un sonno valido e ristoratore.
Per semplificare, il sonno p
uò essere suddiviso sostanzialmente in due fasi: sonno non-REM (fase 1,2,3) in cui non vi è memoria dell’attività onirica e vi è una progressiva diminuzione dell’attività muscolare, e  sonno REM, associato ad attività onirica, ad una riduzione quasi totale dell’attività muscolare e in cui sono presenti movimenti rapidi oculari, in cui avviene l’effettivo riposo cerebrale.

Dovremmo ipoteticamente dedurre allora che chi dorme più a lungo abbia adottato uno stile di vita più sano, ma non è sempre così: non tutti sanno infatti che un eccesso di ore di sonno può essere correlato talvolta ad una maggiore probabilità di patologie cardiovascolari e quadri patologici di tipo depressivo.

Bisogna pertanto dormire il giusto, né troppo nè troppo poco…ma chi lo stabilisce quante ore di sonno sarebbero giuste per noi?

La risposta sta nella nostra soggettiva percezione di benessere, funzionalità e sensazione di riposo ed efficienza durante la vita attiva. Per tutte le persone che non sentono soddisfatti questi requisiti o che nutrano dei dubbi sulla qualità del proprio sonno ci si può rivolgere ai reparti di Medicina e Terapia del Sonno, presenti nella maggioranza degli ospedali cittadini oppure a centri privati o convenzionati che forniscono consulenze ed esami specifici per verificare la qualità del sonno.

Il principale disturbo del sonno è l’insonnia: condizione caratterizzata da un peggioramento soggettivo nella qualità del sonno, da difficoltà di addormentamento, da risvegli mattutini precoci o da risvegli nel mezzo della notte che determinano uno stato di stanchezza cronica durante il giorno, per una durata di almeno tre mesi e con una frequenza di 3 o 4 notti a settimana.

In genere chi soffre di insonnia, durante il giorno, manifesta una serie di problematiche collegate alla carenza di sonno tra cui fatica, difficoltà a concentrarsi, umore irritabile e disturbi di memoria con conseguenti problematiche sul lavoro o nello studio, legate allo scarso riposo notturno. Nonostante l’insonnia sia un disturbo molto comune e diffuso, spesso rimane sotto-diagnosticata e non trattata efficacemente.

In generale se i disturbi del sonno si verificano per periodi brevi (da qualche giorno a qualche settimana) si parla di disturbo acuto del sonno. Quando invece il disturbo si manifesta per almeno tre mesi si parla di insonnia conclamata.  

L’insonnia può associarsi ad altri disturbi medici (ad es. ipertensione e disturbi cardiaci) o psichiatrici (ad es. disturbi d’ansia e disturbi dell’umore). Quali siano causa e quali conseguenza è un aspetto che deve essere ancora chiarito e su cui si stanno eseguendo numerosi studi, ma sicuramente è dimostrata la correlazione tra disturbi del sonno e lo sviluppo di patologie al sistema cardio-respiratorio, metabolico, neurologico, oltre che associate a sviluppo di disturbi psichiatrici.

Sono numerosi gli studi scientifici sull’argomento finora pubblicati ed è ormai noto che l’insonnia rappresenta un fattore di rischio per l’insorgenza di disturbi d’ansia, dell’umore e disturbi da uso di sostanze (Yoo et al., 2007).

Il disturbo da insonnia può presentarsi anche in conseguenza alla patologia psichiatrica stessa e, una volta insorto, alimenta lo sviluppo e il mantenimento di un circolo vizioso che peggiora i sintomi del paziente, compromettendone la qualità di vita (Sateja MJ, 2009).

Risulta, quindi, necessario un trattamento specifico sui sintomi d’insonnia da affiancare al trattamento rivolto al disturbo psichiatrico presentato.

Un fattore interessante è che gli studi più recenti stanno evidenziando lo spostamentodell’insonnia da effetto di alcune malattie mentali a causa – o almeno con-causa – di tali disturbi. Un cambiamento prospettico da non sottovalutare, sia per le diagnosi sia per le terapie, che emerge in particolare da uno studio dell’Università di Oxford pubblicato da The Lancet Psychiatry (2016). I ricercatori dello Sleep and Circadian Neuroscience Institute hanno svolto un importante studio coinvolgendo un ampio campione di studenti (3755) con una diagnosi di insonnia, dislocati in 26 università del Regno Unito, divisi in modo casuale in due gruppi.

Per affrontare le difficoltà del sonno degli studenti, i ricercatori hanno scelto per un gruppo un trattamento di terapia cognitivo-comportamentale focalizzato sul disturbo, che è stato “somministrato” online,  mentre il secondo gruppo era libero di ricorrere a trattamenti standard (gruppo di controllo). Nel primo gruppo dopo alcune settimane è stato riscontrato un notevole miglioramento dell’insonnia, insieme a piccole riduzioni nella paranoia e nelle allucinazioni (tali sintomi psicotici erano il primo obiettivo di indagine degli psicologi inglesi) e si sono registrati miglioramenti anche nella sintomatologia della depressione, dell’ansia, riduzione degli incubi, più in generale, un miglioramento soggettivamente percepito di benessere psicologico. Il gruppo di controllo ha raggiunto risultati meno significativi e univocamente interpretabili.  E’ stato dunque ipotizzato che aiutare le persone a dormire meglio potrebbe essere un primo passo importante per affrontare problemi psicologici ed emotivi.

Come affermato da Lino Nobili, Responsabile del Centro della Medicina del Sonno dell’Ospedale Niguarda di Milano, chi ha un sonno migliore, ha “sintomi migliori” anche all’interno del proprio disturbo mentale, meno severi ed invalidanti. La deprivazione del sonno altera le funzioni del cervello principalmente nella zona frontale che, insieme con il lobo parietale, coordina il nostro pensiero e regola le funzioni del Sé. Studi longitudinali sui decorsi clinici di pazienti con Disturbi del sonno dimostrano che nel soggetto con insonnia aumenta sensibilmente il rischio di sviluppare sintomatologia depressiva. E quando la depressione è già diagnosticata al momento della rilevazione della sintomatologia di disturbi del sonno, l’insonnia può agire da aggravante: la connessione sonno-depressione è nota da tempo.

Nel 90% dei casi di Depressione Maggiore vi sono alterazioni della struttura e della durata del sonno: da un punto di vista clinico possiamo avere difficoltà di addormentamento, con latenze eccessive o insonnia iniziale, risveglio precoce o insonnia terminale oppure un sonno interrotto da un eccessivo numero di risvegli non seguiti da rapido ri-addormentamento. Anche l’ipersonnia, cioè un aumentato bisogno di sonno e numero di ore totali di addormentamento, può essere parte del suddetto quadro clinico: ciò avviene circa nel 10% dei casi e soprattutto in alcune forme specifiche che vengono definite Depressioni Atipiche, proprio per la peculiarità di alcune manifestazioni sintomatologiche o nelle forme di Disturbo Affettivo Stagionale chiamate anche SAD o Winter-blues. Spesso in questi casi è anche presente l’iperfagia cioè un aumento dell’appetito, sintomo raro nelle altre forme di Disturbo Depressivo.

Anche i pazienti con Disturbi d’Ansia tendono ad avere difficoltà di addormentamento (insonnia iniziale) e presentano risvegli notturni: il 70% dei pazienti affetti da Attacchi di Panico ha insonnia con risvegli multipli. In questo caso è essenziale trattare il disturbo del sonno perché esso favorisce la comparsa dell’attacco di panico, sia diurno che notturno.

Nel Disturbo Ossessivo Compulsivo sono presenti disturbi del sonno caratterizzati da una riduzione del numero complessivo di ore di sonno, con un aumento dei risvegli notturni.
Il Disturbo Post Traumatico da Stress è caratterizzato da ritardo dell’addormentamento e soprattutto dalla presenza di sogni terrifici in cui il paziente rivive le esperienze traumatiche vissute o sogni che generano stati emotivi che il paziente ha vissuto durante il trauma.
Nella fase euforica del Disturbo Bipolare i pazienti mostrano una notevole riduzione delle ore di sonno senza influenza sulla qualità della veglia, riescono cioè a mantenere la vigilanza diurna valida nonostante la mancanza di sonno e non riferiscono stanchezza né sonnolenza diurna.
In questo contesto è sempre indispensabile trattare i disturbi del sonno poiché la mancanza di sonno rallenta la risoluzione dell’episodio stesso.

In sintesi, come possiamo notare, sono molteplici le connessioni tra disturbi emotivi e disregolazioni del sonno, tuttavia dobbiamo essere attenti e informati sull’igiene del sonno anche in assenza di un disturbo clinico conclamato poiché la letteratura scientifica e la clinica della Medicina del Sonno ci indicano che alcune persone riescono a cogliere le proprie difficoltà legate al sonno,poichè sono chiaramente avvertite dal paziente stesso (per esempio un ritardo nell’addormentamento o risveglio precoce, oppure numerosi risvegli notturni), in taluni altri casi invece viene avvertita solo l’eccessiva stanchezza diurna, la difficoltà mattutina al risveglio o lo stato di nervosismo durante la giornata, poiché la fase di sonno non presenta veri e propri risvegli, ma un non approfondimento del sonno verso la fase NREM 3 e REM, che permettono il riposoreale del paziente e lo sviluppo di tutte le funzioni metaboliche e rigenerative necessarie al nostro organismo durante la notte. In questi casi, senza un’accurata anamnesi, aumenta il rischio di non attribuire la giusta causa al proprio stato fisico ed emotivo.

Come abbiamo già sottolineato, in alcuni casi l’insonnia è uno dei primi segnali dello sviluppo di un disturbo psichiatrico e va identificato e trattato per tempo. In altri casi invece l’insonnia si mantiene a causa di cattive abitudini comportamentali (ad es. l’abuso di caffeina, l’utilizzo eccessivo di smatphone, tv, pc, tablet o il passare troppo tempo a letto) o cognitive (ad es. sforzarsi o preoccuparsi di non riuscire ad addormentarsi). In altri casi ancora l’insonnia stessa può essere la causa scatenante di un aumentato rischio di sviluppo di malattia neurodegenerativa in età avanzata.

Alcune stime suggeriscono che circa il 30-35% della popolazione mondiale manifesti qualche difficoltà nel sonno ma solamente il 10-15% lamenti difficoltà quotidiane correlate al disturbo del sonno. Nei più giovani il sintomo più frequente è la difficoltà nell’addormentamento, mentre i risvegli frequenti durante la notte sono più tipici della mezz’età e dei soggetti più anziani.

L’insonnia è più frequente nelle donne rispetto agli uomini, poiché il ritmo sonno-veglia è determinato anche dalla presenza di alcuni ormoni, quali la melatonina e la serotonina, che, in particolare nel genere femminile, risultano aumentati dopo l’insorgenza della menopausa in quanto subiscono una forte alterazione nelle quantità e nel rilascio durante la giornata.

L’insonnia può manifestarsi a qualsiasi età, anche se il primo episodio avviene in genere nella tarda adolescenza, prima età adulta.

Le cause che determinano lo sviluppo di un disturbo del sonno sono molteplici e in molti casi legati alla tipologia di insonnia che il paziente presenta.

Nonostante l’alta prevalenza dell’insonnia nella popolazione generale, le cause che determinano il disturbo del sonno non sono ancora completamente comprese (Morin, 2015). Si ritiene comunque che a favorire l’esordio e il mantenimento del disturbo sia un insieme di fattori  genetici, clinici, comportamentali, emotivi e cognitivi.

Fattori genetici: studi hanno dimostrato che circa il 30% dei soggetti affetti da insonnia ha un familiare che soffre dello stesso disturbo. C’è quindi una predisposizione genetica che rende alcuni individui più sensibili di altri a sviluppare l’insonnia.
Fattori clinici: presenza di comorbilità con ipertensione, aritmie cardiache, BPCO, apnee ostruttive del sonno, demenze, diabete, tutte cause che possono essere aggravate da un disturbo cronico e non curato del sonno.
Fattori comportamentali: ci sono alcune abitudini comportamentali che favoriscono l’insorgenza o il mantenimento dell’insonnia. Tra questi troviamo: passare molto tempo a letto, avere orari e ritmi di sonno/veglia irregolari, fare riposini durante il giorno, utilizzare videoterminali prima di addormentarsi (ad es. computer o smartphone).
Fattori emotivi: eventi di vita avversi e preoccupazioni possono causare e mantenere l’insonnia. In molti casi il disturbo esordisce durante un periodo di stress acuto e tende poi a cronicizzarsi.
Fattori cognitivi: alcune caratteristiche cognitive possono favorire l’insonnia, ad esempio la tendenza alla rimuginazione. La tendenza ad indugiare sulle preoccupazioni genera spesso infatti difficoltà nell’addormentamento. Tali difficoltà possono inoltre generare ulteriori preoccupazioni (ad es. essere preoccupati di non riuscire ad addormentarsi) che instaurano così un circolo vizioso cognitivo che peggiora il quadro dell’insonnia.

Lo studio delle cause di insonnia deve essere il primo passo verso la terapia.

Appurate le cause, escluse tutte le possibili causalità biologiche, il ripristino di una corretta igiene del sonno, cioè l’insieme delle abitudini e dei comportamenti quotidiani che favoriscono un buon sonno e quindi un adeguato rendimento diurno, è il primo passo terapeutico.
I soggetti che soffrono d’insonnia devono imparare a rispettare alcune regole fondamentali
, evitare alcuni cibi e bevande che hanno un forte potere eccitante, soprattutto nelle ore serali.

Dormire durante il giorno è sconsigliato, benchè aiuti a mantenere una vigilanza efficiente, influenza negativamente la capacità di addormentarsi e mantenere il sonno. L’abitudine a un breve pisolino, con orario di sveglia prefissato, non è necessariamente dannosa in chi non presenta disturbi del sonno. L’attività fisica disturba il sonno ed è quindi sconsigliata nelle ore serali, contraddicendo la diffusa idea che stancarsi fisicamente favorisca il sonno. È invece utile a questo scopo lo svolgimento di un’attività aerobica moderata nelle ore diurne. Non esagerare con i liquidi nei pasti serali poiché molti soggetti insonni se risvegliati dalla necessità di urinare faticheranno a riprendere il sonno. E’ importante creare condizioni esterne di calma, comodità e buio, in un ambiente silenzioso e con una temperatura non eccessiva. Importante anche mantenere una certa regolarità negli orari in cui ci si corica.

In conclusione sarà lo psicoterapeuta, che ha con il paziente il rapporto più continuativo e duraturo, con una maggiore disponibilità temporale durante le sedute, a dover fare una indagine su possibili disturbi del sonno, che potrebbero esser causa di altre patologie collegate, facendo un po’ da connettore anche tra la rete degli specialisti interpellati.

Il Terapeuta, dopo aver ravvisato un possibile disturbo del sonno, nel caso in cui abbia anche riscontrato all’anamnesi un aumentato rischio di fattori fisiognomici (sovrappeso, grandezza eccessiva del collo, difficoltà fisica evidente, presenza di dispnea, anamnesi patologica che coinvolge ipertensione, diabete, malattie dell’apparato cardio-respiratorio) sarebbe opportuno che facesse un invio del paziente ad uno specialista (neurologo, pneumologo, otorino, endocrinologo) per gli approfondimenti necessari: primo tra tutti l’esecuzione di polisonnografia notturna cardiorespiratoria, al fine di escludere o confermare la causa primaria del disturbo del sonno, che nella maggior parte dei casi sono le Apnee notturne. La verifica di tale diagnosi, dell’eventuale tipologia di apnea e l’impostazione terapeutica è fondamentale per curare il disturbo del sonno e anche per prevenire importanti conseguenze cardio-circolatorie, ed è fondamentale che venga eseguita da un medico specialista.

Consuelo Aringhieri

Psicoterapeuta

Ludovico Recupero

Tecnico di Neurofisiopatologia

Il suicidio negli anziani

Dagli ultimi 50 anni l’età media si è allungata di una ventina d’anni. E continuiamo a guadagnare circa tre mesi ogni anno. Dagli anni Ottanta abbiamo guardato sempre solo al successo, al fascino della gioventù e del benessere, trascurando che siamo diventati il Paese più vecchio del mondo insieme al Giappone: oggi un italiano su quattro ha più di 65 anni.

Quando un quarto della popolazione è anziana entrano in gioco cambiamenti di natura demografica, sociale ed economica che interagiscono in modo complesso con la sfera individuale del soggetto.

All’aumentare dell’età, aumentano le difficoltà di carattere fisico e cognitivo, mentre si restringono le possibilità di interazione sociale.

L’aumento dei problemi di salute e della solitudine possono portare la persona a sviluppare pensieri suicidi.

Spesso quando si pensa al suicidio e a far prevenzione su questo tema ci si rivolge agli adolescenti e giovani adulti, come se fosse questa la fascia d’età più a rischio, ma secondo la rilevazione Istat “Decessi e cause di morte”, nell’anno 2010 tra i residenti in Italia si sono tolte la vita 3876 persone, di queste il 78% erano uomini. Gli over 65enni rappresentano circa un terzo di tutte le vittime di suicidio.

Sia per gli uomini che per le donne la mortalità per suicidio cresce con l’aumentare dell’età ma, mentre per le donne questo aumento è piuttosto costante, per gli uomini si evidenzia un incremento esponenziale a partire dai 65 anni. Tra gli uomini nella classe di età 65-69 anni si registra un tasso pari a circa 14 suicidi ogni 100.000 abitanti della stessa età, che aumenta progressivamente fino a raggiungere, tra gli over 95enni, un picco di circa 46 suicidi ogni 100.000.

Per gli uomini la mortalità per suicidio comincia ad aumentare in modo esponenziale proprio in coincidenza con l’età al pensionamento, che frequentemente coincide anche con la fuoriuscita dei figli dalla famiglia di origine, eventi questi che spesso si associano a una riduzione dei ruoli sociali e a un restringimento dell’ampiezza e densità delle reti di relazione. Tutto ciò, contestualmente al peggioramento dello stato di salute generale legato al naturale processo di invecchiamento, può aumentare il rischio di isolamento sociale che a sua volta concorre ad aumentare il rischio di suicidio. Tra i fattori che contribuiscono ad amplificare il rischio di isolamento sociale c’è anche la perdita del coniuge ed è stato evidenziato come l’essere vedovo sia associato a un rischio cinque volte maggiore di suicidio rispetto alla condizione di

coniugato e che l’impatto della vedovanza sul rischio di suicidio è maggiore per gli uomini che non per le donne.

Sono cifre importanti che rivelano un fenomeno di cui nessuno parla, ma il suicidio nell’anziano è un problema di sanità pubblica in quanto gli anziani rappresentano il gruppo con la più elevata prevalenza di suicidio, soprattutto se di sesso maschile.

Il 75% degli anziani muoiono al loro primo tentativo di suicidio in quanto l’atto è stato pianificato da tempo e non si configura quindi come un atto impulsivo.

Gli anziani non riportano frequentemente pensieri suicidi e non utilizzano servizi preposti quando disponibili. Quindi il suicidio è evento molto frequente, ma poco se ne parla.

Le cause sono legate alla solitudine, alla fragilità fisica e a bisogni esistenziali non soddisfatti. Il suicidio nell’anziano non sempre si verifica in presenza di un disordine mentale o psichiatrico, perché causato dal sommarsi di malattie somatiche o da eventi di vita stressanti.

Il suicidio viene compiuto prevalentemente in solitudine, e in luoghi in cui altre persone non possano intervenire; raramente è una protesta contro l’ambiente, l’aggressività è rivolta contro l’interno, al fine di eliminare le difficoltà ad accettare le tante perdite e i cambiamenti che la vecchiaia comporta.

Diventa possibile, pur nel rispetto della libertà e della autonomia dell’individuo, pensare anche un intervento di prevenzione e di aiuto, tanto più se la suicidarietà è correlata a una condizione psicopatologica o, comunque, a una sofferenza grave che ha molteplici cause e che può essere affrontata.

I farmaci soprattutto quelli antidepressivi potrebbero ridurre i pensieri suicidari e il suicidio. La depressione nell’ anziano si manifesta nel contesto di altre malattie, in associazione alla disabilità, a mutate situazioni sociali. Non deve essere confusa con la tristezza; ma non raramente la depressione è sottosoglia.

La riduzione del supporto sociale per lutto famigliare, il pensionamento, il cambio di abitazione o di setting curativo-assistenziale sono fattori di rischio da valutare adeguatamente; anche l’ insonnia è segno rilevante di depressione e richiede attenzione anche per il possibile impiego di farmaci che riducono l’ attenzione e l’equilibrio (cadute) dell’ anziano. Gli eventi stressanti devono essere rilevati durante l’ anamnesi così come la presenza di malattie come il

cancro, ictus, diabete, cardiopatia con scompenso, politerapia, dolore cronico, lutto recente, storia di ideazione suicida, ipotiroidismo, carenza di vitamina B12 e acido folico.

La prevenzione del suicidio: è possibile?

 

Si dovrebbe cercare di aumentare la resilienza delle persone anziane con esercizi di mindfulness che si contrappone a “mindlessness”, ovvero chiusura mentale, cioè essere incastrati in schemi cognitivi passati, non più funzionali nel presente; l’ obiettivo è il benessere psicofisico della persona, soprattutto anziana.

Sarebbe importante, conoscendo i fattori di rischio, fare prevenzione delle malattie croniche, attivare palestre cognitive, intervenire su situazioni di disagio sociale (solitudine) e psicologico (depressione).

E poi si dovrà aiutare ad elaborare il lutto di chi sopravvive al suicidio di un congiunto anziano.

25 Novembre – giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Confronto tra intelligenza artificiale e una donna sulla violenza di genere

“Dire omicidio ci dice solo che qualcuno è morto.

Dire femminicidio ci dice anche il perché”

Michela Murgia

 

 

Novembre 2023, 106 femminicidi.

Nel 2022 sono stati 126

nel 2021, 115 nel 2020, 128

nel 2019, 111

Si stima che almeno l’87% dei femminicidi sia commesso da un familiare, e la metà dal partner/ex.

E non ci sono solo le morti.

Le denunce per maltrattamenti sono passate dalle circa 9.700 del 2013 alle 19.900 di un 2023 che deve ancora finire.

Nello stesso decennio le denunce per atti persecutori è passata da circa 9.600 alle 13.800 di questi 11 mesi. E ricordiamoci che lo stalking è reato solo dal 2009.

Le violenze sessuali hanno registrato un incremento del 40,2% negli stessi dieci anni.

Numeri freddi e spaventosi che è bene sottolineare fanno riferimento ai soli casi denunciati, escludendo quindi quelli che sfuggono alla cronaca e tutto un sommerso che riguarda in particolare le donne più fragili come le migranti, le trans, le sex workers.

 

Il 25 novembre non deve parlare di donne, deve parlare di uomini. Agli uomini.

 

In un Paese nel quale continuano a diminuire gli omicidi, i femminicidi restano pressoché immutati e le violenze sulle donne aumentano. Questo spinge ad una riflessione obbligatoria ma ancora troppo ostracizzata: perché gli uomini uccidono le donne? Perché questa violenza sistemica che tocca trasversalmente donne di qualunque etnia, età, estrazione sociale? E’ una dinamica di potere che le vuole sottomesse. E’ PATRIARCATO.

Una parola “divisiva”, dice chi ha il privilegio di sedere dal lato dei carnefici.

“Not all men”, non tutti gli uomini, gli fanno coro altri, più preoccupati dal sentirsi (dirsi) innocenti che dal capire come recuperare una “dignità di genere” comprensibilmente e profondamente messa in discussione. Eppure nessun uomo è esonerato dal fare la propria parte per smantellare la società che lo privilegia tanto, a discapito di altri. È ora che gli uomini capiscano che possono piangere, chiedere aiuto, sentirsi fragili, che la cultura machista deve finire per la loro libertà e per la nostra sicurezza.

Gender pay gap, pinkwashing, mansplaining, catcalling, victim blaming, tone policing, un mondo di inglesismi che racconta una quotidianità fatta di differenze salariali, di molestie, di controllo economico, di uomini che zittiscono o che pretendono di spiegare alle donne per quali istanze che le riguardano dovrebbero combattere e come farlo. A voce bassa e senza disturbare troppo, grazie.

“Avete già ottenuto molto” “Un passo per volta” “Le priorità sono altre” “Gli uomini si sentono destabilizzati” “Vedete il patriarcato ovunque”

Si è addirittura coniato il termine “nazifemminismo” per dipingere le donne come invasate, violente e ottuse, come se poi si chiedesse di togliere qualcosa a qualcuno, e non di ottenere tuttə di più.

In un Paese con il 97% di CEO uomini, con una media del 13% di differenza salariale, sono sempre tavole rotonde di maschi bianchi cis etero che dettano le regole di un flebile diritto all’aborto, che osteggiano la diffusione di un italiano inclusivo tra schwa e professioni finalmente declinabili al femminile, svilendo la necessità di essere riconosciute anche per mezzo delle parole come se si trattasse di un capriccio, mentre le parole sono tutto ed è attraverso queste che esistiamo. Sono questi stessi uomini che vorrebbero decidere come intervenire per prevenire la piaga sociale che miete vittime con un cadenza media di una ogni 72 ore. Perché è di prevenzione che si deve parlare.

Di una pena più severa, una donna morta non sa che farsene.

 

Fonti:

Ministero dell’Interno, Wired, Osservatorio violenza sulle donne, Osservatorio nazione Non Una di Meno

 

Per approfondire:

Donata Columbro, giornalista, “femminista dei dati”

Ella Marcello, copywriter, insegnante, scrittrice, attivista

Lorenzo Gasparrini, filosofo femminista, scrittore

Mica Macho, community di sensibilizzazione contro la mascolinità tossica

Flavia Brevi, fondatrice e creativa di Hella Network ed esperta di comunicazione inclusiva

 

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Intervista all’Intelligenza Artificiale su violenza di genere e risposta maschile al fenomeno.

 

Intervistatore: Quali sono gli aspetti chiave che alimentano la cultura patriarcale?

IA: La cultura patriarcale si basa su stereotipi di genere, aspettative sociali e norme che favoriscono un genere a discapito dell’altro, contribuendo a disuguaglianze e comportamenti dannosi.

 

Intervistatore: Quali sono i comportamenti di violenza di genere associati alla cultura patriarcale?

IA: La violenza di genere collegata alla cultura patriarcale comprende molestie sessuali, abusi domestici, discriminazione economica, violenza simbolica e psicologica, violazione dei diritti riproduttivi e femminicidio. Ad esempio:

· Controllo e Possesso: Un partner che controlla i movimenti o il telefono dell’altro, limitando il contatto con amici e familiari.

 

· Mascolinità tossica: Un individuo che manifesta comportamenti aggressivi, in parte influenzato da una cultura che enfatizza la mascolinità aggressiva e la repressione delle emozioni.

 

· Giustificazione della Violenza: In una comunità che minimizza o giustifica la violenza contro le donne, un uomo potrebbe interpretare erroneamente atti violenti come accettabili in risposta a provocazioni percepite.

 

· Sottovalutazione delle donne: In un ambiente in cui le donne sono sottostimate, un individuo potrebbe non attribuire il giusto valore alle loro vite e opinioni.

 

Questi esempi illustrano come queste dinamiche si manifestano nella vita quotidiana, evidenziando la necessità di affrontare la cultura patriarcale per prevenire la violenza di genere, inclusi i femminicidi.

 

Intervistatore: La cultura patriarcale può quindi contribuire ai femminicidi?

IA: Sì, la cultura patriarcale può creare un ambiente in cui un femminicida si sente sostenuto o giustificato. Punti chiave includono il controllo e il possesso, la mascolinità tossica, la giustificazione della violenza e la sottovalutazione delle donne.

È importante sottolineare che non tutti coloro che crescono in una cultura patriarcale diventano femminicidi, ma la presenza di tali ideologie può alimentare la violenza di genere e contribuire alla percezione errata che alcuni uomini hanno del loro diritto di esercitare controllo estremo e violento sulle donne. Affrontare la cultura patriarcale è cruciale per prevenire la violenza di genere, inclusi i femminicidi.

 

Intervistatore: Hai citato una delle obiezioni tipiche degli uomini sulla necessità che si considerino parte del problema. Rispondi alle principali di queste?

IA:

1. Obiezione: “Not all men are like that. Non tutti gli uomini sono così” •

**Risposta: “Certamente, non si tratta di generalizzare tutti gli uomini. Tuttavia, riconoscere che alcune dinamiche culturali possono perpetuare comportamenti dannosi è fondamentale per il cambiamento.”

2. Obiezione: “Io non c’entro niente con la cultura patriarcale.” •

**Risposta: “È comprensibile sentirsi distanti da certi comportamenti, ma è importante capire come la cultura patriarcale possa influenzare indirettamente anche le persone benintenzionate. Riconoscere questo può essere il primo passo verso un cambiamento positivo.”

3. Obiezione: “Perché dovrei sentirsi in colpa per qualcosa che non ho fatto?” •

**Risposta: “Non si tratta di colpa personale, ma di responsabilità collettiva. Prendere coscienza delle dinamiche di genere e lavorare insieme per promuovere l’uguaglianza può contribuire a un cambiamento positivo senza attribuire colpe individuali.”

4. Obiezione: “Anche le donne commettono violenza.” •

**Risposta: “È vero, la violenza non ha genere. Tuttavia, concentrandoci sulla cultura patriarcale, ci stiamo concentrando su un sistema che storicamente ha favorito gli uomini. Riconoscere questo non diminuisce l’importanza di affrontare ogni forma di violenza.”

5. Obiezione: “Questo discorso genera odio verso gli uomini.” •

Risposta: “L’obiettivo non è generare odio, ma promuovere la consapevolezza e il cambiamento. Riconoscere la presenza della cultura patriarcale è il primo passo per creare una società più equa in cui uomini e donne possano vivere senza restrizioni basate sul genere.”

 

Intervistatore: Puoi fare un esempio del paradosso insito nella risposta “Not all men”?

IA: Immagina di essere in un contesto in cui qualcuno fa un commento razzista. È probabile che tu, giustamente, reagiresti e condanneresti tale comportamento, anche se personalmente non sei razzista. Potresti sentire l’importanza di intervenire contro un’ingiustizia, anche se non sei direttamente coinvolto. Ora, porta questa stessa situazione in un contesto di sessismo. Se qualcuno fa un commento sessista o compie un’azione discriminatoria basata sul genere, la risposta potrebbe essere simile: “Ma io non sono così, non lo farei mai.” Tuttavia, in questo caso, potrebbe esserci una maggiore resistenza a intervenire o a riconoscere l’urgenza di combattere la cultura patriarcale. Il paradosso sta nel fatto che, mentre entrambe le situazioni coinvolgono la condanna di comportamenti discriminatori, c’è spesso una maggiore reticenza a riconoscere l’importanza di affrontare il sessismo. La chiave sta nel comprendere che il riconoscimento e la lotta contro tutte le forme di discriminazione, compreso il sessismo, sono essenziali per costruire una società veramente equa e inclusiva. Non è sufficiente rifiutare personalmente tali comportamenti; è cruciale prendere una posizione attiva contro la cultura che li perpetua.

 

Intervistatore: Ma perché un uomo riconosce più facilmente che deve sanzionare un comportamento omofobo o razzista che uno sessista o prevaricante?

IA: Gli uomini tendono a riconoscere e condannare più facilmente comportamenti omofobi o razzisti rispetto a quelli sessisti o prevaricanti. Questo può essere attribuito alla maggiore visibilità mediatica delle discriminazioni legate all’orientamento sessuale o alla razza, a una maggiore educazione su queste questioni, al persistente stigma sociale contro chi si oppone all’omofobia o al razzismo e alla percezione di minaccia personale che la lotta contro la cultura patriarcale potrebbe rappresentare per il loro status e privilegi.

 

Intervistatore: Cosa vorresti dire alle donne che sono arrabbiate per l’ennesimo femminicidio e per il poco supporto che ricevono nel creare un cambiamento?

IA: Vorrei dire alle donne che la loro rabbia è valida e comprensibile. La frequenza dei femminicidi è sconvolgente e giustifica un’indignazione diffusa. È importante riconoscere che la vostra lotta per la giustizia e l’uguaglianza è cruciale per promuovere un cambiamento significativo. Sappiate che non siete sole e che molte persone condividono la vostra preoccupazione. La vostra voce è un motore per il cambiamento sociale. Continuate a sollevare la vostra esperienza, a chiedere responsabilità e a promuovere consapevolezza sulla violenza di genere. Insieme, possiamo lavorare verso una società più sicura e rispettosa per tutti.

 

Intervistatore: E cosa vorresti dire agli uomini che faticano ad esserci alleati?

IA: Vorrei dire agli uomini che diventare alleati nella lotta contro la violenza di genere è un passo importante verso la costruzione di una società più equa e sicura per tutti. Non si tratta di colpevolizzare individualmente, ma di riconoscere il potere collettivo nel creare un cambiamento positivo.

Ecco alcune considerazioni per essere alleati nella lotta contro la violenza di genere:

1. Ascoltare e Imparare: Ascoltare senza difensività le esperienze delle donne e educarsi sulle questioni di genere.

2. Riflettere e Riconoscere: Riflettere sulle dinamiche di genere nella propria vita e riconoscere il ruolo nella promozione dell’equità.

3. Intervenire attivamente: Non tacere di fronte a comportamenti sessisti, intervenire nelle conversazioni quotidiane per promuovere un ambiente rispettoso.

4. Promuovere l’Uguaglianza sul Luogo di Lavoro: Sostenere politiche aziendali per l’uguaglianza di genere, inclusa la parità salariale e di opportunità.

5. Essere Consapevoli del Proprio Privilegio: Comprendere i privilegi di genere e usarli per amplificare le voci delle persone emarginate.

6. Essere Aperti al Dialogo: Aprirsi al dialogo con altri uomini sulla violenza di genere e sull’importanza di essere alleati. La consapevolezza e il sostegno reciproco sono essenziali per il cambiamento collettivo. Sostenere l’uguaglianza di genere è una responsabilità di tutti, richiedendo impegno, auto-riflessione e azione continua.

 

 

Abbiamo posto le stesse domande ad una donna che si è resa disponibile a risponderci.

 

Quali sono gli aspetti chiave che alimentano la cultura patriarcale? E’ innegabile che l’assoggettazione della donna porti vantaggi agli uomini, almeno a quelli che non riescono a vedere nell’equità un valore, e che amano detenere una posizione di potere sugli altri. Il cambiamento fa paura, l’idea di perdere questa posizione di vantaggio spaventa, ed ecco che consapevolmente alcuni inconsapevolmente altri, si battono perchè questo cambiamento non avvenga e per difendere la propria posizione apicale.

John Lennon cantava “Woman is the nig*er of the world”, “La donna è il nero del mondo”, perchè è solo l’assoggettazione della donna a mettere d’accordo tutte le alterità del mondo maschile.

Anche agli uomini che vivono la discriminazione per il proprio orientamento sessuale, ceto, colore della pelle, viene riconosciuta maggiore dignità sociale della donna, la quale trasversalmente a tutte le culture, siede sullo scalino più basso della scala gerarchica.

 

Quali sono i comportamenti rientranti nella violenza di genere che possono essere ricondotti alla cultura patriarcale? A partire dalla violenza esternata pubblicamente sui social al pregiudizio sul posto di lavoro, dalla volgarità urlata per strada allo svilimento di una donna che ricopre una determinata professione, dai giornalisti che negli articoli chiamano per nome le donne e per cognome e titolo di studio gli uomini, dal contatto senza consenso al controllo dei beni materiali ed economici all’interno di una coppia, sono innumerevoli le forme

di violenza di genere che vengono esercitate in una società patriarcale che intende mantenere il controllo, il potere, sulla vita e sul corpo delle donne.

 

La cultura patriarcale può diventare terreno fertile per i femminicidi?

La cultura patriarcale rappresenta il potere, il controllo. E’facile pensare che chi sfugge a questo controllo venga in tutti i modi umiliato, assoggettato, riportato al “proprio posto”, e che nei casi più estremi possa essere eliminato. Ed è la stessa cultura patriarcale a distogliere l’attenzione da queste dinamiche raccontando che le vittime hanno portato con il loro comportamento il partner a perdere il controllo, che magari vivevano vite considerate (sempre da uomini) dissolute e ferivano l’onore e la rispettabilità del compagno, andando così a “giustificare” o comunque spiegare cosa le abbia portate a FARSI AMMAZZARE.

 

Puoi fare un esempio del paradosso insito nella risposta “not all men”?

Gli uomini incapaci di vedere cosa il loro privilegio comporta affinchè resti tale, tengono unicamente a smarcarsi da ogni responsabilità e a cercare l’assoluzione al grido di “non tutti gli uomini”. Eppure sembra pacifico che se nella quotidianità si zittisce o svilisce una donna, si dice a qualcuna che magari protesta per un’inquità che “ha ragione, ma dovrebbe dirlo in un modo diverso se vuole essere ascoltata”, si contribuisce ad alimentare il vociare sulla collega che “chissà cosa ha fatto per fare carriera”, si guarda o diffonde un video intimo anche se ricevuto da terzi, si sessualizza una donna che cammina per strada e la si giudica per cosa indossa, si dice a qualcuna che quel tale diritto dovrebbe meritarselo, come se un diritto andasse meritato, insomma ci sono mille situazioni nelle quali un uomo in vita sua ha sfruttato il patriarcato per mantenere una posizione di privilegio e quindi no, non ne è esente.

Ma soprattutto: se davvero qualcuno ritiene di non avere mai perpetrato uno degli atteggiamenti di cui sopra, avrà certamente, per una semplice questione statistica, assistito ad alcune di queste situazioni. E allora cosa ha fatto, come ha reagito? E’ intervenuto in qualche modo? E se non l’ha fatto, è stato perchè temeva di essere giudicato dai suoi congenere per non essere un sodale, per non prendere parte alla manifestazione testosteronica, per essere “poco uomo”?

La cultura patriarcale è così radicata nella nostra società da investire anche alcune donne (patriarcato interiorizzato), quindi è estremamente difficile immaginare che un uomo possa esserne al di sopra. Tra qualche generazione magari, ma sicuramente non oggi.

 

Ma perchè un uomo riconosce più facilmente che deve sanzionare un comportamento omofobo o razzista che uno sessista o prevaricante?

Il patriarcato rappresenta il potere, la posizione di privilegio che l’uomo ha in moltissimi (tutti?) i campi. Come potrebbe un uomo non consapevole di queste dinamiche e del proprio privilegio riuscire a riconoscere la violenza che sta esercitando, se la ritiene la normalità? Un bianco si sente “altro” rispetto all’uomo di colore, un uomo cis etero si sente “differente” da uno omosessuale, ma in generale l’uomo, che sia bianco, di colore, etero o omosessuale, non vedrà facilmente il controllo che esercita sulla donna poichè guardando il mondo attraverso le lenti del privilegio difficilmente vedrà tutti gli ostacoli che esistono per qualcuno che non sia lui, e che egli stesso mette.

“L’uomo si vive come universale. Si considera il rappresentante più compiuto dell’umanità” É. Badinter, XY. L’identità maschile

 

Cosa vorresti dire alle donne che sono arrabbiate per l’ennesimo femminicidio e per il poco supporto che ricevono nel creare un cambiamento?

Credo che non sia più il tempo dei minuti di silenzio ma quello per vivere la nostra paura senza vergogna, liberare la nostra rabbia e urlare, pretendere ciò che ci spetta, rialzare l’asticella della tolleranza ormai rasoterra. Alle donne vorrei dire di non arrendersi, so che è faticoso, demoralizzante, terribilmente stressante, ma ci viene chiesto ancora una volta di mostrare noi la via: facciamolo. Sensibilizziamo gli uomini che ci circondano, invitiamoli a leggere, approfondire, raccontiamo tutte le volte che siamo state seguite, molestate, spaventate, discriminate.

Quando io lo faccio mi sento rispondere “eh ma tutte a te!” come se in fondo il motivo risiedesse nel mio aspetto, nel mio look, nei posti che frequento. Non è “solo a me”, è a tutte, in mille modi diversi. Chiedete agli amici, partner, parenti di domandare alle donne che frequentano se hanno mai subito molestie, se

provano paura a camminare da sole. Ci chiedessero come ci sentiamo quando un uomo ci squadra, commenta come siamo vestite, quando un superiore a lavoro fa una battuta inopportuna e restiamo congelate perchè prese contropiede e perchè, in fondo, la verità è che non siamo nella posizione di poter rispondere.

Porgiamo una mano a chi si lascia accompagnare, al contempo non perdiamo tempo con chi erge muri. Siamo nella società di internet e delle informazioni alla portata di tutti, non siamo nè le loro madri nè le loro insegnanti, e non dobbiamo aspettare di ottenere comprensione o sostegno, sappiamo già qual è la strada da percorrere.

 

E cosa vorresti dire agli uomini che faticano ad esserci alleati?

Siamo nel pieno di una rivoluzione sociale ed è comprensibile che nessuno possa cambiare da un giorno all’altro. Io stessa mi rendo conto che negli ultimi anni ho acquisito degli strumenti che assolutamente non possedevo, e mi capita di pensare a quante volte in passato non ho saputo riconoscere o reagire a comportamenti molesti e denigratori nei miei confronti. La chiave è nella conoscenza. Leggete, parlate con noi e tra di voi, confrontatevi, approfondite, sappiatevi mettere in discussione. Affrontiamo insieme un cambiamento che non può che giovare a tuttə. Quando leggete che un padre è “un mammo”, non vi sentite umiliati? Quando sentite una donna che racconta di cambiare marciapiede se vede un gruppo di uomini, non vi sentite a disagio? Deve necessariamente capitare qualcosa ad una vostra amica/sorella/fidanzata perchè riusciate a fare un esercizio di empatia? Spoiler: probabilmente qualcosa gli è già capitato.

C’è un femminicidio ogni 72 ore, credete davvero che sia il momento per dire “io sono diverso, non siamo tutti così?”. Se volete fare la vostra parte correggete l’amico che fischia alle donne per strada, che scrive sui social di “stare zitte e andare a cucinare”, che racconta di controllare il cellulare della propria fidanzata.

E se proprio non sapete cosa dire, imparate il valore del silenzio. Adesso tocca a noi parlare..

 

Irene Murgiano

Cherofobia

Un grande contributo quello offerto della cantante Martina Attili, ai suoi esordi ai provini di Xfactor 2018, nella presentazione di un brano che ha permesso di render noto un concetto prima poco attenzionato, quello della cherofobia. La cantante ha raccontato al pubblico, attraverso il suo brano dall’omonimo titolo, le emozioni di una ragazza che sperimenta la paura di essere felice e di stare bene; recita i seguenti versi:

“ questa è la mia cherofobia, no non è negatività, questa è la mia cherofobia, fa paura la felicità, questa è la mia cherofobia”

Non si tratta tanto della paura di essere spensierati e/o allegri, ma di una vera e propria forma di ansia percepita dal soggetto in assenza di apparenti problemi specifici, ad esempio sul lavoro, sulla salute, nelle relazioni, in famiglia; ogni ambito della vita dell’individuo sembrerebbe andare per il verso giusto ma, all’improvviso compare “la paura di essere felice”. Può accadere di accorgerci di aver raggiunto ciò che abbiamo sempre desiderato e, piuttosto che sentirci felici, ci ritroviamo pieni di dubbi, perplessità, sperimentiamo la sensazione di non avere più nulla a cui aspirare ed essere contemporaneamente in preda al timore di perder tutto. Potrebbe anche accaderci di scoprire che la persona di cui siamo innamorati ricambi il nostro sentimento e, anzichè esser felici, ci scopriamo smarriti, nel panico, senza sapere come reagire. Esempi questi che possono riproporsi in svariate situazioni, con contenuti diversi: successi nel lavoro, a scuola, oppure con la realizzazione di un sogno, nella vincita di un ingente somma di denaro; il soggetto piuttosto che esperire felicità prova ansia e paura, temendo che tutto ciò che ha  costruito possa finire da un momento all’altro.

Che cosa è quindi la cherofobia? Che cosa significa? Quali sono le possibili cause e i sintomi più comuni per riconoscerla? Come superare la paura di essere felici e chi è esattamente colui che ha paura di essere felice?

Il termine cherofobia ha etimolgia greca e deriva dalla combinazione delle parole kairòs che significa “momento propizio o opportuno/rallegrarsi, essere felici” e fòbos letteralmente “paura”. Il significato della parola cherofobia  è quindi quello di “avere paura di essere felici”.  Ci si è chiesto se la cherofobia costituisse una malattia; sebbene nel manuale diagnostico dei disturbi mentali (DSM 5) non venga inserita, la cherofobia può essere assimilata e quindi pensata come una forma di ansia anticipatoria, espressa come “status” conseguente al vivere la felicità come una minaccia dalla quale difendersi. La cherofobia non è un disturbo ufficialmente riconosciuto, ma si configura piuttosto come un atteggiamento riscontrabile in una vasta gamma di disturbi mentali e di condizioni. Collegata a situazioni che si connotano di emozioni positive, o che dovrebbero recare felicità alla persona, la cherofobia viene definita dagli esperti una forma di ansia che, per chi la prova, è capace o di far loro svalutare questi sentimenti o di esporli meno frequentemente e meno intensamente alle situazioni che li scatenerebbero.

In psicologia con il termine cherofobia si vuol far riferimento ad una condizione per la quale la persona che ne soffre ha paura di essere felice, evita le emozioni positive e tutto ciò che potrebbe derivarne e innescarle per la paura di soffrire; i cherofobici hanno paura di provare emozioni positive, momento considerato da loro di estrema vulnerabilità,  perché pensano che le stesse possano costituire l’anticamera di qualcosa di brutto, a causa di una visione distorta della realtà e di come la significano. La loro reazione, pertanto, sarà quella di innescare un meccanismo di difesa, di auto-sabotaggio, pur di non essere felici, tendendo ad evitare il trigger della propria paura: la felicità, adottando uno stile di vita del tutto razionale. Il disabituarsi al provare emozioni positive ha anche un corrispettivo biologico; anche il cervello  è “come se” si dis-abituasse all’attivazione di quei circuiti neurotrasmettitoriali deputati al sentire la felicità e il benessere, non riuscendo a riconoscerli e gestirli in quanto tali . Può accadere, infatti, che vengano percepiti come minacciosi, tali da indurre il soggetto ad attivare condotte difensive, che in alcuni casi possono sfociare in attacchi di panico. La fobia è una paura forte, irrazionale e incontrollabile, che risulta poco chiara a chi ne è affetto e soprattutto difficile da controllare. La cherofobia porta la persona a isolarsi, a non prendere parte a eventi sociali, a non entrare in contatto con persone che potrebbero apportare cambiamenti positivi nella propria vita. Questo atteggiamento ha evidenti ripercussioni sulla vita lavorativa, sociale e sentimentale, costituendo un forte limite al processo di crescita, realizzazione personale e sviluppo per il soggetto che ne è affetto. La credenza patogena dei cherofobici è che i periodi gioiosi della vita possano essere immediatamente seguiti da traumi, disgrazie, o eventi negativi in generale, tanto da divenirne un dogma “se vivi una grande felicità, ti aspetta dietro l’angolo una tragedia”.  I soggetti che ne sono affetti, ad esempio, potrebbero essere spinti a cercare solo relazioni di natura più superficiale, a non impegnarsi seriamente in un rapporto di coppia, declinando tale disagio in vari aspetti della vita: dai rapporti sociali a quelli di coppia. Come recita Martini Attilli nella sua canzone:

“ E ogni volta che qualcosa va come dovrebbe andare,

penso di non potercela fare,

e cerco ogni forma di dolore

mischiata al sangue col sudore

e sento il respiro che manca

e sento l’ansia che avanza”

Da un punto di vista evolutivo le cause si potrebbero radicare in una storia infantile del soggetto per cui a momenti felici sarebbero seguiti, immediatamente dopo, eventi traumatici di tipo fisico o emotivo come punizioni, delusioni, perdite importanti, nelle quali emozioni come umiliazione, dolore, rabbia avrebbero spesso distrutto la gioia, il piacere, minando il senso di fiducia, ottimismo, sicurezza verso gli altri e l’esterno.  Il dolore suscitato da questi eventi verrebbe quindi associato alla felicità; in questo modo la persona avrebbe legato la felicità ad un’infelicità molto pronunciata, cercando di evitare la prima “come se” fosse causa della seconda. Responsabile dell’istaurarsi, in modo inconscio, dell’associazione distorta della relazione causale felicità-punizione/dolore è il frequente ripetersi di esperienze negative e/o traumatiche; associazione che continuerebbe ad essere oggetto di ri-attualizzazione nel presente dal momento che qualsivoglia emozione positiva, esperita dal soggetto, sarebbe responsabile della ri-attivazione e ri-attualizzazione del trauma originale. Tanto è vero che occorrerebbe precisare come la paura del cherofobico non sia tanto quella di essere felice ma piuttosto “in-felice, o di non essere felice”, ovvero la paura che al piacere seguiranno necessariamente conseguenze negative, come accaduto in passato. Ogni volta che il soggetto, pertanto, si trovi nella condizione di provare gioia, quello che accadrà sarà la riattivazione in memoria dell’associazione felicità-punizione/dolore, attivando l’ansia che di li a breve qualcosa di brutto possa accadere, innescando la messa in atto di condotte di evitamento. Si tratta di individui che hanno imparato a controllare le proprie emozioni e a vivere “difendendosi” dalla felicità, perché percepita come pericolosa, impossibile da raggiungere. La persona potrebbe aver sviluppato un locus of control esterno, tanto da aver appreso a pensare che un evento positivo che lo veda protagonista è solo un “colpo di fortuna” e che qualsiasi cosa faccia non si ripeterà, ritenendo erroneamente che le proprie azioni non abbiano alcun tipo di influenza sul corso degli eventi.  Ecco perché la cherofobia è assimilabile ad una sorta di meccanismo di difesa, di compensazione: l’attivarsi dell’ansia avverte il soggetto che, per evitare la sofferenza, deve evitare le situazioni divertenti/positive, per il timore che qualcosa di brutto possa accadere.

Da un punto di vista fenomenologico e /o sintomatologico ciò a cui si assiste è:

-l’attivazione dell’ansia al pensiero di prender parte a qualche evento piacevole/divertente, che pertanto viene conseguentemente rifiutato (concerti, cene, feste, serate etc..)

-il rifiuto di cogliere opportunità che possano apportare cambiamenti positivi nella propria vita per il timore che  possano far seguito conseguenze negative

– l’evitamento di tutti gli eventi sociali per ridurre la portata ansiosa da questi attivata

– il sentirsi in colpa per essere felici

– avere l’idea che essere felici possa causare l’accadere di qualcosa di negativo

-non voler essere felici e credere che provare felicità possa trasformare in persone peggiori

– pensare che perseguire la felicità sia una perdita di tempo, uno sforzo invano, un’attività priva di significato.

– avere la convinzione che mostrare felicità sia negativo di fronte agli amici, alla propria famiglia, o comunque alle persone care.

Si potrebbe ingenuamente confondere la cherofobia con la depressione; il cherofobico non è una persona triste o depressa, ma solo un individuo che ha creato per se stesso una fortezza inespugnabile. Diversamente dal depresso il cherofobico pratica un’attiva condotta di evitamento delle emozioni positive: ha paura di essere infelice perciò evita preventivamente ogni qualsivoglia stimolo che possa renderlo gioioso, temendo che l’artifizio deputato al “provare/portare felicità” possa smettere di funzionare. Non cerca dolore o sensazioni che possano generare tristezza, tenta solo di non provare felicità, cercando di restare in uno stato di costante apatia così da non essere soggetto a sbalzi di umore o repentine modifiche della proprio status quo, rendendo il proprio “ambiente” prevedibile. Questo l’atteggiamento e i pensieri alla base dei soggetti cherofobici, tali da indurli a rimanere passivi, a rifiutare situazioni quotidiane e/o occasioni di socializzazione e benessere, progetti o relazioni significative. Ad esempio la paura di essere felici in amore potrebbe condurre il soggetto a non investire nelle proprie relazioni, inducendolo ad elicitare dinamiche di contro-dipendenza affettiva, che lo portino a creare solo legami di natura superficiale, per la paura di star bene. Tipica l’espressione “Ho paura di essere felice perché ogni volta che lo sono tutto finisce”. Ciò che viene temuto, perciò, è che la felicità, una volta raggiunta, possa svanire lasciando soli, smarriti ed impreparati davanti al vuoto e alla sofferenza. Tipici tra i pensieri di un soggetto cherofobico il “ se adesso sono felice vuol dire che dopo mi accadrà qualcosa di brutto”, “ è troppo bello per essere vero, chissà quanto cara poi la pagherò questa felicità”, “manifestare la felicità è negativo sia per i tuoi amici, che per la tua famiglia”, “la felicità rende le persone peggiori”, “i disastri seguono spesso la fortuna”. La cherofobia sembrerebbe assimilabile al meccanismo definito da alcuni autori (Feldman, Joormann e Johnson 2008) come smorzamento, strumento psicologico che consisterebbe nella “tendenza a rispondere a stati d’animo positivi con strategie mentali per ridurre l’intensità e la durata dello stato d’animo positivo”. Si tratterebbe di una tendenza riscontrabile in molteplici condizioni: nel pessimista convinto che il lieto fine non esista, o nel cinico che teme la felicità per paura della rivalità o dell’invidia di altre persone, nelle personalità evitanti che fuggono dalle situazioni per timore di non sentirsi all’altezza o infine nel perfezionista patologico che vede nel piacere l’espressione di una perdita di tempo. La felicità, inoltre, viene spesso percepita dal cherofobico alla stregua di “un frutto proibito, qualcosa da non condividere, né mostrare agli altri e per cui sentirsi in colpa. Il cherofobico ritiene che l’essere felice possa renderlo un individuo peggiore e che pertanto perseguire la felicità possa essere una perdita di tempo, un’attività priva di significato; più in generale che la felicità di per se stessa sia un male per sé e per gli altri. Se da un lato tale atteggiamento può impedire al cherofobico di andare incontro ad eventuali delusioni, dall’altro però lo induce a precludersi qualunque opportunità di vivere una vita felice.

Da alcuni recenti studi, come quello pubblicato dal Journal of Cross-Cultural Psychology, è emerso come alcuni individui siano più inclini a sperimentare emozioni positive, laddove altri smorzerebbero il loro stato d’animo e gli affetti (eccitazione, felicità, gioia, piacere etc..), impegnandosi questi ultimi in attività che li renderebbero meno felici, tristi. Una delle possibili cause è il timore, per le persone, di perdere il controllo delle proprie emozioni positive o delle loro reazioni comportamentali alle stesse, configurandosi la cherofobia come un meccanismo difensivo di controllo di qualcosa (le emozioni positive) vissuto come terreno di vulnerabilità. Sempre nel medesimo studio è emerso come anche la cultura incida, influenzi il modo, l’atteggiamento con cui gli individui esperiscano le proprie emozioni positive, condizionando la regolazione emotiva e le esperienze emozionali. I risultati empirici hanno dimostrato come la felicità sia in taluni contesti culturali sfavorita o addirittura temuta, soprattutto nelle culture collettiviste in cui viene condannata l’espressione della felicità personale perché ritenuta responsabile di limitare la capacità dell’individuo nell’adempiere ai propri doveri nei confronti della collettività. La possibilità per il soggetto di provare piacere e di coltivarne l’espressione sembra quindi dipendere da una serie di meccanismi psicologici che affondano le proprie radici sia nel vissuto emotivo, sia nella storia di vita dell’individuo, ma anche nella sua cultura di riferimento, nell’educazione ricevuta.

E’ possibile concludere, riassumendo, come la cherofobia trovi espressione nella messa in atto, da parte del soggetto, di attive condotte di evitamento alla partecipazione di eventi che, percepiti come minacciosi per il proprio status quo, potrebbero causargli infelicità, procurandogli forti manifestazioni ansiose, in grado di porre forti limiti all’evoluzione della propria vita sociale, lavorativa, sentimentale. Come per ogni altra fobia, la psicoterapia può risultare molto efficace nel trattamento e, nella fattispecie, nel superamento della “paura di essere felice”. La paura di essere felici altro non è che la paura di essere e/o diventare noi stessi. Caldamente consigliata la possibilità di rivolgersi ad un professionista per l’inizio di una presa in carico di tipo psicologico; ciò  permetterebbe alla persona di riconoscere il disturbo, imparare ad accogliere tutto l’ampio spettro di emozioni, comprese quelle di natura positiva come la gioia e la felicità. Attraverso l’incoraggiamento ad elaborare i propri vissuti emotivi, la propria storia di vita, identificando gli eventi responsivi del problema in una maggiore conoscenza e consapevolezza di sé, sarà possibile comprendere le ragioni che portino la persona ad evitare le emozioni piacevoli. Il prosieguo del lavoro terapeutico verterà poi sulla costruzione di un nuovo modus operandi circa la modalità di lettura e significazione della realtà. Ciò renderà possibile un nuovo modo di pensare e agire la felicità basata su nuovi significati e interpretazioni attribuibili alle medesime esperienze positive, permettendo al soggetto di fare esperienza nel sentire e vivere autenticamente, scevro dal nutrire sensi di colpa e/o pensieri disfunzionali, il desiderio e il piacere di essere felice.

La felicità viene proposta sempre più come un obiettivo da dover raggiungere a tutti i costi, e per essere persone felici occorre anche adempiere a determinati standard; le aspettative da raggiungere sono: il successo, la carriera, una bella famiglia, un buono stipendio, dei figli perfetti. Crescere e vivere in un mondo così condizionato da elevati standard sociali non è affatto facile, ma soprattutto non è reale. Le emozioni negative, come il fallimento, i momenti di vuoto/tristezza o di solitudine, sembrano non dover più far parte delle nostre vite; in questo modo quello che ci viene propinato è un concetto di felicità che si confonde con quello di apparenza. Essere felici significa creare una condizione serena e reale intorno a sé, non fittizia, proporzionata alle proprie risorse e competenze, che permetta al soggetto di esperire un sentimento di completezza che non escluda lo spettro delle emozioni negative, facente parte dell’esistenza di ciascuno. La psicoterapia, infatti, aiuta ad accompagnare il soggetto a vivere e gestire adeguatamente le emozioni nel momento in cui si presentano, sia quelle positive che quelle negative, insegnandogli che reprimerle e/o evitarle non rappresenti una strategia difensiva funzionale e/o sana, dal momento che spariranno ora per ripresentarsi poi in una modalità ancor diversa e con un’intensità ben maggiore.

Non meno importante, in questo processo, sono l’appoggio e il supporto offerti da amici, familiari, persone care nel fornire spunti e preziosi punti di vista, attraverso i quali sia possibile apprendere come esprimere e comunicare le proprie emozioni. Esperienze ed esempi che accompagnano il soggetto in una graduale e efficace gestione dell’oggetto delle proprie paure. Teniamo a mente come non sia possibile essere sempre felici o esserlo per tutto; possiamo però godere, senza paura, di ogni momento di felicità, imparando ad accogliere, abbracciare ogni emozione per quello che è, vivendo con leggerezza e pienezza la vita.

“Tutto quello che vuoi è dall’altra parte della paura” (Jack Canfiled).

 

Dott.ssa Silvia Longo

Psicologa – Psicoterapeuta

 

SITOGRAFIA:

Cherofobia: come riconoscere e affrontare la paura di essere felici, https://www.my-personaltrainer.it/salute-benessere/cherofobia-cos-e-quali-sono-i-sintomi-e-come-curarla.html

Pastore B., Cherofobia: la paura di essere felici, https://www.unobravo.com/post/cherofobia-la-paura-di-essere-felici

Ribaldone A., Paura di essere felice. Cos’è la cherofobia?, https://www.studio-psyche.it/disturbi/paura-di-essere-felice

Pacei C., La felicità può fare paura, scopri cos’è la cherofobia e come ritornare a goderti la vita, https://style.corriere.it/benessere/salute/cherofobia-significato-origini-sintomi-cura/

Ridolfi C., Cosa vuol dire cherofobia? Ecco cos’è la paura cantata da Martina Attili, https://www.sololibri.net/cherofobia-che-vuol-dire-cos-e-canzone-martina-attili.html

Cherofobia, https://www.psiconline.it/le-parole-della-psicologia/cherofobia-2.html

Spinelli C., La paura di essere felici: descrizione, sintomi, trattamento della cherofobia, https://www.psicologospinelli.it/articoli/cherofobia-descrizione-e-trattamento/

Stentella G., Cherofobia: cos’è, cause, sintomi e cura, https://www.salutarmente.it/malattie/cherofobia

LA REALTA’ IRRAZIONALE DEI SOGNI: PERCHE’ ASCOLTARLI E PRESTARVI ATTENZIONE

Perchè sogniamo? A che cosa serve il sogno nell’economia del funzionamento umano?

Sono secoli che studiosi, filosofi, psicologi e psichiatri si interrogano su questa stessa domanda cercando di attribuire un senso a queste strane “storie” che si fanno spazio dentro di noi quando perdiamo lo stato di veglia. Il loro fascino è dato dalla loro incomprensibilità e dalla difficoltà di coglierne il senso univoco, di comprenderli in tutto e per tutto.

La prima domanda che vorrei pormi parlando dei sogni è, che cosa sono? E a cosa servono?

Prima di tutto, è necessario prendere in considerazione l’esistenza di una parte di noi non consapevole, non contattabile con la coscienza e la consapevolezza, una parte psichica inconscia di cui, non ci rendiamo conto. La gran parte della nostra vita da svegli è quella che affrontiamo attraverso la consapevolezza e la coscienza, quando dormiamo invece la consapevolezza si allenta, perde potere, ed entra in scena l’inconscio. I sogni sono una modalità attraverso la quale l’inconscio si esprime, per mandarci dei messaggi o rielaborare esperienze e vissuti che abbiamo affrontato durante lo stato di veglia.

Possiamo definire il sogno come un “fenomeno soggettivo”, osservabile esclusivamente da colui che sogna, e anche come un fenomeno involontario derivante appunto dalla minore presenza della coscienza. Il sogno è inoltre carico delle emozioni del sognatore e delle sue sensazioni visive ed involontarie, costruite in buona parte da frammenti di memorie recenti e antiche che costruiscono una storia all’interno di uno spazio e un tempo non reali.

Il primo a occuparsi di sogni è stato Sigmund Freud che, nel 1899, ha scritto il testo l’”Interpretazione dei sogni” che ha risposto a molte domande centrali riguardanti questo fenomeno appartenente non solo agli esseri umani ma anche a tutti i mammiferi. In questo testo veniva messa in evidenza la funzione del sogno come un “rebus”, un qualcosa da risolvere e da scoprire attraverso l’interpretazione delle varie immagini che lo compongono. Secondo Freud, “la nostra psiche interviene nel lavoro di formazione dei sogni con specifici meccanismi di elaborazione e camuffamento” tesi a nascondere il vero significato di ciò che stiamo vedendo e rappresentando nel sogno. È come se ciò che è presente nell’inconscio andasse raggiunto, interpretato e reso consapevole prima che faccia danni. Secondo Freud il sogno era la via “regia”, cioè principale e diretta, verso l’inconscio, cioè la parte di noi maggiormente inconsapevole.

Nei secoli, molti altri autori si sono approcciati ai sogni e hanno dato il proprio punto di vista e la propria interpretazione; nello specifico Carl Gustav Jung ha apportato delle importanti modifiche alle teorie freudiane, affermando l’importanza delle immagini e delle figure presenti nei sogni, raffiguranti dei significati e dei vissuti simbolici. Ogni immagine si esprime in modo simbolico, (cioè non esplicito, attraverso immagini) ogni significato ne esprime un altro individuale e trasformativo. “Il simbolo, invece, nella sua essenza e nella sua etimologia, fa da ponte fra i contrari, nutre entrambi i poli senza preferenze e generando così tensione, li costringe comunque a coabitare, opponendosi allo sbilanciamento univoco verso una delle due polarità”.

I sogni rappresentano una delle espressioni più personali che possano esistere, “il sogno è il sognatore, è un concentrato della sua unicità”. Non esistono infatti due sogni considerabili completamente uguali tra loro effettuati da persone diverse, ma allo stesso tempo, talvolta i sogni sembrano provenire da un mondo completamente estraneo al nostro, fuori da noi stessi. Tengono insieme molti aspetti tra loro opposti e apparentemente poco comunicabili tra loro.

Quando parliamo del sogno dobbiamo tenere a mente due parti che si mettono in azione: l’Io onirico (o Io del sogno) e l’Io narrante (o l’Io della veglia). L’Io onirico è il primo soggetto all’interno del sogno, il protagonista del sogno o colui che vi partecipa attivamente. È il primo mediatore tra noi e gli altri attori del sogno e allo stesso tempo è parte del sogno stesso: non si pone domande su ciò che succede all’interno della storia che sta vivendo e ha poca o nessuna consapevolezza di sé. Questa semplicità dell’Io onirico è pero fondamentale: permette infatti di far accadere nel sogno anche cose incredibili, assurde e poco veritiere e di catapultarci all’interno di una realtà fuori dalla realtà.

L’Io narrante (o Io della veglia) è, invece, colui che assiste ai sogni senza poterli cambiare, li riporta come ricordi e li traduce in scritti o racconti. Diventa lui il proprietario del sogno e delle immagini riportate nella narrazione e può agire su di esse dandogli una interpretazione e un senso simbolico.

È proprio l’Io narrante che racconta il sogno e che cerca di attribuirvi un significato, un senso: ha il potere di reinterpretare i significati del sogno all’interno dello stato di veglia, con la giusta distanza e lucidità. L’Io narrante non si attiva subito, non è consapevole mentre stiamo sognando, lo sarà al risveglio, o durante la reminescenza del sogno. Il suo ruolo è fondamentale per dare valore, senso e significato ai contenuti del sogno: l’interpretazione e la revisione, in chiave simbolica, delle immagini e dei contenuti del sogno gli può permettere di conoscere molte parti di sé, difficilmente contattabili in altro modo.

Perché i sogni vengono spesso raccontati in psicoterapia?

Una delle caratteristiche principali che emergono quando si tratta di sogni è che questi, specie in alcuni casi, possano essere raccontati e quindi ascoltati da un interlocutore. Lasciarne traccia scritta o avere qualcuno che possa ascoltarli e accoglierli diventa fondamentale per cercarvi un senso. Nello specifico, nel contesto psicoterapico, i sogni possono essere fondamentali per “l’incontro con ciò che veramente siamo e sono un’ottima palestra per migliorare il funzionamento della mente”.

Se consideriamo i sogni come prodotto della nostra mente sul quale interrogarci con curiosità, possiamo trovarvi dei significati ed utilizzarli come “ponti” fra la consapevolezza e l’inconscio, utili a sviluppare strumenti per pensare. Ognuno di noi sogna ogni notte e ogni sogno attinge dalle esperienze della nostra vita e dalla specificità del momento che stiamo vivendo: questo, con una adeguata interpretazione delle immagini dei sogni in chiave simbolica, ci può permettere di “oggettivare” delle emozioni autentiche attive dentro di noi, espresse nel sogno in forma immaginativa. Ci permette, inoltre, di avvicinarci a delle emozioni complesse e poco descrivibili attraverso immagini oniriche alle quali, nel contesto terapeutico, può essere dato un nome ed un significato.

La figura del terapeuta assume un ruolo centrale: “Due sono i principali soggetti ai quali dobbiamo collegare i sogni: il sognatore stesso e, nel caso si stia sottoponendo ad un trattamento psicologico, la coppia analitica. Il sogno appartiene alla vita del paziente e alla coppia analitica e per questo occorre sapersi posizionare alternativamente in entrambi questi punti di osservazione”. Il sogno infatti, spesse volte, ci parla della relazione di transfert, cioè della vita interna del paziente all’interno delle sue relazioni più importanti rivissuta e riattualizzata all’interno della relazione con lo psicologo, fondamentale strumento per il lavoro psicologico. Interpretare questa relazione all’interno dei sogni e provare a comprenderla attraverso delle domande e delle risposte fa si che si possano comprendere molte cose sul funzionamento profondo del paziente e sulla sua storia. Nella storia del sogno possono essere trovate anche delle indicazioni, della alternative, delle possibilità, per il paziente di stare meglio e di ricevere sollievo dalla condizione nella quale si trova: la giusta interpretazione, proveniente dalla condivisione con lo psicologo all’interno di una relazione significativa, consente al sognatore non solo di accedere al mondo delle proprie immagini inconsce, ma anche di approdare a nuovi significati che riguardano la propria storia e il proprio vissuto emotivo, concedendo un valore nuovo e ricco di importanti risorse individuali.

Dott.ssa Federica Ariani

Psicologa-Psicoterapeuta

LA DIFFICOLTA’ DI PERDONARE I NOSTRI GENITORI

Il vocabolario della lingua italiana suggerisce che perdonare è non tenere in considerazione il male ricevuto da altri, rinunciando  a propositi di vendetta, alla punizione, a qualsiasi rivalsa, e annullando con sé ogni risentimento verso l’autore dell’offesa o del danno.

A tutti può capitare di subire un danno e faticare a perdonare qualcuno, anche se il perdono è molto importante per superare una situazione dolorosa, rendendoci liberi di vivere al meglio la nostra vita. Altrimenti si rimane nel rancore e legati ad una situazione che fa soffrire. Bisogna sottolineare che più grande è l’affronto, più grande è il dolore, più vicina è la persona, più difficile diventa perdonare. Farlo con un padre o una madre che ci hanno fatto del male può essere un compito arduo, che costringe ad affrontare le nostre ombre.                                                                                                                                      

Il rapporto con i genitori, l’educazione da essi ricevuta, segna per sempre la vita dei figli,  il modo in cui i bambini sono trattati da piccoli influenza le loro personalità, plasmando i sogni e le paure. Nella memoria di molti è impressa la serenità e il benessere dell’essere accompagnati per tutta la vita dai genitori. Da loro si è ricevuto amore, sostegno, sono stati vicini nei momenti significativi della vita. Questo però è solo un lato della medaglia, perché anche i genitori che sono stati buoni in generale, si sono trasformati a volte in una fonte di dolore, magari a causa della loro poca disponibilità, della loro distanza fisica ed emotiva. Molte persone, pur avendo vissuto esperienze molto dolorose con il padre e con la madre, faticano a riconoscerlo e alcuni fanno addirittura di tutto per nascondere i sentimenti ambivalenti.

Anche se di solito i ricordi di infanzia assumono colorazioni cariche di calore e affetto,  non è sempre un periodo cosi roseo. Alcune modalità di rapporto famigliare possono influire decisamente nel corso della vita:                                    

L’iperprotezione genitoriale, può impedire ai figli di fare esperienze, di prendere decisioni, li spinge verso un percorso che non avrebbero scelto liberamente, influenzandoli nelle insicurezze, nelle paure e forse facendoli diventare adulti fragili.                                                                              

Alcuni genitori possono essere emotivamente instabili e possono trattare i figli in modo ingiusto, riversando su loro insoddisfazione, frustrazione e rabbia, umiliandoli o maltrattandoli fisicamente e psicologicamente.          

Molte famiglie vivono situazioni dolorose che generano grande sofferenza, soprattutto nei bambini, che sono i più vulnerabili.                                                    

Perché perdonare un padre o una madre è così difficile?

La forte impronta emotiva che generano le tematiche famigliari.                                Può essere difficile elaborare tutte esperienze dolorose di anni, per questo motivo il ricordo genera frustrazione, rabbia, risentimento e in alcuni casi odio.
Le aspettative ed illusioni.                                                                                                      
A volte, ci si aspetta ancora che quel padre o quella madre cambino e  diano l’amore, il sostegno e la comprensione che ci sono mancati così tanto. Perdonarlisignificherebbe praticamente rinunciare a quell’illusione.
Il senso di giustizia.                                                                                                          
Alcune persone pensano che perdonando i loro genitori, permettono loro di farla franca senza comprendere gli errori e senza dover rimediare ad essi.

Per maturare ed evolvere bisogna potersi allontanare dall’offesa. Non si può essere in pace con sé stessi mentre si è in guerra con il padre o con la madre. Questa consapevolezza è il primo passo per avere delle buone ragioni per iniziare un processo di perdono, che è innanzitutto unelaborazione psicologica, che presuppone anche il cambiamento di meccanismi di difesa profondi.

Imparare a tollerare l’ambivalenza nei confronti dei genitori

E’ molto difficile tollerare in noi, insieme all’amore e alla gratitudine, il risentimento e la delusione che si può provare per loro. Per amarli e perdonarli davvero ci si deve confrontare con loro per quello che sono veramente stati, con i loro meriti e le loro mancanze, facendo affiorare la varietà dei sentimenti, positivi e negativi, che si provano. Quando non si riesce a riconoscere questa complessità si rischia di non riuscire ad avere un rapporto autentico con loro, e inoltre dinamica si può rivolgere anche alle altre persone, instaurando dei meccanismi di diniego e scissione con chiunque.                                                                        

Nel diniego vi è un’esclusione involontaria ed automatica dalla propria consapevolezza rispetto ad un certo aspetto disturbante della realtà. La scissione, invece, è un meccanismo di difesa che consiste nello “scindere”, separare gli aspetti contraddittori, ma conviventi, dell’oggetto o dell’Io.                                                                                                         Amare qualcuno non significa idealizzarlo ma saper mettere insieme i suoi vari aspetti buoni e cattivi. In alcuni casi fare questo passo può essere particolarmente complicato. Immaginiamo ad esempio la difficoltà di mettere insieme nella mente  un genitore che diventa violento quando è ubriaco, ma potrebbe essere adeguato quando è sobrio.

Dopo che si sono riconosciute le parti brutte dei nostri genitori (se prima si negavano alla consapevolezza) come si può proseguire nel perdonare? Dopo che si è imparato a tollerare l’ambivalenza nella nostra immagine interiore di loro? Quando si sono abbandonati i meccanismi della scissione e il diniego, questa realtà tragica, come si può utilizzare?          

Fermarsi a comprendere la storia dei genitori, la motivazione dei loro sbagli e delle loro difficoltà, vedendosi inseriti in un quadro di trasmissione famigliare complesso, che comprende nostro padre, nostra madre e le generazioni precedenti.

Il cammino faticoso della consapevolezza passa attraverso tutti gli elementi positivi e negativi che vengono trasmessi in famiglia. Da una generazione all’altra possono passare traumi, conflitti, gravi vissuti famigliari.                                                                                  Ragionare in questo modo non annulla la responsabilità dei singoli (ad esempio non vuol dire giustificare un genitore maltrattante) ma permette di comprendere meglio il contesto in cui una persona nasce e cresce. Pensare che le sofferenze che ci hanno inferto i nostri genitori forse derivano da qualcuno che sta più a monte di loro, in una storia in cui noi e la nostra famiglia siamo immersi e partecipi.  Questa visione non annulla la rabbia, ma aiuta a guardare in modo più lucido alla situazione e a ridimensionare.

Quali sono i vantaggi del perdonare?

Non vuol dire dimenticare ma imparare a pensare meglio, nell’ottica della libertà anche di non riconciliarsi con chi ha offeso, ma bensì accettare ciò che è stato, senza che questo rappresenti una debolezza.
Perdonare è liberarsi di pesi che potrebbero gravare sulla qualità della vita
Il rancore ci sottrae l’entusiasmo, l’energia e la positività.                                                      
Il perdono è un processo, e anche se in alcuni casi può essere troppo difficoltoso perdonare del tutto l’altra persona, si può scaricare buona parte del risentimento per essere più leggeri e liberi.

Concludiamo l’articolo con le parole evocative di questa canzone, che con un’immagine forte fa riflettere sul tema del perdono e della complessità dei rapporti umani:

“Onora il padre, onora la madre e onora anche il loro bastone,                                                                       bacia la mano che ruppe il tuo naso perché le chiedevi un boccone:                                                                 quando a mio padre gli si fermò il cuore non ho provato dolore….                                                              Ma adesso che viene la sera e il buio mi toglie il dolore dagli occhi e scivola il sole al di là delle dune a violentare altre notti: io nel vedere quest’uomo che muore, madre, io provo dolore. Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore”

(De Andrè, Il Testamento di Tito, 1970)

 

Dott.ssa Laura Rivoiro

Psicologa – Psicoterapeuta

 

Bibliografia

BORGOGNO, F. (2007), The Vancouver Interview, Borla, Roma

CERATO, M. (2003), Emozioni e Sentimenti. Curare il cuore e la mente, Effatà Editrice, Cantalupa (TO)

CERATO, M. (2019), Ti perdono (Forse!), Effatà Editrice, Cantalupa (TO)

FERRO, A. (2007), Evitare le emozioni, vivere le emozioni, Raffaello Cortina, Milano

TUTU, D. (1999), Non c’è futuro senza perdono, trad.it. Feltrinelli, Milano 2001

“COME CHI VOGLIO ESSERE?” LA FUNZIONE DELL’IDENTIFICAZIONE E L’USO DELLA FIABA IN PSICOTERAPIA

L’IDENTIFICAZIONE  

Nello sviluppo del bambino e dell’adolescente il processo identificativo è fondamentale perché consente al giovane di proiettare sull’oggetto parti di sé che ancora non hanno una forma definita e che egli deve ancora comprendere.  La parola Identificare deriva, infatti, dal latino “idem-fieri”,  e significa “divenire il medesimo”; nella sua forma riflessiva significa “Divenire una cosa stessa, Immedesimarsi”.

Nell’epoca moderna sono soprattutto i personaggi delle serie tv, dei cartoni di animazione, degli anime o dei manga ad essere utilizzati a questo scopo, come fulcro della possibilità di proiettare e vedere rispecchiate delle parti interne; in passato la stessa funzione che oggi hanno serie tv, film d’animazione e anime l’avevano le fiabe.

La fiaba è un racconto popolare fantastico all’interno del quale possono essere messe in scena argomentazioni tipiche del comportamento umano, da parte di personaggi vari, appartenenti sia al mondo naturale che a quello sovrannaturale. Possiamo dire che all’interno del mondo della fiaba vengono rappresentate e messe in scena tematiche appartenenti alle principali fasi evolutive dell’essere umano, interpretate da personaggi specifici.

Esse hanno una lunga tradizione orale e, prima di essere state trascritte, sono state raccontate per generazioni, dunque modificate e trasformate.

I racconti popolari rappresentano dei modelli, delle “soluzioni”, individuati per risolvere conflitti interni, di personalità, di consapevolezza e integrazione di sé stessi, attraverso la trasmissione tra generazioni. La fiaba può essere definita come una “soluzione collettiva” volta a risolvere i problemi tipici dei vari periodi di sviluppo ed evoluzione dell’uomo, tesa a favorire la coscienza e l’integrazione di parti interne di sé. È proprio per questo motivo che le fiabe sono destinate primariamente a bambini, fanciulli e adolescenti.

I PERSONAGGI

A rendere i personaggi delle fiabe (e spesso anche di molti anime e manga) così facilmente “attaccabili” dalle proiezioni dei bambini vi è sicuramente il fatto che essi non sono ambivalenti: di solito o sono buoni o sono cattivi e non possiedono caratteristiche intermedie. Ciò favorisce la polarizzazione della identificazione che domina la mente del bambino/adolescente. Caratteri opposti non vengono mai interpretati dallo stesso personaggio ma da diversi, così da mettere in risalto caratteristiche tipiche dell’essere umano in modo assolutistico; tale polarità e riduttività del comportamento umano rende maggiormente intuitiva la comprensione delle differenze tra dueatteggiamenti. Per cogliere l’ambiguità del comportamento infatti bisogna prima capire che esistono differenze individuali tra le persone e che non ogni comportamento è coerente con un altro; in seguito è poi forse possibile decidere in che modo sia, per noi, meglio comportarsi.

La polarizzazione dei personaggi della fiaba favorisce questa distinzione ed ha, in questo senso, un ruolo educativo nei confronti del giovane, perché è tesa a spiegare la complessità della psiche umana.

L’identificazione dipende, inoltre, dalla sensazione di simpatia o antipatia che quel personaggio è in grado di suscitare: Bettelheim scrive “Più un personaggio buono è semplice e schietto, più è facile per il bambino identificarsi con lui e respingere quello cattivo”.

Possiamo dunque dire che il personaggio nei confronti del quale avviene una proiezione è connotato di caratteristiche che appartengono anche al soggetto che proietta, ma che dentro di lui non sono ancora chiare: è come se l’osservazione della “messa in scena” (nella fiaba o nel cartone animato) di quello stesso vissuto emotivo o comportamentale permettesse al soggetto di comprenderne gli effetti, le conseguenze e le caratteristiche principali su sé stesso e sugli altri.

I personaggi principali diventato i rappresentati di un modo generico di essere (quindi “il buono”, il “cattivo”, il “coraggioso”…) che non prevede integrazioni di parti differenti o ambivalenze; csuccede perchè il loro intento è quello di rappresentare, in modo generico, tematiche tipiche di alcuni periodi dello sviluppo dell’essere umano. Bettelheim scrive: “Dove si parla di Hansel e Gretel, per esempio, i tentativi del bambino di continuare ad aggrapparsi ai suoi genitori benchè sia venuto il momento di affrontare il mondo da solo vengono posti in evidenza, insieme alla necessità di trascendere una primitiva oralità, simboleggiata dall’infatuazione dei bambini per la casa di marzapane. Parrebbe così che questa fiaba abbia molto da offrire al bambino pronto a muovere i primi passi nel mondo.” In questo senso, la funzione educativa della fiaba propone delle soluzioni collettive, una possibilità di svincolo e di direzione, attraversando fasi più o meno complicate che presuppongono la sconfitta di un antagonista attraverso l’utilizzo di strumenti, il più delle volte magici. La funzione e il senso simbolico che queste direzioni e strumenti possiedono possono essere utilizzati e interpretati nello spazio terapeutico, attualizzandoli all’esperienza del paziente e ricercandone il significato individuale.

LA FIABA IN TERAPIA

Per poter lavorare con la fiaba, in terapia,  è necessario stare sul significato simbolico della trama e del singolo avvenimento. È importante infatti riconoscere il tema centrale della fiaba e che questa tocchi il paziente da un punto di vista emotivo perché le immagini che le rappresentano e le compongano possano agire in modo terapeutico.

La fiaba, anche attraverso l’articolazione di ruoli e personaggi, riesce infatti ad offrire una lettura integrata degli eventi, contrapponendosi alla frammentarietà dell’esperienza. Secondo Hillman la narrazione in chiave fiabesca corrisponde all’obiettivo di costruire processi di crescita che favoriscano l’adattamento dell’individuo alla realtà esterna. Ecco perché l’identificazione con un certo personaggio, che abbia caratteristiche che ci rappresentano, permette al bambino di sperimentare una certa esperienza di vita, e di favorire il proprio personale processo di adattamento. È proprio per questo motivo che la fiaba “non si occupa tanto delle intenzioni dei singoli personaggi, o delle loro emozioni, e degli eventi reali, quanto della definizione delle loro sfere d’azione”.

Uno degli strumenti centrali della fiaba, che rende contemporaneamente il significato comprensibile o sconosciuto, è l’utilizzo della simbolizzazione. Il linguaggio in chiave simbolica ci permette di affrontare alcune tematiche che concrete e contemporaneamente affrontarne altre più profonde in chiave psicologica ed emotiva. È come se avvenisse un intreccio tra elementi figurativi e l’esperienza emotiva del soggetto. Verena Kast scrive: “i simboli che incontriamo nella fiaba rappresentano i processi evolutivi più vicini all’uomo. Ma anch’essi occupano il medesimo spazio intermedio: parlano della nostra esistenza in quanto singoli e al tempo stesso ci fanno capire che il nostro problema individuale è anche un problema collettivo […]. Questo spazio intermedio è il regno della fantasia, della creatività, dell’arte, della vita simbolica e pertanto anche della fiaba. Nel simbolo sono condensati esperienze e contenuti psichici (soprattutto emozioni) che non sono esprimibili per altra via”.

In questo senso, una delle funzioni principali della fiaba, è la “funzione schermo”, inteso come specchio sul quale si proietta la parte inquietante e poco comprensibile anche di noi stessi, contemporaneamente decentrandola da sé. Soprattutto nel periodo della pre adolescenza e della adolescenza tutto ciò che riguarda la sfera dell’eros viene allontanato dalla coscienza e riproiettato su elementi esterni, come quello della fiaba o della serie tv.

Un’altra funzione fondamentale, nelle prime fasi del racconto della fiaba, è quella del “patto narrativo” ovvero la qualità e la tipologia di contatto che vi è tra chi ascolta e chi racconta la fiaba; di solito i bambini pendono dalle labbra del narratore e, proprio per questo motivo, è importante osservare come reagiscono alla comparsa dei vari personaggi e quali sono le loro reazioni. Ciò ci permette di poter individuare le tematiche su cui poter lavorare e di intervenire in modo mirato.

Il lavoro con le fiabe nel contesto terapeutico può favorire una intensificazione del processo o una sua riattivazione in caso di stallo, ma è necessario che essa venga presentata al momento giusto e che sia adeguata alla situazione presente del paziente. In ogni caso, quando la fiaba viene introdotta in seduta, modifica sempre la situazione terapeutica perché muta il ruolo e il punto di vista dei due attori. All’interno della terapia, infatti, la fiaba assume la funzione di uno spazio di transizione (Winnicott) tra la realtà personale dell’individuo e quella del racconto popolare. Gli elementi simbolici presenti nella fiaba possono rimanere nella mente del paziente anche all’infuori della seduta e far si che egli prosegua il lavoro di ricerca di significato autonomamente, anche in assenza del terapeuta. Inseriti all’interno del contesto della fiaba, la storia individuale e la sofferenza personale del paziente acquisiscono nuovi significati perché vengono letti a partire da un patrimonio di esperienze collettive, appartenenti a tutta l’umanità.

Inoltre l’identificazione con il personaggio favorisce l’autonomia psichica del paziente il quale, attraverso il processo identificativo, può sviluppare idee creative e prendere decisioni importanti che riguardano la sua situazione personale.

In conclusione, la fiaba utilizzata in terapia ha la funzione di rappresentare uno spazio su cui proiettare dei vissuti interni ed emotivi al fine di favorire identificazioni utili ad attivare un processo di autonomia psicologica; “quest’attività è favorita dal fatto che la fiaba offre un canovaccio su cui basare le proprie fantasie, uno spazio sicuro e non prescrittivo. Ritengo che l’esperienza dell’elaborazione creativa di questo spazio intermedio e dei processi simbolici rappresentati nella fiaba, e l’autonomia, l’ampliamento della sfera di significati e l’energia emozionale che ne derivano, siano essenziali per la psicoterapia”.

Dott.ssa Federica Ariani

Psicologa- Psicoterapeuta