ARTICOLI

Qui di seguito trovate gli articoli che i nostri soci hanno pubblicato su diverse testate. Buona lettura.

BASTA ABBUFFATE! ->Percorso di consapevolezza alimentare

Questo percorso esperienziale 8in passato chiamato Basta abbuffate) NON è una psicoterapia di gruppo, ma vuole utilizzare il gruppo come luogo di confronto e di arricchimento. Ciò significa che non si dovranno condividere in gruppo vicende molto personali, ma solo ciò che è finalizzato all’apprendimento di modalità più salutari di convivenza con le emozioni e il cibo.

Per questo motivo questa attività non va in conflitto con un’eventuale psicoterapia individuale, ma anzi, la completa e le dà spinta.

Verranno utilizzate tecniche per trovare un nuovo rapporto con il cibo e gestire la fame emotiva.

Perché scegliere la nostra attività?

La nostra attività è focalizzata:

  • sull’individuare stili di alimentazione più funzionali e soddisfacenti, con il preciso obiettivo di ridurre fino ad azzerare le abbuffate e le attività compensatorie (vomito, uso di lassativi, digiuno, iperattività);
  • sull’imparare a far fronte alle proprie emozioni;
  • sul diminuire i pensieri e le preoccupazioni legati al cibo e al corpo;
  • sul diminuire la tendenza a cedere alle abbuffate.

Affrontiamo il rapporto con il cibo servendoci di tecniche innovative  che permettono di lavorare sulla consapevolezza, sulla perdita di controllo, fornendo strumenti di automonitoraggio dei pasti per far sì che la persona possa poi in autonomia utilizzare le modalità apprese nel gruppo.

Come si svolge l’attività?

L’attività è suddivisa in due parti: una in gruppo ed una a casa.

In gruppo verranno presentate e messe in pratica modalità di approccio consapevole al cibo. A casa gli approcci verranno applicati in autonomia, per poi dare un feedback al gruppo e alle conduttrici nell’incontro successivo.

A chi è rivolto?

A tutti coloro che hanno iniziato mille diete poi interrotte, che quando sono in ansia o arrabbiate aprono il frigo e/o la dispensa, che terminano il pasto senza prestare attenzione al sapore del cibo, che smettono di mangiare solo quando si sentono troppo pieni o è finito il cibo, che si sentono in colpa o falliti dopo aver mangiato.

Che cosa aspettarsi?

La frequentazione del gruppo e l’applicazione degli esercizi proposti porterà ad avere un diverso rapporto con il cibo: più consapevole, mettendo il relazione le emozioni e l’alimentazione, al fine di raggiungere uno stile di vita più equilibrato.

Quando e per quanto?

Gli incontri sono 10 e durano un’ora e mezza ciascuno. I gruppi si incontreranno settimanalmente o il venerdì mattina dalle 9 alle 10.30, oppure ogni due settimane il mercoledì dalle 18.00 alle 19.30. Un gruppo è cominciato mercoledì 14 febbraio (completo). Scrivici per prenotare il colloquio gratuito per formare il nuovo gruppo.  I GRUPPI COMINCIANO TUTTO L’ANNO.

I costi?

I 10 incontri di gruppo di gestione del peso corporeo per un totale di 15 h + 2 sedute individuali costano 200,00 €. Il prezzo include la quota associativa e l’assicurazione.

Per informazioni

Dr.ssa Querin 3396711781

Dr.ssa Pugno 3500261835

ecoassociazione@gmail.com

L’educazione sessuale e affettiva rivolta ai bambini: come, quando e perchè proporla.

Come si fanno i bambini?” La domanda arriva dal basso, dal cervello di un nanerottolo usualmente tenero, ma che in quel momento assume sembianze malefiche. Chiaramente lo spinoso quesito è posto in un momento inaspettato, in cui il genitore è completamente impreparato, a tavola o al supermercato, per esempio. Se il destinatario della domanda è un insegnante, si aggiunge un’ulteriore difficoltà: cosa gli avranno detto i genitori? Gli avranno già spiegato qualcosa? (E anche se se la sente di rispondere) qual è il compromesso tra essere chiaro e non incorrere nelle ire dei genitori?

Vecchie storie narravano così: I bambini nascono sotto i cavoli. Anzi no, li porta la cicogna. Oppure, se la questione proveniva da un ragazzino un po’ più grande, si ricorreva in emergenza a una strana storia di api e di fiori che gli confondeva ulteriormente le idee. Andava meglio a quei bambini a cui veniva risposto che i bambini nascono dall’amore dei genitori, o grazie al semino donato alla mamma dal papà. Per lo meno era qualcosa di più verosimile; probabilmente avevano finto di accontentarsi, aspettando che, un giorno, un amichetto che forse ne sa di più glielo spieghi meglio.

Molti adulti che oggi hanno sui quarant’anni hanno ricevuto come unica forma di educazione sessuale poche ore di spiegazione durante la scuola secondaria di primo grado. Un medico e/o un’ostetrica fornivano informazioni tecniche e asettiche sul sesso e sulla contraccezione, condite dal terrore (sacrosanto) delle malattie sessualmente trasmissibili.

Chi ha esperienza con i bambini sa bene che, già a cinque o sei anni, se non prima, richiedono informazioni pratiche sugli organi genitali, sulla gravidanza e sul parto; sono interessati alla “meccanica” della riproduzione. Sovente ricevono spiegazioni favolistiche o molto parziali a queste domande.

Successivamente, nel periodo fra gli ultimi anni della scuola primaria e quelli delle scuole medie inferiori, i cambiamenti del corpo e della mente conducono i ragazzi verso l’inizio della loro vita sessuale; cominciano a porsi domande sulla sessualità e sui criteri per orientarsi in questo territorio sconosciuto. Avrebbero bisogno degli strumenti per conoscersi, per capire se stessi e l’altro sesso, per prendere decisioni sensate e rispettose di se stessi; invece ricevono le informazioni tecniche che richiedevano cinque o sei anni prima (Veglia F., Pellegrino R., 2003).

Attualmente, l’educazione sessuale e affettiva precoce è considerata una modalità di prevenzione primaria delle gravidanze indesiderate e della trasmissione per via sessuale di malattie infettive. Inoltre, previene forme di sfruttamento, coercizione e abuso, discute pregiuzi e stereotipi legati all’essere maschio o femmina, previene discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere. Le informazioni trasmesse e le competenze promosse sono differenziate e adeguate per fasce d’età, come suggerito dalle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’educazione sessuale e affettiva è una materia di insegnamento obbligatoria nella maggior parte dei paesi dell’Unione Europea; fanno eccezione alcuni, tra cui, purtroppo, l’Italia. Perciò è necessaria una collaborazione tra le diverse agenzie educative, la scuola e la famiglia prima di tutto, nell’offrire a bambini e ragazzi la possibilità di avere informazioni e adulti e coetanei con cui discuterne.

L’educazione sessuale e affettiva non invita a fare sesso, ma si propone il delicato e fondamentale compito di preparare a relazioni adulte reciprocamente consensuali e rispettose del partner. Certo, non sempre ci si può improvvisare nel trattare un tema così intimo, ancora fonte di imbarazzo e tabù. Si invita i lettori a dare uno sguardo alla piccola bibliografia dell’articolo come punto di partenza per informarsi sull’argomento. Inoltre, l’Associazione Eco promuove corsi mirati, destinati a genitori, nonni, insegnanti ed educatori per riflettere sulle parole e sulle modalità con cui spiegare la sessualità a bambini e ragazzi.

I bambini ci spiazzano con le loro domande sull’amore, sulle differenze tra maschi e femmine e sull’origine della vita. Hanno bisogno di adulti che possano rispondere serenamente alle loro curiosità, in modo semplice e concreto, senza trascurare il significato relazionale della sessualità e le emozioni che accompagnano le diverse fasi della crescita.

Dr.ssa Valentina Congedo

Bibliografia

Del Re G., Bazzo G., 1997, Educazione sessuale e relazionale affettiva. Unità didattiche per la scuola primaria, Erickson Edizioni, Trento. 

Veglia F. , Pellegrini R., 2003, C’era una volta la prima volta. Come raccontare il sesso e l’amore a scuola, in famiglia, a letto insieme, Erickson Edizioni, Trento.

http://www.fissonline.it/pdf/STANDARDOMS.pdf

http://www.napolicittasolidale.it/portal/punto-di-vista/6247-capire-l-amore.html

http://www.valigiablu.it/educazione-sessuale-scuole/

workshop gratuito per i professionisti della salute

WORKSHOP GRATUITO IN
TECNICHE DI RILASSAMENTO
E RIDUZIONE DELLO STRESS – presentazione master

Principali TECNICHE:
Training autogeno
Mindfulness based therapy
Ipnosi Ericksoniana
Rilassamento progressivo di Jacobson

Per APPRENDRE COME:
Rilassarsi e recuperare le energie
Gestire ansie e stress, prevenire il burn out
Relazionarsi efficacemente col paziente
Intervenire con i pazienti su: disturbi d’ansia e depressivi,  psicosomatici, alimentari, dissociativi
29/09/2018 ore 10,00
presso APRI Onlus
Via Nizza 151 Torino

RECENSIONI MASTER

Si è da poco concluso il primo Master in tecniche di rilassamento e riduzione dello stress.

Ecco il riscontro dei partecipanti che hanno acconsentito alla pubblicazione.

 

Ho apprezzato il master sulle tecniche di rilassamento e riduzione dello stress innanzitutto per il taglio esperienziale. Inoltre ho gradito la disponibilità e la competenza nel rispondere a tutte le domande sul piano dell’utilizzo professionale e personale delle tecniche oggetto di apprendimento. Last but not the least: il tutto è avvenuto in un setting che ha dato risalto anche al gruppo come risorsa per la condivisione e come strumento di lavoro.
E.G.
Ho frequentato il corso di training autogeno e sono rimasta molto soddisfatta . Ho apprezzato molto anche l’alta professionalità del docente e la sua disponibilità nel seguirci durante l’intero percorso. Ho già iniziato ad applicare il metodo con alcuni pazienti. Ho apprezzato molto anche l’organizzazione del master nella sua totalità .
G.B.
Sono molto felice di aver partecipato a questo master, che si è rivelato, per me, talvolta impegnativo, ma sempre interessante e formativo.
Ho apprezzato molto il “taglio” pratico della formazione e la professionalità con il quale è stato condotto. Sono molto soddisfatta degli strumenti acquisiti.
V.O.
L’esperienza di questo master è stata ottimale sia da un punto di vista formativo che umano.
Formativo per la centralità che è stata data all’apprendimento delle tecniche tramite un taglio pratico e concreto. Ciò mi ha permesso di comprendere appieno come utilizzare le tecniche. Sperimentare su di noi allievi le varie modalità credo che sia lo strumento migliore per imparare come e quando trarne spunto nella pratica clinica.
Dal punto di vista umano ho apprezzato molto la scelta del piccolo gruppo in cui è possibile condividere e riflettere insieme sulle varie tecniche. Inoltre, i nostri tre docenti sono stati molto disponibili e competenti nell’aiutarci a comprendere il senso più profondo delle tecniche.

Insomma per me è stata un’esperienza molto positiva da tutti i punti di vista.

I.C.

PSYCHOTHERAPY IN ENGLISH (TURIN, MILAN AND SKYPE)

For more information contact us!

Dr. Valeria Lussiana tel 3402248813

ULYSSES SYNDROME: WHEN LIVING ABROAD IT’S TOUGH!

PSYCHOTHERAPY IN ENGLISH (TURIN, MILAN AND SKYPE)


In total, at this moment one billion of the inhabitants of the planet

lives the experience of emigration.

A third of humanity feels psychologically on the starting foot,

available or forced, lured or resigned

to begin again a life “elsewhere”.

(Federico Ramponi, 2012)

Associazione Eco has been proposing the “Low cost Psychoterapy” Project for 7 years now with the aim of giving to all those who request it, in financial troubles or not, the possibility to do a quality psychotherapy at low prices.

The initiative has been very successful, spreading above all among the students and young workers of Turin and the Province. In the last two years, however, we have noticed that requests from patients of foreign origins have increased, as have those of who have moved from Italy for study and work reasons.

In particular we worked, in the studio or via Skype, with people coming from or residing in different parts of the world: Morocco, Iran, Great Britain, Madagascar, Turkey, Romania, Peru, Germany, Austria, Holland, Portugal, Great Britain, USA , China.

Working with this group of people has allowed us to deepen the experiences of those who move to a foreign land and some critical issues that unite those who are facing such a big change have emerged.

The decision to leave can be dictated by the desire to make new experiences, to meet new people, to learn a language and to immerse oneself in a context different from one’s own or even to test oneself; in other cases it may not be the result of a free choice but of the urge to find a job or to meet the request of your company, or the needs of a partner forced to relocate.

Whatever the reason behind it, leaving is a complex psychological experience for everyone. It involves a phase of physiological crisis, because it forces a radical reorganization of one’s life that affects, at least momentarily, one’s sense of identity. In fact, the ties with significant people, one’s own things, language, climate and habits are lost and initially a strong feeling of extraneousness towards the new living environment can take over.

This situation goes by the name of Ulysses Syndrome, or emigrant syndrome, and can lead to idealize your country of origin, in which everything was beautiful and idyllic and to devalue the country of arrival, as a source of discomfort or suffering. Likewise, the exact opposite can also occur, once can elevate the host country as a promised land for the resolution of all his problems and denigrate his country as a place from which it was necessary to flee, the cause of all evil.

Both these behaviors, if led to the extreme, can be considered emotional disorders, in which the exaltation or excessive devaluation of one place or the other is the result of a distortion of reality on the wave of emotion.

This happens because finding oneself in an unexplored field can cause a certain emotional imbalance and lead to feelings of discomfort, if not fear, having to face a situation of change with the consequent fear of failure or loneliness or, more simply, feelings of anxiety for the breaking of the previous balances and the unknowns that will come.

The points of tension that can arise usually revolve around these 4 hinges:

Loneliness: at the beginning it may not be easy to find yourself far from your own affections and surrounded by people, even pleasant and nice, but with whom you haven’t shared a lot yet. Building solid and deep relationships takes time and you can feel nostalgic for your close friendships and struggling for the absence of moments of sharing and outburst.

Fear: this emotion, normal in every phase of transition, can concern the fear of change, the fear of not making it, of not being able to adapt, of not being able to fit in or fail and disappoint. When things do not go as you hoped or you are facing more obstacles than expected, you can experience depression, anxiety, insecurity and dissatisfaction with yourself.

The strangeness and the disorientation: starting your life in another country calls into question all your own points of reference. The safety and habits that we had before leaving collided with a new context, a new home, new rhythms and customs, different foods, but also new convictions, new passions or goals. Changing is certainly positive in terms of personal growth but involves a sort of eradication from one’s own past when, however, the destination background is still under construction.

In this phase, you can feel divided between two worlds: letting yourself be contaminated by the “adoptive” culture is necessary for the insertion to be successful, but at the same time it is important not to give up entirely to your own! In fact, identity is a structure that continuously shapes itself according to our interactions, to the relationships we establish with others and to our culture of belonging. Keeping the ability to perceive yourself constant in this continuous fluctuation of situations and meetings may not be easy and can cause feelings of strangeness.

Relationship management: usually, the choice to move concerns the person who decides or is forced to make the leap and is exclusively for the good of the same. Family members, classmates or friends, however they may dissimulate sadness and try to be happy and supportive, will suffer a removal that may not be easy to deal with. This awareness can lead to feelings of guilt in those who leave or concern for those who stay.

Moreover, although moving today has become easier and faster, it will not be possible to come home whenever you want to. Making choices, therefore, becomes necessary but also very difficult: better to return for the wedding of the best friend or for grandpa’s 90th birthday party?

Moreover, although desired, reunions after long separations are delicate moments that can also cause tensions: it is about re-knowing eachother, even close relatives, and rebuilding each time contact and relationship. For all these reasons, relationships can suffer from distance and end up deteriorating or stopping if we do not find effective ways of managing the emotional experiences.

All of these elements can affect our psyche and our body through symptoms such as:

Respiratory difficulties

Eating or sleeping disorders

Disorientation and dissociative symptoms

Apathy or depression

Isolation and difficulty in socialising

Anxiety and panic attacks

Sudden or uncontrollable crying

Nervousness

Excessive worry and recursive thoughts

Headache, nausea and other psychosomatic disorders

However, despite the condition of “migrant” now affects more than a third of humanity, the psychological distress of these people is poorly thought out and recognized. Living in an era in which, thanks to smartphones and technology, it is possible to greatly shorten the physical distances and overcome the spatial barriers we are building a common idea of ​​”citizens of the world“, able to move and adapt without limits and without any kind of emotional repercussion; as if the normal feelings of unease or nostalgia were now a hindrance to productivity and progress.

In the exercise of our professional activity it has also happened to come across people who, after returning from work or study experiences abroad, present psychological problems that are now chronic because they were experienced in solitude and without adequate support. Their suffering would certainly have been more contained if they could have found someone abroad to treat the illness at the very moment it was manifested. Often this happens due to the absence of a common language that allows one to express one’s thoughts and emotions even in a foreign land.

For this reason, the Associazione Eco, has thought about the need to offer an empathic and dialogic dimension for those who live in a foreign land in order to create a psychological space where they can feel recognized, where to place and reconstruct a common thread of their existence and where to overcome moments of “dissociation” in which the individual feels disoriented and risks developing ineffective ways of survival, with repercussions on work or school success.

Not being able to offer a service in all the languages ​​of the world we have thought of English as an effective way to break down the barriers within a psychological session, being now the most important language for exchanges and part of the baggage of the new generations!

Hence the new project of Psychological Therapy in English to respond to the growing requests from the numerous foreigners who live in our territory and who do not quite master Italian to undertake a treatment in our language.

The path foreseen by the Psychological Therapy Project in English includes 10 sessions at a discounted price for students and workers in need, starting from € 250. The first informative interview has a cost of € 10.

For more information contact us!

Associazione Eco

http://ecoassociazione.it/

Dr. Valeria Lussiana

3402248813

Nuovi nonni e nuovi nipoti: istruzioni per l’uso!

In Italia, al giorno d’oggi, le famiglie sono sempre più formate da coppie di genitori impegnati a tempo pieno nel lavoro. L’onere e l’onore di “badare” ai bambini viene spesso delegato ai nonni, o a parenti, tate, che possono dare una mano nelle ore che i bambini trascorrono al di fuori delle istituzioni scolastiche.

Dopo i pochi mesi di maternità, concessi dai contratti lavorativi, spesso la mamma è costretta a rientrare al lavoro, e, si sa, nelle graduatorie di accesso al nido pubblico è molto difficile rientrare, e quando l’alternativa è privata, è spesso anche troppo costosa … per cui cosa si fa? Nel tentativo di trovare la soluzione migliore e di affidare i piccoli a persone fidate e di famiglia, ci si rivolge in genere a chi non ha più grossi impegni lavorativi, che ci vuole bene, che ha voglia di mettersi ancora e di nuovo in gioco per i nostri bambini …chi se non i nonni?!

Ed ecco un esercito di ex genitori che si cala nuovamente nei vecchi panni e rimette mano a passeggini, pannolini, biberon… ma con un ruolo diverso, con un’età diversa e in tempi molto diversi. I nipoti, solitamente, suscitano nei nonni un sentimento nuovo, che induce a dare e ricevere amore incondizionato: accanto ad un bambino che deve crescere non c’è tempo per pensare alla vecchiaia.

Inoltre il miglioramento dell’aspettativa e della qualità della vita permette oggi agli ex-giovani, cresciuti nel periodo del boom economico, di poter avere in genere tempo e salute per dare una mano ai propri figli che non vivono lo stesso periodo storico di prosperità, in molti casi.

Per i bambini avere dei nonni significa avere delle figure di riferimento che li accompagneranno in modo stabile, un punto fermo, certo, in un periodo di precarietà economica, ma soprattutto relazionale, dove la fragilità delle coppie è spesso un problema del quotidiano.

E’ proprio in quella relazione che unisce insieme passato e futuro che avviene una condivisione inaspettata, in cui spesso ci si intende anche senza parlare, soprattutto quando i bambini sono ancora nel periodo dell’infanzia.

I nonni sono lo strumento attraverso cui i bambini di oggi incontrano il passato, attraverso i loro racconti conoscono altri modi di vivere, altri luoghi, altre usanze, altre modalità di relazionarsi che oggi non esistono più: questa narrazione è importante non solo perché permette loro di conoscere le proprie origini, la propria storia, la provenienza della propria famiglia, ma è fondamentale soprattutto per cercare di preservarli dalla cultura dell’omologazione. Una mente che conosce una sola prospettiva, quella che vede, che vive, è poco capace di creare alternative, fa fatica a sognare, ad immaginare, non sa creare.

Ogni bambino ed ogni età hanno le proprie richieste da accogliere, chi non ha neonati e lattanti da accudire, si trova magari a gestire nipotini dopo l’asilo o dopo le scuole elementari…bambini energici e carichi di desideri e aspettative: “Chi mi porta domani a calcio? Chi mi accompagna in piscina? Posso andare a fare i compiti dalla mia amichetta? “

Spesso a tutte queste, e a molte altre esigenze, rispondono prontamente i nostri super nonni.

I nonni di oggi sono diversi dalle anziane persone che raccontavano dei tempi della guerra e dispensavano saggi consigli sull’uscio di una porta, quando noi adulti di oggi eravamo bambini: oggi sono giovanili, hanno a volte ancora in parte un ruolo professionale, escono con gli amici, guidano, viaggiano e soprattutto sono aperti e curiosi. Sono nuovi nonni perché non ripetono i copioni della loro infanzia, non ricalcano i rapporti che hanno avuto con i loro figli, hanno concepito i mutamenti del tempo e sono giunti all’appuntamento con il loro ruolo di nonni molto cambiati: sono persone che hanno interiorizzato una diminuzione del senso del dovere e un aumento di possibilità di poter ottenere piacere. Un piacere che si concretizza nella loro voglia di occuparsi dei nipotini, trascorrere del tempo di qualità con loro, in cui giocare condividere fantasie, viaggiare o chattare con gli adolescenti.

Si rimettono in gioco per aiutare la famiglia, ma molto spesso nessuno li supporta nella loro nuova sfida educativa, pensando che, essendo loro già stati genitori, non abbiano più niente da imparare sui bambini. Questo pensiero, in parte, può essere condivisibile, ma forse non si tiene conto talvolta di alcune considerazioni importanti: i nuovi nonni sono sicuramente più sprintosi, più sportivi, più moderni, ma sono pur sempre appartenenti ad una vecchia generazione rispetto ai bambini “smart” di cui si trovano ad occuparsi!

“I bambini sono pur sempre bambini…” , qualcuno sostiene, è vero, ma sono bambini che giocano con cose nuove, con un linguaggio nuovo, che hanno stimoli diversi, che corrono verso un futuro che cambia velocissimo con continue proposte, con internet, con la tecnologia.

Pur armati di buona volontà e buoni propositi per crescere al meglio i propri nipotini, ben presto si trovano di fronte ad una serie di interrogativi e sfide complessi da affrontare: come si fa ad essere autorevoli, a farsi ascoltare e rispettare, senza rinunciare alle coccole e alla tenerezza? Come faccio se sono in disaccordo con i suoi genitori? Come si fa a impartire regole che non si condividono? Qual è il mio ruolo? Fino a dove posso spingermi se le mie idee divergono da quelle dei genitori del bambino? E se disobbedisce come mi comporto? E quando fa i capricci come lo gestisco? E i compiti? Riesco ad aiutarlo, posso/devo farlo? Cosa può mangiare? Quanto deve mangiare? Può guardare la tv? Per quanto tempo? E Internet? Glielo lascio usare? Sono capace di gestirlo e controllarlo quando è sul web? E così via…

Inoltre proprio l’importanza del ruolo che ricoprono per i nipoti li sottopone ad un sistema di aspettative, richieste, pressioni e anche ricatti affettivi difficili da gestire, sentendosi talvolta soverchiati dagli impegni, affaticati e oppressi dall’ansia e dallo stress delle responsabilità.

I nonni dovrebbero essere finalmente liberi dal dovere di educare e concentrarsi soltanto sul piacere di stare insieme ai bambini, usando la fantasia e il gioco, anziché severe regole: si trovano coinvolti in un percorso emotivamente complesso, nella ricerca di un’autorevolezza, che prenda forma in un rapporto fatto di intimità, tenerezza e gioco, una nuova dimensione dal significato inestimabile.

Spesso lo scontro è su tematiche legate al pericolo, al compromesso tra autonomia e controllo, alla libertà, in una realtà che ha generato, a causa della cronaca che tutti noi leggiamo ogni giorno, un terreno ansiogeno per le modalità di trascorrere il tempo dello svago: una contraddizione costante tra iperproteggere ed emancipare, che contraddistingue spesso gli stili educativi familiari negli ultimi anni.

E’ inoltre molto complesso decidere come comportarsi in modo corretto quando le relazioni e le dinamiche intrafamiliari diventano instabili e le decisioni prese non condivise, i nonni si trovano circondati da una pluralità di valori che non comprendono talvolta del tutto e a degli stili di vita molto differenti dalle proprie abitudini, che devono in ugual modo sostenere pur non essendo loro decisioni. Pensiamo a famiglie in cui si presentano trasferimenti temporanei per motivazioni lavorative di un genitore, a trasferte forzate imposte dai posti di lavoro, orari sfasati e turni incompatibili, magari in giorni festivi o weekend, oppure coppie che non trovano altra soluzione che allontanarsi per problemi relazionali o per prendersi i propri spazi.

I bambini, anche se non lo danno a vedere, soffrono la precarietà e la fretta costante del loro nucleo familiare, poiché sono profondamente abitudinari, cercano le loro basi sicure nelle persone importanti che hanno al loro fianco, e i cambiamenti spesso turbano la loro serenità e la loro stabilità, e li costringono a mettere in atto complesse strategie mentali per ritrovare un equilibrio e un senso di sicurezza. In questo trambusto quotidiano, in cui siamo tutti coinvolti, i nostri bimbi hanno un’occasione speciale quando beneficiano della presenza di un nonno che sta lì per loro, che può dedicargli del tempo senza fretta, che può ascoltarlo con pazienza e farsi raccontare le loro esperienze e le loro emozioni, i loro piccoli e grandi problemi.

Essere nonni non implica necessariamente un legame di parentela: è diverso il figlio della compagna di mio figlio dal nipotino che lui ha avuto dal precedente matrimonio? E’ diverso il mio nipotino adottato dal mio nipotino naturale? E’ diverso per me il figlio del vicino a cui voglio bene come fosse mio figlio? La “nonnitudine” non è questione di genetica, di legami di sangue: è questione di affetto e di relazioni importanti. Essere presenti nelle loro vite in modo emotivamente attivo e dedicato è quello che rende i nonni figure importanti nelle loro vite.

Queste sono solo alcune delle riflessioni e degli interrogativi che abbiamo raccolto nel corso della nostra esperienza di vita, clinica e lavorativa, e che ci hanno fatto pensare che forse la nostra società non si occupa a sufficienza delle esigenze emotive e pratiche dei nonni operativi nelle nostre famiglie, che non viene loro proposto uno spazio e un tempo dedicato, in cui poter esprimere i loro dubbi e le loro difficoltà, poterle condividere con chi vive esperienze simili e confrontarsi in una situazione di accoglienza e di ascolto che potrebbe fornire loro qualche spunto di riflessione e qualche occasione di informazione. Proprio per questa ragione abbiamo pensato di creare l’iniziativa “Nonni 2.0”, uno spazio e un’occasione per parlarsi, confrontarsi e sostenersi tra colleghi nonni, supportati da due psicologhe.proposta incontri e link al volantino.

IL SENSO DI COLPA

Vai al workshop per Liberarsi del senso di colpa

Emozioni come la colpa, la vergogna o l’imbarazzo sono definite emozioni sociali o autoriflessive. Esse richiedono la capacità di introspezione e valutazione della propria condotta alla luce delle norme sociali e degli standard morali condivisi dalla cultura di appartenenza. Le emozioni autoriflessive rivestono un’importante funzione adattiva nella vita dell’uomo poiché rappresentano dei potenti strumenti di socializzazione, favorendo il mantenimento dei legami sociali. Gli studi sulle emozioni hanno evidenziato come gli effetti della socializzazione siano particolarmente importanti nella genesi della colpa.

Dal punto di vista cognitivo, il senso di colpa è un’emozione che si prova quando si è convinti di aver causato un danno e deriva dal pensiero di essere responsabili della sventura di qualcun altro. Quando il senso di colpa diventa eccessivo e persistente si crea un’illusione, un “pensiero automatico” che ci fa credere di essere la causa dei danni altrui, spesso interpretando erroneamente i fatti.

In psicologia, si posso distinguere 5 tipi diversi di senso di colpa:

1. SENSO DI COLPA PER CIÒ CHE HO FATTO

Ho fatto qualcosa di sbagliato. Questo errore può provocare un danno (fisico o psicologico) ad un’altra persona. Spesso il senso di colpa può nascere per aver violato il proprio codice etico o per aver ripetuto qualcosa che ci eravamo promessi di non fare più.In questi casi sentire il senso di colpa per aver attuato un comportamento indesiderato è normale. In realtà sarebbe un problema il contrario. Ma una volta che il fatto è successo non possiamo più modificarlo, il passato non si può cambiare. In questi casi l’unica cosa possibile è scusarsi e poi scoprire come evitare di commettere lo stesso atto in futuro. Inoltre può aiutare ricordare che non sempre gli altri attribuiscono alle nostre azioni ed ai nostri pensieri tutta l’importanza che attribuiamo noi.

2. SENSO DI COLPA PER CIÒ CHE NON HO FATTO, MA CHE DESIDERO

In questo caso stiamo pensando e immaginando di fare qualcosa che ci allontani dal nostro codice morale o che risulti illecito (per esempio stiamo desiderando qualcuno che non è il/la nostro/a compagno/a).In questo caso subentra un senso di colpa più difficile da gestire. Il pensiero genera un senso di colpa paragonabile ad aver commesso il gesto stesso. Il timore di cadere preda dei propri sentimenti e dei relativi comportamenti può diventare più angosciante del senso di colpa che si genererebbe assecondandoli. L’ACT, Acceptance and Commitment Therapy, suggerisce di riconoscere questi pensieri “illeciti”, accettarli come parte di ciò che siamo in questo momento e di impegnarsi a cambiare il comportamento in modo da non assecondarli. Il far finta di nulla, rinnegare e nascondere alimenta il vissuto di ansia e senso di colpa.

3. SENSO DI COLPA PER QUALCOSA CHE PENSI DI AVER FATTO

Secondo la teoria cognitiva, gran parte delle nostre infelicità e dei vissuti emotivi negativi nascono dai pensieri irrazionali sulle situazioni. Se penso di aver fatto qualcosa di sbagliato, posso provare un senso di colpa con un’intensità del tutto analoga o addirittura superiore a quella provata nel caso in cui abbia commesso l’atto. Molto spesso il senso di colpa si attiva attraverso un pensiero “magico” legato al fatto che possa succedere qualcosa di negativo o dannoso ad un’altra persona. Per esempio fantastico che il fato preservi qualcosa di brutto ad un rivale in amore: se poi succede veramente qualcosa di brutto, in qualche modo incomincio a credere che dipenda dal mio desiderio, pur sapendo che è illogico. Inoltre se aggiungiamo il fatto che la nostra memoria sia fallace, pur sapendo di non aver fatto nulla di sbagliato, quando ci sono i sentimenti di mezzo basta poco per insinuare dubbi e sospetti fino a modificare i nostri ricordi e convincerci di aver commesso errori non fatti. In questi casi, prima di autoaccusarsi, è essenziale fare una attenta analisi degli eventi e rimanere ancorati alla realtà per non distorcerla.

4. SENSO DI COLPA PER NON AVER AIUTATO ABBASTANZA

Questo senso di colpa si genera quando abbiamo dedicato il nostro tempo libero ad un amico o ad un parente (es. perché malato), ma poi abbiamo altri impegni che dobbiamo assolutamente assolvere. In questo caso il senso di colpa si attiva facendoci cercare disperatamente il modo di aiutarli, senza accorgerci che la situazione sta avendo delle ripercussioni su noi stessi. In psicologia spesso si parla di “fatica da compassione, quel processo per il quale ci si identifica talmente nelle situazioni che ci circondano che si finisce per disperdere le proprie energie fino a sentirsi svuotati. Il disagio provato è simile al burn-out. In aggiunta al carico emotivo della situazione e alla fatica contingente, si somma così il senso di colpa perché penso di non riuscire a fare abbastanza.Risulta quindi opportuno distinguere bene il desiderio di aiutare qualcuno dal senso di colpa che altrimenti finirà per sommergerci, ci farà sentire svuotati fino a renderci veramente un aiuto meno efficiente.

5.   SENSO DI COLPA PER AVERE PIÙ DI UN ALTRO, STARE FACENDO MEGLIO DI UN ALTRO

L’esempio più rappresentativo è quello del senso di colpa dei sopravvissuti.Tralasciando lo specifico di questo esempio, il senso di colpa può comparire quando sto vivendo una situazione più favorevole rispetto alle persone che abbiamo vicino. Per esempio, uno studente universitario può auto-sabotare i suoi studi, sapendo che ha delle opportunità (di studio e di lavoro) che non avevano avuto i genitori ai loro tempi. Per “proteggere” le persona che abbiamo vicino, possiamo arrivare a mettere in atto inconsapevolmente dei comportamenti autodistruttivi. Per staccarsi da questo senso di colpa, bisogna ricordarsi quanto siano in realtà orgogliosi e felici le persone che ci amano veramente, che il proprio fallimento non darà opportunità passate agli altri.

Sicuramente il senso di colpa è un’emozione complessa e articolata, ha una funzione adattiva e senza non si può vivere, ma se rimane persistente e con un’intensità elevata, condiziona la nostra libertà di azione fino a farci sentire in trappola. Per questo è importante conoscerne i risvolti psicologici sottostanti per capire quando la colpa è appropriata e quando non lo è, come superarla sciogliendo i legami che ci legano ad essa.

 

LE COPPIE FELICI

Cosa si intende per coppia? Esistono davvero coppie felici?

Partendo dalla riflessione su cosa si intenda per Coppia, si può cominciare dal presupposto che una coppia non è semplicemente la somma di due persone, ma qualcosa di più. In una coppia troviamo un io, un tu e un noi, una terza parte che origina nel momento in cui si costituisce la coppia: un incontro di due persone, due vissuti, due storie, che nel momento cui si scelgono danno origine a un Noi, simboleggiato dal legame, e la cura di questo legame rappresenta il compito di cui la coppia dovrà occuparsi per sempre.

L’essere coppia implica una progettualità, significa impegno in un progetto comune da coltivare giorno per giorno, in un percorso che si snoda attraverso diversi passaggi. Tutte le coppie attraversano, durante il loro sviluppo, delle fasi caratteristiche: dall’innamoramento, alla disillusione, alla definizione di una propria identità di coppia, alla costituzione di un nucleo familiare. Tali fasi scandiscono l’evoluzione della coppia comportando la gestione di cosiddetti eventi critici o crisi, che stimolano processi di cambiamento e il cui superamento permette il passaggio da una fase all’altra: in tali circostanze è importante che la coppia possa affrontare e gestire le trasformazioni in atto, affrontandole in maniera efficace e propositiva. A tutto ciò, si aggiungono le problematiche attorno a cui sovente possono sorgere discussioni o conflitti, che riguardano la gestione del budget familiare, i rapporti con le rispettive famiglie d’origine, l’organizzazione delle incombenze domestiche, la capacità di conciliare la vita familiare con quella professionale, la vita intima e sessuale, questioni riguardanti i figli.

Tutte questo riguarda tutte le coppie, felici e non felici.

Ma cosa caratterizza la coppia felice? Al di là della felicità, concetto dalla valenza prettamente soggettiva, è possibile che le coppie felici si caratterizzino per la loro capacità di gestire e affrontare le inevitabili crisi in modo costruttivo e sano, attraverso l’ascolto, il confronto e il rispetto reciproco, uscendone rinforzati, preservando la qualità della loro relazione, utilizzando le proprie risorse, accogliendo e valorizzando anche le reciproche differenze. Così descritta, sembra un’impresa di difficile realizzazione!

Quindi… Come diventare una coppia felice? Come curarsi di sé e dell’altro in una relazione affettiva profonda e significativa?

Innanzitutto è utile partire dalla riflessione sul livello di conoscenza reciproca, seguita dalla presa di consapevolezza del proprio grado di felicità nella coppia: quanto conosco il mio partner? Quanto sono felice e soddisfatto in questa relazione? E’ poi importante considerare e valutare le strategie utilizzate da entrambi i partner per affrontare le difficoltà, quanto sono pensate e condivise all’interno della coppia. Ancora, si può passare a riflettere su quale contributo ciascuno porta nella coppia e come poter cambiare per aumentare il livello di soddisfazione reciproco, prendere in esame aspettative, speranze, paure, passate, presenti e future. Infine un’attenta considerazione andrà rivolta alle modalità comunicative utilizzate, al fine di modificare quelle disfunzionali, poiché una comunicazione chiara, onesta e sincera, basata su un attento contatto visivo, è fondamentale per preservare la qualità del legame.

Per chi sentisse bisogno di un supporto nell’affrontare questo percorso, il nostro workshop sulle Coppie felici è finalizzato ad offrire alle coppie le competenze necessarie per favorire la buona riuscita della relazione. Lo sviluppo di tali riflessioni sarà reso possibile dall’uso di strumenti pratici e tecniche simboliche ed esperienziali che consentiranno di ri-scoprire la coppia, valorizzandone l’evoluzione e il percorso nel tempo, offrendo spunti di riflessione e opportunità di presa di consapevolezza e cambiamento.

COME TRASFORMARE LE “CRISI” PERSONALI IN UN’OCCASIONE

Il termine crisi in greco indica il momento di scelta, decisione, quindi non ha una valenza negativa come generalmente gli attribuiamo: sono in crisi (sto male, non so che fare, aiuto). Ritornando al significato originario è invece un’occasione di rivalutazione, svolta, cambiamento, non è necessariamente un problema.

Considerando poi gli eventi di vita che possono mandare in crisi alcuni hanno una valenza prettamente negativa quali la malattia fisica, i disturbi psicologici, la perdita del lavoro, il rapporto di coppia che non funziona, altri un valore positivo o neutro: matrimonio o nuova convivenza, nascita di un figlio, laurea, viaggio, promozione, trasferimento. Quello che accomuna questi eventi di vita è che viene destabilizzato un equilibrio individuale e/o di coppia raggiunto fino a quel momento.

Come possiamo porci in modo utile in una crisi? Ignorarla, contrastarla, rifiutarla, affrontarla, gestirla, sfruttarla..……

La strategia metto la testa sotto la sabbia e aspetto che la tempesta passi non ci permette un ruolo attivo di scelta, si rischia che gli altri decidano al posto nostro e quello che viene deciso dagli altri può non piacerci ed andare incontro ai nostri bisogni.

Contrastare e rifiutare la crisi è come lottare contro i mulini a vento, cioè inutile e dispendioso di energie, le nostre energie canalizziamole nel cercare un cambiamento che ci faccia star bene.

Affrontare la crisi, gestire le nostre paure dell’ignoto e la sofferenza del momento (anche semplicemente accettando di avere paura, che è naturale essere spaventati da una situazione nuova e che il malessere del presente non significa star male anche in futuro), sfruttare l’occasione per cercare nuovi equilibri e apportare cambiamenti utili al nostro benessere individuale e/o di coppia.

Come affrontare la crisi, gestire la paura del cambiamento e sfruttare l’occasione al meglio?                 Il nostro workshop sul “Trasformare la crisi in un’occasione” aiuta a trovare le strategie personali per non farsi sommergere dalle crisi ed eventi di vita e cercare di andare verso i cambiamenti desiderati.

“NON HO TEMPO” E’ SEGNO DI INEFFICIENZA

Credo che lo sappiate perché ve l’hanno già detto. E vi siete ripromessi più volte di cambiare, organizzarvi e gestire meglio le vostre attività per trovare (anche) quel tempo che serve a voi, per pensare, per leggere o per scrivere e per dedicarvi a quella piccola attività che avete sempre desiderato. Per non parlare di quel libro che avete cominciato, avete letto fino a pagina 40 e poi siete rimasti fermi. E magari sono passati più di sei mesi.

 

Quando hanno chiesto a Woody Allen come riuscisse a scrivere così tanto, lui ha risposto semplicemente: “Mi metto alla scrivania e scrivo”. E non è una presa in giro, è un dato di fatto. Ci si mette a lavorare, concentrati e si finisce e poi si passa ad altro, ci si organizza nel senso che le proprie attività vanno pianificate sulla base degli obiettivi e delle priorità. Insomma, in poche parole l’efficienza si può apprendere ed applicare.

 

Innanzitutto l’efficienza va definita come l’insieme delle risorse utilizzate per realizzare un dato compito, nel senso che magari riesco comunque a leggere un libro, ma ci metto un anno, e non mi ricordo neanche più l’inizio e sono comunque efficace, perché ho fatto ciò che volevo fare. Ma ho utilizzato troppe risorse oppure le ho usate male e mi sento come una macchina vecchia che rende poco e consuma un sacco di carburante.

 

L’efficienza si può apprendere in diversi ambiti, ad esempio in quello economico, nel controllo di gestione, con l’utilizzo di software e nella gestione del personale, ma si tratta di pratiche che possono poi essere applicate anche nella vita quotidiana, nella vostra vita.

 

Cos’è che ci rende inefficienti? Siamo noi stessi l’ostacolo alla nostra efficienza.

Come e perché? La nostra emotività ci può paralizzare, mandarci nel pallone, confonderci sul cosa fare prima e quando, rendendoci improduttivi e frustrati.

Come possiamo migliorare la nostra efficienza? Imparando a gestire le nostre risposte emotive così poi da organizzarci, darci delle priorità, perseguire gli obiettivi.

 

Quando? Partecipando al nostro workshop inizierete a trovare la vostra via all’efficienza.

 

CHI SONO I CONDUTTORI?

Dott.ssa Lorena Ferrero, psicologa e psicoterapeuta

Dott. Walter Caputo, docente di Controllo di Gestione