Mese: <span>Marzo 2024</span>

BALBUZIE E AGGRESSIVITA’: una lettura psicoanalitica

Quante volte ci siamo imbattuti in una di quelle giornate estenuanti dove risulta faticoso anche articolare le parole? Come ci sentiamo in quella situazione? Cosa percepisce il nostro interlocutore? Immaginiamo che questo avvenga quotidianamente e che non sia influenzato dalla stanchezza. Immaginiamo che possa accompagnare le giornate di una persona fin dall’infanzia con ripercussioni in ambito sociale, sull’interazione e sull’autostima.

Stiamo parlando di balbuzie, ma di cosa si tratta?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità considera la balbuzie un disordine del ritmo della parola, un disturbo di fluenza del linguaggio.

Si tratta di un disturbo universale, cioè si riscontra in tutta la popolazione e nei diversi ambiti sociali. Diversi personaggi celebri erano balbuzienti e nonostante la loro difficoltà sono stati capaci di fare della comunicazione il loro mestiere, basti pensare tra i tanti ad Aristotele, Virgilio, Wittgenstein, re Giorgio VI (meravigliosamente ritratto nell’affrontare la sua difficoltà nella pellicola Il discorso del re), Churchill e Marilyn Monroe.

In genere la balbuzie insorge più facilmente durante la prima infanzia, all’inizio della scuola primaria e con la pubertà, mentre l’insorgenza in età adulta è legata a traumi o patologie neurologiche. La maggiore frequenza è nella fascia di età 3-6 anni ed è considerata fisiologica, poi la frequenza diminuisce e si attesta sotto l’1% oltre la maggiore età. La maggiore incidenza è presente nel sesso maschile con un rapporto 3-6:1 rispetto alle femmine. Vengono riconosciute tre forme di balbuzie: la tonica, che prevede blocchi improvvisi durante l’emissione; la clonica, che vede la ripetizione di una lettera, una sillaba o una parola all’inizio della produzione; una forma mista delle due precedenti. Un’ulteriore distinzione è tra balbuzie primaria e secondaria, dove la prima si riscontra nei primi anni di vita e il bambino non ne è consapevole, mentre nella seconda vi è coscienza del disturbo e si manifesta in età scolare.

Che ruolo ha la psiche in tutto ciò?

Nell’eziologia della balbuzie vengono riconosciuti fattori organici ma anche funzionali, ovvero la psicologia del soggetto e il funzionamento dell’ambiente. Viene riconosciuta l’implicazione degli aspetti psicologici e relazionali. L’insorgere del disturbo è spesso correlato a episodi traumatici e l’espressione e l’uso dell’aggressività è uno degli aspetti principali della balbuzie.

Ma oltre agli aspetti psicologici individuali, qual è il ruolo dell’ambiente?

Gli studi sulle dinamiche affettive hanno evidenziato che nella nostra cultura occidentale l’ambiente familiare relazionale del balbuziente pare caratterizzato da alcuni elementi specifici:

– iperinvestimento della parola, dove l’aspetto formale è più importante del contenuto affettivo;

– educazione rigida e formale;

– tensioni e contrasti soprattutto con la figura paterna;

– forte richiesta dei genitori che il figlio soddisfi le loro aspettative narcisistiche di successo, ma quando queste vengono disattese si instaura un clima di tensione e un atteggiamento passivo e dipendente del balbuziente o all’opposto manifestazioni di instabilità emotiva.

L’interesse per la balbuzie e gli studi su di essa risalgono a molto tempo fa e diversi psicoanalisti hanno contribuito al tema con i loro apporti teorici.

Uno dei primi psicoanalisti a occuparsi di balbuzie fu proprio Freud (1892-95), che nell’analisi di Frau Emmy von N. evidenziò il disturbo a seguito di una serie di incidenti traumatici. In seguito, lo stesso Freud (1901), in Psicopatologia della vita quotidiana la considera indice di un conflitto interiore.

Successivamente con la psicoanalista Melanie Klein si apre una riflessione rispetto alla balbuzie come una fissazione a uno stadio di sviluppo specifico e diversi autori apportano i loro contributi.

La Klein (1923) espone il caso di una bambina balbuziente e mette in luce come nel linguaggio ci possa essere la sublimazione delle fissazioni orali, cannibalesche e sadico-anali. Fenichel (1945) considera la balbuzie principalmente un sintomo di fissazione allo stadio sadico-anale, mentre per Wassef (1955) sarebbe associata a problematiche edipiche che non si risolvono a causa di conflitti irrisolti negli stadi precedenti. Da questi tre diversi contributi emerge l’aspetto di aggressività.

Altri autori inseriscono nella riflessione sulla balbuzie il ruolo dell’ambiente e della famiglia, che abbiamo precedentemente detto avere un ruolo importante nell’insorgenza e nel mantenimento del disturbo.

Johnson (1959) sostiene che vi sia una visione negativa del linguaggio da parte del balbuziente tale da inibire la parola, evidenziando l’importanza della famiglia nell’insorgenza del disturbo. Glauber(1943, 1950, 1951) riporta le origini della balbuzie al rapporto madre-bambino e alla fissazione a livello orale-narcisistico, che si traduce in aspetti di dipendenza e passività tipici del balbuziente. In un articolo pubblicato postumo l’autore considera il linguaggio come una funzione dell’Io che opera preconsciamente, ovvero il parlare diventa un automatismo. In tal senso la balbuzie sarebbe una disautomatizzazione, il processo non è più inconscio ma controllato dall’Io (Glauber, 1968). Egli avanza l’ipotesi che la disautomatizzazione, ovvero l’investimento conscio delle funzioni preconsce, possa derivare da un trauma. Questo avviene nella separazione dall’identificazione con la madre e l’aggressività che si genera in seguito colpisce il linguaggio nell’automatismo e nella fluenza.

Una visione che prende in considerazione la regressione o la fissazione a più stadi di sviluppo è quella proposta da Anzieu (1964, 1969, 1980, 1982). Secondo lo psicoanalista francese il sintomo della balbuzie si manifesta contemporaneamente su tre registri – paranoico, ossessivo e isterico – corrispondenti rispettivamente ai tre stadi orale, anale e fallico. Il linguaggio costituisce la conquista del simbolico e rappresenta l’accettazione delle differenze generazionali e del divieto dell’incesto, ovvero il superamento dell’Edipo. Secondo tale visione la balbuzie è il sintomo che esprime il conflitto tra il desiderio inconscio e la sua non ammissione. Come per Glauber, anche per Anzieu la balbuzie si manifesta quando le tematiche edipiche di madre e figlio colludono e il balbuziente non riesce a superare la posizione edipica non potendo accedere alla sessualità genitale e al godimento. Per Anzieu, in accordo con Glauber, il sintomo è ineliminabile per la sua natura arcaica e difensiva.

Sulla scia di una visione più allargata la balbuzie viene interpretata come un sintomo, che può presentarsi in diverse forme nevrotiche che esprimono diverse problematiche, in cui gli organi del linguaggio diventano il luogo più adatto per esprimere il conflitto (Sigurtà, 1955, 1970).

Bion (1967, 1970) sottolinea l’aspetto relazionale del balbettare dove lemozione sottostante alla formulazione verbale con cui viene espressa l’esperienza non può essere contenuta dal contenitore linguaggio e ciò che viene espresso è spogliato del suo significato.

Un’altra visione è quella che avvicina la balbuzie a sintomi psicofisici, come l’asma bronchiale (Gaddini, 1980). Secondo Gaddini De Benedetti (1980) vi è un riferimento al distacco e alla separatezza dall’oggetto primario, che hanno un’influenza sulla mente infantile, la quale connette il parlare e il respirare per riattivare una delle prime esperienze della mente, ovvero succhiare e deglutire mentre si respira. Anche Giannitelli (1976) evidenzia nella balbuzie l’attivazione delle pulsioni aggressive e distruttive sulla base di angosce traumatiche di separazione con la localizzazione somatica sulle vie aree, che rimandano all’iperinvestimento dell’aria della fissazione anale – “a livello del pensiero primitivo l’apparato respiratorio sembra diventare la sede dell’incorporazione degli oggetti alla stessa guisa di quello intestinale: alla stessa guisa si prendono e si ricevono sostanze dal mondo esterno, o si restituiscono, si ridanno ad esso”. La balbuzie e le malattie respiratorie sono per l’autore comunicazione di richiamo al rapporto per via somatica con modalità di espressione non verbali.

Le varie letture proposte mettono in luce diverse sfaccettature e convergono in una visione psicoanalitica che considera la balbuzie un sintomo la cui origine si lega a fasi precoci dello sviluppo affettivo, dove l’aggressività è fondamentale e funzionale nei processi di separazione e differenziazione di sé dall’altro. Viene riconosciuta una stretta connessione tra espressione psichica e substrato organico e la balbuzie è considerata una conversione del conflitto psicologico sull’organo – il sistema respiratorio o l’apparato articolatorio-fonatorio. L’aggressività costituisce un nodo fondamentale, è necessaria per stabilire il confine tra sé e l’altro e la parola può attraversare lo spazio che si genera diventando un segno di separazione ma anche di relazione, ma tutto ciò diventa molto faticoso quando alla base vi è un’angoscia di separazione tale da minare la relazione.

Ma come intervenire?

Quando parliamo di trattamento della balbuzie dobbiamo avere a mente che esistono diverse metodologie e tecniche.

Una di queste è il trattamento logopedico, che si avvale di tecniche di rilassamento, di controllo della respirazione e dell’emissione di parole e si occupa di sviluppare abilità verbali e non verbali e di favorire l’interazione comunicativa. Nella prima infanzia generalmente viene sconsigliato il trattamento logopedico, in quanto affinchè esso abbia effetto il bambino deve avere coscienza della balbuzie e ritenerla disturbante. In tale fase si lavora dando consigli ai genitori per evitare che il sintomo si fissi.

Oltre alla figura professionale dello specialista in logopedia, un contributo importante nel trattamento della balbuzie può essere dato dallo psicoterapeuta. Nello specifico, avendo sottolineato l’importanza della visione del disturbo in un’ottica relazionale secondo la quale la balbuzie è un disturbo della relazione interpersonale, si ritiene elettivo il trattamento psicoterapeutico dove terapeuta e paziente si incontrano all’interno di una relazione sufficientemente buona che potrà tradursi in un’esperienza emozionale correttiva (Alexander, 1946).

Dott.ssa Tatiana Giunta

 

BIBLIOGRAFIA

Alexander, F. et al. (1946). Psychoanalitic Therapy: Principles and Applications. New York, Ronald Press.

Anzieu, A. (1964). Reflexions critiques à propos du bégaiment. Révue de NeuropsychiatrieInfantile, 1-2, 101.

Anzieu, A. (1969). Sur quelques traits de la personnalité du bègue. Bulletin de Psychologie, 21, 1022-1028.

Anzieu, A. (1980). Dalla carne al verbo: mutismo e balbuzie. In Anzieu, D. et al., Psicoanalisi e linguaggio. Roma, Borla.

Anzieu, A. (1982). Essai sur le corps fantasmatique du bègue. Pratiques des mots, 40, 14-18.

Bion, W.R. (1967). Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico. Roma, Armando Editore, 1970.

Bion, W.R. (1970). Attenzione e interpretazione. Roma, Armando Editore, 1973.

Fenichel, O. (1945). Trattato di Psicoanalisi. Roma, Astrolabio, 1951.

Freud, S. (1892-95). Studi sull’isteria. Opere, vol. 1. Torino, Boringhieri, 1967.

Freud, S. (1901). Psicopatologia della vita quotidiana. Opere, vol. 4. Torino, Boringhieri, 1973.

Gaddini, E. (1980). Note sul problema mente-corpo. Rivista di Psicoanalisi, 1, 1981.

Gaddini De Benedetti, R. (1980). Patologia psicosomatica come difetto maturativo. Rivista di Psicoanalisi, 3, 1980.

Giannitelli, S. (1976). Sé ed espressione: condizioni, sviluppo della regolazione energetica e partecipazione somatica. Rivista di Psicoanalisi, 3, 1976.

Glauber, I.P. (1943). Psychoanalytic concepts of the stutterer. The Nervous Child, 2, 172.

Glauber, I.P. (1950). Ego development and the character of the stutterer. Psychoanalytic Quarterly, 19, 142.

Glauber, I.P. (1951). The mother and the etiology of stuttering. Psychoanalytic Quarterly, 20, 160.

Glauber, I.P. (1968). Dysautomatization: a disorder of preconscious ego functioning. The International Journal of Psychoanalysis, 49, I, 89-99, 1968.

Johnson, W. et al. (1959). The onset of stuttering: research, findings and implications. Minneapolis, University of Minnesota Press.

Klein, M. (1923). Analisi Infantile. In Scritti 1921-1958. Torino, Boringhieri, 1978.

Sigurtà, R. (1970). Balbuzie e psicoanalisi (articolo non pubblicato). Istituto di Psicoanalisi, Milano.

Sigurtà, R., De Benedetti Barbieri, M. (1955). La balbuzie. Milano, Minerva Medica, 1956.

Wassef, H.W. (1955). Étude clinique de différentes modalités structurales au cours de psychanalyses de bègues. Revue Française de Psychanalyse, 19, 440-472.

IL DOLORE COME ESPERIENZA UNICA E SOGGETTIVA. Fibromialgia e malattie psicosomatiche

Il provare una qualsiasi forma di “dolore” molto spesso è parte integrante della sofferenza psicologica, ne può effettivamente essere causa o conseguenza, oppure anche entrambe assieme.

Le persone a volte esperiscono dolori ai quali non riescono a dare delle spiegazioni e la sofferenza può risiedere anche e soprattutto nel fatto che, dopo diversi e accurati esami specialistici, neanche la medicina riesca a trovare un riscontro organico, qualcosa di “malfunzionante” all’interno dell’organismo, del corpo in generale. Di questo, ne fanno esperienza le persone che soffrono di una malattia cronica psicosomatica, appunto.

Per comprendere ciò, bisogna prima distinguere tra due tipi di dolore: quello “acuto” e quello “cronico”.

Il dolore “acuto” è occasionale, in risposta a uno stimolo inatteso e intenso, relativo allo stato attuale e reversibile, poiché ha un inizio e una fine.

Il dolore “cronico”, invece, è persistente e costante, quotidiano ed è una risposta disadattava del nostro corpo.

La International Association for the Study of Pain (IASP), nel 2020, ha definito il dolore cronico come “un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole associata o simile a quella associata a un danno tissutale reale o potenziale”.

La American Psychological Association, già nel 2013, sosteneva,infatti, che il punto cruciale non è il sintomo somatico in sé ma il modo in cui la persona lo presenta e lo interpreta.

Con questi interventi e queste “nuove” e aggiornate definizioni si può parlare di una effettiva rivoluzione nel considerare questo tipo di dolore derivante non solo da un malessere fisico o organico, biologico ma anche da fattori psicologici e sociali dell’individuo. Prende in considerazione la soggettività e l’unicità della persona, esattamente la sua personale esperienza.

Ne deriva, quindi, che il vissuto di  dolore dovrebbe essere sempre compreso e rispettato, dato che, inoltre, le persone apprendono il concetto di dolore attraverso le loro esperienze di vita.

Sebbene il dolore di solito abbia un ruolo adattativo, può avere effetti negativi sulla funzionalità e il benessere sociale epsicologico.

Con ciò, bisogna anche tenere in considerazione che la descrizione verbale non è l’unico modo per esprimere il dolore e che l’incapacità di comunicare non nega la possibilità che un essere umano stia provando malessere: ovvero, se non esplicito verbalmente che ho dolore, non vuol dire che sia scontato che io non ne abbia. Un po’ come “se non sto chiedendo aiuto non vuol dire per forza che non ne abbia bisogno”.

Più in generale, l’OMS, invece, definisce la malattia cronica come un “problema di salute che richiede un trattamento continuo durante un periodo di tempo che può andare da anni a decadi”.

Nonostante l’elenco sia molto lungo e si suddivida anche per categorie, prendiamo come esempi solo alcune delle malattie psicosomatiche croniche, quelle che potrebbero essere le più “conosciute”:

Gastrite
Colite spastica (sindrome del colon irritabile)
Psoriasi
Artrite reumatoide
Fibromialgia

Negli ultimi anni, l’attenzione medica e psicologica si è soffermata in particolar modo sulla fibromialgia. La fibromialgia è una sindrome dolorosa cronica caratterizzata dall’insorgere di numerosi sintomi differenti tra loro ed associata ad ulteriori disturbi come stanchezza cronica, disturbi cognitivi, problemi psichici, alterazioni del sonno e sintomi somatici.

Colpisce in Italia oltre 2 milioni di persone, corrispondenti circa al 3% dell’intera popolazione. Si tratta di una sindrome che potremmo definire «di genere» perché più dell’80% di coloro che ne sono affetti sono donne tra i 30 e i 60 anni.

Le cause della fibromialgia sono ancora da identificare. Si suppone che per comprenderle appieno bisogna centralizzare la soggettività della persona, prendendo in considerazione dunque la sua intera storia di vita: fattori psicologici, sociali, ambientali e non solo una possibile vulnerabilità biologica.

Il sintomo cardine della malattia, presente in ogni persona che ne è affetta, resta comunque il dolore cronico. Più precisamente, si parla di “dolore nociplastico”: in questa forma, non vi è un danno al sistema nervoso né al sistema tissutale ma è presente un’alterazione della nocicezione. La nocicezione è quel processo sensoriale che rileva i segnali e le sensazioni di dolore, tutto ciò tramite l’attivazione di recettori periferici (terminazioni nervose), chiamati appunto “nocicettori”. Come se fossero i “sensori del dolore” del nostro corpo: nella fibromialgia, questi sensori funzionano “male” e attivano la percezione di dolore anche laddove non è presente nessuno stimolo reale.

Tramite studi e ricerche sul tema, si è notato come esistano delle costanti negli aspetti psicologici, comuni in tutte le persone che soffrono di fibromialgia:

Uno stile di attaccamento insicuro o disorganizzato
Uno o più eventi di vita traumatici
Alessitimia (la difficoltà nel riconoscere, esprimere e distinguere le proprie emozioni e sensazioni corporee)
Bassa autostima

Per trattare la fibromialgia in maniera sufficientemente efficace e permettere alla persona di condurre una vita il più “normale” possibile, l’intervento elettivo è sicuramente quello multidisciplinare: una terapia farmacologica utile ad alleviare i sintomi della malattia e, parallelamente, la psicoterapia, utileinvece soprattutto a:

Aiutare il paziente nel differenziare sensazioni, esperienze ed emozioni;
Mantenere o rendere consapevoli dei propri vissuti e delle proprie emozioni;
Individuare nuove abitudini;
Attivare processi di consolidamento delle abitudini funzionali;
Lavorare sull’accettazione della nuova condizione;
Sostenere durante queste nuove fasi di vita.

Il paziente vive nel corpo la sua sofferenza. Il suo è un dolore soggettivo al quale si va ad aggiungere e confondere quello fisiologico della malattia; una malattia che struttura la rappresentazione di sé con la malattia stessa; una malattia che continuamente “auto-attacca” il proprio corpo.

Il dolore ha sempre un’importante accezione soggettiva e personalizzata: non tutti proviamo dolore allo stesso modo, per le stesse cose. Per questo, è sempre necessario sospendere il nostro giudizio a riguardo, comprendere il più possibile e rispettare il malessere che esso provoca nella persona che abbiamo di fronte, sia che siamo professionisti della salute oppure no. Anche questo è terapeutico.

Dott. Riccardo Falconieri

Bibliografia

“Il corpo malato. L’intervento psicologico”, a cura di Bruno G.Bara, Raffaello Cortina Editore

“Il ruolo dello psicologo nel piano nazionale cronicità”, ConsiglioNazionale Ordine Psicologi, fonte reperibile online

“Psicologia e Salute”, Antonella Delle Fave e Marta Bassi, Utet Università