Tag: <span>scelta partner</span>

L’AMORE E’ CIECO? PARE PROPRIO DI NO!! LA SCELTA (IN)CONSAPEVOLE DEL PARTNER

Ho scoperto che quando ci sono delle difficoltà di coppia, la richiesta che viene fatta al partner è di riempire i bisogni a cui i propri genitori non hanno risposto”

Virginia Satir

Perchè cerchiamo un partner con cui condividere la nostra vita?

Il motivo principale che spinge ognuno di noi a ricercare una relazione affettiva con l’altr* é  determinato da due bisogni fondamentali dell’uomo: accudimento e protezione. La relazione di coppia è una relazione intima, in cui ognuno esprime un profondo bisogno di sicurezza e fiducia per l’altro. Entrare in relazione significa fare una scelta, scegliere tra più persone quella che potrà  soddisfare al meglio i nostri bisogni.  

Allora qual è il meccanismo attraverso il quale scegliamo una persona piuttosto che un’altra?

Cosa della nostra storia personale peserà maggiormente nell’effettuare la scelta?

In questo articolo esamineremo 2 aspetti che guidano la scelta del partner:

1. Attaccamento e trasmissione inergenerazionale
2. Mito e mandato familiare

Attaccamento

La teoria dell’attaccamento, sviluppata da Bowlby negli anni Sessanta, rappresenta la prima relazione che il bambino instaura con la sua figura di riferimento, ha la funzione di garantire vicinanza e protezione ed è espressa da una serie di comportamenti che lo accompagnano fin dalla nascita e che hanno le loro basi filogenetiche nell’oggettiva vulnerabilità del neonato, che è obbligato a far ricorso alla figura di accudimento per il soddisfacimento dei suoi bisogni primari e per la propria sopravvivenza (Bowlby, 1969).

Perchè si parli di attaccamento devono essere presenti tre condizioni di base (Weiss, 1982): la vicinanza, la reazione di protesta per la separazione, cioè quell’insieme di comportamenti di attaccamento che si manifestano nel momento in cui ci si sente in pericolo perchè la relazione non è più garantita e quella particolare atmosfera di sicurezza che fa percepire l’altro come la nostra “base sicura”. Bowlby (1988) ha spiegato come un bambino o  un adolescente per esplorare l’ambiente extra-familiare abbia bisogno di sentirsi sicuro di poter ritornare sapendo che la base sicura sarà lì ad aspettarlo. Negli anni Settanta, furono identificati quattro stili di attaccamento (Ainsworth et al., 1978):

attaccamento sicuro: il bambino ha una madre presente, in grado di rispondere ai bisogni di conforto, protezione e esplorazione del mondo sapendo di poter tornare alla “base sicura” in situazioni di pericolo. L’adulto all’interno di una relazione di coppia saprà muoversi in equilibrio tra richiedere protezione e dare protezione.
Attaccamento insicuro-evitante: il bambino ha una madre che in genere non è in grado di soddisfare i propri bisogno. Il bambino teme costantemente il rifiuto dell’altra persona. Sarà un adulto che imparerà ad inibire le proprie emozioni (da soli si è più forti). L’adulto all’interno di una relazione di coppia, tenderà a fuggire  dalla relazione stessa.
Attaccamento insicuro-ambivalente: il bambino ha una madre che risponde ai suoi bisogni in modo intermittente, è una madre imprevedibile. In questo modo il bambino si sente a volte amabile altre volte rifiutato. Sarà un adulto che avrà paura della separazione dalla figura di attaccamento (se stiamo uniti saremo più forti). L’adulto all’interno della relazione di coppia tenderà a inseguire la sua figura di attaccamento per paura di perderla.
attaccamento insicuro-disorganizzato: il bambino ha una madre che lo mette in pericolo, crolla il sistema di attaccamento.

E’ grazie alla teoria dell’attaccamento che possiamo spiegare come un uomo, arrivato all’età adulta, organizzi la propria vita affettiva in funzione dei passati legami di attaccamento, mettendo in luce il ruolo che le relazioni della prima infanzia possono avere nel predire il futuro successo di una relazione di coppia. Il formarsi di una coppia poggia sulle capacità di entrambi i coniugi di confermare le rappresentazioni che sono state attribuite su di sé e sugli altri fin dalla prima infanzia, al fine di garantire un’omeostasi rappresentativa (Bowlby, 1988).

Trasmissione intergenerazionale degli stili di attaccamento

Il requisito fondamentale affinché si crei una relazione intima, quale è quella di coppia,  è l’esistenza di una fiducia di base nei confronti della persona con la quale viene stabilita la relazione. Dalle ricerche sul legame di attaccamento sappiamo che la sicurezza o l’insicurezza che lo caratterizzano si trasmettono spesso di generazione in generazione attraverso le aspettative, il comportamento dei genitori e la qualità delle relazioni familiari (Benoit, Parker, 1994; Fonagy et al.,1992).  Domande come: mi sta giudicando? Mi posso fidare di lui/lei? Mi accetta? Che cosa significano quelle parole, quell’atteggiamento nei miei confronti? Rappresentano una specie di “test” che valuta la tenuta della relazione: la dimostrazione della sua esistenza è data da tutte quelle situazioni in cui la rottura della sequenza attesa di comportamenti  da parte del partner può porre degli interrogativi sul perdurare del legame stesso, soprattutto nella fase iniziale del rapporto. Per esempio: “sono 2 giorni che non mi scrive appena si sveglia”….sorge subito la domanda: “Mi pensa ancora?”..“ Mi vorrà ancora bene?”.. “Ha conosciuto qualcunaltr*?” Possiamo dire che la scelta del partner coinvolge solo apparentemente due persone: in realtà il rapporto che si instaura si “confronta”  con due dimensioni, una orizzontale in cui si collocano i legami di pari livello gerarchico (fratelli, sorelle, partner) e una verticale trigenerazionale in cui si collocano i legami tra i diversi livelli gerarchici (nonni, genitori, figli). Ecco quindi che ogni nuovo rapporto intimo presuppone e comporta una serie di confronti con altri rapporti significativi, rispetto ai quali esso deve differenziarsi. Per esempio credere che i continui fallimenti sentimentali siano da attribuire a una serie di eventi sfortunati, rappresenta una lettura parziale di quello che sta accadendo in quanto non tiene conto della dimensione verticale della relazione, di quanto il  tipo di legame di attaccamento che ha caratterizzato la relazione con i genitori o con altri membri significativi della famiglia di origine stia influenzando la vita presente. Sulla base di ciò, il potenziale partner si rivela tanto più adatto se avrà caratteristiche ripetitive e quindi per certi aspetti rassicuranti (in quanto conosciute) in linea con il nostro legame di attaccamento e allo stesso tempo avrà un elemento di novità che avrà la funzione di riparare una storia interrotta prematuramente o che non ha dato le risposte di sicurezza desiderate.  Secondo Weiss Sampson (1993), la coazione a ripetere (scegliere situazioni relazionali insoddisfacenti), rappresenta il tentativo ripetuto e strategicamente inefficiente di trovare una via d’uscita alle difficoltà incontrate.

Diventa determinante a questo scopo la qualità del legame che si è creato con chi originariamente si è preso cura di noi. Si può dire che quanto più è stata soddisfacente la relazione originaria, tanto più si potrà sviluppare un atteggiamento di fiducia nei confronti delle nuove relazioni; quanto più quella è stata insicura-ambivalente, ambigua e scarsamente soddisfacente riguardo ai bisogni personali fondamentali,  tanto più si osserveranno comportamenti ambivalenti o evitanti da parte di chi ha avuto questo tipo di esperienza (Angelo, 1999). Secondo Hazan e Shaver (1987;1992) l’innamoramento è un processo d’attaccamento che viene vissuto in maniera diversa, a causa delle loro differenti storie di attaccamento.

Mito e Mandato Familiare

Non meno importante nell’influenzare la scelta del partner è il mito familiare e il relativo mandato familiare.

Che cos’è il mito familiare? Il mito familiare è un insieme di rappresentazioni, valori e credenze condivise concernenti l’immagine che i membri di una famiglia hanno di se stessi. Il mandato familiare è l’assegnazione di un ruolo o di compiti fatta dai genitori ai figli; esso in qualche modo rappresenta l’anello di congiunzione tra il mito familiare e il modo in cui questo si esprime attraverso le aspettative dei singoli membri della famiglia e in particolare dei genitori (Stierlin,1978).  

Ogni famiglia ha il proprio mito che ha la funzione di creare un senso d’identità  e coesione della famiglia e dei suoi membri, il mito si trasmette di generazione in generazione.  La scelta del partner è quindi un strana mescolanza tra mito, mandato familiare e soddisfacimento dei bisogni personali (Angelo,1999). Il prevalere dell’uno o dell’altro dipende non solo dalla forza relativa di ciascuno di essi, ma anche dal tipo di relazione esistente con la famiglia d’origine. Nel caso in cui ci sia una relazione di dipendenza con la famiglia d’origine, il mito e il mandato prevarranno sul soddisfacimento dei bisogni personali. L’individuo sarà orientato a ricercare un partner che soddisfi le aspettative implicite o esplicite presenti nel mandato familiare, piuttosto che soddisfare i propri bisogni di accudimento e protezione. Nei casi in cui si verifica una ribellione al mandato familiare, l’individuo sceglierà un partner con caratteristiche opposte a quelle che la famiglia si aspetta. Ciò dovrebbe avere una funzione liberatoria rispetto ai vincoli imposti dal mandato familiare, in realtà anche questo tipo di scelta non si dimostra essere una scelta libera che tiene conto solo dei bisogni personali. Si può così dire che la scelta del partner sia l’espressione di un gioco estremamente sofisticato in cui la scelta sarà guidata da un’attenzione selettiva volta a cogliere tutti gli elementi del carattere e del comportamento della persona a cui siamo interessati che siano coerenti con il nostro mandato familiare, e da un’altrettanta disattenzione selettiva per tutti quelli elementi che invece potrebbero rendere problematica la relazione in quanto non coerenti con il nostro mandato. Per capire meglio come  l’individuo si orienta alla scelta seguendo le influenze  del mito e mandato familiare possiamo fare il seguente esempio: Claudia è una giovane donna che desidera intraprendere una relazione sentimentale. La sua storia familiare  parla di una famiglia prevalentemente maschilista in cui le donne sono poco considerate (questo è il mito) e di una mamma che aspira per sua figlia ad avere un uomo che abbia una buona posizione economica, per contrastare i momenti di grosse difficoltà economica vissute da quest’ultima (questo è il mandato familiare). Claudia, per essere leale con la sua storia familiare,  dovrà scegliere un uomo ricco che riscatti  le difficoltà economiche della mamma e sufficientemente maschilista. Il grado di influenza determinato dal mito è strettamente correlato con il grado di differenziazione raggiunto dalla persona interessata, dalla sua capacità di elaborare e risolvere i propri legami con le figure familiari più significative.

Nelle fasi iniziali della costruzione del legame, ciascun partner diventa il mezzo principale di trasmissione ed elaborazione del mito e dalla storia familiare. La relazione si sviluppa su un terreno  fatto di “problemi non risolti di perdita, separazioni, abbandono, individuazione, nutrimento e deprivazione”, seguendo una trama intra—intergenerazionale fatta di crediti e debiti che stabilisce ogni singolo ruolo che le persone coinvolte devono ricoprire seguendo tematiche di colpa, riparazione, ricerca di perfezione..tematiche comuni ad ogni storia familiare (Andolfi, Angelo, 1987). E’ possibile una scelta “libera”? L’esperienza quotidiana ci dimostra che una scelta “libera” è possibile quanto più le relazioni nella famiglia di origine sono prive di elementi conflittuali irrisolti, in tal caso la necessità di legarsi a un “particolare” tipo di partner sono molto meno pressanti.

Alla luce di tutto ciò è ancora lecito pensare al vecchio detto “l’amore è cieco?” Pare proprio di no!

Potremo dire che “l’amore ci vede benissimo e sceglie secondo una precisa  logica”. Esiste una linea verticale “intergenerazionale” che influenzerà le modalità con cui una persona  sceglierà  e si relazionerà con l’altr* lungo il suo percorso evolutivo.

Dott.ssa Angela Giampalmo

Psicologa – Psicoterapeuta

Bibliografia

Ainswort M.D.S., Blehar M., Waters E., Wall S. (1978): “Patterns on Attachment: A Psychological Study of the Strange Situation”. Erlbaum, Hillsdale.
Andolfi, M., Angelo, C. (1987): “Tempo e mito nella psicoterapia familiare”. Boringhieri, Torino 1987.
Angelo, C. (1999): “La scelta del partner. La crisi della coppia”. Raffaello Cortina, Milano 1999
Benoit, D., Parker, K. (1994): “Stability and transmission of attachment across three generations. Child Dev., 65
Bowlby J. (1969): “Attaccamento e perdita”, vol. 1: L’attaccamento alla madre. Tr. it. Boringhieri, Torino 1972.
Bowlby J. (1988): “Una base sicura”. Raffaello Cortina, Milano.
Stierlin, H. (1978): “La famiglia e i disturbi psicosociali”. Tr. it Boringhieri, Torino 1981.
Weiss, J. (1993): “Come funziona la psicoterapia”. Tr. it. Boringhieri, Torino 1999
Weiss R. (1982): “Attachment in adult life”. In: Parkes C.M., Stevenson Hinde J. (a cura di): The place of attachment in human behavior. Routledge, London.