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L’AMORE CHE FA MALE

                                                           “Noi non siamo le nostre ferite. Noi siamo degli esseri feriti.”

 

L’amore può ferire davvero chiunque! Indistintamente dall’essere un uomo o una donna quasi tutti, infatti, ci siamo trovati ad un certo punto della nostra vita a vivere il trauma della perdita del proprio partner.

La fine di un amore ci porta ad attraversare un periodo di lutto vero e proprio, sperimentando una serie di sintomi depressivi che caratterizzano tale momento: malinconia, insonnia, inappetenza, pensieri negativi ricorrenti, perdita di entusiasmo in tutto ciò che si vive. Si ha la sensazione di un mondo che ci crolla addosso e ci si sente incapaci a rialzarsi.

La sensazione più comune è quella di vuoto interiore e ci si convince di non essere in grado di ritrovare un nuovo amore.

Ma come si può superare il dolore? Come imparare a vivere di nuovo?

Le ferite che ci portiamo dietro dalla fine della relazione, risvegliano una serie di emozioni dolorose che comportano una sofferenza, così insopportabile, che potrebbe portarci nell’abisso della morte (suicidio) o della follia (psicosi), ma, che di fatto, decidiamo di non farlo avvenire.

L’istinto alla vita è, infatti, più forte di quello che ci conduce alla morte e inconsciamente decidiamo di difenderci per sopravvivere al dolore.

Riuscire a riconoscere il meccanismo di difesa che mettiamo in atto per evitare la sofferenza (es. respingere chi ci ha causato sofferenza, nutrire risentimento o pensieri negativi, augurare sofferenza a chi ci ha impartito dolore, aver coltivato il desiderio di vendetta, aver soffocato le altre emozioni ecc.) e riuscirlo ad accettare come un atteggiamento normale, è il primo passo per la “via della liberazione dal mal d’amore”.

Dopo aver riconosciuto il meccanismo di difesa che attiviamo e che ha permesso alla nostra psiche di evitare l’emozione dolorosa, è necessario innestare un meccanismo di protezione, che permetta di accogliere tale emozione e di prendervi cura del bambino ferito che c’è in noi. Perchè tale meccanismo di protezione si avvii, è necessario allontanarsi da chi può alimentare questa ferita, quindi da colui che ha causato tale sofferenza. L’intento sottostante non è quello di respingere queste persone, ma di proteggerci perché la psiche, indebolita dalla ferita, possa rinforzarsi nuovamente.

Bisogna riuscire ad uscire dal ruolo di vittima e ad accettarsi per quello che si è riusciti a fare, evitando di rivolgere critiche a chi ci ha fatto soffrire e di ricercare degli “alleati” nella battaglia contro di lui. L’accettazione profonda ed autentica della nostra condizione potrà essere raggiunta solo quando si abbandona la resistenza e la rassegnazione che generano sempre tensioni, stanchezza e confusione emotiva.

Ciò a cui resisti persiste” (N. D. Walsh) e per questo invece di trovare pace e serenità, si contribuirà ad impedire il corso naturale della vita, coltivando tormento interiore ed infelicità.

Rassegnarsi dà tristezza, accettare dà gioia” (Jalenques).

Arrendersi e adottare un atteggiamento di sconfitta non fa altro che alimentare rancore e la sensazione di essere stati schiacciati, ci si sente impotenti e passivi e si continua a rivestire il ruolo di vittima.

Quale altra soluzione si può avere in questi casi? La pace e la serenità tanto ambita potrà essere raggiunta solo se riusciamo a rivolgerci verso l’accettazione. Si riuscirà a diventare artefici della propria vita se si riesce ad accettare la situazione, a riuscire ad accogliere le cose “così come sono” senza approvarle necessariamente, ad arrestare la lotta contro noi stessi e a sospendere la guerra con gli altri, a trasformare l’energia contenuta nella sofferenza in forza interiore, a non cercare più di controllare e a dire di Sì alla vita.

Le fragilità ci rendono umani e come tale non vanno condannate, ma riconosciute ed accettate. Il potere decisionale è nelle nostre mani: siamo noi che possiamo decidere se rimanere sul fondo alimentando la autocommiserazione e il vittimismo, o orientare le energie per risalire e riprendere il potere sulla nostra vita.

Per tutti questi motivi, l’intento del workshop che proponiamo vuole essere quello di presentare un percorso che possa aiutarvi ad uscire dalla “bufera” e alleviare la sofferenza psichica causata da ferite del cuore, vedere chiaro dentro di voi e riuscire a riprendersi il potere sulla vostra vita. Il seminario vuole portare a guardarvi con occhi diversi, perché possiate riconoscervi delle risorse che possano essere punti di partenza per uscire dall’”abisso”; che possiate prendervi cura del vostro bambino ferito, amare i vostri sentimenti positivi e negativi, i vostri bisogni e i vostri meccanismi di difesa, poiché solo così si potrà ritornare ad amare gli altri e la vita.

ALLENA LA TUA AUTOSTIMA!

L’autostima è un sentimento che proviamo riguardo a noi stessi generato da diversi fattori; non è un’entità definita una volta per tutte, ma ha una natura variabile. Infatti, deriva dall’equilibrio tra molteplici aspetti di sé, per citarne alcuni: l’aspetto fisico e il rapporto col proprio corpo, il contatto con le emozioni e pensieri, la percezione delle proprie capacità, la soddisfazione personale, relazionale e professionale.

Da un lato, la stabilità dell’autostima è considerata quasi sinonimo di salute mentale, così come eccessive fluttuazioni del suo livello sono sperimentate soggettivamente con disagio; dall’altro, sapere che l’autostima non è una proprietà invariabile dell’individuo, suggerisce che esista un margine di azione e intervento per migliorare il rapporto con se stessi.

Ecco i presupposti (o gli obiettivi a cui tendere) per un’autostima sufficientemente equilibrata e flessibile:

  • riuscire ad accettare se stessi e la realtà;
  • avere fiducia in se stessi: saper valutare obiettivamente le propria abilità di affrontare una situazione;
  • saper affermarsi: poter comunicare, affrontare i conflitti, accettare, rifiutare;
  • convivere proficuamente con la distanza tra immagine di sé e sé ideale;
  • riconoscersi le proprie capacità

Inoltre, l’autostima si basa sulla convinzione di avere un valore intrinseco come persona e aumenta quando agiamo rispettando noi stessi e i nostri principi, diminuisce quando non lo facciamo.

Il lavoro psicologico su di sé e sulla propria autostima richiede di riflettere su due fronti.

Il primo sono le dinamiche in cui l’amor proprio affonda o da cui trae le sue radici, il suo nucleo più antico: i messaggi su noi stessi trasmessi dalle figure significative della nostra infanzia. Essi restano impressi nella mente, hanno plasmato la nostra immagine e si trasformano nel nostro dialogo interiore. Perciò è necessario avere il coraggio di ammetterli e riconoscerli.

L’autostima non si costruisce solo grazie a manifestazioni d’amore, apprezzamento e approvazione ricevute durante l’infanzia, ma anche dall’imposizione di limiti e regole che hanno favorito lo sviluppo di autocontrollo e disciplina.

Questa prima fase di lavoro può evidenziare che alcuni insegnamenti ed esperienze del passato hanno interferito con la costruzione di una visione equilibrata di sé; la fase successiva consiste nel capire che cosa ne abbiamo fatto di queste convinzioni nel corso della vita e come hanno influenzato la percezione di noi stessi e degli eventi, in particolare quelli di natura interpersonale.

Questo passaggio ci traghetta verso il secondo fronte di lavoro: la riflessione sulle modalità con cui manteniamo (o ci sforziamo di mantenere) in equilibrio l’autostima nel presente.

Fermarsi col pensiero sul passato potrebbe farci cristallizzare in una posizione vittimistica, bloccati nel biasimo di se stessi o degli altri; viceversa, riconoscere il proprio contributo attivo all’andamento dell’autostima è faticoso, ma è l’unico modo per intervenire su di essa.

Come possiamo, quindi, migliorare attivamente il nostro rapporto con noi stessi?

Ci sono almeno cinque talenti attraverso i quali si può imparare a volersi bene:

  • essere presenti a sé stessi: troppo spesso pensiamo e agiamo direttamente bypassando quelli che sono i nostri sentimenti e desideri. Prestare attenzione ai propri bisogni e alle proprie emozioni, ma anche al proprio corpo, ci aiuta a essere presenti a noi stessi e a capire meglio quale bisogno è sotteso al nostro agire, a cosa aspiriamo, che cosa vogliamo. Si tratta di sviluppare l’”autoempatia”, cioè prendersi del tempo per ascoltarci e dedicare attenzione a ciò che sentiamo, accogliendolo e non respingendolo. In questo modo la situazione si chiarisce e la tensione si allenta, consentendoci di recuperare energie e finalizzarle a dirigere al meglio le nostre azioni.
  • avere il coraggio di prendersi cura di sé, anche a costo di non piacere: sapersi occupare di sé stessi, gratificarsi, saper distinguere ciò che è buono per noi da ciò che non lo è, ma anche porre attenzione a stabilire i propri limiti e a “dare” in modo sano. Sono tutti elementi che possono indicarci se stiamo vivendo pienamente, se c’è qualcosa che possiamo migliorare per fare più cose buone per noi stessi o per proteggerci da abitudini dannose o da persone distruttive. Allo stesso modo va compreso fino a che punto è “sano” prendersi cura di sé e quando invece si trasforma in egoismo! Su questo può venirci in aiuto il punto successivo.
  • coltivare un dialogo umano: saper esprimere sé stessi in modo sincero e assertivo, autorizzandosi a esprimere ciò che abbiamo dentro senza aggredire, giudicare o criticare l’altro; esercitarsi ad ascoltare l’altro in modo empatico e rispettoso; manifestare gratitudine o saper ringraziare, anche se stessi! Tutto questo ci aiuta a costruire delle relazioni restando in armonia con noi stessi, in una costante ricerca di un equilibrio sano tra i nostri bisogni e quelli degli altri. Coltivare la gratitudine per qualche minuto al giorno, invece, ci mette in contatto con elementi positivi e riesce ad infonderci energia e benessere: possiamo scegliere con cura i pensieri con cui nutrire la nostra mente, ogni giorno!
  • vivere in accordo con ciò che siamo veramente: accettarsi e conoscersi per come siamo è una delle cose più di difficili (e a volte richiede l’aiuto di un esperto) ma è l’unico modo di avvicinarsi un passo di più a ciò che vogliamo diventare. Quando ci liberiamo di ciò che non ci appartiene più, o smettiamo di dare eccessiva importanza alle opinioni e ai desideri altrui invece di ascoltare la nostra voce, liberiamo spazio mentale ed energia per interrogarci su ciò che vogliamo realizzare e offrirci i mezzi per concretizzarlo. Si tratta di domandarsi se si è soddisfatti della propria vita ed ascoltare onestamente la risposta. Potete cambiare qualcosa? Se si, che cosa cambiereste?
  • educare la propria mente: troppo spesso siamo il primo ostacolo verso noi stessi! Se pensiamo sempre in termini di giudizi creiamo dentro di noi un’energia negativa che avvelena il nostro umore e la nostra energia e scoraggia chi si sta vicino. E’ importante imparare ad abbandonare i giudizi e trasformarli invece in sentimenti/bisogni. Questa ginnastica mentale ci mette in contatto con ciò che vogliamo (anziché con ciò che non va) e ci libera dall’impotenza: conoscere i nostri bisogni ci permette di utilizzare la nostra creatività per cercare il modo di rispondervi.

Come abbiamo visto, quindi, l’autostima è un muscolo e come tale va allenato con costanza. Imparare a volersi bene e apprezzarsi è una scelta che possiamo fare ogni giorno “ri-programmando” la nostra mente verso stili di vita più adattivi e pensieri più funzionali che si possono imparare esercitandosi. Dedicarsi del tempo per lavorare in questa direzione significa prendersi cura di sé, in modo da stare bene con se stessi e da avere, di conseguenza, molto da dare agli altri provando il desiderio di farlo.

Il nostro workshop offrirà spunti di riflessione su questo tema e, attraverso semplici esercizi, vi avvierà sulla strada per migliorare la vostra autostima.

(RI)CONOSCI LA RABBIA?

Ognuno di noi, in base alle proprie esperienze, vive e sperimenta ogni giorno una gamma consistente di emozioni e sensazioni; qualche volta non prestiamo loro attenzione, altre volte ne veniamo travolti positivamente, in altri casi percepiamo sensazioni meno piacevoli. Nelle nostre relazioni personali e lavorative, spesso, un sentimento che emerge in modo per noi soggettivamente fastidioso è la rabbia. La rabbia, o collera, viene comunemente considerata un sentimento negativo, una sensazione disturbante, un effetto collaterale sgradevole ma, di fatto, si annovera tra le nostre emozioni primarie, cioè quelle emozioni che provano tutti gli esseri umani fin dalla nascita.

La rabbia prende forma attraverso moltissime sensazioni corporee facilmente riconoscibili (calore, contrazione muscolare, irrigidimento, ecc…) e a seconda dell’intensità con la quale la manifestiamo possiamo ricorrere a sfumature comportamentali differenti che vanno dal fastidio e distacco, alla collera e furia.

Riconoscere quando ci si sente arrabbiati, però, non è affatto semplice, sebbene si tratti di un’emozione comune. La rabbia, infatti, cresce in modo rapido ed intenso e non sempre diventa possibile esprimerla “in modo razionale”: spesso la esprimiamo attraverso reazioni violente ed esplosive con significative conseguenze per noi e per gli altri.

Tutti ci arrabbiamo, e in questo non c’è di per sé nulla di male. Quello che è davvero importante, e su cui merita soffermarsi, è come agiamo quando lo siamo. Arrabbiarsi ci dovrebbe aiutare a canalizzare l’energia per riuscire a farci rispettare, per essere più assertivi, per non subire passivamente dei torti immotivati, tuttavia, quando la rabbia conduce all’aggressività ci si incanala verso un percorso non propositivo, che può scivolare nella violenza e in conflitti difficili da gestire, comportando talvolta sensi di colpa per le nostre azioni più impulsive.

Gli atti violenti sono la dimostrazione di come una persona possa non essere in grado di controllare ed elaborare le proprie emozioni e di esprimerle in modo costruttivo.

Tuttavia ci sono persone che trattengono la collera e sebbene si tratti di un’aggressività meno esplicita e quindi passiva, risulta essere ugualmente corrosiva. Un atteggiamento rimuginatorio, tipico di questa modalità, comporta ugualmente conseguenze negative, quali sensazioni di irritabilità, ansia, tristezza, impotenza e frustrazione.

Non esprimere apertamente la propria rabbia, magari per il timore di esporsi alle critiche altrui, o semplicemente come tentativo di negazione del conflitto e/o disagio può comportare, a lungo andare, manifestazioni psicosomatiche di vario genere. Ne consegue, quindi, l’importanza di elaborare e canalizzare tutte le emozioni che siamo soggetti a provare, anche quelle che nello scenario comune vengono connotate negativamente.

Nelle situazioni conflittuali capita spesso che entrambe le parti pensino di avere un punto di vista ragionevole da difendere e sostenere e che vivano come un attacco personale, o una profonda ingiustizia/sopruso, il permettere all’altro di prevaricarlo. Proprio per queste ragioni personali, che nascono da sensazioni di fastidio viscerale, capita sovente che anche conflitti inerenti tematiche superficiali diventino delle vere e proprie guerre di principio, anche senza accorgercene, innescando una rapida escalation di emozioni, parole e comportamenti distruttivi. Ognuno di noi ha una soglia oltre la quale non si sente più in grado di gestire i propri comportamenti e quando la raggiungiamo ci lasciamo andare a reazioni incontrollate, supportate, più o meno consapevolmente, da una sorta di pensiero sottostante di “legittima difesa” che ci autorizza ad agire con parole o gesti aggressivi: “… è troppo … questa volta ha davvero esagerato … c’è un limite a tutto … è chiaramente una provocazione..”.

Questo ci porta a perdere il controllo: accade quando non siamo stati in grado di percepire precedentemente i segnali che il nostro corpo e la nostra mente ci stavano inviando, ignorando la nostra soglia di percezione e impedendoci così di poter canalizzare, dopo averle riconosciute, quelle sensazioni ed emozioni sgradevoli. Noi non siamo, però, destinati a vivere in balia delle nostre emozioni e sensazioni, possiamo imparare a riconoscerle, a gestirle, a canalizzarle in modo propositivo e a convogliarle in comportamenti maggiormente costruttivi.

Qualche volta tendiamo a giustificare o spiegare la nostra aggressività, o quella mostrata dalle persone a cui vogliamo bene, cercando di attribuirla a qualcosa che sta al di “fuori di sé”, tentando di minimizzare la gravità di una momentanea perdita di controllo, come un qualcosa che sta al di fuori della nostra volontà e delle nostre intenzioni, cercando così di deresponsabilizzare l’aggressività dimostrata.

Se ci osservassimo dall’esterno spesso potremmo riconoscere nei nostri atteggiamenti e comportamenti dei chiari segnali dell’attivazione di questa emozione: il nostro viso cambia espressione, iniziamo ad alzare il tono e il volume della voce, la nostra muscolatura inizia a irrigidirsi creando involontarie contrazioni, spesso visibili attraverso la chiusura dei pugni o il serrare i denti, il nostro battito cardiaco accelera e le nostre parole diventano pungenti, veloci e talvolta volgari, possiamo anche arrivare a compiere gesti piuttosto forti come minacciare o rompere oggetti, fino per alcune persone all’aggredire fisicamente qualcuno. Per cercare di imparare a controllare queste ed altre emozioni e reazioni abbiamo bisogno di iniziar innanzitutto a diventare consapevoli di ciò che proviamo e sentiamo.

Non prestare sufficiente attenzione a come ci sentiamo ci impedisce, infatti, di riconoscere cosa ci sta accadendo e di non controllare le nostre parole e i nostri comportamenti: l’automatismo, così, può diventare un boomerang che ci si ritorce contro. Diventare consapevoli significa diventare presenti a se stessi: per superare stati d’animo spiacevoli ed evitare inutili conflitti dobbiamo abituarci a coltivare consapevolezza delle nostre sensazioni, sentimenti, pensieri, azioni e parole.

Non è impossibile imparare a farlo!

Il workshop che proponiamo vuole darvi la possibilità di guardare con occhi diversi la propria rabbia: non più come un’emozione negativa da reprimere, non più una manifestazione distruttiva e violenta, ma bensì un’importante espressione della propria affermazione verso gli altri, un’emozione costruttiva ed una strategia comunicativa per esprimere, efficacemente, le proprie esigenze.

Mollare la presa. Lasciar andare.

Non ce la faccio, non posso, è tutta colpa mia, mi sento in dovere di…
Quante volte abbiamo pronunciato queste frasi? E quante volte questi pensieri ci hanno impedito di fare quello che avremmo voluto, di raggiungere un obiettivo, di vivere con maggior serenità un momento di difficoltà o di crisi?
Basiamo la nostra vita su delle convinzioni, che ci accompagnano e ci definiscono. Ma se le convinzioni che abbiamo su di noi fossero limitanti?
Forse siamo convinti di essere timidi, insicuri, inadeguati nel lavoro o nello studio, incapaci di gestire una relazione di coppia o piuttosto ci colpevolizziamo eccessivamente per ciò che accade.
Alcune delle nostre convinzioni, trasmesseci da genitori, insegnanti, compagni di classe o colleghi di lavoro, rappresentano una vera e propria prigione da cui sembra difficile poter uscire; abbiamo ereditato delle idee in cui abbiamo creduto, che sono cresciute in noi e che oggi sono divenute convinzioni che ci auto-limitano.
La “perseveranza della credenza” è il principio psicologico secondo il quale, una volta che crediamo in qualcosa (ad esempio: sono una persona noiosa e per questo non ho amici) tendiamo a cercare conferme a tale credenza e a rigettare le situazioni che rispetto a tale credenza si mostrano in contrasto.
Talvolta capita di aderire all’etichetta che il mondo ci attribuisce e di comportarci secondo quanto previsto da quell’etichetta, ma prendendo consapevolezza del fatto che le nostre convinzioni si sono basate su eventi che un tempo ci hanno scosso, ma che oggi hanno una rilevanza relativa, possiamo cambiarle.
Il workshop “mollare la presa dai pensieri auto sabotanti” insegna ad abbandonare le vecchie convinzioni che ci limitano, le abitudini mentali nocive, i sensi di colpa, gli obblighi inutili e ad accettare la realtà per vivere la nostra vita nel qui e ora.

IMPARARE AD ACCETTARE IL PROPRIO CORPO

Tutti abbiamo qualcosa del nostro corpo che non ci piace. L’elenco delle “imperfezioni” che una persona può trovarsi può andare dai capelli diradati e dal soprappeso fino alle ciglia corte.

L’immagine corporea si compone di 3 aspetti:

  • la componente percettiva (o distorsione corporea), ovvero come si percepisce il proprio fisico;
  • la componente attitudinale (o insoddisfazione corporea) costituita dall’insoddisfazione, preoccupazione e/o ansia che si prova per il proprio corpo;
  • la componente comportamentale, ovvero quei comportamenti volti ad “aggiustare” l’imperfezione o a non confrontarsi con essa.

L’immagine corporea si forma durante l’infanzia attraverso il contatto fisico con le figure di attaccamento, i rimandi che si ricevono e la percezione delle differenze tra noi e gli altri (ad esempio “A 9 anni avevo già il seno, nessuna delle altre bambine ce l’aveva. Questo mi rendeva diversa da tutte e mi faceva stare male”). Poi ci sono le influenze del presente: i pensieri, le emozioni e i comportamenti che si attuano in relazione al proprio corpo.

Quando l’immagine corporea è negativa, questa può avere effetti:

  • sull’autostima
  • nelle relazioni sociali
  • nei rapporti sessuali
  • sul tono dell’umore
  • sull’alimentazione
  • sul portafoglio

L’insoddisfazione corporea è ciò che si prova a livello emotivo per il corpo e si manifesta quando c’è una discrepanza tra la realtà del proprio fisico e il come lo si vorrebbe. Ha quindi un’origine psichica.

Innanzitutto è importante essere consapevoli dell’ampiezza della propria insoddisfazione e se è di grado marcato, farsi aiutare da uno psicologo.

Per esserne consapevoli si possono scrivere le emozioni, i pensieri e i comportamenti che si hanno verso il proprio aspetto, si possono scrivere anche le parole che si usano per descrivere le parti che non piacciono.

Successivamente bisogna lavorare sul non far coincidere i pensieri e le emozioni con sé stessi. I pensieri influenzano lo stato emotivo, come lo stato emotivo influenza i pensieri. Non si può avere un controllo sull’emergere di pensieri ed emozioni, ma si può lavorare per modificarli una volta che si sono presentati.

Pensieri ed emozioni influenzano poi il comportamento (ad esempio stare in spiaggia sempre con il pareo e toglierlo solo per entrare in acqua o quando si è sdraiati supini, oppure truccandosi tutti giorni, oppure indossando abiti un po’ più larghi per nascondere la magrezza o mancanza di muscoli). È importante individuare i comportamenti che sono conseguenza dell’insoddisfazione corporea e che, una volta attuati, contribuiscono a mantenere una visione negativa di sé, e sostituirli con altri più costruttivi.

Se fare tutto ciò da soli vi sembra difficile potete prendere parte al nostro workshop Imparare ad accettare il nostro corpo.

Per saperne di più clicca qui.

 

Dr.sse Pugno e Querin

Stalking: aspetti noti e meno noti

Il 3 novembre 2017 a Torino l’Associazione Eco (www.ecoassociazione.it) ed il Centro Clinico Crocetta (www.centroclinicocrocetta.it) hanno organizzato una tavola rotonda, aperta alla cittadinanza allo scopo di comprendere a fondo i fenomeni collegati della dipendenza affettiva e delle molestie assillanti e ripetute, comportamenti di cui lo stalking è il fenomeno che dilaga maggiormente. Dalla dipendenza affettiva, se rifiutati o se il partner interrompe la relazione, si può scivolare nello stalking.

Il Dott. Massimo Zedda (www.massimozeddapsicologo.it), che da anni si occupa e studia le molestie presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Torino, e le colleghe psicologhe e psicoterapeute, Dott.sa Lorena Ferrero (www.studiopsicologotorino.it) e Dott.ssa Luigina Pugno (www.psicoterapiasessuologiatorino.it), si sono confrontati sul tema partendo dalla loro esperienza clinica con pazienti con dipendenza affettiva o vittime di comportamenti assillanti e continuati.

Dall’incontro è emerso che il fenomeno è conosciuto soprattutto nelle casistiche più estreme, anche per i fatti di cronaca, e che la prevenzione primaria, nella forma di discussioni rivolte al pubblico potrebbe portare ad un aumento della consapevolezza del fenomeno, soprattutto dal punto di vista delle ricadute psicologiche negative sulla qualità della vita percepita.

Inoltre è emersa la scarsa conoscenza del fenomeno dal punto di vista maschile, come vittime, e delle molestie perpetrate tra partner con orientamento sessuale di tipo omosessuale. Ciò ha comportato una carenza di risposte di aiuto dedicate a queste persone.

I professionisti ritengono che servizi inclusivi rivolti anche a soggetti difficilmente raggiungibili, come gli uomini e le persone omosessuali, potrebbero migliorare la qualità della loro vita, con forti ricadute positive sulla collettività, in un’ottica di prevenzione terziaria.

Infine, si è evidenziato che servizi volti ad aiutare i soggetti con dipendenza affettiva, uomini e donne, possa ridurre il numero di futuri ipotetici molestatori (prevenzione secondaria), in quanto, come emerge dalla letteratura specifica, il rifiuto in una relazione romantica può indurre l’aumento del livello di aggressività del rifiutato innamorato. In questo frangente il beneficio è ulteriormente incrementabile qualora uno stalker inconsapevole venga a conoscenza delle dinamiche interpersonali disfunzionali che mette in atto. inserendole bonariamente in una cornice di significato caratterizzato dal sano corteggiamento.

Dott. Ferrero, Pugno e Zedda

tavola rotonda sul tema dello stalking

Una tavola rotonda sul tema dello stalking e dipendenza affettiva per riflettere su come i fenomeni siano trasversali nella quotidianità e colpiscano numerosi soggetti.

Oltre a presentare il fenomeno dal punto di vista psicologico, ampio spazio verrà concesso per capire la reale consistenza e gravità delle molestie allo scopo di realizzare interventi preventivi più precisi.

Saranno presenti:

  • Dott. Massimo Zedda, psicologo e psicoterapeuta del Centro Clinico Crocetta, Professore a contratto presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli studi di Torino, esperto e studioso del fenomeno delle molestie assillanti e comportamenti violenti

  • Prof. Fabio Veglia, psicologo e psicoterapeuta, direttore del Centro Clinico Crocetta, Professore ordinario di Psicologia clinica presso la Facoltà di Psicologia dell’Università di Torino

  • Dott.ssa Lorena Ferrero, psicologa e psicoterapeuta dell’Associazione Eco, esperta in dipendenze

  • Dott.ssa Luigina Pugno, psicologa e psicoterapeuta dell’Associazione Eco, presidente dell’Associazione Eco, esperta in Disturbo post traumatico da stress.

L’incontro si terrà venerdi 3 novembre 2017 dalle ore 10.00 alle ore 12.00 presso il Centro Clinico Crocetta, Via G. Ferraris 110, Torino.

Posti limitati, telefonare per prenotare:

Tel: 3397787162
Email:  ecoassociazione@gmail.com

L’EDUCAZIONE DEI NATIVI DIGITALI

L’Associazione Eco organizza 3 incontri dedicati all’educazione dei nativi digitali da parte di genitori ed insegnanti

M. Prensky, nel 2001, coniò l’espressione nativi digitali per indicare i bambini nati a partire dagli anni ’90, che conoscevano e interagivano con le nuove tecnologie digitali da sempre. Con il termine immigrati digitali indicò noi adulti, genitori e professionisti, che abbiamo dovuto apprendere successivamente l’utilizzo di queste nuove tecnologie, inesistenti quando eravamo bambini.

Come sostiene E. Chiapasco (2015), queste tecnologie non sono solo un insieme di nuovi strumenti, ma un fenomeno culturale che sta cambiando il modo di pensare e di stare in relazione con gli altri. L’educazione impartita da genitori e insegnanti deve considerare anche le nuove tecnologie, fin dalla più tenera età. I bambini, già dalla scuola dell’infanzia e primaria, osservano gli adulti che utilizzano continuamente smartphone e computer; li usano a loro volta, acquisendone una rapidissima padronanza, per guardare su Youtube i cartoni animati che amano, per ascoltare le canzoni preferite, per fare le ricerche per la scuola, per contattare i compagni di classe. I genitori devono supervisionare il più possibile queste attività, ma non possono essere ovunque; a un bambino basta un cellulare dismesso in cui attivare la connessione wi-fi per addentrarsi nel mondo virtuale e cercare risposte alle sue mille curiosità. L’educazione deve includere anche indicazioni su come ci si muove in questo mondo, abitato e vissuto dai bambini e dai ragazzi tanto quanto quello reale.

Rispetto ai cervelli degli immigrati digitali, quelli dei nativi ricevono da sempre una grande quantità di input veloci. Sono abituati a gestire i processi di apprendimento in modo parallelo, svolgendo contemporaneamente più compiti o funzioni. Preferiscono la grafica al testo, piuttosto che il contrario; prediligono una modalità di accesso non ordinata e sequenziale alle informazioni.

Gli immigrati preoccupati da questo cambiamento, devono considerarlo in termini evolutivi; non sono costretti a modificare il contenuto degli insegnamenti da trasmettere alle generazioni successive, ma le modalità: il linguaggio, le esperienze e i supporti per l’apprendimento. Allo stesso tempo, non possono fare alla leggera la scelta di acquistare un computer, un telefono cellulare, un tablet o un videogioco. Mettere in mano ai bambini uno strumento ipersofisticato apre loro un mondo di possibilità con un potente impatto pratico e psicologico, al quale devono essere preparati. Per di più, se anche hanno la capacità materiale di usare uno strumento tecnologico, non significa che lo sappiano utilizzare responsabilmente. Gli immigrati digitali devono restare aggiornati e informarsi sui rischi e sulle potenzialità delle nuove tecnologie, per poterne parlare con figli, studenti e pazienti.

I potenziali pericoli legati all’uso massiccio di internet e delle nuove tecnologie sono:

  • sviluppare una dipendenza (passare molto tempo su internet, tanto da non riuscire a portare a termine i propri compiti di studio o lavoro, usarlo come via di fuga dai problemi reali);

  • attuare o subire comportamenti di cyberbullismo;

  • il sexting (ricevere o inviare messaggi, fotografie o video a contenuto sessuale)

  • essere adescati da pedofili, da organizzazioni terroristiche o da siti che incoraggiano comportamenti pericolosi per la salute psicofisica.

Ci sono anche pericoli specificamente legati a un utilizzo eccessivo dei social-network:

  • essi forniscono un’alta visibilità con il rischio di una sovraesposizione indesiderata di sé;

  • offrono dei feedback e un controllo sociale costante che influenzano la costruzione dell’identità e la considerazione di se stessi. Se l’autostima si basa su di essi ha fragili fondamenta, poichè dipende dall’approvazione ricevuta dagli altri, con scarse ricadute strutturali o reali;

  • le relazioni virtuali non si collocano in un luogo fisico e sensoriale condiviso, nè hanno vincoli spazio-temporali; ciò rende i ragazzi meno avvezzi alle relazioni reali. Inoltre, l’assenza di un rapporto vis-a-vis elimina la comunicazione non verbale e la corporeità degli interlocutori.

  • paradossalmente, se le relazioni virtuali sostituiscono quelle reali, può aumentare il senso di solitudine e il ritiro sociale.

Quando scriveva il suo articolo, M. Prebsky aveva già notato una diminuzione della capacità di usare il pensiero riflessivo da parte dei nativi; sono passati meno di vent’anni da allora e, in questo lasso di tempo, l’uso di internet e dei social network si è diffuso in modo massivo. Gli adulti che si occupano di bambini e ragazzi hanno osservato altri segnali di disagio nei nuovi nativi digitali e in quelli ormai cresciuti:

  • diminuisce la capacità di stare soli, di tollerare i limiti e di mettere dei confini;

  • la comunicazione non verbale sembra cadere in disuso;

  • il rapporto con il proprio corpo, in termini di sensazioni ed emozioni, è più difficoltoso.

Queste funzioni psichiche fanno parte di un repertorio di abilità che devono essere coltivate nello sviluppo di ciascun individuo. Esse non sono state compromesse tout cour dall’avvento delle nuove tecnologie, ma, sicuramente, il loro uso pervasivo ne rende più complicata l’acquisizione.

Internet e le nuove tecnologie non sono un fenomeno da demonizzare; danno spazio alla creatività e alla libertà di espressione personale, offrono opportunità informative, relazionali e professionali. Sarebbe impossibile censurarli; basta riflettere sul fatto che anche la maggior parte degli immigrati digitali è ormai connessa alla rete ventiquatt’ore su ventiquattro.

M. Prebsky definì due tipi di sfide a cui noi immigrati digitali non possiamo sottrarci: “imparare cose nuove” e “imparare nuovi modi di fare cose già fatte”, senza riuscire a determinare quale delle due fosse la più difficile.

Per questo abbiamo bisogno di una formazione specifica tenuta da esperti sia delle nuove tecnologie, che dell’età dello sviluppo. Ci sono compiti evolutivi che tutti i ragazzi devono affrontare, così come li abbiamo superati noi nella nostra adolescenza: la separazione, la costruzione dell’identità, l’autonomia. Cambiano il contesto e i mediatori delle esperienze che servono a raggiungere questi scopi. Per farlo nel migliore dei modi, i ragazzi hanno bisogno di figure di riferimento ben equipaggiate, che conoscano le nuove tecnologie e siano in grado di parlarne con loro.

Autrice Dr.ssa Valentina Congedo

Supervisione Dott Stefano Lagona e Dr.ssa Luigina Pugno

Bibliografia

Berti M., Valorzi S., Facci M., 2017, Cyberbullismo: guida completa per genitori, ragazzi, insegnanti, Reverdito Editore.

Cario M., Franco G., Arbrun R., Ferraud M., Chiapasco E., 2014, Cyberfriends. Il valore dell’amicizia i tempi di internet, www.csptech.org/articoli-e-pubblicazioni

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Kettmaier M., 2017, Il rischio internet-correlato alle scuole medie: uno strumneto di indagine per l’intervento nelle classi, www.stateofmind.it/2017/04

Prensky M., 2001, Nativi digitali e immigrati digitali, www.laricerca.loescher.it/istruzione

Prensky M., 2001, La mente nuova dei nativi digitali, www.laricerca.loescher.it/istruzione

LE ECCESSIVE PREOCCUPAZIONI PER LA SALUTE

Entrare nel tunnel dell’ansia per la salute è questione di poche sensazioni fisiche e pochi pensieri.

Ma cosa sono la salute e l’ansia?

Secondo l’OMS la salute non è solo l’assenza di malattia, ma è una sensazione di benessere che l’individuo prova a livello fisico, emotivo e sociale.
Mentre possiamo definire l’ansia come una preoccupazione verso un pericolo non ben definito, che immaginiamo ci possa riguardare. Si distingue quindi dalla paura, che invece ha un oggetto chiaro verso cui indirizzare le preoccupazioni (es. paura dei cani).
Ora possiamo definire l’ansia per la salute come la percezione che sia presente in noi una malattia, che minaccia il nostro benessere.
Le sensazioni fisiche che si sentono sono reali e non immaginarie, ma il nocciolo è che non sono sempre sintomo di malattia fisica e talvolta sono sintomo di ansia.

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SPLIT E IL DISTURBO DISSOCIATIVO DELL’IDENTITÀ

Nel film Split, in uscita in 26 gennaio 2017, la scissione di personalità tipica di coloro che sono affetti da disturbo dissociativo dell’identità viene rappresentata non solo a livello personologico, ma anche a livello fisico, come scissione cognitiva e fisiologica potessero coesistere all’interno di un solo essere umano.

Ma è effettivamente possibile?
Secondo i criteri del DSM V (l’ultimo manuale per la diagnosi delle patologie psicologiche), il disturbo dissociativo dell’identità è caratterizzato da: