Mese: giugno 2020

IMPARARE UNA SECONDA LINGUA CAMBIA LA TUA PERSONALITA’? I VANTAGGI DEL BILINGUISMO

I limiti del mio linguaggio costituiscono i limiti del mio mondo”

Ludwig Wittgenstein

La maggior parte dei bambini del mondo cresce in ambienti multilingue e tutte le ricerche svolte in materia di bilinguismo, negli ultimi 15 anni, confermano i numerosi vantaggi di cui gode chi parla 2 o più lingue.

Oltre ad avere migliori prospettive di lavoro, i bilingue:

hanno minori probabilità di sviluppare demenze senili (la possibile insorgenza di Alzheimer viene ritardata di 5 anni rispetto a coloro che parlano una sola lingua);

sono avvantaggiati dal punto di vista cognitivo;

manifestano maggiore autostima e sono aperti alla sperimentazione e al cambiamento;

hanno maggiore flessibilità mentale e capacità di multitasking;

hanno maggiori abilità artistiche e una migliore capacità di interpretare il mondo.

In particolare, l’utilizzo più rapido e migliore delle funzioni esecutive, come la capacità di controllare l’attenzione, sembra derivare dal fatto che i bilingue imparano ad inibire una delle lingue mentre si esprimono nell’altra, imparando ad alternare rapidamente compiti diversi.

Questa abilità di task-switching, è una delle più impegnative per il sistema esecutivo. Quando un bilingue si districa in questo passaggio, rispetto a un monolingue fa due cose: usa le reti cerebrali del linguaggio anche per compiti non linguistici e attiva meno il cingolo anteriore, una struttura profonda della corteccia frontale fondamentale per coordinare l’attenzione. Vale a dire che i bilingue sanno riciclare quelle strutture cerebrali che nei monolingue sono adibite solo al linguaggio per usarle come impalcature alternative del controllo cognitivo.

Per lo stesso principio, i bilingue riescono anche a prendere decisioni critiche in modo più rapido. Tener separate due lingue per non fare confusione, infatti, attiva le stesse strutture neurali che vengono usate per prendere decisioni rapide. Essere abituati ad usarle di più fin dalla nascita, garantisce ai bilingue un maggior sviluppo anatomico, cioè uno spessore maggiore della materia grigia nel cingolo anteriore. Per lo stesso motivo, i bilingue hanno anche più capacità di risolvere i conflitti cognitivi. Questo vantaggio si aggiunge al fatto che, essendo abituati ad usare il cingolo anteriore, possono farlo in automatico senza “impegnare la corteccia” per prendere decisioni. Un po’ come avere più memoria di lavoro nel computer, questo caratteristica rende i bilingue più rapidi ed efficienti, con meno sforzo.

Il bilinguismo protegge anche dai problemi cognitivi che possono derivare da un ictus o dalla semplice vecchiaia, perché ritarda il declino cognitivo.

A livello neurale, ciò si spiega col fatto che imparare una seconda lingua ispessisce anche la materia bianca, cioè gli assoni presenti nel cingolato anteriore che ci permettono di trasmettere le informazioni tra aree del cervello. E questo si verifica non solo nell’infanzia ma anche in età adulta o avanzata.

Ciò spiega perché, anche a parità di età, di livello socioeconomico e di altre varianti rilevanti, i bilingue siano meno propensi a sviluppare demenze senili. Ci sono studi scientifici che sottolineano come finanziare corsi di lingua per anziani potrebbe addirittura essere più utile di altri interventi per ridurre i deficit cognitivi negli over 65!

Crescere bilingue

Le neuroscienze ci illustrano tutta questa mole di vantaggi ma, nel concreto, come si imparano due lingue? Ed è consigliabile crescere un bambino bilingue?

Per quanto sembri strano, il neonato possiede un cervello universale per il linguaggio in grado di riconoscere gli elementi fonologici di tutte le lingue del mondo. Con il tempo, il bambino svilupperà le barriere fonologiche proprie solo della sua lingua di appartenenza. In pratica, quel che succede, è una perdita di risoluzione: si perde la capacità di identificare i fonemi che non appartengono al proprio gruppo sociale. Tra i 6 e i 9 mesi, il bambino identifica quei fonemi che appartengono solo alla sua lingua e il suo cervello smette di essere potenzialmente universale.

E’ da segnalare, inoltre, che i bambini non imparano le parole lessicalmente: non si formano una sorta di dizionario mentale in cui ciascun termine viene associato ad un significato. Il significato viene dopo.

Questo è uno dei problemi che riscontriamo nell’imparare una lingua da adulti. Non usando più questo procedimento, impariamo la lingua con l’apparato cognitivo in modo cosciente. “Se imitassimo il meccanismo naturale di consolidare prima la musica delle parole e le regolarità di intonazione della lingua, l’apprendimento sarebbe molto più semplice ed efficace” (Sigman) perché riprenderebbe il sistema utilizzato dai bambini.

Nel crescere un bambino bilingue, il dubbio di molti genitori è che egli possa confondersi se in casa vengono mescolati due idiomi e che, pertanto, apprenda con più difficoltà a parlare.

Gli studi ci dicono che se è vero che durante l’infanzia i monolingue hanno un vocabolario più ampio, questo effetto scompare e persino si inverte con la crescita. Anzi, i bilingue hanno una maggiore conoscenza della struttura del linguaggio, ne notano i meccanismi e questo gli facilita l’apprendimento anche di una terza o quarta lingua. Per di più, essi imparano a leggere in media un anno prima dei monolingue avendo più facilità nel riconoscere le corrispondenze tra lettere scritte e suoni.

Inoltre, ci sono studi su casi di bilinguismo in cui i genitori parlano ciascuno una lingua (come nelle zone di frontiera italo-slovene) ed altri in cui i genitori parlano indifferentemente due lingue. Lo sviluppo dei bambini bilingue in questi casi è identico.

E il motivo per il quale i neonati non si confondono se la stessa persona parla due idiomi è che, per produrre fonemi di ogni lingua, si forniscono indicazioni gestuali – il modo di muovere la bocca o il viso – su quale lingua si sta parlando. Diciamo che si fa una faccia da francese o da italiano. Queste chiavi, per un neonato, sono facili da riconoscere” (Sigman).

Crescere bilingue, dunque, sembra non portare grossi problemi e offre svariati vantaggi che possiamo riassumere in una migliore capacità di gestire le funzioni esecutive del cervello durante lo sviluppo e nel trovare strade alternative. Un bambino in grado di essere pilota del proprio cervello avrà migliori capacità sociali e ciò avrà buone ripercussioni anche sulla sua salute e le sue prospettive future.

Ma le ultime ricerche hanno evidenziato dei risvolti ancora più interessanti: a seconda di quali specifici linguaggi i bilingue padroneggino, la loro visione del mondo cambia di conseguenza.

Due lingue, due personalità?

Sembra che il linguaggio e il pensiero siano interconnessi, e che la lingua in cui ci esprimiamo influenzi il modo in cui concepiamo e categorizziamo il mondo.

Vale a dire che il comportamento e il modo in cui un bilingue interpreta il mondo dipenderebbero dalla lingua parlata in un determinato momento e cambierebbero drasticamente variando l’idioma in cui egli si esprime.

Per fare un esempio, i madrelingua tedeschi tendono a descrivere lo scopo, o l’obbiettivo, di un’azione, perché la loro  lingua guarda agli eventi nel loro insieme, mentre chi parla inglese avrebbe la tendenza a concentrare l’attenzione unicamente sull’azione in se stessa, perché la lingua gli richiede di esprimere grammaticalmente quando un evento è in fase di svolgimento.

Quindi, posti di fronte a uno stesso video di una persona che cammina in direzione di una macchina, il tedesco dirà “una persona che cammina verso la sua macchina”, mentre l’inglese dirà “una persona cammina”.

Il filologo Athanasopoulos, in uno studio pubblicato sulla rivista Psychological Science, ha verificato questo risultato nei suoi studi e, ripetendo l’esperimento con persone bilingue inglesi/tedesche, ha trovato che la risposta dipendeva effettivamente dalla lingua che il soggetto stava utilizzando al momento. Quando i ricercatori hanno fatto concentrare i bilingue sul tedesco, le risposte sono state infatti simili a quelle dei madrelingua tedeschi, e viceversa. Cambiando inoltre lingua a metà dell’esperimento, il risultato era lo stesso.

Inoltre, è stato dimostrato che questa differenza non avviene solo nell’espressione linguistica (cioè il modo in cui dico una cosa descrivendo una scena) ma anche nella categorizzazione non verbale (il modo in cui penso alla scena).

Questo risultato sembra dar conto, almeno in parte, del perché molti riportano di sentirsi in qualche modo diversi quando usano un’altra lingua.

Il fatto che parlare una seconda lingua possa influire sulla nostra psicologia più profonda, modificando la percezione di noi stessi e del mondo circostante, sta diventando sempre più d’interesse nel mondo della ricerca.

La psicologa Ramírez-Esparza ha somministrato a dei cittadini bilingue un doppio test della personalità, chiedendo loro di descriversi in spagnolo e in inglese.

Ne è emerso che quando utilizzavano l’inglese “i candidati si percepivano come più cortesi, estroversi, aperti alla cooperazione e responsabili rispetto alle occasioni in cui utilizzavano lo spagnolo. In generale la loro presentazione toccava più facilmente questioni legate a traguardi personali e lavorativi, alle esperienze di studio e alle attività quotidiane. Al contrario, scrivendo in spagnolo i temi centrali erano quelli della relazione con la famiglia e con il proprio partner e quelli legati ai propri hobbies extralavorativi” (Ramírez-Esparza).

Uno studio simile era già stato fatto negli anni ’50 dalla linguista Ervin-Tripp su donne bilingue, giapponesi e americane, alle quali aveva chiesto di completare nelle due lingue delle frasi, scoprendo che le risposte erano modellate dalla lingua utilizzata. In giapponese esprimevano una visione del mondo più conservatrice, mentre in inglese esprimevano una maggiore propensione all’emancipazione e all’indipendenza.

Anche la percezione di sé sembra essere influenzata dalla lingua. Uno studio su bambini ebrei e finlandesi ha portato alla luce che i bambini che parlano ebraico raggiungono con un anno di anticipo la consapevolezza della loro identità di genere, perché la loro lingua assegna sempre un genere alle parole, mentre in finlandese vi è una ben più ampia possibilità di mantenersi nell’indeterminazione.

Ancora, la lingua che parliamo sembra avere implicazioni anche su come percepiamo il tempo.

L’economista Chen ha scoperto che i cinesi, che non hanno un preciso tempo verbale per indicare il futuro, dimostrano un’inclinazione maggiore del 30% a mettere da parte dei risparmi rispetto a chi invece utilizza lingue nelle quali il tempo futuro è disponibile nel vocabolario. Non poter attribuire una forma definita al futuro lo rende molto più prossimo al presente, molto più incombente, e porta i cinesi a voler risparmiare di più.

Rispetto al tempo, Athanasopoulos e Bylund fanno l’esempio degli Aymara che vivono principalmente tra Perù e Bolivia. Nella lingua degli Aymara la parola che indica il futuro (qhipuru) significa letteralmente “dietro il tempo”. L’asse temporale degli Aymara è invertito rispetto al nostro: il passato sta davanti mentre il futuro è alle spalle. E per quanto ci sembri contro intuitivo, il loro concetto segue invece una logica stringente: il passato, essendo già noto, è perfettamente visibile; il futuro, al contrario, rimane sconosciuto come qualcosa che sta dietro di noi e resta fuori dal nostro campo visivo.

Ma alcune differenze nella percezione del tempo le riscontriamo anche in occidente. Svedesi e inglesi misurano il tempo come se fosse una cosa concreta, facendo riferimento a distanze (per esempio, ci si prende una “breve pausa” ma mai piccola). Gli italiani, i greci e gli spagnoli tendono invece a usare di più quantità e grandezze fisiche per connotare la durata del tempo (una “piccola pausa”). Quindi, in un esperimento in cui si chiedeva di stabilire quanto tempo fosse trascorso osservando una linea che cresceva, gli svedesi erano portati a pensare che più la linea cresceva più tempo passava. Lo stesso collegamento non era automatico per gli spagnoli, più abituati a concepire il tempo come una quantità, come un volume che occupa spazio.

Da tutti questi esempi, è facile intuire che ogni lingua, insieme alle sue possibilità espressive, veicola anche il proprio tessuto culturale. Quando usiamo una lingua piuttosto che un’altra, ci inseriamo in uno specifico orizzonte di significati e pensiamo utilizzando gli strumenti che quel linguaggio ci mette a disposizione.

Ciò significa che riuscire a farsi comprendere in un’altra lingua non è così semplice e non richiede solo una conoscenza perfetta della grammatica o del vocabolario. Cos’altro serve?

Saper pensare in un’altra lingua

Tutti nella vita abbiamo sperimentato, almeno una volta, la difficoltà di rendere il nostro pensiero, far comprendere la nostra visione delle cose al nostro interlocutore.

Questa difficoltà aumenta se ci troviamo a dover tradurre il nostro pensiero in un altro idioma. Perché non è solo una questione linguistica o lessicale: un buon traduttore deve “saper pensare nell’altra lingua” per poter far capire il proprio messaggio. Non si tratta, cioè, di esprimere un concetto trasferendo le parole da una lingua all’altra e variando le strutture sintattiche, si tratta di accordarsi ad un modus cogitandi, un modo di classificare e guardare l’esperienza.

Ma possiamo quindi dire che è la lingua che parliamo che influenza il nostro modo di percepire e pensare la realtà? Essa influisce sul nostro modo di pensare, determinando un diverso modo di classificare i dati dell’esperienza?

Tutto questo sottende un dilemma: nasce prima il pensiero e poi la parola per dirlo o la parola forma il pensiero che verrà poi espresso?

Per rispondere dobbiamo far cenno ad una teoria, che va sotto il nome di ipotesi di Sapir-Whorf, formulata già negli anni ’30 del Novecento, che ha goduto di fama altalenante.

Secondo Benjamin Whorf, linguista, e il suo maestro Edward Sapir, antropologo, la lingua che parliamo non è solo frutto del nostro modo di organizzare l’esperienza. Essi sostenevano invece l’idea che la lingua determini i nostri processi di pensiero, definendo il sistema linguistico di sfondo come “il programma e la guida dell’attività intellettuale dell’individuo” (Whorf).

Questa versione “forte” della loro ipotesi, nota come determinismo linguistico, arrivò a teorizzare che noi abbiamo esperienza solo di ciò che siamo in grado di “dire” con il nostro linguaggio. Ciò che le parole non sanno dire, l’occhio non sa vedere. Questo, semplicemente perché non abbiamo le categorie, le “caselle”, entro cui sistemare la nostra esperienza.

Gli anni ’60 del Novecento cominciarono a confutare questa ipotesi. Gli studi del famoso linguista Chomsky dimostrarono infatti che esiste una grammatica universale insita nel genere umano. I bambini manifestano già da piccoli delle conoscenze grammaticali molto più complesse di quelle che potrebbero aver ricevuto dalla loro breve relazione sociale con gli altri. Questa teoria porterebbe dunque a pensare che il linguaggio sia antecedente all’esperienza e che non ne sia influenzato e non la influenzi, al contrario di quanto sostenuto da Sapir e Whorf.

Alla fine degli anni ’80, però, la psicologia e la linguistica fecero grandi progressi e l’ipotesi venne rispolverata.

Venne valutato, ad esempio, l’impatto che il linguaggio della politica del tardo Novecento ebbe sui modi di pensare delle masse. Secondo il filologo Klemperer, la lingua usata dal Terzo Reich evidenzia come il nazismo sia riuscito a rendere consueto un certo tipo di linguaggio arrivando a strutturare il pensiero non solo dei dominatori ma anche dei dominati. “Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico. Se per un tempo sufficientemente lungo al posto di eroico e virtuoso si dice ‘fanatico’, alla fine si crederà veramente che un fanatico sia un eroe pieno di virtù e che non possa esserci un eroe senza fanatismo”.

Anche in chiave positiva, possiamo tutti pensare ad un momento in cui abbiamo provato un disagio o un’emozione che ci faceva stare male ma non sapevamo esprimerlo. Ecco che quando qualcuno ci fornisce le parole per esprimere quello che sentiamo allora noi “leggiamo” l’esperienza, le diamo un nome, la “proviamo” alla luce di quelle parole. E così, la categorizziamo e sappiamo collocarla nella nostra realtà (anche interiore).

Questo incredibile potere del linguaggio lo sperimento tutti i giorni nel mio lavoro di psicoterapeuta. Aiutare le persone a “dire” come stanno, cercare insieme di costruire una metafora che renda bene conto di quello che stanno vivendo, apre ad un processo in cui quella situazione non solo diventa “dicibile”, ma anche “pensabile” e, dunque, posso farne qualcosa, che sia risolverla o lasciarla andare.

In modo più tangibile e meno romantico, la psicologa Spelke e la sua collega Hespos hanno effettuato degli studi, sulla scia di quelli di Athanasopoulos, che provano che i parlanti di lingue diverse hanno diversi modi di vedere la realtà.

Mettendo a confronto Coreani e Americani, queste due psicologhe hanno verificato che il linguaggio li porta a mettere in evidenza elementi diversi dello stesso evento presentato e a non vedere, al contrario, caratteristiche che parlanti di lingua diversa invece notano. Gli adulti inglesi e coreani, posti di fronte ad uno stesso evento, lo categorizzano dunque secondo il loro linguaggio. Quindi “vedono” solo ciò che il loro linguaggio è capace di esprimere.

Ma il loro studio ha aggiunto un elemento in più: il fatto che il linguaggio porti gli individui a leggere in modo diverso la realtà, non significa che, nei bambini, il pensiero venga dopo l’apprendimento del linguaggio.

Le loro ricerche hanno dimostrato, infatti, che bambini di soli cinque mesi, con genitori di lingua inglese e coreana, erano in grado di osservare la realtà nello stesso modo. Quegli eventi che i loro genitori, proprio perché parlanti lingue diverse, non erano più in grado di vedere allo stesso modo, nei bambini erano ugualmente notati, indipendentemente dalla lingua parlata dai genitori. Come a dire che il linguaggio non struttura il pensiero di questi bambini ma, semplicemente, il fatto che il linguaggio dei loro genitori non contenga parole per “dire quell’esperienza”, fa sì che, crescendo, quell’esperienza inespressa lentamente venga lasciata perdere. Non sia più presa in considerazione.

Viene da fare un parallelo con la tendenza dei bambini a selezionare solo quei suoni che appartengono alla lingua (o alle lingue) a cui sono esposti, come abbiamo visto. Così come lentamente si diventa insensibili ai suoni che si ritengono irrilevanti, perché non contenuti nella lingua madre, allo stesso modo si impara ad ignorare parti della realtà più che a categorizzare e di conseguenza conoscere.

Il fatto che non ci venga insegnato a vedere certi aspetti, ci fa disimparare a vederli.

In generale questo è un meccanismo sano e funzionale. Il nostro cervello si basa sulla categorizzazione e la semplificazione, perché cerca di fare ordine in un’esperienza altrimenti caotica e frammentata. Dare forma alla realtà, selezionando gli stimoli che riteniamo rilevanti, ci aiuta a sopravvivere, ma restringe irrimediabilmente il campo della nostra percezione.

Esserne consapevoli potrebbe aiutarci a comprendere e rispettare i diversi modi di vivere e categorizzare come ugualmente tendenti al solo scopo di dare una forma e un senso a ciò che ci circonda.

L’errore, al solito, sta nella rigidità del ritenere la propria via, la verità. In questo, l’apprendimento di una seconda lingua può venirci in soccorso: saper comunicare con una lingua diversa dalla propria rende liberi perché ci apre nuove prospettive culturali e ci spinge a utilizzare nuovi modi di pensare.

Ogni lingua traccia intorno al popolo cui appartiene un cerchio da cui è possibile uscire solo passando, nel medesimo istante, nel cerchio di un’altra lingua.

L’apprendimento di una lingua straniera dovrebbe essere pertanto l’acquisizione di una nuova prospettiva nella visione del mondo fino allora vigente e lo è in effetti in certo grado, dato che ogni lingua contiene l’intera trama dei concetti e la maniera di rappresentazione di una parte dell’umanità.

Wilhelm von Humboldt

 

Dr.ssa Valeria Lussiana

Bibliografia

Athanasopoulos P., Bylund E., Montero-Melis G., (2015), Two Languages, Two Minds: Flexible Cognitive Processing Driven by Language of Operation, Psychological Science ,Volume: 26 issue: 4, 518-526

Chen M.K., (2013), The Effect of Language on Economic Behavior: Evidence from Savings Rates, Health Behaviors, and Retirement Assets, Published in the American Economic Review, Vol. 103, 2, 690-731

Ervin-Tripp S.M., (1969), Sociolinguistics. Advances in experimental social psychology, 17, 435-474

Gold B.T.,Kim C., Johnson N.F., Kryscio R.J., Smith C.D., (2013), Lifelong Bilingualism Maintains Neural Efficiency for Cognitive Control in Aging, Journal of Neuroscience, 33 (2) 387-396

Guiora A.Z., (1972), Construct validity and transpositional research: toward an empirical study of psychoanalytic concepts, Comprehensive Psychiatry, Volume 13, Issue 2, 139-150

Keeley, T.D., (2014) The importance of Self-Identity and Ego Permeability in Foreign Culture Adaptation and Foreign Language Acquisition, Business Review, 25 (1), 65-104

Pliatsikas C., Moschopoulou E., Saddy J.D., (2015), Bilingualism and white matter structure, Proceedings of the National Academy of Sciences,112, (5),1334-1337

Rodríguez-Arauz G., Ramírez-Esparza N.Boyd R. & Perez-Brena N., (2017), Hablo Inglés y Español: Cultural schemas as a function of language. Frontiers in Psychology, Social Psychology 8

Sigman M., (2017), La storia segreta della mente, DeaPlaneta Libri

Whorf B. L., (1970), Linguaggio, pensiero e realtà. Raccolta di scritti a cura di John B. Carroll, Boringhieri.

 

Sitografia

http://www.treccani.it/magazine/chiasmo/storia_e_filosofia/Percezione/percezione_sgl_tale_idioma_tale_nazione.html

https://www.independent.co.uk/news/science/how-the-language-you-speak-changes-your-view-of-the-world-10212854.html

https://www.wired.it/scienza/lab/2015/04/29/cambiando-lingua-cambia-visione-mondo/#:~:text=L’idea%20di%20Orwell%20%C3%A8,concepiamo%20e%20categorizziamo%20il%20mondo.

https://youmanist.it/categories/cultura/lingua-percezione-tempo

http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/lipotesi-sapir-whorf-come-modo-del-conoscere/

https://www.academia.edu/9908241/Pensiero_linguaggio_ed_esperienza_-_brevissimo_studio_sullipotesi_di_Sapir-Whorf

http://tesi.cab.unipd.it/62357/1/Maddalena_Crepet_2019.pdf

https://theconversation.com/keeping-actively-bilingual-makes-our-brains-more-efficient-at-relaying-information-36045

Storia del Narcisismo, ieri e oggi

Per il narcisista,

il mondo è uno specchio

(Lasch, 1979)

L’origine etimologica del termine narcisismo deriva dal greco narkào che significa stordire, in relazione all’intenso profumo del relativo fiore.

Il termine narciso deriva infatti dal Mito Greco descritto nelle Metamorfosi di Ovidio, in cui un bel giovane di nome Narciso respinge una lunga schiera di pretendenti, tra i quali vi è la ninfa dei boschi Eco, nota per le sue grandi doti di conversazione e persuasione. La stessa era stata incaricata da Zeus ad intrattenere la moglie Era durante i suoi incontri amorosi; quest’ultima, resasi conto dell’inganno, punisce la ninfa privandola della parola. Quando la ninfa Eco incontra il bel Narciso se ne innamora e lo segue ovunque, la sua silenziosa presenza irrita Narciso che la respingerà bruscamente finché lei non morirà d’amore. La Dea Artemide quando scopre cosa accade, condanna Narciso ad innamorarsi senza poter soddisfare mai la propria passione e lo accompagna vicino una fonte di acque chiare e trasparenti. Narciso nota la sua immagine riflessa nelle acque, se ne innamora perdutamente e, nel tentativo di abbracciare la sua stessa immagine, muore trasformandosi in un fiore, il narciso, che cresce solitamente lungo i bordi dei corsi d’acqua. Un’altra versione del mito vuole che Narciso resosi conto di non poter raggiungere la sua amata immagine riflessa nell’acqua, muoia dal dolore cosicché, poi, dal suo corpo nasca il fiore Narciso (Migone, 1993).

In entrambe le versioni del mito, se ci pensiamo, l’innamorarsi follemente della propria immagine ovvero divenire narcisisti viene interpretato come una forma di punizione per l’incapacità di amare e riconoscere l’altro privando di equilibrio e reciprocità la maggior parte dei rapporti interpersonali.

In ambito clinico e psicopatologico, questo termine è stato nel tempo utilizzato per riferirsi a vari fenomeni passando da una perversione a un fenomeno socioculturale: dal funzionamento psicotico di pazienti molto gravi a quello normale, a fasi dello sviluppo psicosessuale, a difese da angosce di tipo schizoparanoide e depressivo e ad un definito Disturbo della Personalità.

È sotto gli occhi di tutti: viviamo in una società ossessionata dall’apparire,

brulicante di Narcisi persi nella propria immagine riflessa” (Mancia, 2010).

Il narcisismo nel nostro contesto socio-culturale

Oggi, quando si parla di “narcisismo” tendenzialmente si riferisce a un interesse o una preoccupazione relativa al Sé su un continuum che va dalla sanità alla patologia (Ronningstam, 2001); ricordiamo infatti che aspetti narcisistici riguardano tutti noi.

D’altra parte anche il nostro contesto socio-culturale ha importanti dimensioni narcisistiche difatti lo scopo delle nostre principali attività vitali è il raggiungimento immediato della gratificazione e dell’arricchimento personale. Proprio perché viviamo all’interno di un orientamento culturale teso all’estrema valorizzazione del Sé, il termine “narcisista” è utilizzato in svariati modi e accezioni e di conseguenza a volte è complesso fare una distinzione tra narcisismo sano e narcisismo patologico ovvero tra gli adattamenti socio- culturali richiesti dalla nostra società ed una patologia narcisistica.

Siamo in presenza di narcisismo sano, quando vi è una certa dose di amor proprio ed egocentrismo essenziale per la salute e l’equilibrio psicologico di ognuno di noi, esso rappresenta l’estremo di un continuum al cui opposto ritroviamo invece il cosiddetto narcisismo patologico caratterizzato da un abnorme bisogno di affermazione, apprezzamento e attenzioni (Gabbard, 2015).

Il narcisismo sano o normale è una componente essenziale del funzionamento umano poiché influenza le nostre attività di autoconservazione, autoregolazione e autoaffermazione (Ronningstam, 2001). In questo ritroviamo, infatti, non solo empatia interpersonale e preoccupazione sociale ma anche una regolare dimensione di vanità ed esibizionismo.

D’altra parte, quando vi è una patologia narcisistica si ravvisa una certa rigidità, persistente insensibilità verso gli altri, una generale tendenza allo sfruttamento e mancanza di reciprocità nelle relazioni interpersonali (ibidem). Gli individui con una patologia narcisistica infatti sembrano essere incapaci di amare, non percepiscono gli altri come persone che hanno un’esistenza separata o esigenze specifiche ma “oggetti” necessari per il soddisfacimento dei propri bisogni.

Concludendo, possiamo affermare che una strategia utile per distinguere le due forme di narcisismo può essere quella di valutare la qualità delle relazioni interpersonali dell’individuo, avendone visto le differenze e le caratteristiche e ricordando che anche le varie fasi del ciclo vitale sono un punto imprescindibile in questa valutazione, si pensi alla comprensibile e funzionale quota sana di narcisismo durante la fase evolutiva dell’adolescenza.

Dr.ssa Maria Grazie Esposito

BIBLIOGRAFIA

– Gabbard, G. O. (2015) Psichiatria Psicodinamica. Quinta edizione basata sul DSM-5. Psichiatria Psicoterapia Neuroscienze Raffaello Cortina Editore 2015;

– Lasch, C. (1979), La cultura del narcisismo. L’individuo in fuga dal sociale in un’età di disillusioni collettive. Tr. It. Bompiani, Milano 1981;

– Mancia, M. (2010), Narcisismo. Il presente deformato dallo specchio, Bollati Boringhieri;

– Migone, P. (1993), Il concetto di narcisismo. Rivista Il ruolo terapeutico 1987;

– Ronningstam, E. F. (a cura di) (2001), I disturbi del narcisismo. Diagnosi, clinica, ricerca. Psichiatria Psicoterapia Neuroscienze, Raffaello Cortina Editore;