Mese: <span>Settembre 2020</span>

La psicoterapia di gruppo online

La storia della terapia di gruppo ha inizio con il lavoro pionieristico di Joseph H. Pratt, medico internista del Massachusetts General Hospital. Agli inizi del ‘900 il Dott. Pratt organizzò un gruppo psicoeducativo per pazienti malati di tubercolosi, dedicando comunque attenzione al supporto psicologico ed alla condivisione degli aspetti emotivi tra i partecipanti.

Successivamente, negli anni 20 del ‘900, lo psichiatra Jacob Levi Moreno, partendo dall’analisi del funzionamento di piccoli gruppi, arrivò all’ideazione dello psicodramma, una forma di psicoterapia in cui i partecipanti al gruppo esplorano emozioni e vissuti personali attraverso la drammatizzazione teatrale.

In Europa, durante la Seconda guerra mondiale, l’utilizzo dei gruppi in ambito clinico ha ricevuto notevole impulso, partendo dalla necessità di trattare un alto numero di soldati con disturbi psichici. Fondamentale fu quindi l’opera di Bion, ideatore della Gruppoanalisi, un approccio psicoterapeutico di gruppo ad orientamento psicodinamico. Altrettanto rilevante fu il contributo di Foulkes che, come Bion, aveva lavorato negli ospedali militari, e che ha enfatizzato i poteri terapeutici del gruppo.

Nel periodo successivo al secondo dopoguerra poi, l’utilizzo di un setting gruppale per il trattamento di disturbi psichici è uscito dall’ambiente militare, trovando ampie applicazioni e focalizzandosi su interventi specifici che vanno dalla gestione di problemi specifici all’acquisizione di abilità comportamentali e cognitive.

La psicoterapia di gruppo è una forma di psicoterapia praticata dal gruppo nei confronti del gruppo stesso, incluso il suo conduttore.
Il gruppo è un insieme capace di pensiero e di elaborazione emotiva, il pensiero del gruppo opera su elementi appartenenti allo spazio e al campo comune, il terapeuta è anche lui un pensatore, che promuove e mantiene la comunicazione nel gruppo.

Esistono 3 tipi di gruppi:
1 Monosintomatici (le persone hanno lo stesso disturbo psicologico, si vedono per un numero definito di volte e in un numero definito)
2 Di medicina generale (sintomi organici e il gruppo ha lo scopo di elaborare i vissuti relativi alla malattia)
3 Analitici (la finalità di cambiamento strutturale di sé e dell’altro).

Caratterizzano i gruppi terapeutici:
– Il processo di cambiamento si basa sull’alleanza terapeutica, che è sia verticale, terapeuta verso il gruppo, sia orizzontale del gruppo verso il gruppo.

– Il clima è come si sta in un gruppo: coinvolgimento, evitamento, conflitto.

– Coesione: indispensabile. Atmosfera positiva, senso di appartenenza e affidamento, produttività.

Col gruppo si passa dalla libera associazione alla libera discussione.

Il terapeuta non è un facilitatore, ma un co-pensatore.

La gruppo analisi vede le persone non come individui separati, ma come nodi di una rete interconnessi tra di loro attraverso la comunicazione. Il gruppo terapeutico dà origine ad una sua matrice, che è l’identità dinamica del gruppo, formata da tutti gli elementi consci e inconsci, familiari e personali, che tutti i partecipanti portano nel gruppo.
Più si interagisce emotivamente, più questa matrice si forma.

Nella terapia di gruppo si assiste a due fenomeni: Risonanza emotiva con gli altri, e il Rispecchiamento, guardarsi negli occhi degli altri. Questo rispecchiamento avviene tutti con tutti.
La psicoterapia di gruppo è indicata se è indicata la psicoterapia, a meno che i soggetti non siano paranoici, o non riescano a mantenere gli accordi.

I gruppi online possono essere:
– Asincroni: forum, con scambi per iscritto, che non avvengono contemporaneamente
– Sincroni- contemporaneamente nella stessa stanza virtuale.

Online non siamo più fisicamente vicini, ciò modifica il nostro sentire l’altro. Si crea una entimacy, ciò che le persone possono dirsi se accettano di non avere un corpo.
Online passiamo da 3 a 2 dimensioni.
Il terapeuta cura l’ambiente fisico del gruppo, perché influenza la possibilità del gruppo di funzionare. Il setting ha la funzione di contenere.
Online il terapeuta perde il controllo dell’ambiente.

Come si può allora allestire un setting adeguato?
Il terapeuta è il  garante del setting per esempio risolvendo i problemi tecnici dei pazienti nell’uso della piattaforma. Talvolta il paziente ne sa di più e questo non è un problema. È un esempio di come i pazienti si aiutano tra di loro anche online.

Quali sono le differenze tra gruppi nati online e traslocati?
Accordi: se il gruppo nasce online sono tutti d’accordo a fare terapia online. Se si trasloca gli accordi vanno discussi.
Alleanza, clima, coesione esistono già nei traslocati. Questi elementi sono facilitatori del trasloco online. I gruppi che nascono online devono formarsi con il tempo.
Setting online. Prima di tutto lo deve preparare il paziente per se stesso (ciò agevola il coping adulto), per essere a suo agio, per dire qualcosa di sé.

Accordi: tutti devono trasmettere audio e video. Tutelare privacy propria e altrui. Collegarsi un po’ in anticipo per vedere se tutto funziona. Si può allestire una sala di attesa virtuale.

Quando online il terapeuta è presente quanto di persona? Una parte di questa presenza passa attraverso lo sguardo. Nella terapia online lo sguardo è perso, non si capisce chi sta guardando chi. L’interazione è disincarnata. La disposizione nello schermo non è uguale per tutti. Il terapeuta può essere più presente online nel suo volto, con il tono della voce. Per aumentare la presenza online c’è l autosvelamento, portare di più cosa il terapeuta prova e assumere la responsabilità per i propri errori.

Vediamo infine le caratteristiche della comunicazione online:
– Immersione: essere qui e lì
– Effetto schermo, ovvero di disinibizione, che può essere un fattore di aiuto nella terapia.

La terapia online non è né buona né cattiva, è un’opportunità. L’opportunità di coltivare la propria capacità di adattamento.

Dr.ssa Luigina Pugno e Dott. Stefano Lagona

ALIMENTAZIONE: TRA SCIENZA E SPETTACOLO

In principio furono i blog. Se ci pensiamo, prima dei blog di cucina, la cura che si rivolgeva non tanto alla presentazione dei piatti, quanto alla riproduzione di immagini e foto sui libri, aveva lo scopo di illustrarci il risultato atteso più che di invogliarci a mangiare. Sono stati proprio i blog prima, e Instagram poi, a esasperare l’attenzione nei confronti dell’aspetto del cibo. Ora si parla di cibo instagrammabile, si usa l’hashtag #foodporn, i corsi di fotografia includono moduli sulla food photography, si studiano gli effetti dei social media sulle abitudini alimentari della popolazione. Inoltre è nata, o meglio, si è strutturata la figura del foodie. Tale termine, coniato nel 1984 da Levy e Barr e la cui traduzione letterale è “buongustaio”, rappresenta l’amatore che sa cucinare, ha buone competenze gastronomiche, considera i pasti non solo un’esigenza ma un’esperienza da assaporare appieno e condividere, ma non è né uno chef né un critico. Oggi i foodies sono bloggers, influencers, insegnanti, divulgatori, presentatori tv.

Una sorte analoga a quella dei libri hanno attraversato le trasmissioni di cucina: in passato occupavano uno spazio di una decina di minuti all’interno di programmi contenitore, adesso sono veri e propri show in onda in prima serata. 

In buona sostanza, se prima libri e programmi tv di cucina svolgevano un servizio, un po’ come il telegiornale, rendendo fruibili nuove ricette da sperimentare, attualmente rappresentano spettacoli in piena regola godibili anche dal vivo, si pensi ad esempio agli show cooking o alle materclass che gli chef organizzano in occasione di fiere ed eventi o del lancio dei loro libri di cucina. Si è passati da un valore informativo alla rappresentazione di uno stile di vita curato e patinato cui ambire, complice anche l’intuizione di alcuni dirigenti di reti televisive, che hanno visto nel cibo e in un nuovo modo di raccontarlo l’opportunità di veicolare i consumi.

L’avvento di un modo di comunicare che sfrutta prevalentemente il canale visivo ha influito su questa progressiva trasformazione della modalità di narrare il cibo. Possiamo però ipotizzare che abbia trovato terreno fertile, considerato il modo in cui ci procacciamo il nutrimento. L’uomo, per giudicare la commestibilità di una sostanza, si serve sì dell’olfatto ma anche, e  in maniera significativa rispetto ad altre specie, della vista. Viene descritto come microsmatico, ovvero come un animale dall’odorato poco sviluppato. Da un punto di vista anatomico, il volume cerebrale deputato nell’Homo sapiens all’elaborazione dei messaggi olfattivi risulta modesto se confrontato con quello riservato a vista e udito o con altre specie. Non è detto che a questo corrisponda necessariamente una ridotta funzionalità, sebbene sia evidente come alcuni animali, il cane tra tutti, dispongano di competenze olfattive importanti e su esse facciano molto affidamento. Studi comparativi sul genoma dei primati hanno dimostrato come la percentuale di pseudogeni olfattivi, ossia di geni che non si esprimono, aumenti dalle proscimmie ai primati arrivando a rappresentare il 50% dei geni olfattivi nell’uomo. Si è inoltre visto come tale percentuale sia inversamente proporzionale all’acquisizione di una vista pienamente tricromatica. Nonostante siano necessarie ulteriori ricerche, utili anche a fare luce su alcune incongruenze tra i dati rilevati, si può ipotizzare che per queste specie la selezione degli alimenti, prima effettuata tramite l’olfatto, sia diventata possibile e anche più efficace in base ai colori (es.: discriminazione di frutti maturi e acerbi, etc.) e che siano rimasti attivi, in ognuna di esse, i geni con un valore adattativo, fondamentali cioè per garantire la sopravvivenza. Non è ancora chiaro come mai questo processo non sia uniforme per tutte le popolazioni umane.

Si può a questo punto affermare che, insieme all’olfatto, la vista rivesta un ruolo primario nella selezione del cibo e che sia proprio quest’ultimo senso che foto e programmi televisivi di cucina stimolano. Il gusto interviene in una fase successiva rispetto a quella della selezione per mantenere o estinguere il comportamento (se il cibo selezionato ha un buon sapore continuerò a mangiarlo, altrimenti no).

Nella descrizione appena proposta manca un tassello importante: mangiare procura piacere. Ciò accade perché quando mangiamo si attiva il circuito cerebrale della ricompensa che a sua volta stimola la prosecuzione/ripetizione dell’azione e la ricerca del piacere stesso (è un circuito coinvolto anche nelle dipendenze) sedimentando memorie affettive legate al cibo. Anche questo meccanismo ha un valore adattativo, poiché induce l’uomo a ingerire la quantità e la qualità di alimenti atti a garantirne la sopravvivenza e dunque a preservare la specie.

Scorrere la bacheca di Instagram o guardare show di cucina procurerà piacere perché il cibo è intrinsecamente legato ad esso. 

Social network e televisione potranno sfruttare tale legame per promuovere stili di vita e direzionare i consumi. 

Alcuni studi si sono occupati di indagare il legame tra social media, acquisiti e abitudini alimentari di adolescenti e giovani adulti, maggiori fruitori di social network. Da essi è emerso come tali strumenti riescano a influenzare il mercato attraverso campagne pubblicitarie che fanno largo uso di immagini (vista) e hanno una forte valenza emozionale (piacere, ricompensa, ripetizione) piuttosto che informare circa la qualità dei prodotti. La potenza emotiva del messaggio è in genere evocata dalla proposta di uno stile di vita a cui ambire. Tale strategia è utilizzata anche da personaggi che curano canali social volti a promuovere stili di vita salutari, supportando coloro che decidono di ingaggiarsi nel miglioramento delle proprie abitudini. Rispetto all’alimentazione, la possibilità di ricevere sostegno da una comunità che condivide obiettivi analoghi appare fondamentale nel perseguimento degli stessi e potrebbe rappresentare una risorsa da estendere anche a contesti clinici e di cura. Il consumo di cibo sano promosso da questi canali tuttavia, quando diviene ossessivo e genera preoccupazioni costanti circa la salubrità degli alimenti, può portare all’ortoressia nervosa, descritta da Bratman come un’ossessione patologica per cibi salutari e naturali. In effetti, l’uso dei social media è associato anche a sviluppo e mantenimento di disturbi alimentari, poiché da un lato pone un’attenzione eccessiva sul peso e dall’altro rischia di promuovere comportamenti alimentari disfunzionali.

Riassumendo, si può dire che il rapporto dell’uomo con il cibo è mediato da un complesso sistema che gli ha garantito la sopravvivenza fino a oggi e che coinvolge olfatto, vista e circuito della ricompensa. I mezzi di comunicazione di massa e i social media hanno intuito questo legame cibo-piacere-consumo e se ne sono serviti per direzionare gli acquisti, facendo leva sulla proposta di stili di vita da sogno da perseguire. Sarà importante cercare di sfruttare la consapevolezza del funzionamento di questi meccanismi per promuovere abitudini alimentari salutari e per minimizzarne gli effetti su individui vulnerabili rispetto allo sviluppo di disturbi del comportamento alimentare. 

Dott.ssa Arianna Calabrese

 

Bibliografia

  • Holley, A. (2015), Le Cerveau gourmand. (Pizzone A. trans.) Paris: Les Éditions Odile Jacob (original work published in 2006).
  • Ketchum, C. (2005). The essence of cooking shows: How the Food Network constructs consumer fantasies. Journal of Communication Inquiry, 29(3), 217-234.
  • Klassen, K.M., Borleis, E.S., Brennan, L., Reid, M., McCaffrey, T.A., Lim, M. (2018). What people “Like”: Analysis of social media strategies used by food industry brands, lifestyle brands, and health promotion organizations on Facebook and Instagram. Journal of medical internet research, 20(6), 1-9.
  • Vassallo, A.J., Kelly, B., Zhang, L., Wang, Z., Young, S., Freeman, B. (2018). Junk food marketing on Instagram: Content analysis. JMIR Public Health and Surveillance, 4(2), 1-11.
  • Wilksch, S.M., O’Shea, A., Ho, P., Byrne, S., Wade, T.D. (2020). The relationship between social media use and disordered eating in young adolescents. The international journal of eating disorders, 53(1), 96-106.

GAP: giodo d’azzardo patologico

Fonte: picsart freetoedit

La patologia da gioco d’azzardo rappresenta un argomento di indiscusso interesse, dato il crescente numero di soggetti che manifestano comportamenti inappropriati di gioco. 

L’analisi del tema richiede un approccio che comprenda lo studio di più componenti: quella storica, quella sociale e naturalmente quella clinica.

Risulta infatti necessario approcciarsi all’argomento con un’ottica sistemica, considerando tutti i fattori che hanno contribuito, nel corso degli ultimi decenni, alla costruzione di una nuova categoria nosografica, quella del giocatore d’azzardo patologico.

 Il presente articolo intende pertanto analizzare il fenomeno da più punti di vista, consapevole della multifattorialità che contraddistingue tale patologia, ma che comunque non esula da un dato importante: la crescente offerta di prodotti di gioco d’azzardo lecito che ha caratterizzato gli ultimi vent’anni.

Partiamo da un dato storico e sociale: scommettiamo da sempre! 

La previsione di un evento incerto e futuro infatti, è sempre stato un elemento presente nella storia dell’umanità. Gli antichi erano soliti lanciare i dadi per conoscere la volontà delle divinità. I primi dadi sono stati rinvenuti in Cina e risalgono a più di 5000 anni fa. L’origine etimologica della parola “azzardo” deriva dal francese “hasard”, che a sua volta deriva dall’arabo “az-zahr”, che significa, appunto, dado.

In italia, fino al 1992, il gioco d’azzardo veniva considerato tra i rischi rilevanti per l’ordine sociale, la legalità ed i conti finanziari pubblici, indi per cui la governance prevedeva l’autorizzazione, il controllo, la repressione e la sanzione del gioco attuato fuori dei canoni consentiti dalla normativa, secondo un paradigma molto semplice: tutto illegale, salvo che in poche modalità autorizzate dalla legge.

Sul finire del Novecento, nel 1992 sull’Italia gravavano dei seri rischi di default del debito pubblico ed il gioco pubblico d’azzardo divenne progressivamente uno strumento per incrementare le entrate erariali dello Stato, un’asse della politica nazionale per avvicinare il più possibile il prelievo tributario ai fabbisogni crescenti della spesa pubblica. Sulla spinta dell’emergenza finanziaria, il gioco pubblico si trasformò in una fonte importante di entrate fiscali e tributarie: iniziò, così, un’escalation velocissima ed il consumo di gioco aumentò. 

Tra il 1999 e il 2000 gli italiani spendevano all’anno circa 10 miliardi di euro in giochi.

Arriviamo al 2003, anno in cui si arriva alla costruzione della economia finanziaria dei giochi e si attua la decisione di diffondere capillarmente i giochi: lotterie istantanee, 350 mila slot machines collocate ovunque, poker on line. La spesa in azzardo di 17,5 miliardi del 2003 passa a 35,4 nel 2006, per arrivare a 54,4 nel 2009, e a 60 miliardi nel 2010. Una corsa che si attesta sugli 88,5 miliardi registrati nel 2012, in netta controtendenza con la pesante recessione economica. 

Il circuito del gioco d’azzardo durante il 2017 ha raggiunto la cifra record di 101,8 miliardi e nel 2018 di oltre 105 miliardi. In Italia si è giocato sempre di più, a dispetto di crisi economiche e crisi del mercato del lavoro. Rimane da capire cosa succederà nel futuro, tenuto in conto dell’impatto del Covid – 19 sulla nostra economia.

Questo è il tessuto storico, sociale ed economico da cui partire, ma, come detto, la comprensione della patologia da gioco d’azzardo deve necessariamente considerare altri punti.

Il gioco d’azzardo patologico viene considerato una forma di dipendenza comportamentale che presenta alcuni tratti caratteristici in comune con la dipendenza da sostanze stupefacenti. Sono infatti presenti sintomi legati all’assuefazione, all’astinenza, alla perdita di controllo, all’evitamento di stati emotivi negativi.

Assai frequente è il fenomeno definito “rincorsa della perdite”, condizione che si presenta spesso anche in giocatori con bassi livelli di problematicità, per cui il soggetto gioca sempre di più nel tentativo di recuperare il denaro perso.

Anche in riferimento allo studio delle cause della patologia da gioco, è utile rifarsi ad un’ottica multidimensionale che consideri più aspetti: fattori socio ambientali, fattori neurologici e fattori individuali.

I primi fanno riferimento al contesto familiare, alle abitudini del gruppo dei pari, alle reti di sostegno sociale e all’ambiente culturale in cui un individuo vive. L’azzardo patologico sembra colpire prevalentemente le persone di sesso maschile, con un basso livello di istruzione, con un basso livello economico o disoccupati. Un livello di istruzione medio-alto, in grado di fornire abilità analitiche e di ragionamento più raffinate, può agire come fattore di protezione contro la generazione di pensieri falsi e irrazionali. Un fattore di rischio ambientale è costituito dalla presenza in famiglia di giocatori problematici o patologici. Infatti, gli individui i cui genitori hanno avuto problemi di gioco, possono andare incontro maggiormente all’acquisizione di un comportamento maladattivo di gioco.

Per quanto concerne i fattori neurobiologici, gli studi ipotizzano che nei giocatori patologici ci siano disfunzioni nei sistemi di produzione, alterazione e rilascio di neurotrasmettitori quali la serotonina, la dopamina e la noradrenalina. La serotonina, che ha un ruolo fondamentale nell’iniziazione e nella disinibizione comportamentale, se presente in quantità troppo basse, risulta correlata a livelli elevati di impulsività, alla ricerca di sensazioni forti e ai disturbi del controllo degli impulsi 

Inoltre, anche il sistema di produzione, alterazione e rilascio della noradrenalina, considerato alla base della sollecitazione, dell’eccitazione e della ricerca di sensazioni forti, può essere implicato nel gioco d’azzardo patologico.

In riferimento invece ai fattori individuali, alcune ricerche hanno identificato i tratti di personalità del giocatore d’azzardo ed attualmente esiste un accordo nella comunità scientifica sulla presenza di alcuni tratti temperamentali quali impulsività, ricerca di sensazioni forti (sensation seeking), ricerca di novità (novelty seeking) e accettazione di comportamenti a rischio (risk taking behaviour).

Come visto, lo scenario è molto complesso e la presa in carico di un giocatore patologico richiede interventi a più livelli che coinvolgono l’individuo (e spesso anche la famiglia) non solo su un piano strettamente clinico, ma anche su uno più pratico e quotidiano legato alla gestione del denaro, al monitoraggio del budget giornaliero, all’individuazione di strumenti di prevenzione per le ricadute e all’impiego del tempo libero.

 

Dott. Stefano Lagona

Psicologo Psicoterapeuta