Mese: marzo 2019

YOGA DELLA RISATA CON LUIGINA E STEFANO

Nello yoga della risata non si assumono posizioni yoga, ma con lo yoga ha in comune la respirazione.

Non si utilizzano barzellette e gags per ridere, ma si fanno degli esercizi di risata, che hanno sul nostro corpo gli stessi effetti benefici di una risata spontanea.

Con un po’ di giocosità e di contagio emotivo, le risate non spontaneo lo diventano!

Ti aspettiamo venerdì 17 maggio alle 18.30, in via Genè 12 a Torino. Porta il materassino e la voglia di ridere.

L’incontro è gratuito per i soci dell’Associazione Eco, per tutti gli altri il costo è di 5 euro.

Per prenotazioni: ecoassociazione@gmail.com

 

ATTENZIONE:

Lo yoga della risata è sconsigliato a:

Stati avanzati (sanguinanti) di emorroidi

Forti dolori alla schiena

Ogni tipo di ernia Tosse persistente

Qualsiasi sintomo acuto

Aver subito operazioni da meno di 3 mesi

Epilessia Malattie di cuore

Pressione alta Incontinenza urinaria

Importanti disturbi psichici e disturbo bipolare

Stato di gravidanza

LE ASSOCIAZIONE ECO E ASAI UNITE CONTRO MALNUTRIZIONE E DISTURBI ALIMENTARI

Nel corso della collaborazione iniziata a settembre 2018 tra le Associazione Eco e Asai abbiamo realizzato 4 incontri, con ragazzi e genitori, volti a prevenire la malnutrizione e i disturbi alimentari.

Gli educatori dell’associazione Asai durante il laro lavoro di dopo scuola e prevenzione dell’abbandono scolastico hanno notato che i ragazzi non mangiavano con regolarità, saltavano i pasti e si alimentavano scorrettamente. Questo portava a difficoltà nello studio, rallentamento cognitivo e tendenza ad addormentarsi.

Abbiamo quindi deciso di fare 2 incontri con i ragazzi di 5 elementare e 3 media, e 2 incontri con i genitori per dare delle informazioni di base sulla corretta alimentazione e prevenire così futuri patologie fisiche e psicologiche.

Dall’incontro fatto dalle dottoressa Pugno e Querin con i ragazzi di 3 media è emerso che sono in generale ben preparati sulla composizione dei cibi, su quali siano preferibili rispetto ad altri meno sani, ma non usano le informazioni in loro possesso nelle decisioni alimentari.

E’ emerso che la metà di loro non fa la colazione, tutti non fanno spuntino e merenda, a pranzo qualcuno mangia, ma non si è capito bene cosa (pane e tonno, pacchetto di patatine, quello che trovano in casa) e che l’unico pasto che fanno degno di questo nome è la cena.

Si è rilevata anche una differenza rispetto al paese di origine: gli asiatici mangiano in modo più variegato e almeno 3 volte al giorno, mentre chi proviene dal nord Africa e dall’est Europa tende ad essere più monotono nell’alimentazione più discontinuo.

Si è quindi lavorato con loro sulla Piramide alimentare, sull’importanza della regolarità e varietà dei pasti e sulle conseguenze su corpo e mente del loro attuale comportamento alimentare.

Per quanto riguarda l’incontro con i genitori dei ragazzi, siamo rimaste piacevolmente sorprese dalla significativa partecipazione, in particolare erano presenti molti papà, che hanno preso parte attivamente al gruppo.

Uno dei temi significativi emerso è stato la percezione di impotenza manifestata dai genitori in merito alla possibilità di intervenire sulle abitudini alimentari dei propri figli: alcuni genitori non sanno che i ragazzi non mangiano, altri ritengono di non avere strumenti o strategie per intervenire al riguardo. Abbiamo discusso sull’abitudine di dare dei soldi ai ragazzi per comprare da mangiare, che spesso tuttavia vengono impiegati per comprare cibo poco sano come patatine oppure bevande come la cioccolata alle macchinette: a tale proposito è emerso che tale abitudine rappresenterebbe un modo per non interferire con le spinte all’autonomia e l’indipendenza dei ragazzi, spinte che mal si concilierebbero con la merenda casalinga preparata dalla mamma. Abbiamo dunque stimolato la riflessione su quanto sia comunque importante dare ai propri figli informazioni corrette sulla sana alimentazione, preoccupandosi al contempo, di fornire alternative sane, come ad esempio offrire un frutto da portare a scuola. Inoltre abbiamo cercato di mettere in luce il significato affettivo che assume il cibo, nella dimensione del ‘prendersi cura’, del ‘pensare’ al proprio figlio anche attraverso, appunto, la preparazione di un semplice panino.Durante l’incontro abbiamo poi invitato i genitori a riflettere sul proprio comportamento alimentare cercando di incoraggiare la consapevolezza di quanto le proprie scelte alimentari rappresentino un modello di comportamento da trasmettere ai propri figli.

Infine, un ultimo tema emerso è stata la nostra percezione di un certo ‘timore’ da parte dei genitori di entrare in conflitto con i propri figli: alcune mamme hanno raccontato che quotidianamente consentono al proprio figlio di cenare tenendo il cellulare in mano oppure davanti alla televisione, sostenendo l’impossibilità di opporsi e quindi impedire questo comportamento. Questo aspetto ci ha indotto a sottolineare in modo fermo l’importanza del ruolo e della responsabilità genitoriale, che si declina nel fornire regole e stabilire limiti anche nel campo dell’alimentazione dei propri figli, sostenendo e gestendo  eventualmente possibili conflitti che possono insorgere al riguardo.

Un elemento importante emerso è che nel passaggio dalle elementari alle medie i genitori percepiscono i figli come oramai in età per badare a sé stessi (dal punto di vista alimentare) e si disimpegnano rispetto alla cura di questo aspetto.

Complessivamente questi incontri hanno rappresentato momenti piacevoli di incontro e confronto: dopo un’iniziale e comprensibile reticenza, si è instaurato, in particolare con i genitori dei ragazzi delle medie, un buon clima che ha consentito un ricco scambio reciproco.

Riassumendo:

  • i ragazzi hanno un’alimentazione non regolare e poco sana e ne sono consapevoli
  • i genitori sono consapevoli che i figli saltano i pasti, ma non di cosa mangiano quando sono da soli. Inoltre sentono  di non poter intervenire su questi aspetti
  • i genitori hanno paura di entrare in conflitto con i loro figli per timore di “perdere” la relazione con loro
  • si è sottolineata l’importanza di essere di buon esempio per i figli e di portare avanti il proprio ruolo genitoriale
  • nel passaggio dalle elementari alle medie i genitori percepiscono i figli come oramai in età per badare a sé stessi (dal punto di vista alimentare) e si disimpegnano rispetto alla cura di questo aspetto

Dr.sse Pugno e Querin

VIOLENZA DOMESTICA: COME RICONOSCERLA E COME SPEZZARE IL VORTICE CHE S’INNESCA

“Violenza domestica”. Quante volte abbiamo sentito questa espressione negli ultimi anni? Molti di
voi penseranno che ormai sia un argomento “cult”, ma è davvero così?
Volendo fare chiarezza possiamo dire che l’ambito d’intervento sia relativamente giovane, ma la
tematica non lo è affatto. La violenza infatti è sempre esistita ma, oggi più del passato, viene
percepita come un problema e quindi affrontata.
In particolare la violenza contro le donne ha radici antichissime negli atteggiamenti culturali. Il
rapporto uomo-donna ha da sempre esplicitato schemi in cui da un lato si coglievano
caratteristiche quali superiorità, attività e potere e dall’altro inferiorità, passività e obbedienza.
Già ai tempi di Platone e Aristotele si delineava la donna “per natura più debole dell’uomo” dato
che “il corpo femminile è incompleto, menomato” e come tale la sottomissione femminile all’uomo
veniva autorizzata.
In età romana la donna veniva vista esclusivamente con una funzione procreativa, a tal punto che,
se risultava sterile, poteva venir ripudiata dal marito e dal resto della famiglia.
Nelle epoche seguenti la considerazione della donna non variò di molto, ma si arricchì di divieti
(es. il cristianesimo ne vietò le funzioni sacerdotali, nel medioevo potere e patrimonio venivano
ereditati solo per discendenza maschile, ecc.).
Per fortuna esisteva qualche rara eccezione: nell’antica Babilonia e nell’antico Egitto le donne
godevano dei diritti di proprietà e a Sparta amministravano l’economia. Questo ci dovrebbe
portare ad una riflessione: la donna è davvero per natura più debole dell’uomo?
Forse la natura in questo caso non c’entra nulla. Ne consegue che possa essere un problema
strutturale della società. È la società stessa, infatti, che produce una differenza di genere,
determinando un problema di salute pubblica.
Furono i movimenti femministi degli anni 70 a portare alla luce tale dinamica e la violenza contro
le donne si trasformò, di fatto, da questione privata ad un problema sociale. Si ruppe, così, il muro
di silenzio che l’idea di famiglia, fino a quel momento, aveva nascosto dietro una potente barriera.
Ma ritorniamo al concetto di violenza domestica e dopo questa importante premessa proviamo a
comprenderla meglio. Per prima cosa essa è un Reato e come tale perseguibile dalla legge.
L’articolo 1 della Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne dell’ONU (1993)
definisce con tale espressione “qualsiasi atto di violenza fondata sul genere che comporti, o abbia
probabilità di comportare, sofferenze o danni fisici, sessuali o mentali per le donne, inclusi le
minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitrale della libertà, sia che si verifichi nella
sfera pubblica sia in quella privata”.
La violenza domestica non è da intendersi solo come fisica, ma anche psicologica, sessuale ed
economica. Al di sotto di tutte queste forme di violenza si delinea il riproporsi di quel vortice che
Lenore Walker, psicologa americana, definì nel 1979, con il nome di ciclo della violenza. Essa mise
in evidenza come la violenza domestica avvenga all’interno di una relazione che dovrebbe essere
di amore, di cura e di fiducia. Proprio per questo motivo diventa molto difficile comprenderne
l’inizio, ma è più comprensibile pensarla come “un progressivo e rovinoso vortice in cui la donna
viene inghiottita dalla violenza continuativa, sistematica e quindi ciclica da parte del partner”.
Le tre fasi, delineate dall’autrice, tendono a ripetersi con continuità.

Prima fase: la crescita della tensione. Una tensione che solitamente ha esordio come una violenza
verbale, quindi più subdola. L’uomo mostra un crescente nervosismo che lo porta ad essere
perennemente irritato, generando confusione nella compagna. La donna, che avverte questa
tensione, mette in atto una serie di strategie con la finalità principale di “tenere calmo l’uomo”.
Tutto è focalizzato su di lui, pur di evitare l’abbandono tanto temuto dalla partner.

Seconda fase: la violenza viene espressa. In questa fase l’uomo perde il controllo, che potrebbe in
un primo momento essere agita sugli oggetti e arrivando, in un secondo momento, alla violenza
fisica. In questa fase si delinea il dominio e la prevaricazione dell’uomo sulla donna.

Terza fase: “la luna di miele” o una finta riappacificazione. Dopo la violenza agita, l’uomo mette in
atto tutta una serie di comportamenti riparatori con l’intento di cancellare o minimizzare la
violenza che la donna ha subito. È la fase in cui la compagna ci crede e perdona; in seguito ad un
rinforzo positivo spesso si decide di tornare ad investire nuovamente nella relazione. Proprio in
questa fase, infatti, le donne che avevano trovato il coraggio di uscire da una relazione malata si
trovano a ritirare le denunce o ad abbandonare un percorso che avevano iniziato per uscire dalla
violenza.

Il fatto che esso sia stato definito ciclicamente intende proprio il ripetersi, spesso in tempi sempre
più brevi rispetto all’esordio, con conseguenze sempre più devastanti. Ad ogni episodio di
maltrattamento si genera maggiore fragilità nella donna. Ad una diminuzione della capacità di
reazione ne consegue l’aumento del livello di tolleranza della violenza. Questo ciclo è uno stress
emotivo continuo che porta al disorientamento e alla confusione e ad un abbassamento notevole
del benessere psicofisico della donna.
Per gli “addetti ai lavori” risulta fondamentale riuscire a conoscere le fasi che si innescano nella
violenza domestica perché permette di discriminare la relazione maltrattante da una relazione
conflittuale. I meccanismi che ritroviamo, infatti, sono differenti e riconoscibili in tre step.
L’inizio è segnato dall’intimidazione in cui la donna viene spaventata con comportamenti
imprevedibili, minacce e violenza verso oggetti. L’uomo si avvale di denigrazioni, umiliazioni che
intaccano l’autostima della compagna. In questo modo la donna inizia a distorcere la realtà, a
percepire di meritarsi tutto ciò, per qualche strano motivo.
Il meccanismo successivo che si attiva è l’isolamento con l’intento di allontanare le figure di
riferimento, comportando spesso una rinuncia, da parte della donna, al proprio lavoro e, di
conseguenza, alla propria indipendenza. Il pensiero inconscio che si genera nell’uomo violento è
semplice, ma molto efficace: se la compagna rimarrà sola, isolata dal contesto relazionale e l’unico
riferimento permarrà il suo uomo, essa sarà maggiormente controllabile.
La violenza psicologica progressivamente va ad attaccare l‘identità riducendo drasticamente la
stima di sé. La donna si sentirà inadeguata, debole, incapace, arriverà a pensare di aver causato lei
stessa i maltrattamenti e di meritarseli.
Come è possibile in seguito ad un’esperienza traumatica riuscire a ritornare ad avere fiducia
attraverso la psicoterapia?
“Di relazioni ci si ammala e di relazioni si guarisce” (Patrizia Adami Rock).
In queste parole credo ci sia l’essenza della psicoterapia: attraverso la relazione terapeutica la
donna maltrattata riuscirà a recuperare il senso di sicurezza, di controllo sulla propria vita, di
fiducia nell’altro e a riprendere possesso delle risorse che precedentemente aveva abbandonato.
Perché questo possa avvenire, il professionista dovrà riuscire a ricostruire insieme alla sua
paziente la storia di maltrattamento per comportare una decostruzione del sistema di
dominazione-sottomissione creatosi e delinearsi come un “testimone” che solidarizza con la
donna.
La violenza che la donna ha subito dovrà essere dominata da lei stessa: dovrà riuscire a
riconoscersi in un primo momento come vittima e, in un secondo momento, a percepirsi come
soggetto con capacità decisionale, superando il senso di vergogna che il maltrattamento ha
insinuato. In questo modo la spirale della violenza potrà essere interrotta.

Psicologa – Psicoterapeuta
Dott.ssa Sonia Allegro

Quando venire alla luce nasconde qualche ombra: il post partum

Se qualcuno è disposto ad ascoltare le lacrime della madre,

quello sarà anche il momento in cui la madre sarà in grado

di ascoltare il pianto del suo bambino”(Selma Fraiberg, 1999)

Se ti riconosci in quanto scritto, contattaci http://www.ecoassociazione.it/mentre-attendo-te-mi-prendo-cura-di-me/

La nascita di un figlio è un evento straordinariamente complesso, carico di significati profondi, coincide con molteplici e talvolta repentine modificazioni, a livello biologico, sociale e psicologico. Si caratterizza come una profonda crisi evolutiva1, che implica mutamenti relativi al proprio ruolo sociale, alle proprie relazioni interpersonali e all’intero Sé.

Il passaggio dall’essere esclusivamente “figlia”, ad essere anche “madre” se da un lato è conferma della propria capacità riproduttivo/creativa, dall’altra riattiva una serie di riflessioni, più o meno consapevoli, riguardo all’essere come la propria madre o diversa da lei. Insomma vengono rivissuti e rivisitati conflitti infantili, esperienze relazionali e elementi conflittuali di se stessa figlia con i propri genitori ed in particolare con la propria madre.

Nonostante negli ultimi decenni, drammatici fatti di cronaca abbiamo fatto emergere in tutta la sua drammaticità il dolore, l’angoscia e la solitudine che talvolta le madri vivono, ancora oggi all’immagine di madre si associa l’idea di serenità, gioia, appagamento totale e totalizzante. Nell’immaginario una “brava mamma” deve essere “sempre all’altezza”, amorevole, gentile, empatica e devota ad un neonato bisognoso. Tali aspettative non fanno altro che far sentire la neo mamma, incompresa, sola, incapace e arrabbiata.

Nella realtà quotidiana ci si confronta dolorosamente con l’essere una mamma “imperfetta”, che accudisce il bambino reale, anche lui così diverso dal bambino fantasticato durante i mesi di attesa. Pensiamo ad esempio a come anche un momento come l’allattamento, immagine di tenerezza e amore assoluti, possa per alcune donne trasformarsi in una “messa alla prova”, con conseguente paura del rifiuto, frustrazione, ansia. Il legame mamma/bambino si realizza ed arricchisce in fondo proprio anche grazie a quella “imperfezione” come riporta Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista che ha osservato come i bambini abbiano bisogno nel loro sviluppo proprio di una mamma “imperfetta”. Coniò per questo il termine di madre “sufficientemente buona”, capace sì di dare al suo bambino cure adeguate, ma capace anche, con le sue imperfezioni, di permettere al bambino di vivere piccole esperienze di frustrazione e mancanze che gli permetteranno di confrontarsi con il mondo reale fuori da sè.

Per poter essere accanto al suo bambino la mamma ha anche lei bisogno di essere “accudita” e sostenuta nei primi mesi di vita del suo bambino, ha bisogno di prendere fiducia nelle proprie capacità e ha bisogno che qualcuno spesso le dica “come si fa” e che accolga i suoi vissuti di incertezza, di tristezza, di stanchezza e di inadeguatezza che comunemente fanno fronte in molte neo mamme.

Come abbiamo visto, difficoltà emotive nelle prime settimane dal parto sono diffuse e per certi aspetti fisiologiche, vengono sperimentate da una percentuale di neo mamme che si aggira intorno al 50%, tanto da essere ritenute una normale reazione al parto. Questo insieme di sensazioni che prende il nome di “baby blues” o “maternity blues” si verifica entro le prime due settimane dal parto, con senso di tristezza, tendenza al pianto, stanchezza, irritabilità. La remissione è generalmente spontanea nell’arco di una settimana.

Molto diversa è invece la sintomatologia della psicosi puerperale, il disturbo più grave tra quelli ad esordio nel puerperio che fortunatamente ha un’incidenza molto ridotta. Può presentare mania o depressione, distacco o distorsione della realtà, allucinazioni. In queste situazioni il rischio per l’incolumità del bambino è significativo, nonostante la prognosi sia generalmente favorevole e l’episodio in genere si risolva entro due mesi dalla diagnosi, a patto che venga effettuata una adeguata presa in carico delle pazienti in un approccio integrato mamma-bambino.

Alterazione dello stato emotivo nel post partum che può avere ricadute più importanti sia sulla salute mentale della donna che nella relazione mamma bambino è la cosiddetta depressione post partum, che compare in genere nel corso del primo trimestre dopo il parto o comunque entro il sesto mese, più raramente entro l’anno di nascita del bambino. Si caratterizza per una serie di specifici sintomi depressivi (tristezza, sfiducia, pianto, irritabilità, inadeguatezza), ansiosi (sensazione di allarme, di pericolo, di perdita di controllo), neurovegetativi (disturbi del sonno, incubi, confusione, somatizzazioni, vertigini) e nella relazione mamma-bambino (distacco, mancanza di empatia avversione, disinteresse).

I principali fattori di rischio per questa sindrome includono: pregressi episodi depressivi, deflessione del tono dell’umore in gravidanza, una storia di sindrome disforica premestruale e la presenza di severo maternity blues nel post partum. Recentemente è stata posta una particolare attenzione alla prolungata privazione di sonno o una ridotta qualità del sonno come fattori di rischio significativo per la depressione post partum. Studi epidemiologici hanno riportato come fattori predisponenti oltre a quelli precedentemente citati anche quelli di natura psicosociale, come la presenza di conflitti coniugali o l’assenza di sostegno sociale e familiare, giovane età e bassa scolarizzazione. Questi ultimi elementi fanno riflettere sul bisogno di contrastare l’isolamento e la solitudine delle neo mamme, che hanno bisogno anzi di sapere che intorno a loro c’è una rete familiare, sociale e sanitaria che si può prendere cura di loro.

Come è stato precedentemente illustrato, durante la gravidanza e il puerperio, la donna è particolarmente vulnerabile, dopo il parto alla gioia immensa si associano confusione, paura, stanchezza, angoscia. Diventa difficile per le persone che le sono accanto capire quali possono essere i segali di un malessere più profondo. A volte, sono le donne stesse a sottovalutare o celare il loro malessere: non si sentono in diritto di sentirsi infelici in un momento in cui si ritiene di doversi sentire entusiasta, o, proprio per il fatto di essere tristi, si sentono inadatte come madri. Anche per questo spesso le situazioni più sfumate non arrivano ad essere trattate da specialisti e, val la pena sottolineare, che le depressioni post partum non trattate tendono a recidivare e a cronicizzare, arrivando ad incidere in senso profondo sull’intero funzionamento della personalità della donna, con ripercussioni sul bambino e sulla famiglia.

Non c’è vergogna nel poter essere mamme imperfette e non c’è vergogna nel chiedere aiuto, tutte le difficoltà condivise e portate alla luce sono già in cammino verso la ricerca di una soluzione, ma i vissuti tenuti nascosti, mascherati e ignorati sono invece talvolta un potenziale pericolo trattenuto dentro di sé. I bambini hanno bisogno di mamme serene, capaci di prendersi cura di loro stesse per potersi poi prendere a loro volta cura di loro bambini e, a volte, le braccia sicure e protettive della mamma per restare tali hanno bisogno di essere sostenute da altre braccia, in quel momento più forti e solide, e da altri abbracci.

1un momento in cui tutto subisce un cambiamento subitaneo, dal quale l’individuo esce trasformato, sia dando origine ad una nuova soluzione, sia andando verso la decadenza” Jaspers K., Psicopatologia generale, Il pensiero scientifico, Roma, 1964