ARTICOLI

Qui di seguito trovate gli articoli che i nostri soci hanno pubblicato su diverse testate. Buona lettura.

Le 30 domande sul Papilloma Virus che avreste sempre voluto fare (e alle quali forse non avevate trovato risposta)

Perché una Psicoterapeuta decide di scrivere un articolo sul Papilloma virus?

Perché sempre più di frequente mi capita, tra le mie pazienti, di riscontrare stati di forte ansia e paure, accompagnati da molti dubbi, legati sia al Papilloma virus che ai test effettuati per diagnosticarlo.

Va specificato che la mia fascia principe di pazienti va dai 25 ai 35 anni, pertanto è più facile che si presenti il problema del Papilloma virus nel loro percorso di vita (vedremo perché alla domanda 4).

Ascoltando le mie pazienti avevo, tuttavia, la sensazione che molte delle loro paure fossero ingigantite e probabilmente ingiustificate e mi è sembrato che una buona informazione potesse già ridurre di molto il loro stato emotivo.

Approfondendo l’argomento mi sono ritrovata però, come molte, a ricevere da internet tante informazioni discordanti, a riceverne poche dal Servizio di Prevenzione Serena della Regione Piemonte e a faticare nel trovare un numero verde o un front office che rispondesse alle mie domande. A questo punto mi era chiaro lo stato di confusione e allarme delle mie pazienti (e, spesso, dei loro compagni).

Ho deciso perciò di rivolgermi a dei professionisti, cercando un Ginecologo preparato sul tema e disponibile ad addentrarvisi insieme a me, rispondendo in modo esaustivo alle mie domande (che poi sono le domande che più spesso mi sento rivolgere in seduta), per cercare di fare un po’ di chiarezza.

Questo articolo è frutto, quindi, della preziosa collaborazione della Dott.ssa Chiara Perono Biacchiardi, classe 1973, Ginecologa specializzata in senologia chirurgica e patologia pre-neoplastica del basso tratto genitale.

Dirigente medico dell’Unità Operativa di Ginecologia Mini Invasiva dell’Ospedale Evangelico Valdese di Torino fino al 2012, ha poi frequentato il Servizio di colposcopia dell’Ospedale di Asti ed, attualmente, è dipendente dell’Ospedale Martini presso la Struttura complessa di Ginecologia e Ostetricia. Come libera professionista, opera presso lo studio Gin&Co di Torino. E’ inoltre accreditata presso la Società italiana di colposcopia e partecipa regolarmente ai Congressi di formazione sull’HPV, ai Congressi nazionali di colposcopia e a quelli annuali sullo Screening del cervicocarcinoma a Torino.

Quello che segue è un corpus di informazioni con un buon grado di dettaglio che, speriamo, possa rispondere ad alcune delle domande (e delle ansie) più comuni.

Per semplificare la consultazione ho pensato di ideare una piccola mappa:

  • se sei giovane e non hai mai sentito parlare dell’Hpv, clicca qui e troverai tutte le informazioni di base

  • se hai già effettuato un pap test, clicca qui e avrai informazioni sull’iter di screening

  • se sei in coppia, clicca qui e riceverai informazioni sul virus nella vita a due

  • se sei un genitore o se sei interessato a vaccinarti, clicca qui e saprai di più sui vaccini

  •  se sei un uomo, clicca qui e saprai se il virus può contagiare anche te
  • se vuoi saperne di più sulla situazione ad oggi e sulle problematiche psicologiche legate all’Hpv, clicca qui.

Senza ulteriori indugi, ecco quindi le 30 domande sul Papilloma Virus che avreste sempre voluto fare (e alle quali forse non avevate trovato risposta)!

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Puoi farlo acquistando il nostro ebook, dove troverai informazioni più approfondite su questa tematica: storia, screening, vaccinazione, situazione alla pubblicazione dell’articolo e ricadute psicologiche sull’individuo, la coppia, la sessualità e la procreazione.

Dr.ssa Valeria Lussiana

All’origine del linguaggio: il pettegolezzo

Fonte: pixabay

Un bambino impara in media 10 parole ogni giorno, l’equivalente di una nuova parola ogni 90 minuti della sua vita considerando le sole ore di veglia, raggiungendo a 18 anni un vocabolario di circa 60.000 parole.

Questa è un’impresa straordinaria che nessun altro animale sa compiere. Neppure le scimmie, benché siano i nostri parenti più stretti e quelli con cui condividiamo gran parte del nostro Dna. Come è dunque possibile che noi, discendenti dalle scimmie, abbiamo questo straordinario potere che esse non hanno?

Secondo alcune teorie, la soluzione di questo enigma sta nel modo in cui usiamo la nostra capacità di comunicare: sembra che la domanda più giusta per scoprire come si sia sviluppato il linguaggio sia chiedersi per cosa lo usiamo. Per rispondere dobbiamo considerare che siamo esseri sociali e il nostro mondo, non meno di quello delle scimmie, è tutto racchiuso nella vita sociale quotidiana.

La prossima volta che andate in un bar, se ascoltate per un istante le persone che vi sono vicine, scoprirete che la loro conversazione riguarda per 2/3 argomenti come chi fa cosa, con chi la fa, se sia opportuno o meno, ecc. Ma quand’anche si ascoltassero conversazioni nelle sale di ritrovo dell’università o di società multinazionali, ossia al centro stesso della nostra vita intellettuale e commerciale, la situazione non sarebbe affatto diversa.

Consideriamo anche il mondo della carta stampata: fra tutti i tipi di libri che si pubblicano ogni anno è la narrativa a prevalere come volume di vendita e ai primi posti delle vendite non ci sono i romanzi degli scrittori migliori bensì i romanzi Rosa.

Infine, anche nei quotidiani, la maggior parte delle colonne di testo (più del 70%) è dedicato ad articoli di interesse umano, articoli il cui unico scopo sembra essere quello di permettere al lettore di diventare una sorta di voyeur della vita intima di altri individui.

La nostra capacità linguistica tanto celebrata pare, quindi, che venga usata principalmente per scambiarci informazioni su questioni sociali; pare che siamo interessati soprattutto a parlare gli uni degli altri.

Persino la struttura della nostra mente sembra rafforzare questa impressione.

Il linguaggio è stato spesso considerato un epifenomeno, cioè qualcosa che è apparso come prodotto secondario di altri processi biologici, in particolare come conseguenza delle dimensioni eccezionalmente grandi del nostro cervello che hanno consentito l’insorgenza di questa abilità, e non si è cercata altra spiegazione.

L’ipotesi che Dunbar propone nel suo libro “Dalla nascita del linguaggio alla Babele delle lingue” deriva, invece, dall’idea che vi sia un’origine più complessa e, per capirla, dobbiamo tornare a quando eravamo ancora scimmie piuttosto comuni.

Scimmie

Osservando i primati salta subito all’occhio che essi vivono in gruppi e lo fanno perché il gruppo è una forma di difesa contro i predatori. La socialità è in effetti al cuore stesso dell’esistenza dei primati ed è la loro principale strategia evoluzionistica perché gli permette di coalizzarsi contro il pericolo.

Dunbar, osservò che, curiosamente, al centro della vita dei primati c’è la pulizia sociale della pelle, comunemente detta “spulciarsi a vicenda”. Nella maggior parte delle scimmie più sociali, questo impegno porta via il 20% della giornata. Un tempo enorme se si pensa che l’animale deve anche pensare a procacciarsi il cibo. Quindi perché sprecare così tanto tempo?

Pare che la pulizia della pelle sia intimamente connessa alla disponibilità di un animale ad agire in seguito come alleato di un altro individuo. Fra le scimmie antropomorfe il tempo dedicato a questa operazione nel corso della giornata è grosso modo correlato con le dimensioni del gruppo. Questo fatto ha un senso ben preciso: se la pulizia sociale della pelle è il collante che assicura la salvezza delle alleanze, quanto più tempo si dedica alla cura del proprio alleato tanto più efficace sarà l’alleanza. E quanto più grande diventa il gruppo, tanto più ha senso investire più tempo a coltivare i propri alleati.

Ma c’è un secondo aspetto. I biologi sottolineano che qualsiasi specie altamente sociale è soggetta a un rischio considerevole di sfruttamento da parte di imbroglioni: individui che riescono a ottenere un beneficio a tue spese promettendo di ricambiare in futuro, cosa che però non faranno mai. E’ stato dimostrato matematicamente che lo “scrocco” diventa una strategia tanto più efficace quanto più crescono le dimensioni dei gruppi: in gruppi grandi e dispersi l’imbroglione può sempre anticipare di un passo la scoperta delle sue malefatte e il problema è che le scimmie non possono avvertire i compagni dell’inganno.

La loro comunicazione, infatti, sembra esser limitata alla capacità di associare dei suoni a dei predatori per dare l’allarme.

Alla luce di tutto ciò, si può dire che le scimmie abbiano al massimo posato un piede sulla scala del linguaggio. Com’è possibile quindi che i nostri antenati abbiano invece compiuto un balzo in avanti? Per capirlo, dobbiamo dare un’occhiata alla struttura del nostro cervello.

Umani

Il cervello dei mammiferi risulta composto da tre sezioni principali: il cervello primitivo o rettiliano, il cervello medio e altre aree subcorticali e infine la corteccia, lo strato esterno, che è praticamente esclusivo dei mammiferi. All’interno di questa architettura generale, però, il cervello dei primati ha un carattere insolito: la neocorteccia, che potremmo definire la parte pensante del cervello, la regione in cui ha luogo il pensiero cosciente.

Alla fine degli anni ’90, Dunbar, incontrò una correlazione, e anche notevolmente buona, fra la grandezza della neocorteccia e quella dei gruppi sociali. Cioè, egli scoprì che la neocorteccia cresce all’aumentare della complessità sociale perché aumenta all’aumentare della quantità di informazione che un animale sociale deve elaborare.

Sembra quindi che l’evoluzione avesse necessità di assicurare la coesione di grandi gruppi e spinse quindi per la selezione di un encefalo più grande.

Se questo è vero, dovremmo trovare una relazione tra la grandezza della neocorteccia e quella dei gruppi sociali. Cioè, se le scimmie con la loro neocorteccia sono in grado di tenere a bada un gruppo di 55 individui circa (la grandezza media dei gruppi di primati), la misura della neocorteccia negli umani dovrebbe, mantenendo il rapporto, indicarci qual è il numero massimo di persone che possiamo gestire in un gruppo.

Con i dovuti calcoli troviamo che per gli esseri umani si potrebbe prevedere una grandezza massima dei gruppi di circa 150 individui.

Cercando tra i vari tipi di gruppi umani, i clan risultano essere i maggiori fra i raggruppamenti in cui ognuno conosce non solo l’identità di tutti gli altri ma anche in che modo ognuno è imparentato con gli altri. E risulta, in effetti, che i clan si attestino sulle 150 persone.

Questo e altri risultati della ricerca di Dunbar, considerati globalmente, suggeriscono che le società umane contengono, sepolto in sé, un raggruppamento naturale di circa 150 persone. Questi gruppi non hanno una funzione specifica ma sono conseguenza del fatto che il cervello umano non può sostenere in ogni tempo dato più di un certo numero di relazioni di una data intensità.

A questo punto però i nostri antenati hanno dovuto affrontare un problema.

Se gli esseri umani usassero la pulizia vicendevole della pelle come unico mezzo per rinforzare i loro legami sociali, come fanno altri primati, secondo l’equazione che si usa per le scimmie, dovrebbero dedicare a questa attività il 40% circa del loro tempo. Ma nessuna specie che debba procurarsi il cibo nel mondo reale potrebbe sostenere tale attività per per più del 30% del tempo o sarebbe condannata alla morte per fame.

Pertanto, quando la grandezza dei gruppi cominciò a superare i livelli critici per assicurare la coesione sociale con la sola pulizia della pelle, cioè con la comparsa dei Sapiens 250.000 anni fa, si ebbe la spinta necessaria al passaggio definitivo al linguaggio.

A questo punto è possibile che il linguaggio si sia evoluto per permettere di tenere insieme gruppi maggiori di quelli sostenibili nei primati con la sola pulizia della pelle.

Il linguaggio ha, infatti, due caratteri chiave che gli permetterebbero di funzionare in questo modo.

Uno è la possibilità di parlare nello stesso tempo a varie persone. Se la conversazione assolve la stessa funzione della pulizia sociale, gli esseri umani moderni vengono ad avere la possibilità di praticarla con varie persone simultaneamente risparmiando tempo.

Un secondo carattere è che esso ci permette di scambiarci informazioni su altre persone, rendendo quindi molto più veloce il riconoscimento di come si comportano.

Per le scimmie il conseguimento di tutte queste informazioni dipende dall’osservazione diretta: io potrei non sapere mai che tu sei inattendibile fino a quando non ti vedo in azione con un alleato, un’opportunità che potrebbe presentarsi molto di rado. Come umani, però, un conoscente comune potrebbe riferirmi quanto ha appreso per esperienza diretta sui tuoi comportamenti e mettermi quindi in guardia contro di te.

Il linguaggio, quindi, come dispositivo per assicurare la stabilità di grandi gruppi, ci aiuta a mantenere la coesione in vari modi diversi. Ci permette di essere al corrente di ciò che fanno i nostri amici e alleati, ci consente di scambiarci informazioni sugli imbroglioni. Una terza qualità è che il linguaggio ci fornisce uno strumento per influire su ciò che la gente pensa di noi, cioè gestire la reputazione e farci pubblicità.

Il linguaggio sembra quindi idealmente adatto sotto vari aspetti a svolgere in modo economico e molto efficiente il ruolo svolto in precedenza dalla pulizia sociale della pelle.

Secondo la concezione convenzionale, il linguaggio si sarebbe evoluto per indicarci le risorse sul territorio e permettere ai maschi di compiere con maggiore efficienza attività coordinate come la caccia. Questa è la concezione del linguaggio che si potrebbe condensare in una frase come: “Guarda i bisonti, là vicino al lago, andiamo a cacciare!”. L’ipotesi che Dunbar formulò alla soglia del 2000, invece, è che linguaggio si sia evoluto per permetterci di chiacchierare e, nel corso delle sue ricerche, egli trovò numerose osservazioni a sostegno dell’ipotesi che il linguaggio facilita la coesione dei gruppi sociali soprattutto permettendo lo scambio di informazioni socialmente rilevanti: i pettegolezzi.

Oggi

Quali implicazioni hanno queste scoperte sul modo in cui viviamo nelle società moderne?

Sarebbe esagerato dire che noi siamo menti dell’era spaziale racchiuse in corpi del Pleistocene, ma nel nostro comportamento persistono senza dubbio elementi che riflettono il nostro passato evoluzionistico. Possiamo trovarne delle tracce nella nostra passione per le serie tv, nell’invenzione di Tinder o di sistemi di recensione come TripAdvisor.

Se volete scoprire cosa ha a che fare tutto questo con lo sviluppo del linguaggio o approfondire i passaggi della sua evoluzione, trovate l’intervento completo della Dott.ssa Valeria Lussiana su questo argomento qui

https://www.facebook.com/associazioneeco/videos/vl.1981767201907652/1404313963080519/?type=1

Bibliografia

Dunbar R., (1998), Dalla nascita del linguaggio alla babele delle lingue, Longanesi, Milano

Harari Y.H, (2018), Sapens. Da animali a dei, Giunti, Firenze

Sigman M, (2017), La vita segreta della mente, Utet, Torino

de Waal F., La scimmia che siamo. Il passato e il futuro della natura umana, Riverhead Books, NY

DALLA STORIA INDIVIDUALE ALLA STORIA FAMILIARE. IL GENOGRAMMA IN TERAPIA

Foto: pixabay

Come le radici di un albero costituiscono le fondamenta da cui esso si genera e si sviluppa, allo stesso modo le persone non possono crescere, svilupparsi, individuarsi, a prescindere dalla famiglia che dà loro la vita. Non possiamo comprendere appieno noi stessi se non conosciamo il mondo da cui proveniamo, le persone, le relazioni che ci hanno preceduti e di cui siamo il frutto, nel bene e nel male. Nel contesto familiare di appartenenza si trovano risorse e limiti, possibilità e vincoli, lealtà e libertà.

In terapia sistemica partiamo dal concetto dell’individuo come “essere in relazione” (Cigoli, 1997) e dall’assunto che la patologia non è mai esclusivamente nel singolo soggetto, ma sempre chiama in causa processi e dinamiche relazionali. Al di là dei diversi orientamenti teorici che possiamo trovare in psicoterapia, l’esperienza clinica dimostra quanto sia importante all’interno del contesto terapeutico poter esplorare la storia familiare e personale della persona che ci porta una sofferenza. Ciò non si traduce in alcun modo nella ricerca di relazioni causali dirette o, ancora peggio, nella ricerca di ‘colpevoli’: come sostiene Virginia Satir, ciò che è avvenuto ad un dato momento in un dato sistema familiare rappresenta il meglio che ciascuno, in quel sistema e in quel momento poteva fare, e se qualcosa è andato per il verso sbagliato è perché in quel momento non si poteva fare diversamente. La buona notizia è che, ad un certo punto, da adulti, si ha la possibilità di riconoscere e accettare ciò che è stato, dare valore e significato a ciò che si è vissuto, accogliendo le emozioni talora intense e disturbanti e imparando ad agire diversamente per riprendere in mano la propria vita (Satir, 2005). Questo significa cominciare a ri-conoscere la realtà, chiamare le cose con il loro nome, assumersi la responsabilità di cambiare ciò che non si ritiene adeguato per sé, riconoscendo e prendendo quanto di buono ci è stato dato e lasciando andare ciò che invece sentiamo non appartenerci.

Rispetto all’esplorazione delle matrici familiari, in psicoterapia sistemica si assume che l’influenza familiare non si limiti a quella esercitata dalla famiglia d’origine della persona, ma abbia radici ben più lontane, realizzandosi attraverso forze intergenerazionali e transgenerazionali che a livello inconsapevole, transitano attraverso le generazioni e incidono sulle relazioni e sugli accadimenti attuali: queste forze si estrinsecano attraverso modelli, ruoli, valori, credenze, aspettative, modalità di interpretazione della realtà e di comportamento, condivisi implicitamente all’interno della famiglia e tramandati attraverso gli scambi generazionali.

Come accedere a questo vasto e sconosciuto mondo fatto di trame e intrecci sottili e impliciti?

In terapia ci viene in aiuto un potente strumento che ha valore sia diagnostico che clinico, il Genogramma Familiare, introdotto da Murray Bowen: in prima analisi si tratta della rappresentazione grafica del proprio albero genealogico, realizzata tuttavia basandosi sul vissuto personale relativo a eventi, persone, relazioni e contenuti narrati, cercando di risalire indietro nel tempo di almeno tre generazioni. Normalmente il genogramma viene realizzato durante una seduta di terapia, può essere fatto all’inizio oppure più avanti, a seconda delle esigenze e degli obiettivi condivisi con il paziente. Esso richiede alla persona di annotare, attraverso simboli convenzionali, i componenti della propria famiglia e i legami reciproci, specificando, se possibile, date di nascita, morte, matrimoni ed altri eventi significativi (trasferimenti, traslochi, separazioni, divorzi, lutti, incidenti, aborti, adozioni). Si esplorano le relazioni tra le persone, sia in senso verticale (relazione genitore figlio) che in senso orizzontale (relazioni tra fratelli), nonché i legami di coppia coniugali (come le persone si sono conosciute , se e come si sono scelte, come hanno deciso di sposarsi e/o di costruire una famiglia); si cerca se possibile anche di rilevare il contesto socio-culturale e storico di appartenenza che può influire sul modo di prendersi cura della famiglia e dei figli. Il genogramma rappresenta una sorta di ‘mappa’ del sistema familiare, che non soltanto racchiude concreti dati anamnestici, ma soprattutto, consente la narrazione della storia e della trama familiare, così come si è costruita attraverso i passaggi generazionali.

Attraverso questo strumento, diventa possibile mettere in luce modelli, regole, valori del sistema familiare, che sono stati tramandati di generazione in generazione. Si possono cogliere connessioni, ridondanze, ossia eventi che si ripetono, talora anche cronologicamente (pensiamo alle ripetizioni di nomi, ad esempio dare ad un figlio il nome di un antenato, per onorarlo, ricordarlo); si possono portare alla luce i segreti familiari, i “non detti”, evidenziare i miti e i cosiddetti mandati familiari, che si concretizzano sotto forma di regole, prescrizioni e doveri (“si deve studiare, ci si deve laureare” oppure “bisogna sposarsi”, “avere figli”, ecc…). Dinnanzi a tutto questo si può avviare una riflessione congiunta tra il terapeuta e il paziente su molteplici aspetti: quale significato ha per il paziente il tema emerso? Quanto di tutto questo il paziente sente che gli appartiene? Quanto ci crede? Quanto lo vincola?
Attraverso la narrazione emergente, viene sollecitata la presa di consapevolezza delle più ampie dinamiche familiari e della propria collocazione nelle stesse da parte del paziente: questo può favorire una diversa lettura e una più profonda comprensione degli eventi, generando una maggiore assunzione di responsabilità rispetto al proprio ruolo nella storia familiare, elaborando e mitigando, al contempo la sofferenza per eventuali situazioni tossiche e negative.
Il paziente viene incoraggiato a focalizzare l’attenzione sul significato rispetto al proprio e altrui modo di percepirsi, relazionarsi, comportarsi nonché sull’importanza di assumere un ruolo attivo nel riconoscere e cambiare ciò che non funziona. La riflessione sui propri vissuti e su ciò che accade nelle interazioni accresce la competenza relazionale della persona ampliando il campo di osservazione, stimolando una ri-narrazione della propria storia, in cui ri-scoprirsi finalmente protagonisti con nuove e diverse possibilità dinnanzi a sé.

Il lavoro svolto attraverso il genogramma implica un profondo e impegnativo lavoro di consapevolezza, non scevro da dolore e fatica. Consente al paziente di riappropriarsi e ricongiungersi con la propria storia e le proprie radici, riconoscendo e portando alla luce dolori non elaborati, ma che finalmente possono essere visti, sentiti, detti, riconosciuti: finalmente diventa possibile dar loro nome e significato, stemperando in questo modo la carica distruttiva che eventi traumatici e dolorosi portano con sé, attraverso il tempo e generazioni diverse.

Concludo riportando le parole di Vittorio Cigoli, terapeuta familiare:

Farsi consapevoli e rendersi responsabili: ecco svelato il metodo, vale a dire la via per la trasformazione possibile dei legami familiari operata dai suoi membri grazie all’intervento clinico”(Cigoli, 1997), includendo nella responsabilità anche e soprattutto l’apertura alla comprensione, alla speranza e al perdono, ove possibile, accogliendo le zone d’ombra della nostra esistenza per vivere nel qui e ora, come protagonisti in grado di dirigere con intenzione e consapevolezza il proprio percorso di vita.

Dr.ssa Katia Querin

Bibliografia

Bowen M., “La valutazione della famiglia”, Casa Editrice Astrolabio 1990.

Cigoli V., “Intrecci familiari”, Rffaello Cortina Editore, 1997.

Satir V., “ In famiglia come va? Vivere le relazioni in modo significativo” Editrice Impressioni Grafiche, 2005.

Il burnout a scuola: quando lo stress colpisce gli insegnanti

Il termine burnout è di derivazione anglofona, ma oramai viene ampiamente utilizzato anche nella lingua italiana senza la sua traduzione che è: esaurimento. Tale condizione di stress prolungata nel tempo prosciuga ed esaurisce tutte le energie della persona colpita portandola, così a perdere pian piano interesse nell’ambito lavorativo con conseguente inefficacia lavorativa e, spesso, una diminuzione di forze da investire nei contesti extra-professionali che, invece, dovrebbero sorreggere l’individuo. Questo esaurimento o logorio, è causato dallo stress che agisce sull’individuo in uno o più ambiti della vita di una persona, le componenti determinanti sono tre: i fattori professionali (il lavoro, l’ambiente lavorativo, i colleghi); i fattori extra-professionali (le relazioni, la famiglia) ed, infine, i fattori ereditari-familiari (le condizioni di salute personale o di qualche familiare, patologie presenti etc).

Tutti gli insegnanti, appartenenti a qualsiasi ordine di scuola ed indipendentemente dall’anzianità di servizio o dalla tipologia di contratto (insegnanti di ruolo, insegnanti precari, Messe a Disposizione etc), possono arrivare al burnout; anche se a livello epidemiologico l’età anagrafica avanzata, un’età di servizio consistente e l’essere donna nel periodo perimenopausale (il quale aumenta di molto la possibilità di sviluppare una depressione) porta ad una maggiore predisposizione a sviluppare burnout. Tutti gli insegnanti possono essere colpiti da burnout poiché facenti parte delle cosiddette “professioni d’aiuto”, ovvero tutte quelle professioni che prendono o hanno in cura una o più persone (medici, infermieri, educatori, psicologi e, per l’appunto, insegnanti!) con grande possibilità di usura psicofisica.

Come si manifesta il burnout? Spesso risulta silente e si manifesta senza preavviso: attacchi di panico, manifestazioni di ansia, tristezza, sentimenti di vuoto, affaticabilità e annesso senso di colpa per non essere più performanti rispetto agli anni precedenti, insofferenza verso gli alunni, i colleghi, sentimenti di disperazione, somatizzazioni, insonnia, inappetenza, manie di persecuzione, aggressività, abuso di farmaci (antidepressivi, tranquillanti e ipnoinducenti), violenza auto o etero-diretta, senso di fallimento e di frustrazione, dissimulazione.

Tutte queste manifestazioni portano l’insegnante a provare un senso di vergogna per la situazione che sta vivendo e producono isolamento e solitudine qualora non si riesca a condividere (e viene fatto molto poco) il proprio malessere con i colleghi e con la dirigenza.

Quali possono essere, allora, i passi da compiere per fronteggiare un male così eterogeneo?

Innanzitutto è di fondamentale importanza riconoscere la professione del docente tra le categorie a maggior rischio di sviluppare burnout proprio perché facente parte delle “professioni d’aiuto” che per loro natura hanno un alto impatto stressogeno. In secondo luogo, la formazione dei docenti: essere a conoscenza e consapevoli delle malattie professionali e dei rischi che si corrono e degli strumenti a disposizione degli insegnanti e della dirigenza per tutelare la salute dei lavoratori (Collegio Medico di Verifica, Accertamento Medico d’Ufficio). Il terzo passo consiste nel non dissimulare il proprio malessere fisico e/o psichico e condividere con i colleghi il proprio status poiché è così facendo che si combatte contro un nemico silente ed invisibile agli occhi dei colleghi; infine consentono all’insegnante di evitare di rimanere intrappolati nelle 4s: stress, stigma, stereotipo e solitudine.

Il quarto, ed ultimo, step è quello di evitare il fai da te: appare banale e scontato ma spesso non lo è. Quando ci si rende conto di stare male è di fondamentale importanza rivolgersi ad uno specialista per affrontare in modo più attrezzato un periodo di vita costellato da sofferenze, in questo caso un supporto terapeutico risulta di fondamentale importanza, assieme ai passi precedentemente citati, per risolvere la situazione di malessere che colpisce l’insegnante. Infine, sempre nell’ambito di questo intervento risulta efficace la meditazione mindfulness: tecnica di meditazione che consente di contrastare pensieri ed emozioni negative attraverso la consapevolezza delle sensazioni presenti accettandole senza valutazioni e senza giudizi permettendo di vivere meglio nel presente e osservando benefici sui disturbi emotivi e fisici.

ANCHE I PAPA’ POSSONO SVILUPPARE LA DEPRESSIONE POST PARTUM?

Fonte: pixabay

Il periodo della gestazione e del puerperio coinvolge in modo molto intenso la donna: dal test di gravidanza, alla gestazione, l’allattamento, le cure primarie la diade mamma/bambino mantiene la sua funzionale simbiosi… La figura del papà rimane un po’ in disparte, come se il suo ruolo prendesse forma solo in un secondo momento, quando il bambino sarà più grande.
Negli ultimi vent’anni però abbiamo iniziato ad assistere, in questo senso, a qualche cambiamento sociale e culturale. L’importanza del ruolo paterno viene evidenziata già durante la gravidanza e nei primi mesi dopo il parto: si passa dalla diade alla triade.
Pensiamo alla battaglia per il riconoscimento del congedo di paternità, per veder riconosciuta l’interscambiabilità dei ruoli genitoriali e l’importanza della presenza di entrambi per il neonato. E’ infatti fondamentale un maggior coinvolgimento dei neo papà nelle cure del neonato, nel supporto emotivo al piccolo e alla compagna, non solo per sostenere la loro salute emotiva, ma anche per preservare la propria.
Anche per i papà infatti adattarsi al un nuovo ruolo non è compito semplice. Come le loro compagne, devono adattarsi ad un ruolo che la società ritiene innato e naturale, ma per loro è sconosciuto ed estraneo. Talvolta si trovano a partire “da zero”, magari privi di un esempio di genitorialità paterna attiva ed emotivamente coinvolta e coinvolgente, con un modello di padre più distaccato e meno presente. Negli ultimi decenni abbiamo assistito al “tramonto del padre”1, dell’uomo che si occupa da solo del sostentamento della famiglia e impone la disciplina con l’autorità e la forza. Il nuovo “modello” paterno è radicalmente diverso, “l’autorità simbolica del padre ha perso peso, si è eclissata, è irreversibilmente tramontata”2, per questo i moderni papà si sono trovati, in molti casi, ad inventarsi ex novo una figura genitoriale in linea con i cambiamenti della società, ma non sempre in linea con gli esempi vissuti e interiorizzati.
Oggi ai papà si richiede di essere flessibili, accudenti ed empatici quanto le mamme; in un’ottica di parità di diritti e doveri tra uomini e donne. Se però da un lato si moltiplicano “i libri di istruzioni per l’uso” per i neo papà, dall’altro la ricerca
scientifica evidenzia i rischi e le difficoltà sia nell’adattarsi ad un ruolo nuovo, sia per i bambini cui viene a mancare talvolta una figura più sicura ed autorevole.
I papà iniziando ad essere, o provando ad essere, più coinvolti attivamente nella gestione del proprio bambino si trovano a sperimentare direttamente un vissuto emotivo simile a quello delle loro compagne: pochi sanno che, oltre alle mamme, anche i papà hanno una notevole probabilità di sviluppare, nel periodo perinatale, una serie di sintomi come fatica, irritabilità, nervosismo, ansia e incapacità di riposarsi prima del parto, che possono poi attenuarsi nell’immediato post partum, per poi ripresentarsi durante il primo anno di vita del bambino. Paulson, nel suo studio del 2013, sostiene
che si possa parlare di una vera e propria Depressione Post Partum paterna che colpisce circa il 10% dei neo-papà.
A causa della scarsità di ricerche sull’argomento, non è ancora stato validato uno strumento che rilevi con valore statisticamente significativo l’insorgenza della DPP paterna, tuttavia è degno di nota lo studio di Ramchandani4 per validare l’EPDS anche per la DPP paterna.
La DPP paterna ha un esordio più subdolo rispetto a quella materna, ma porta con sé spesso agiti più violenti, oltre alle caratteristiche tipiche dell’episodio depressivo. La sensazione di fallimento, frustrazione, ansia che questi uomini si trovano a provare possono scatenare anche episodi violenti, mai comparsi prima durante la relazione, nei confronti della propria compagna.
L’instaurarsi del legame con il bambino è anche dovuto, oltre alle attitudini personali, ai cambiamenti ormonali, che si modificano nella donna in gravidanza, quanto nell’uomo: nei neo-papà infatti in genere si abbassa il livello di testosterone nei mesi prima del parto e si mantiene basso per diversi mesi dopo la nascita del bambino, contemporaneamente si alzano i livelli di estrogeni che dovrebbero aiutare a veicolare risposte biologiche meno aggressive e facilitare le cure genitoriali e la costruzione del legame d’attaccamento (Rholde, 2005). Quando questo non accade possono riscontrarsi talvolta invece livelli alti di testosterone e cortisolo, che favoriscono la messa in atto di comportamenti aggressivi, spesso rivolti verso la compagna, talvolta anche verso il neonato.

Il ruolo dei padri viene raccontato e immaginato sovente come più semplice di quello che in realtà un uomo si trova ad affrontare: l’attenzione per il sovraccarico emotivo e fisico è spesso rivolto alla mamma lasciando i papà un po’ in secondo piano.
I neogenitori si trovano entrambi ad affrontare una realtà anche molto diversa da quella immaginata: pian piano il bambino immaginato durante la gravidanza lascia spazio al bambino reale, spesso meno angelico e più esigente.
Contrariamente alle mamme, spesso in congedo di maternità, la maggior parte dei papà prosegue la propria routine lavorativa, a cui si somma il tempo da dedicare alle cure del bebè, rinunciando anche al riposo o al sonno, per alleviare almeno un po’ il carico della compagna.
Purtroppo lo stereotipo sociale della mascolinità impedisce spesso agli uomini di rivelare i loro stati d’animo e le proprie emozioni negative e vivono in silenzio questo periodo di fragilità: sono spesso stanchi, spaesati, nostalgici della vita svolta precedentemente alla nascita. Vengono considerati fattori di rischio di insorgenza di una DPP paterna una gravidanza non programmata/desiderata, l’età avanzata, pregressi episodi depressivi, compresenza di un disturbo dell’umore materno, alta conflittualità nella coppia.
Studiare e prendere in carico precocemente la DPP paterna è importante, anche per prevenirne i possibili effetti sul bambino, quali iperattività, scarso controllo degli impulsi, disturbi della condotta. Quello che certamente la letteratura ha già dimostrato è che alcuni uomini, molto coinvolti e presenti nelle fasi di attesa del bambino, sviluppano durante la gravidanza della compagna dei tratti simili a quelli della futura mamma (insonnia, irrequietezza, eccesso di stanchezza), tanto da prendere il nome di “Sindrome de la couvade”. Se non adeguatamente supportati questi neo genitori rischiano di influenzare negativamente, anche se in modo involontario, la stabilità emotiva del piccolo durante i suoi primi mesi di vita. E’ stato dimostrato quanto l’interazione positiva con mamme e papà sereni, affiatati e complici nella cura del bebè favorisca la sua capacità di instaurare relazioni sicure e la sua capacità di autonomia e propensione verso l’esplorazione nei primi anni di vita. E’ dunque fondamentale anche per i futuri papà iniziare ad avere la consapevolezza che si possano manifestare delle
fragilità nel periodo perinatale e che si possa venire supportati da specialisti in caso di necessità, esattamente come accade alle mamme: la conoscenza è la migliore prevenzione che si possa mettere in campo per la protezione della propria salute e per quella del proprio bambino.
Per questo l’Associazione ECO nel servizio dedicato all’infanzia e adolescenza http://www.ecoassociazione.it/eco-junior-0-17/ dedica uno spazio proprio al sostegno alla genitorialità e alla presa in carico dei neo genitori.

 

Dr.sse Aringhieri e Delia

AMARE “TROPPO” E’ DAVVERO AMORE?

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Quando si parla di Amore  uniamo in una sola definizione due aspetti di questo sentimento del tutto opposti e che si escludono a vicenda. Pensare ad un aspetto dell’Amore in conflitto con l’altro ci genera confusione e frustrazione e ne ricaviamo che l’Amore è troppo personale, enigmatico e misterioso per comprenderlo.

Gli antichi Greci, infatti, preferivano usare due termini ben distinti per definire questi due aspetti: Eros e Agape.

Eros è l’Amore Passione, è quello che di solito proviamo per il partner “impossibile” ed è proprio questa percezione dell’impossibile a suscitarne tanta passione.
Passione letteralmente significa sofferenza e spesso accade che maggiore è la sofferenza e maggiore è la passione.
Ma l’Eros non sfocia in Agape e tanto meno lo favorisce.
In una relazione appassionata per quanto possa essere ricca di eccitamento, sofferenza e frustrazione c’è la sensazione che manchi qualcosa di molto importante, Agape appunto.
Agape è la relazione stabile e impegnata, rappresenta l’impegno reciproco tra due persone che si vogliono bene e si preoccupano dell’altro.

Alla luce di questa breve premessa, proviamo a dare una risposta alla domanda iniziale: amare “troppo” è davvero Amore?
Forse no. In realtà quando stiamo amando troppo non stiamo amando affatto.
Ma cosa s’intende per “amare troppo”? Quando essere innamorati significa soffrire, quando tutti i malumori, il cattivo carattere, l’indifferenza , i tradimenti del partner vengono giustificati allora stiamo amando troppo.
Allora forse più che amore siamo solo dominati dalla paura: paura di restare soli, di non essere degni d’amore, di essere ignorati e/o abbandonati.

In questi termini il nostro amore diventa più un’ossessione, un attaccamento ossessivo al partner, che domina sentimenti ed azioni e che, nonostante siamo consapevoli che tutto ciò influenza negativamente la nostra salute e il nostro benessere, non ne riusciamo a fare a meno.
Sorge spontanea un’altra domanda: perché accade questo? La psicoterapeuta americana R. Norwood, che sul tema si è dibattuta molto, ha evidenziato alcune caratteristiche che accumunano le persone che si trovano in questi amori morbosi e passionali.

– Provenire da una famiglia poco affettiva o totalmente anafettiva, una famiglia in cui nessuno si è preso cura dei vostri bisogni emotivi;
– L’offrire le proprie cure e attenzioni al partner che sembra averne bisogno è la giusta compensazione al poco affetto ricevuto in passato;
– Trovare familiare quel partner emotivamente non disponibile e sperare che, nonostante il fallimento nel tentativo di cambiare i propri genitori in persone calde e affettuose, magari questa volta con il proprio amore si otterrà il giusto riscatto;
– Aver paura di essere abbandonati e fare di tutto per impedire che questo accada;
– Essere abituati e quindi disposti ad aspettare, sperare e a continuare a sforzarsi di piacere;
– Essere disposti a prendersi più del 50% delle responsabilità e colpe in una relazione;
– Avere un’autostima profondamente bassa ed essere convinti di non meritare la felicità più di così, piuttosto credere di doversi guadagnare questa possibilità;
– Da piccoli non essersi mai sentiti sicuri e ora avere il bisogno di controllare il proprio partner e la propria relazione;
– Continuare a rimanere aggrappati al sogno di “come potrebbe essere” più che guardare la realtà dei fatti;
– Essere dediti al proprio partner e alle sofferenze emotive come una droga;
– Essere così attratti da persone con problemi che hanno bisogno di essere risolti, dimenticandosi delle responsabilità che si ha verso se stessi.

Ognuno di questi punti avrebbe bisogno di una dettagliata analisi, ma se leggendo questo elenco si riconoscono come familiari alcune di queste dinamiche, allora forse saremo disposti a fare un primo passo.
L’amare troppo porta con sé delle conseguenze. Chi ha deciso di rivestire questo ruolo ben preciso continuerà a negare i propri bisogni per provvedere a quelli degli altri.
Prima quelli della sua famiglia d’origine, poi quelli del partner. I propri bisogni di amore, affetto, attenzione e sicurezza così come sono stati ignorati in passato continueranno ad essere ignorati. Ci si è dovuti adattare al “crescere in fretta” e si è diventati più forti, più adulti e spesso anche più bisognosi.
In passato si è sofferto, ma da adulti si rimettono in scena le stesse relazioni infelici nel tentativo che questa volta si possano controllare nella speranza che l’esito possa essere diverso.

Conosciamo tutti la storia del “La Bella e la Bestia”; con le favole ci siamo cresciuti e abbiamo interiorizzato l’idea di cercare un uomo che ci salvi e una donna che ci possa essere d’aiuto. Il pregiudizio culturale ci porta a credere che nella storia de “La Bella e la Bestia” una donna può cambiare un uomo con il suo intenso amore. Ma davvero in questo modo siamo riusciti a cogliere l’essenza della favola?

“Ci sono molti uomini,” disse la Bella, “che si rivelano mostri peggiori di te. E io ti preferisco a loro, nonostante il tuo aspetto…”
da La Bella e la Bestia

Il significato centrale della favola è l’accettazione della persona che si ha accanto, del proprio partner e non la negazione e il controllo.
“E’ la disponibilità a riconoscere la realtà per quello che è, e a permetterle di esistere come è, senza sentire il bisogno di cambiarla” dice la Norwood.
Ma perché ci sia un’accettazione completa del partner deve avvenire prima un’accettazione completa di se stessi.

Queste ultime parole dell’autrice le voglio dedicare proprio ai miei pazienti, a tutti coloro che hanno versato lacrime, perché non si sentivano amati, perché sentivano di dare molto e di ricevere nulla:
“Si commette l’errore di cercare un partner con cui sviluppare una relazione senza aver sviluppato prima una relazione con se stessi.
Nessuno può amarci abbastanza da renderci felici se non amiamo davvero noi stessi, perché quando nel nostro vuoto andiamo cercando l’amore, possiamo trovare solo un altro vuoto. Quello che manifestiamo all’esterno è un riflesso di quello che c’è nel più profondo di noi: quello che pensiamo del nostro valore, del nostro diritto alla felicità, quello che crediamo di meritare dalla vita.

“Quando cambiamo queste convinzioni, cambia anche la nostra vita”
(R. Norwood, Donne che amano troppo).

 

Dr.ssa Sonia Allegro

Bibliografia:
R. Norwood, Donne che amano troppo, Ed. Feltrinelli

LA TERAPIA DI COPPIA

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La coppia è un sistema complesso, intriso di significati e di aspettative (sia esplicite che implicite) che ha assunto oggi nuove declinazioni in virtù di una modernità di valori che l’hanno resa un’entità liquida in grado di sorvolare sui riti di passaggio che fino agli anni ’60-’70 hanno imperato: un fidanzamento medio lungo che aveva il matrimonio come esito naturale e che trovava nella genitorialità il proprio fine ultimo.

Philippe Caillè descrive egregiamente tale complessità nel libro “Uno e uno fanno tre” (Armando Editore, 2007) intendendo che non è possibile parlare della coppia senza considerare l’esistenza di quel “terzo” che accompagna la coppia fin dal suo costituirsi. Il “terzo” è ovviamente la relazione di coppia, in quanto un sistema è più della somma delle sue parti, perché deve includere anche le relazioni tra di esse. Non solo questo però: il “terzo”, così come descritto da Caillè è rappresentato dalla rappresentazione condivisa che i due partners hanno della coppia e su cui si basa il loro senso di appartenenza e su cui si istituisce il patto di coppia.

Molte coppie che richiedono un trattamento si affannano a raccontare un qui ed ora fatto di scambi comunicativi aggressivi (o, peggio, assenti) e dinamiche di potere tese a schiacciare l’altro pur di dimostrare la propria supremazia decisionale. Alla domanda “e all’inizio della vostra relazione come eravate?” spesso i toni si ammorbidiscono, spunta qualche sorriso, la coppia si guarda. C’è allora una possibilità di recuperare quella dimensione ormai lontana. Se invece quello sguardo nostalgico è assente la situazione può essere ben più complicata se si intende la terapia di coppia unicamente come uno strumento ricostruttivo della relazione. Questo è un punto nodale che tendenzialmente affronto con i miei pazienti già dalle prime sedute: la terapia di coppia è una terapia laica: non è tesa unicamente alla riconciliazione e ricostruzione del legame e può portare in talune situazioni alla soluzione opposta. Le alternative sono tre e non di più: trovare un modo per stare meglio insieme, trovare un modo per separarsi, trovare un modo per stare insieme nella minor sofferenza possibile.

Va detto poi che la psicoterapia di coppia può assolvere a diverse funzioni: ci sono terapie che servono a risolvere i conflitti che affliggono la coppia e creano disagi ai singoli partners, altre che vengono intraprese per separarsi e far si che quel momento così delicato non impatti troppo duramente sui figli, altre ancora quando si presentano disfunzioni sessuali. L’analisi della domanda rappresenta pertanto un momento fondamentale di una terapia di coppia: il patto terapeutico tra il terapeuta ed i partners deve essere chiaro e condiviso. Può accadere tuttavia che i partners presentino motivazioni al trattamento ed esigenze diverse e questo richiede al terapeuta di restituire ai pazienti le problematiche emerse (e quelle sommerse, ossia non dichiarate apertamente) per poi prospettare un trattamento.

In fase di valutazione è opportuno che il terapeuta faccia esplicitare ai partners alcuni punti fondamentali inerenti la coppia:

  1. Quali sono i punti di forza della coppia? Su quali competenze la coppia può fare affidamento per affrontare i compiti principali della relazione?

  2. Quali sono i problemi principali e come si traducono in comportamenti espliciti?

  3. Sessualità: vi sono, in uno o entrami i partners, elementi di insoddisfazione per la vita sessuale?

  4. Previsioni per il futuro: uno o entrambi hanno mai preso in considerazione l’ipotesi di una separazione oppure hanno già tentato in passato di separarsi?

  5. L’ambiente esterno: qual è il ruolo delle rispettive famiglie d’origine nella coppia? Come accoglierebbero le famiglie d’origine una eventuale separazione?

La chiarificazione di tali aspetti consente al terapeuta ed ai pazienti di evidenziare dinamiche di funzionamento sia interne alla coppia che relative al contesto di riferimento più allargato e di delineare il trattamento più indicato.

Le sedute di coppia hanno generalmente una frequenza quindicinale mentre la durata del trattamento segue inevitabilmente i tempi emotivi della coppia.

Dott. Stefano Lagona

Psicologo Psicoterapeuta sistemico relazionale

Per info sulla terapia di coppia scrivere a ecoassociazione@gmail.com 

ESSERE GENITORI DI FIGLI DIGITALI

foto: Luigina Pugno

Tra i compiti più difficili che un genitore è chiamato ad assolvere c’è l’impartire una buona educazione per favorire l’ottimale sviluppo del proprio figlio, ma, oggi, dare regole e stabilire delle routine che salvaguardino il benessere di tutto il nucleo può non essere semplice.

La letteratura ha dedicato ampio spazio all’analisi delle famiglie pre e post seconda guerra mondiale e all’ulteriore cambiamento avvenuto a partire dagli anni sessanta, momento in cui una rivoluzione sociale/culturale/economica ha investito la società occidentale. All’interno delle famiglie, i ruoli di padre e madre hanno subito delle trasformazioni e si è passati, come il dott. Pietropolli Charmet analizza in Adolescenti in crisi genitori in difficoltà, dalla “famiglia etica” a quella “affettiva”.

Da sempre l’avvento delle innovazioni tecnologiche ha un’influenza sull’uomo e più in generale sulla società. Se a metà degli anni ’50 la televisione è entrata nelle case delle famiglie italiane e in qualche modo ne ha modificato le abitudini, oggi l’avvento degli smartphone, dei tablet, delle consol portatili e non, e della domotica più in generale, ha innescato un ulteriore cambiamento. Infatti, uno dei temi educativi più dibattuti negli ultimi anni riguarda l’utilizzo della tecnologia, come e quando avvicinarla ai bambini, che effetti ha sullo sviluppo emotivo-relazionale, cosa scegliere e come educare ad un utilizzo consapevole e sicuro.

È innegabile, quindi, che il nuovo panorama socio-culturale abbia avuto un impatto anche sulla genitorialità e sul rapporto genitori-figli, come si può, quindi, guadagnare il loro ascolto senza imporre un’autorità rigida e poco empatica? Come si può instaurare un rapporto di valorizzazione all’interno del quale i figli si possano sentire indirizzati, contenuti, ma non per questo costretti in regole che possono ad oggi percepire come obsolete o non supportate da modelli forti e da loro riconosciuti? Si può essere contemporaneamente una figura di riferimento emotivamente vicina e guida etico-morale? Talvolta i genitori rifuggono modelli rigidi educativi memori di quelli subiti, ma tralasciano però l’importante compito di guida che sono chiamati ad assolvere.

Il libretto di istruzioni purtroppo non esiste, così come non esistono soluzioni univoche, bensì si possono tracciare delle linee guida, spesso legate al buon senso, che mirano alla comprensione. Inoltre, una buona dose di fantasia individuale permette a ciascun genitore di trovare un equilibrio sufficientemente buono con il proprio figlio.
Il ricercatore statunitense Marc Prensky ha introdotto le definizioni “nativi digitali” e “immigrati digitali”. I primi sono i bambini e adolescenti di oggi e ne elenca le caratteristiche: l’uso della tecnologia in età precoce (anche prima di imparare a parlare e a scrivere), l’apprendimento in maniera spontanea della tecnologia, il ruolo sempre maggiore della tecnologia all’interno della loro quotidianità. I secondi sono coloro che sono entrati in contatto con la tecnologia in età adulta e che,
pertanto, non possono essere metaforicamente classificati come “madrelingua digitali”, per loro la tecnologia non è sempre di facile utilizzo e richiede, sovente, un dispendio di risorse cognitive.

Tutto ciò sancisce una profonda differenza tra le due generazioni: genitori e figli hanno una visone ed un rapporto diverso con i mezzi digitali e arrivare ad un punto di comprensione reciproca non è sempre facile. Per un genitore, ad esempio, diventa complesso comprendere a cosa servano dei messaggi che restano visibili per 24 ore e poi scompaiono o perché i ragazzi si scattino molte foto; ma, passando attraverso la condivisione di queste nuove modalità, si può instaurare un dialogo
costruttivo e capace di tutelare dall’uso scorretto e pericoloso di questi dispositivi.

Il dott. Riva nel suo testo La solitudine dei nativi digitali evidenzia l’influenza che i media digitali hanno sui processi cognitivi dei più giovani ed in particolare rileva l’impronta che lasciano sui modelli cognitivi con cui organizziamo la nostra esperienza della realtà, cioè sulla percezione, organizzazione e attuazione dell’azione. Per i nativi digitali la tecnologia è “trasparente”, intuitiva, e, sin da subito, sono in grado, usando le proprie risorse, di sfruttarla come risorsa anche se non ne comprendono il funzionamento. Potremmo definirli “madrelingua tecnologici”.

A fronte di questa “intelligenza efficiente”, tuttavia, occorre tenere in considerazione l’altra faccia della medaglia, ovvero l’influenza dell’uso della tecnologia sull’analfabetismo emotivo (alessimitia), ovvero sulla mancanza di consapevolezza e controllo delle proprie emozioni e dei comportamenti ad esse associati, sulla mancanza di consapevolezza circa i motivi per cui si prova una certa emozione, sull’incapacità di relazionarsi con le emozioni altrui e con e con i comportamenti che da esse derivano. Questo può, talvolta, condurre i giovani a valutare grossolanamente alcune situazioni, ingigantendole o minimizzandole, con gravi conseguenze sul loro benessere emotivo e relazionale.

Il mondo scientifico sta riservando una particolare attenzione a questo argomento, dedicando tempo e spazio alla ricerca circa l’influenza dei nuovi media in età evolutiva. L’American Academy of Pediatrics evidenzia che l’uso della televisione e dei dispositivi touch sia dannoso prima dei 2 anni, con ripercussioni sullo sviluppo del linguaggio, sui processi di pianificazione, controllo e coordinazione del sistema cognitivo. Sulla base delle osservazioni pubblicate dallo psicologo Nicolò Cesana-Arlotti su Science, in cui si mette in risalto la capacità dei bambini dai 12 ai 19 mesi di utilizzare processi logici, l’Académie des sciences, nel rapporto L’enfant et les écrans, arriva alla conclusione che l’utilizzo delle tecnologie touch per il gioco interattivo può essere positivo dopo i 12 mesi a due condizioni: utilizzo di app esplorative/interattive in grado di facilitare la conoscenza del mondo e di sé; fruizione in gruppo o sotto la guida di un genitore, proprio perché uno dei rischi del loro impiego è la diminuzione delle interazioni sociali con una ricaduta sullo sviluppo relazionale e linguistico dell’infante.

Tutti in ogni caso concordano di non eccedere i 15 minuti di esposizione al giorno sotto i 2 anni estendibili fino a mezz’ora dopo i 2.

Proteggere i figli dai rischi della rete è un dovere genitoriale, pertanto stabilire modalità, orari ed utilizzo dei dispositivi diventa fondamentale onde evitare di cadere in estenuanti e poco proficui testa a testa.


Ogni periodo storico e socio-culturale ha caratteristiche peculiari, il mondo si trasforma così come le relazioni. Essere genitori richiede un confronto con il proprio passato, con i modelli appresi, che, talvolta, fanno sviluppare un desiderio di distanziarsene per “non assomigliare affatto” ai genitori avuti, mentre in altre occasioni spingono a ricalcare quel modello tanto amato. Tuttavia, ciò che resta centrale ed imprescindibile è il non perdere di vista il presente con le sue innovazioni e contraddizioni al fine di permettere a se stessi, insieme al proprio figlio, di imparare a conoscere e creare il futuro,
insieme.

Dr.ssa Debora Tonello

 

MIGRANTI FORZATI E TRAUMA: TRA PASSATO, PRESENTE E FUTURO

Il tema della migrazione non è stato mai così attuale: nel corso degli ultimi anni la politica e i mass media hanno dato una rilevanza centrale a questo argomento.

A tal proposito, sempre più spesso sentiamo parlare di viaggi al limite della sopportazione, di detenzione in campi profughi e prigioni, di guerre, carestie e crisi di governi.

Ben lungi dal voler affrontare il tema della migrazione da una prospettiva politica, c’è un aspetto rilevante dal punto di vista psicologico e psicoterapeutico che impone una riflessione: il trauma.

Per trauma psicologico si intende l’esperienza personale diretta di un evento che causa o può comportare morte, lesioni gravi o altre minacce all’integrità fisica. Altresì l’essere presenti a un evento che comporta morte, lesioni o altre minacce all’integrità fisica di un’altra persona o il venire a conoscenza della morte violenta o inaspettata, di grave danno o minaccia di morte o lesioni sopportate da un membro della famiglia o da altra persona con cui si è in stretta relazione, sono tutte esperienze che rientrano nella definizione di trauma psicologico.

Esistono anche altri eventi che, pur non comportando un rischio per la vita dell’interessato o di persone a lui care, possono esitare in difficoltà nella gestione emotiva, relazionale e, talvolta, costruire le basi per la psicopatologia: abbandono, trascuratezza, separazioni forzate o inaspettate, violenza verbali, negligenza da parte del care giver.

Seppur non esaustiva, tale premessa risulta indispensabile per approcciarsi al complesso e multi-sfaccettato tema del trauma della migrazione.

I migranti forzati, in molti casi, subiscono innanzitutto un trauma pre-migratorio: nei Paesi di origine sono spesso sottoposti a condizioni di violenza estesa nel territorio, esercitata su gruppi, nuclei o singoli, che riducono la speranza di vita e di sopravvivenza; la violenza correlata con la guerra, disastri ambientali, carestie ed epidemie, violenze e minacce, persecuzioni, reclusioni forzate, abusi sessuali, tortura, deprivazione e costrizioni, morte o scomparsa di persone care, perdita di affetti, posizione economica e ruolo sociale, insicurezza, sospettosità e paura sono solo alcuni degli eventi a cui molti sono sottoposti e che risultano determinanti per la decisione di abbandonare la terra natia.

Qualunque sia la condizione vissuta nel Paese di origine, la maggioranza dei migranti forzati è accomunata dal trauma migratorio: la fuga e il viaggio comportano esposizione a pericoli e traumi continui. Spesso queste persone si trovano costrette a partire da terzi, in alcuni casi sotto minaccia, e si trovano nell’impossibilità di avvertire i propri cari; affrontano viaggi drammatici, malnutrizione, malattie non curate, aggressioni e, talvolta, assistono alla morte dei compagni di viaggio. Molto frequentemente, durante il viaggio, vengono arrestati o rapiti nei Paesi di transito, subiscono sfruttamenti e violenze, anche sessuali, o si trovano a dover affrontare lunghi periodi in campi profughi (es. Sud Sudan) in condizioni igienico-sanitarie a dir poco precarie.

Nel pensiero comune si ritiene che, una volta giunti in salvo nel Paese di destinazione, i migranti trovino condizioni di vita migliori, cosa che in effetti spesso accade. Ma è davvero così facile adattarsi alla nuova realtà?

Ogni persona che si trovi a vivere in un Paese lontano e differente rispetto a quello di origine affronta un grande cambiamento che, in alcuni casi, diventa un vero e proprio shock culturale. Il cambiamento delle abitudini e stili di vita può rappresentare un fattore di grande stress, se non addirittura trasformarsi in un trauma. L’allontanamento dalla rete familiare e sociale, la disoccupazione, lavoro precario o senza contratto, il vivere in alloggi di fortuna e l’essere discriminati e marginalizzati sono tutti fattori che costituiscono potenzialmente il trauma post-migratorio.

A rendere ancora più complesso l’adattamento alla nuova realtà intervengono le difficoltà di accesso ai servizi sanitari, che comportano talvolta il rischio di esclusione dal SSN, oltre a mettere a rischio l’intera comunità.

Altro tema rilevante nella prospettiva del trauma post-migratorio è la procedura burocratica della domanda di Asilo Politico: le lunghissime attese che intercorrono tra la domanda e l’esito, a volte della durata di anni, causano incertezza e angoscia. Nel periodo di attesa molti migranti frequentano corsi di scolarizzazione e professionali, alcuni trovano un lavoro ma rischiano, da un momento all’altro, di ricevere un esito negativo alla loro domanda di Asilo Politico e di essere inviatati a lasciare il Paese ospitante.

La psicoterapia offre un valido aiuto nell’integrazione e nel superamento dei traumi, oltre ad implementare le risorse personali ed interpersonali e favorire l’adattamento al nuovo contesto di vita, spesso frustrante e causa di un forte malessere psicologico. La possibilità di usufruire di uno spazio privato, protetto e non giudicante in cui poter esprimere ansie, preoccupazioni e manifestare il proprio dolore è uno strumento fondamentale per costruire una solida base di partenza per una nuova vita.

Dr.ssa Rossella Totaro

psicoterapeuta della Croce rossa italiana