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Qui di seguito trovate gli articoli che i nostri soci hanno pubblicato su diverse testate. Buona lettura.

NON È UN PAESE PER MAMME

Tutti ci chiedono di fare figli, dal Papa ai governi, la natalità è a i minimi storici e per incentivarla si adottano modalità discutibili quali rendere illegale l’aborto (vedere alla voce America) o elargire 4mila euro una tantum alle mamme per convincerle a non interrompere le gravidanze (Piemonte).

Ma com’è che il viaggio della maternità è diventato così disincentivante?

Partiamo dall’inizio.

In Italia le donne fanno figli sempre più tardi, in media intorno ai 31 anni. E negli 10 ultimi anni in Europa il numero di donne che partorisce il primo figlio dopo i 40 anni è raddoppiata, con l’Italia che si piazza al secondo posto dopo la Spagna su questa classifica.

Il perché è presto detto: mancanza di occupazione, fatica a raggiungere un reddito stabile, enorme difficoltà nel potersi permettere una casa. E se questa combinazione di fattori riguarda tutti i giovani, sulle donne ha un impatto maggiore. Il tasso di occupazione femminile è fermo al 50% e i datori di lavoro hanno da sempre la tendenza ad investire meno sulla formazione e la promozione delle loro dipendenti donne che potrebbero un giorno assentarsi per maternità o per far fronte al carico famigliare che, ancora, ricade in gran parte su di loro. Ma su questo torneremo più avanti.

Alla luce di quanto detto, prima che una donna arrivi anche solo a pensare di mettere su famiglia (se lo desidera), facilmente sarà over 30. E, come è noto, la biologia non è così interessata alle umane vicende. Dunque, spesso, presenta il suo conto e allora i tempi per arrivare ad una agognata maternità possono allungarsi ancora. A volte si attraversano anni di cure psicologicamente e fisicamente provanti e, purtroppo, si può incappare in cliniche della fertilità più o meno serie che lucrano sulla sofferenza altrui.

Quando finalmente si riesce a concepire, inizia un viaggio di trasformazione fisica e mentale senz’altro potente e interessante, ma non sempre così idilliaco come viene dipinto, o almeno non per tutte.

È un aspetto di cui si comincia a parlare, ma non ancora pienamente sdoganato. C’è una sorta di ritrosia nel raccontare con schiettezza anche gli aspetti meno amabili dell’essere incinte, anche tra le amiche. L’immagine mentale della donna che nel riprodursi attraversa il momento di gioia più grande della sua vita, è dura a morire.

Stessa sorte silenziosa tocca ancora all’aborto, benché sia molto comune: basti pensare che circa 1/3 delle gravidanze termina con un aborto spontaneo. Purtroppo le pratiche ospedaliere sono ancora molto carenti nel prendersi cura di una donna dopo tale evento e la società non è affatto preparata ad essere di supporto. L’aborto viene spesso sminuito, silenziato, messo da parte con frasi crudeli e sbrigative e, troppo spesso, le madri si ritrovano anche a gestire un aleggiante senso di colpa, come fossero portatrici di qualche difetto o inidoneità. Invece, sappiamo che gli aborti spontanei avvengono per la gran parte dei casi per una selezione naturale del corpo e non per un accudimento inadeguato. In questo, il nostro termine italiano aborto (ab-ortus, allontanato dalla nascita) è più corretto dellinglese miscarriage (mal tenuto, mal contenuto).

Quando la gravidanza procede e arriva al termine, le donne affrontano il temuto momento del parto. E se il dolore non fosse sufficiente come preoccupazione, si aggiunge anche il terno al lotto della gestione ospedaliera. È importante sapere, infatti, che lItalia presenta un numero eccessivo di parti cesarei. Nel 2020 veniva fatto ricorso al cesareo nel 31% dei casi, nonostante siano state create delle linee di indirizzo per la riduzione di questa tipologia di parto, proprio perché eseguito in misura troppo frequente rispetto alla reale necessità. Il problema del ricorso eccessivo al cesareo, a onor del vero, accomuna tutta Europa e il tentativo di invertire la tendenza si sta diffondendo, anche se troppo lentamente. I paesi più virtuosi in tal senso sono Finlandia e Svezia che vi ricorrono solo nel 16% dei casi.

Un’altra pratica abusata (60% dei parti) è quella dell’episiotomia, una vera e propria chirurgia vaginale che consiste nell’effettuare un taglio nella parte bassa della vagina per aumentare lo spazio e favorire l’uscita della testa e del corpo fetale al momento del parto. L’episiotomia, nonostante la sua natura chirurgica, viene ancora troppo spesso praticata senza il consenso della madre (e talvolta senza nemmeno informarla). L’idea che diminuisca il rischio di lacerazioni è stata confutata e, anzi, oggi si sa che può provocarne un peggioramento. Inoltre, se non ben effettuata, rischia di lasciare dei danni permanenti dal punto di vista funzionale, sessuale, oltreché estetico.

L’episiotomia oggi è ritenuta una pratica da utilizzare in rari casi perché il solo fine dell’aumento di spazio può essere ragionevolmente raggiunto attendendo i fisiologici tempi (a volte molto lunghi) dell’espulsione.

A tutto questo, si aggiunge la violenza ostetrica (di cui è parte l’episiotomia non concordata, così come la manovra di Kristeller) che riguarda tutta una serie di abusi verbali e fisici subiti durante l’assistenza al parto e al post-partum, che sono lesivi dei diritti alla salute riproduttiva e dell’autonomia decisionale della donna sul proprio corpo e la propria sessualità. Inutile dire che queste pratiche impattano profondamente sulla qualità della vita della donna e non solo durante e dopo il parto. Secondo un’indagine del 2017, su un campione di 5 milioni di donne, il 21% ha subito violenza ostetrica. Numeri che fanno paura ma che smuovono poca reazione, quasi a richiamare l’idea che partorire con dolore implichi anche tacere e sopportare. L’informazione tra le future mamme rispetto a queste pratiche è ancora molto bassa, motivo per cui le donne stesse spesso non le riconoscono come violenza. Non ne hanno gli strumenti, non sono mai state informate sui propri diritti anche relativi al momento del parto e, facilmente, lì per lì non hanno la forza né la lucidità di opporsi.

Se siamo giunte fin qui e tutto quanto è andato, più o meno, liscio, arriviamo al fatidico rientro a casa e all’adattamento alla vita da neo-mamme.

Come sappiamo, nel 2021 in Italia il congedo di paternità è stato portato a 10 giorni ed è stato reso obbligatorio. Prima del 2021, solo il 40% dei papà lo richiedeva e molti non erano a conoscenza di questo diritto. Nonostante il miglioramento, il congedo di paternità in Italia resta ancora tra i più bassi d’Europa (in Spagna sono 16 settimane): ciò significa che, salvo pochi giorni, al rientro a casa le donne sono spesso sole ad affrontare la fatica e l’adattamento fisico e mentale ad una nuova vita. Il principale appoggio è ancora rappresentato dai nonni, se sono in pensione.

Questo è il periodo in cui fa capolino il rischio della depressione post-partum, che colpisce circa il 15% delle neo-mamme, mentre l’85% sperimenta il “baby blues” cioè un lieve disturbo dell’umore dovuto al rapido mutamento degli ormoni nel corpo dopo il parto. La privazione del sonno, il recupero fisico e la fatica fanno il resto.

La ricerca ha ormai concordato sull’importanza del sostegno e del supporto alle neo-mamme in questo periodo delicato. Il supporto sociale ed emotivo è fondamentale per sentirsi ascoltate, rilasciare paure e sensi di inadeguatezza e ritrovare benessere e fiducia in stesse.

È chiaro che lasciare le mamme sole in questo periodo, non sia la scelta ottimale, e 10 giorni di congedo di paternità sono una goccia nel mare. Le donne si adoperano nel creare reti con amiche e compagne di corso pre-parto o rivolgendosi ai consultori, ma non tutte e non sempre è sufficiente a scongiurare la solitudine.

A questo si aggiunge che non tutte le donne possono o vogliono fermarsi dal lavoro molto tempo dopo il parto. Ad esempio, ci sono donne che non si trovano nel ruolo di accudimento primario, ci sono donne libere professioniste che non possono permettersi una maternità lunga, ci sono donne che non possono contare sul sostegno del partner o dei nonni, ecc. Il problema è che quando un bimbo è sufficientemente grande per l’asilo nido, i posti bastano in media per 3 bambini su 10!

Questo è un fatto davvero interessante: se consideriamo che una mamma dipendente ha diritto a 5 mesi di congedo di maternità obbligatorio (pagati all80% della retribuzione e distribuiti in modo flessibile tra pre e post partum), verrebbe da pensare che intorno al 5° mese del bebè la società provveda con un servizio di assistenza e di inserimento scolastico adeguato e atto a conciliare lavoro e famiglia. Ma così non è. Il posto non c’è e i bambini andrebbero iscritti quasi prima ancora di nascere. Il nido privato, di contro, è una soluzione per pochi visto che si avvicina in media al costo di un affitto.

La cura dei cuccioli d’uomo di questa società è ancora chiaramente delegata ai nuclei famigliari (leggi mamma e nonni) nel loro privato. Si conta sulla capacità dei singoli di arrangiarsi, non sulla necessità di una società evoluta di fornire servizi ai nuovi nati che ne costituiranno il futuro. Come se la procreazione non riguardasse la collettività, insomma.

Un diritto facoltativo di cui le famiglie possono comunque avvalersi è il congedo parentale. In Italia sarebbe a disposizione di entrambi i genitori nella misura di 6 mesi ciascuno, ma con un limite di 10 mesi a famiglia (allungabili a 11 se è il padre ad astenersi dal lavoro per almeno 3 mesi) e con un’indennità pari al 30% della retribuzione. Il congedo parentale va utilizzato dalla nascita del bambino fino ai 12 anni di età, ma viene retribuito al 30% dello stipendio solo fino ai 6 anni, in seguito non è prevista indennità.

Non è una sorpresa scoprire chi ne usufruisce. La pandemia ci ha ben mostrato come l’accudimento ricada ancora in massima parte sulle spalle delle donne, facendo solo emergere un dato che è sempre rimasto costante negli anni: l80% dei congedi parentali viene richiesto dalle donne. Questo significa che quando le famiglie sono costrette a scegliere tra cura della prole e avanzamento lavorativo, sono le donne a fare un passo indietro.

Come abbiamo già detto, i datori di lavoro non trovano conveniente investire su una risorsa femminile che sarà più assente e quindi anche la possibilità di crescita professionale diminuisce. Tutto ciò perpetra un meccanismo che alimenta la disuguaglianza: quando ci si ritrova a scegliere chi nella coppia debba rinunciare al lavoro o prendere permessi per farsi carico di un lavoro di cura non retribuito, chiaramente la scelta ricadrà su chi già occupa una posizione più bassa e percepisce un salario minore.

Le tabelle dell’Inps, così, ci mostrano chiaramente come la maternità costituisca la principale fonte di discriminazione sul lavoro. Dopo la nascita di un figlio, le carriere delle donne naufragano drasticamente: a 15 anni dalla nascita i salari lordi annuali delle madri sono di 5700 euro in meno rispetto a quelli delle donne senza figli.

Per chi invece riesce, coi salti mortali, a far stare in piedi sia il lavoro che la famiglia, arrivano i vissuti di colpa e inadeguatezza. Perché viviamo in una società che, al netto delle sue mancanze, non fa sconti alle madri: chiede loro di lavorare come se non avessero figli e di accudire i figli come se non lavorassero. Tutto ciò crea un’asticella di mamma perfetta e multitasking ovviamente inarrivabile, a meno di scarificare tutte se stesse e la propria salute mentale.

Il problema è che finiamo per crederci e vivere annaspando, cercando di essere presenti come madri, tenere la casa in ordine, lavorare al meglio della nostra concentrazione e puntando in alto sennò non siamo ambiziose, cucinando manicaretti e tenendo viva la passione di coppia, nel mentre che ci alleniamo per rientrare nei canoni estetici della nostra società e dedichiamo tempo a noi stesse e alle amiche perché sennò ci trascuriamo. Tutti obiettivi valevoli e degni del nostro tempo, se solo fossero condivisi in un progetto di cura con i nostri partner (che per fortuna, soprattutto dalla generazione Millenial in avanti, stanno facendo molti passi di presenza) e con una società che si faccia vero carico delle sue mamme e dei suoi piccoli cittadini, invece di relegare i servizi all’infanzia ad una questione da risolversi in privato.

Alla luce di tutto questo, più che chiedersi perché non facciamo più figli, verrebbe da chiedersi perché mai li facciamo ancora nonostante tutto!

Per il futuro, il tanto chiacchierato PNRR fa parte del progetto chiamato Next Generation UE che, sulla carta, già dal nome, dovrebbe rappresentare un’opportunità di finanziamento per i diritti dellinfanzia e il raggiungimento della parità di genere. Insieme a questo, serve una rivoluzione culturale per rimettere al centro della politica e della società il discorso della cura e della sua condivisione.

Una madre (o un padre, n.d.r.) che sta allevando suo figlio nel modo giusto, fa per il suo paese infinitamente di più di quanto fanno tutti i governanti, Werner Braum.

Se sei una futura mamma o una mamma e ti trovi a sperimentare alcune delle situazioni descritte in questo articolo, non sei sola! La maternità può metterci in contatto con esperienze reali e psicologiche difficili da gestire in solitudine. LAssociazione Eco può aiutarti, trovi tutte le informazioni utili ai seguenti link:

https://www.ecoassociazione.it/mentre-attendo-te-mi-prendo-cura-di-me/

https://www.ecoassociazione.it/servizi/psicoterapia-low-cost/

Dott.ssa Valeria Lussiana

Psicologa Psicoterapeuta

IL DISTURBO AFFETTIVO STAGIONALE – Come le variazioni stagionali influenzano il nostro umore

A livello storico sappiamo che Ippocrate già nel 400 a.C. parlava di una specie di depressione dovuta all’andamento stagionale, avendo già allora intuito come l’umore possa essere influenzato dalle variazioni ambientali delle stagioni. Sappiamo anche che nel II secolo a.C. i medici greco-romani trattavamo le persone che provavano sentimenti di eccessiva tristezza facendole stare e osservare la luce del sole.

A livello diagnostico, iDisturbo Affettivo Stagionale (SAD) è descritto nella quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) come “Disturbo Depressivo Maggiore ricorrente con andamento stagionale” caratterizzato da un pattern di esordio e remissione di episodi depressivi maggiori in periodi dell’anno caratteristici, con assenza di episodi non stagionali, durante un periodo di almeno due anni (American Psychiatric Association, 2014).

Il Disturbo Affettivo Stagionale (Seasonal Affective Disorder – SAD) venne nominato e descritto per la prima volta da Norman E. Rosenthal e colleghi del National Institute of Mental Health nel 1984. Esso si configura come un’alterazione psicofisica stagionale con variazioni dell’umore (verso il polo della tristezza e della depressione) soprattutto all’inizio dell’autunno con la riduzione delle ore di luce solare (SAD invernale) e, seppur in misura minore, anche all’inizio della primavera con il risveglio della natura (SAD estiva).

La Dott.ssa Mc Mahon dell’Università di Copenaghen e altri ricercatori nel 2006 hanno rilevato una correlazione tra il disturbo affettivo stagionale e la sovrapproduzione di melatonina, l’ormone prodotto nella ghiandola pineale alla base del nostro cervello che regola biologicamente il ciclo sonno-veglia, la cui produzione è stimolata direttamente dai raggi solari.

Quest’ultimi rilevano anche una correlazione tra il SAD e una sottoproduzione di serotoninaanche questa è una molecola che riveste il ruolo di neurotrasmettitore e di ormone (noto anche come l’ormone della felicità) responsabile principalmente della stabilizzazione dell’umore.

La SAD è stata intesa da questi studiosi come un vero e proprio squilibrio biochimico nel cervello che avviene, nel caso di SAD invernale, nelle ore diurne più brevi provocando uno sfasamento del ritmo circadiano interno e di alcuni aspetti umorali che giustificherebbero il sentirsi un po’ più stanchi, tristi, assonati e/o apatici in quei giorni.

La SAD invernale è la forma più comune e presenta la sua sintomatologia depressiva durante la stagione autunnale raggiungendo il picco durante l’inverno e migliorando in primavera. Sembrerebbe colpire molto le persone in giovane età, specie donne, che si ritrovano a vivere varie condizioni come deflessione dell’umore, difficoltà di concentrazione, astenia, ansia, ipersonnia o insonnia, irritabilità, iperfagia, fatica psicofisica etc.

Inoltre, nelle persone con SAD, una minore esposizione della pelle alla luce solare (tipica del periodo invernale) con conseguente disregolazione della serotonina può causare anche un deficit di vitamina D collegato allo sviluppo di sindromi depressive.

Uno studio del 2014 ha dimostrato come la fototerapia o Light Therapy, il trattamento considerato più efficace per la cura del SAD, organizzato in misura quotidiana di almeno 30 minuti a un’intensità di 10.000 lux simulante la luce naturale, abbia risultati soddisfacenti sul disturbo affettivo stagionale. La luce catturata dalla retina, infatti, andrebbe a stimolare le aree del cervello in cui avviene la sintesi degli ormoni citati prima (Rohan, Lindsey, Roecklein & Lacy, 2004).

Essendo quindi il cambio stagione un momento delicato, ricordiamo che le alterazioni sull’organismo psicofisico a carico dell’ambiente accentuano sia disturbi preesistenti come sindromi d’ansia, depressive o di altro tipo ma anche chi presenta “solo” uno stile di vita stressante e/o irregolare.

Sebbene la SAD invernale sia più comune, alcune persone vivono una specie di lieve depressione estiva definita anche come SAD estiva o “blues estivo” dovuto al doversi nuovamente riadattare alle condizioni ambientali della stagione primaverile/estiva con sensazioni di affaticamento psicofisico.

Regolare il nostro stile di vita a livello di un’alimentazione sana ed equilibrata, regolare esercizio fisico e una vita sociale attiva può aiutare a fronteggiare sentimenti di tristezza stagionali; quando la SAD è accompagnata da altri disturbi e/o sintomatologie, se necessario, può essere gestita con l’aiuto di un professionista della salute mentale per sviluppare strategie di intervento specifiche al singolo individuo.

BIBLIOGRAFIA:

– Norman E. Rosenthal, MD and Co., (1984) Seasonal affective disorder: A description of the syndrome and preliminary findings with light therapy. Arch. Gen. Psychiat. 1984, 41: 72-80

 Mc Mahon, Brenda; Norgaard, Martin; Svarer, Claus; Andersen, Sofie B; Madsen, Martin K ;Baa, William F C ; Madsen, Jacob; Frokjaer, Vibe G ; Knudsen, Gitte M. / Seasonality-resilientindividuals downregulate their cerebral 5-HT transporter binding in winter – A longitudinalcombined C-DASB and C-SB207145 PET study. In: European Neuropsychopharmacology. 2018; Vol. 28, No. 10. pp. 1151-1160.

Rohan, K. J., Lindsey, K. T., Roecklein, K. A., & Lacy, T. J. (2004). Cognitive-behavioraltherapy, light therapy, and their combination in treating seasonal affective disorderJournal of Affective Disorders, 80(2-3), 273–283.

 Rosenthal, N. E., Mazzanti, C. M., Barnett, R. L., Hardin, T. A., Turner, E. H., Lam, G. K., Ozaki, N., & Goldman, D. (1998). Role of serotonin transporter promoter repeat length polymorphism in seasonality and seasonal affective disorderMolecular Psychiatry3(2), 175-177. 

Rosenthal N.E., MD and Co., Seasonal affective disorder: A description of the syndrome and preliminary findings with light therapy. Arch. Gen. Psychiat. 1984, 41: 72-80

– Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Quinta edizione, DSM5. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014.

 

Dott. Maria Grazia Esposito

Psicologa – Psicoterapeuta

I BENEFICI DI VIVERE CON UN ANIMALE DOMESTICO

Gli animali domestici, che siano cani, gatti, conigli o criceti, spesso e volentieri vengono considerati veri e propri membri della famiglia.

Oltre a tenerci compagnia, gli animali domestici, specie i cani e i gatti, ci regalano molti benefici psicofisici, consentendoci di avere una salute complessivamente migliore.

Ma quali sono davvero i benefici del vivere con un amico a quattro zampe?

1) Uno dei maggiori punti a favore del vivere con un animale domestico è il contrasto alla solitudine: non solo i nostri amici a quattro zampe ci fanno compagnia, ma ci costringono ad essere più attivi, riempiendo la vita anche delle persone più solitarie. Non è un caso che molti studi riportino che avere un animale domestico abbia enormi benefici su chi soffre di depressione: oltre a tenerci compagnia, i nostri animali ci costringono ad una vita più movimentata, basti solo pensare alle passeggiate quotidiane con il cane o al portare il nostro animale domestico dal veterinario, al negozio di animali, ecc. Tutte queste attività diventano spunto per una vita sociale più attiva e possono anche permetterei di stringere nuovi legami e amicizie.
2) Secondo un recente studio, la compagnia di un animale domestico è un valido alleato nellelaborazione del lutto, oltre ad essere un fattore protettivo per la depressione che spesso si sviluppa in seguito alla perdita di una persona cara. Secondo uno studio condotto da Brown nel 2011 il legame che si crea tra lumano e lanimale è assolutamente unico, tanto da poter essere paragonato ad un rapporto genitore-figlio o marito-moglie, stimolando ormoni quali lossitocina e la serotonina, responsabili del buonumore.
3) Altre evidenze scientifiche dimostrano che la vita insieme ad un animale domestico è migliore in quanto aumenta lautostima e il senso di sicurezza e diminuisce significativamente la solitudine, soprattutto tra gli adulti che vivono da soli.
4) Vivere con un animale domestico aiuta anche a ridurre ansia e stress. La sensazione di benessere data dallaccarezzare un cane o un gatto favorisce una serie di processi regolatori del sistema neurovegetativo: rallenta il battito cardiaco e regolarizza la respirazione, producendo un benessere generalizzato. Uno studio effettuato su 249 studenti universitari americani ha rilevato come i contatto quotidiano di soli 10 minuti al giorno con un animale domestico (cane o gatto) riducesse considerevolmente ansia e stress, migliorando la qualità della vita e le prestazioni accademiche.
5) Alcuni studi dimostrano che chi vive a contatto con gli animali ha un sistema immunitario più forte ed è meno soggetto a sviluppare allergie nel corso della vita.
6) Avere un animale domestico ci insegna la responsabilità di prenderci cura di qualcuno che dipende esclusivamente da noi, in tutto e per tutto. Molti studi dimostrano che questo aspetto è importante nello sviluppo dei bambini: crescere con un cane o un gatto implementa le capacità relazionali e lempatia.

Condividere la vita insieme ad un amico a quattro zampe migliora le nostre vite, ci aiuta a regolare le emozioni e ci regala anche molti benefici sulla salute, oltre a sviluppare competenze relazionali ed emotive.

E tu hai un animale domestico? Se si, in che modo ha cambiato la tua vita?

Dott.ssa Totaro Rossella

 

BIBLIOGRAFIA:

Bayram N., Bilgel N. (2008) The prevalence and socio-demographic correlations of depression, anxiety and stress among a group of  university students. Social Psychiatry and Psychiatric Epidemiology, 43 (8), 667-672.
Beetz A., Kerstin U.M., Henri J., Kotrschal K. (2012) Psychosocial and psychophysiological effects of human-animal interactions: the possible role of oxytocin, Front. Psychol., 3, 234.
Carr D.C., Taylor M.G., Gee N.R.& Sachs-Ericsson N. (2019) Psychological Health Benefits of Companion Animal Following a Social Loss. The Gerontologist. Doi:10.1093/geront/gnz1.
Pendry P., Vandagriff J.L. (2019) Animal Visitation Program (AVP) Reduces Cortisol Levels of University Students: A Randomized Controlled Trial, AERA Open, 5(2), 2332858419859.
Protopopova A. (2016) Effects of sheltering on physiology, immune function, behaviour and the welfare of dogs, Pays. Beah., 159, 95-103
Shoda T.E., Stayton L.M., Martin C.E. (2011) Friends with benefits: on the positive consequences of pet ownership, Journ. Pers. Soc. Psychol., 101(6): 1239-52
Settimo G. (2011) Gli animali che curano, Red Edizioni, Milano

L’INTESTINO “CEREBRALE” – L’importanza delle funzioni intestinali per il benessere psicofisico

È sempre più frequente sentir parlare dei cosiddetti due cervelli. Sappiamo realmente a cosa facciamo riferimento e come mai?

Quando parliamo di cervello, la nostra mente si dirige in automatico all’organo collocato nella nostra testa. Ad oggi, la teoria dei “due cervelli” sostenuta scientificamente dal neurobiologo Michael D. Gershon (1998), ci permette di porre attenzione all’importanza dell’asse intestino-cervello, individuando non uno ma ben “due cervelli”.

L’intestino è stato da sempre considerato come una struttura periferica deputata a funzioni vitali marginali come l’assorbimento di sostanze nutritive o la digestione. Le attuali ricerche scientifiche invece, sostengono e dimostrano l’importanza che tale organo avrebbe a livello del nostro sistema immunitario. A differenza di ciò che si possa pensare, l’intestino è l’unico organo, oltre il cervello, ad essere dotato di un vero e proprio sistema nervoso. Si tratta infatti, di quello che viene definito come il sistema nervoso “enterico” che agisce sia autonomamente che in connessione con il primo cervello, quello “cranico”, per intenderci.

L’importanza attribuita al nostro intestino non è legata solo al possedere un proprio sistema nervoso ma anche al fatto che, come il primo cervello, è anch’esso la sede delle nostre emozioni. Entrambi i nostri due cervelli comunicano tra di loro prevalentemente, attraverso il nervo vago, grazie a neurotrasmettitori comuni come la serotonina, nota anche come il neurotrasmettitore della felicità. Per questo motivo, i due cervelli possono influenzarsi a vicenda, sia da un punto di vista emotivo che immunologico.

Tensioni emotive, stress, abitudini di vita scorrette come sedentarietà e una cattiva alimentazione sono, non a caso, spesso associate a problemi della sfera digestiva. La letteratura scientifica internazionale evidenzia che il 20% della popolazione occidentale soffre di disturbi tra cui coliti, spasmi, gonfiore, nausea, bruciori di stomaco, sazietà precoce, distensione addominale, irregolarità della funzione intestinale. Questi sono i sintomi più frequenti associati ai disturbi intestinali che colpiscono in prevalenza la popolazione femminile rispetto a quella maschile, sia in adulti che in bambini o adolescenti e che spesso, non sono correlati a cause organiche evidenti. Tuttavia, non è da tralasciare neanche l’effetto opposto, vale a dire come un intestino in disordine possa portare a sviluppare alcune forme di ansia e di depressione. Alcuni studi recenti infatti, hanno dimostrato che il tratto gastrointestinale svolgerebbe una funzione importante nel riconoscimento di alcuni processi infiammatori. È considerato infatti, la prima barriera con il mondo esterno: il cibo che ogni giorno ingeriamo non è di certo sterile, porta con sè una carica batterica che induce una reazione da parte dei nostri globuli bianchi che sono deputati a riconoscere la presenza di infezioni all’interno del nostro organismo.

Il microbiota, detto più comunemente flora intestinale, ha proprio la funzione di intervenire in questo processo, ostacolando, ad esempio, il proliferare di agenti dannosi per la nostra salute. Inoltre, il microbiota intestinale è capace di comunicare e interagire con il primo cervello. Basti pensare che, quando mangiamo un cibo gustoso, l’intestino attiva i suoi recettori aumentando la produzione di serotonina, il neurotrasmettitore deputato alla felicità e a sensazioni di benessere. La serotonina è coinvolta infatti, in diverse funzioni biologiche fondamentali come il ciclo sonno – veglia, il desiderio sessuale, il senso di fame – sazietà e l’umore. Avere un livello basso di serotonina può infatti, comportare una serie di disturbi correlati all’umore, ansia, stati depressivi, problemi di natura sessuale, problemi del sonno e della motilità intestinale. All’interno dell’asse intestino-cervello, questo neurotrasmettitore svolge un ruolo fondamentale poiché favorisce la comunicazione e l’interazione tra questi due organi. Se pensiamo per esempio, a quando avvertiamo un calo dell’umore, cosa accade dentro ognuno di noi? È molto comune sentire un bisogno crescente di dolci, come ad esempio il cioccolato, alimento non a caso che contiene e favorisce la produzione di serotonina. Secondo lo stesso meccanismo, in presenza di un’infiammazione in sede intestinale, si attiva un enzima che è in grado di demolire la serotonina, causandone di conseguenza, un deficit a livello cerebrale e sensazioni di umore deflesso.

L’intestino inoltre, gioca un ruolo cruciale anche nelle nostre emozioni. Se per un attimo ci soffermassimo ad ascoltarle, potremmo subito notare come paura, rabbia, tristezza, felicità e disgusto abbiano una chiara risonanza nell’intestino. Basti pensare, per esempio, a quando siamo tanto arrabbiati e sentiamo lo stomaco irrigidirsi e attorcigliarsi al punto da avere la sensazione di “stomaco chiuso”, o quando la paura ci muove tutte le viscere, sconbussolandole o ancora, alla sensazione delle “farfalle nello stomaco” quando siamo innamorati. Quando si affronta un periodo di vita particolarmente stressante emotivamente, è possibile avvertire in modo chiaro, fastidi intestinali. Questo accade proprio perché i batteri intestinali possono rispondere ai segnali di stress provenienti dal primo cervello provocando sintomi somatici come bruciore di stomaco, mal di stomaco, nausea o dissenteria.

Secondo M. D. Gershon quindi, il nostro intestino proprio perché  “assimila e digerisce non solo il cibo, ma anche informazione ed emozioni che arrivano dall’esterno” necessità di maggiore ascolto, attenzione e cura.

E come prendersene cura? Uno stile di vita sano è certamente il primo passo per lenire i malesseri che ne possono derivare. Già nella medicina tradizionale, vi era l’idea che le alterazioni della flora microbica intestinale fossero strettamente legate all’insorgenza di alcune malattie e che il cibo fosse da considerare proprio come una buona medicina, come sosteneva lo stesso Ippocrate. Una sana ed equilibrata alimentazione può quindi, esserci di aiuto. È possibile inoltre, prendersi cura del proprio intestino anche praticando attività come la meditazione e lo yoga che permettono di ridurre i livelli di stress che come ormai sappiamo, incidono notevolmente sulla nostra qualità di vita ma anche sul nostro benessere psicofisico.

Dott.ssa Di Piero Antonia

Psicologa – Psicoterapeuta

 

Bibliografia


Gershon D. Michael, Il secondo cervello, titolo originale “The Second Bain: a Groundbreaking New Understanding of Nervous Disorders of the Stomach and Intestine”, UTET S.p.a., 2013

Gershon D. Michael, Serotonin and its implication for the management of irritable bowel syndrome, Rewievs in gastroenterological disorders, 2003; 3 (supp. 2): S25-S34

Giacosa, A (2018) Disturbi digestivi funzionali e stile di vita: il ruolo del sistema nervoso enterico, ovvero del “secondo cervello” in Rivista Società Italiana di Medicina Generale

COME DISFARSI DELLE REAZIONI AUTOMATICHE – Vivere il tempo anziché lasciarsi vivere dal tempo

Come mai reagiamo spesso nello stesso modo in alcune situazioni? E come mai non riusciamo a smettere di farlo, anche quando le conseguenze sono decisamente negative? Vediamo insieme come possiamo gestire le nostre reazioni emotive in maniera più consapevole e funzionale.

Vediamo qualcosa che non ci piace, una situazione ci fa rizzare i peli… e tutto d’un tratto… reagiamo! Ci infiammiamo, ci lasciamo trasportare dal turbine emotivo…

Ciascuno di noi, nel corso del tempo, ha imparato a rispondere ad alcuni stimoli con delle reazioni automatiche. Solitamente, si tratta di stimoli che attivano in noi un qualche stato emotivo spiacevole: ansia, tristezza, rabbia. La reazione che ne consegue, quindi, è un tentativo di gestire le emozioni negative che si provano in determinate situazioni.

Il fatto è che non siamo quasi mai consapevoli del perché reagiamo proprio con quella modalità, eppure, tendiamo a riproporla in maniera automatica ogni volta che ci troviamo di fronte a uno stimolo scatenante. Si tratta di automatismi appresi nel corso del tempo, soluzioni adottate in passato e che in qualche modo hanno “funzionato”. Si sono cioè rivelate efficaci nell’alleviare o nell’eliminare la sofferenza di quella situazione. Non ci importa che magari la “soluzione” comporti altre conseguenze, a volte persino peggiori della sofferenza che mirano a estinguere. I nostri meccanismi automatici di gestione non si fermano a riflettere ma, sono reazioni “istintive” che non ponderano e non distinguono conseguenze a breve e a lungo termine.

Spezzare il meccanismo della reazione automatica, non significa smettere di avere una opinione, di riflettere sulle cose, di reagire o di essere passivi, significa semplicemente disattivare un automatismo riprendendo il controllo e smettendo così di soffrire. Noi risentiamo della collera, dello stress, dei blocchi esperienziali, che fanno dapprima soffrire noi e che finiscono per intaccare il nostro ambiente.

DEFINIRE COSA CI FA REAGIRE

La prima cosa da fare per non entrare nella spirale infernale del circolo vizioso, è quella di notare quali sono le situazioni che ci fanno reagire in un certo modo. Sono delle situazioni, sovente le stesse, che ci stressano e che ci fanno partire con il pilota automatico. Per esempio, ci si arrabbia ogni volta che si fa la coda in un negozio o ci si infastidisce quando nostro figlio prende un brutto voto.

Osserviamo, poi, cosa scatena in noi quella situazione. Gola serrata, oppressione al petto, nodo allo stomaco, respiro corto… Quello che ci fa reagire, ci fa soffrire fisicamente e psicologicamente. La nostra reazione ci ricorda i nostri valori, cosa conta per noi. Facciamo un esempio: se mio figlio mi porta a casa un brutto voto, ho immediatamente dei pensieri negativi “È sempre il solito”, “Perderà l’anno” e posso provare rabbia o delusione. Ora, questa reazione mi ricorda cosa è importante per me e quindi posso decidere di connettermi a quello, prima di far partire la reazione automatica e, per esempio, invece che criticarlo, posso provare a stargli vicino, perché lo amo, e a soffermarmi sul fatto che, anche se non va bene a scuola, ha delle altre qualità.

TORNARE ALL’INTERNO

I nostri pensieri valutano. I ricordi ci portano indietro. Le emozioni confondono. In quel momento, è importante rallentare perché tutto va troppo veloce e noi non siamo realmente consapevoli di quello che sta succedendo. Se reagiamo in modo automatico, non stiamo scegliendo davvero come reagire e questo può, per esempio, degradare i nostri rapporti con gli altri. Se ci si prende il tempo per guardare sé stessi, di respirare quello che sentiamo, si può reagire alle situazioni in modo diverso. Quando si parte con la propria reazione automatica, non si vede che attraverso i propri schemi. Tornare all’interno permette di allargare il campo di quello che si vede. C’è una parte di noi che è tranquilla, calma e che può farci reagire diversamente, facendoci mettere nei panni dell’altro ed esprimendo le cose in maniera differente. Questo non significa sopprimere il malessere e non esprimerlo davanti all’altro, ma semplicemente farlo in una maniera più cosciente, più pacata, più affine a cosa conta per noi.

Facendo questo, riprendiamo il controllo; anche se automatiche, queste reazioni, non sono inevitabili e anzi, possiamo crearne di nuove. Portando un po’ di attenzione consapevole a quel momento, contattando i nostri valori, possiamo decidere di rispondere in modi diversi, che siano più utili o salutari per noi e chi ci sta attorno. E, saremo noi a decidere come rispondere.

LA PRATICA MEDITATIVA PUO’ AIUTARCI

Meditare regolarmente permette di allenarsi a rallentare, a sganciare il pilota automatico, per essere più presenti. In tal modo, non si impronta più tutto sulla reazione automatica e si fa un passo a fianco alle storie che ci si racconta ogni volta. Durante la pratica di meditazione non si fa nulla, non si cerca nulla, non ci si aspetta nulla, si smette di volere che le cose siano diverse da quelle che sono perché non ci si lotta, al contrario, si accoglie quello che si vive, l’esperienza, momento dopo momento. Questo allena a essere più consapevoli. Questo non vuol dire che dopo non si reagisca. Al contrario, chi è più cosciente, non si lascerà influenzare dai propri pensieri automatici e agirà allineandosi ai suoi valori. La meditazione è dunque al servizio della nostra azione.

CHIAVI PER REAGIRE DIVERSAMENTE

1- Prendi una situazione scomoda che ti genera sofferenza emotiva.
2- Valuta la tua sofferenza sulla tua scala da 1 a 10 dove 1 significa assenza di perturbazione emotiva e 10 massima sofferenza.
3- Nota dove trattieni questa valutazione e dove la senti nel corpo.
4- Osserva che tutta la tua energia, la tua attenzione è assorbita da questo dolore. Ci si focalizza, si gira in tondo, si resiste.
5- Sottolinea che se tu sei consapevole della sofferenza e del linguaggio nella tua testa, se ne sei cosciente, sai che è possibile cambiarla.
6- Scegli allora come vuoi reagire in piena consapevolezza.

ANDARE OLTRE

1- Osserva quello che scatena la tua reazione automatica. Esempio di situazione: la sveglia suona, il mio compagno prende subito il suo telefono e questo mi infastidisce.
2- Vai incontro alle tue sensazioni. Noto cosa sta succedendo nel mio corpo: le tensioni che sono presenti e come evolvono. Può essere, per esempio, che diminuiscano mentre le osservo.
3- Nota cosa c’è di altro in te, altre emozioni, pensieri che valutano, che giudicano e nota che c’è anche pace… puoi connetterti ad essa piuttosto che lasciarti trasportare dal tuo malessere. A partire dal momento in cui sei consapevole di cosa succede, il tuo malessere diminuisce. Ti apri ad altre cose, alla pace, allo spazio da cui osservare la tua reazione automatica.
4- Molla la presa. Non hai bisogno di combattere con i tuoi pensieri, con le tue emozioni o con la situazione presente. Sei ancorato in questo spazio di calma che hai in te e hai fiducia nel fatto che puoi modificare questa energia negativa che ti sta invadendo. Prenditi il tempo di rallentare.
5- Nota cosa si nasconde dietro questa reazione. In questa situazione, ti esasperi perché hai l’impressione di non sentirti amato e vicino all’altro, qualcosa che fa parte dei tuoi valori.
6- Agisci. Prendi il tuo compagno tra le braccia e parlagli di quello che per te è importante. Se aggiungi empatia, è ancora meglio: “Io so che è molto importante per te aggiornarti sulle ultime notizie, ma per me sarebbe prezioso poter stare con te prima che ci si separi per andare a lavoro”.

Ricordiamoci che non siamo destinati a reagire sempre allo stesso modo. Possiamo cambiare. Possiamo scegliere come rispondere. Una volta imparato questo, dopo aver sperimentato le possibilità che un nuovo modo di rispondere può regalarci, potremo scegliere e reagire secondo i nostri valori. Vivere è inevitabilmente essere costantemente sottoposti a stimoli, alcuni positivi e altri negativi. Ciò che non è inevitabile è come decidiamo di rispondere. E questo, è nelle nostre mani.

Dott.ssa Giulia Giacone

Psicologa – Psicoterapeuta

Per saperne di più…

Hayes, S.C., Strosahl, K.D., Wilson, K.G. (2013). ACT. Teoria e pratica dell’Acceptance and Commitment Therapy. Raffaello Cortina, Milano.
Kabat-Zinn, J. (2019). Dovunque tu vada ci sei già. In cammino verso la consapevolezza. Corbaccio, Milano.
Kang, J., Gruber, J., & Gray, J. R. (2013). Mindfulness and De-Automatization. Emotion Review, 5(2), 192–201.

 

Social Network e Sessualità

Gli scambi sui social network hanno il loro corso in un’intimità che non ha più confini.

Chi risponde sui social ad una richiesta di amicizia da parte di un utente sconosciuto, o parzialmente conosciuto, già compie un primo abbattimento di una barriera emotiva e convenzionale.

Le distanze tra individui diventano sempre meno ampie quando, prima di scambiarsi dei messaggi, si appongono delle reazioni, emoticon che identificano con quale stato d’animo la persona reagisce agli stimoli pubblici di un “amico” virtuale. Sono segnali importanti, che possono apparire nel loro ripetersi come sintomi inequivocabili di un’attenzione, carichi di sottointesi, proprio per il loro essere espliciti e sotto l’occhio di molti.

Lasciarsi contaminare dal social network produce l’immersione in un ambiente mentale ed emotivamente allettante, contiguo alla vita reale. Secondo uno studio condotto nell’Università di Chapel Hill in Nord Carolina, ogni volta che riceviamo un mi piace, il nostro organismo rilascerebbe una piccola scarica di dopamina, neurotrasmettitore che viene coinvolto nei fenomeni di ricompensa ma anche di dipendenza. Il bisogno di gratificazione da social crescerebbe nel tempo, proprio come accade ad un dipendente da sostanze e come accade in una relazione amorosa.

I social diventano così, un farmaco immersivo che dilata emotivamente chi lo usa per rappresentarsi, è un palliativo dell’ansia collettiva di allontanarsi anche momentaneamente dal quotidiano. Non è frequentato solo dai giovanissimi, ma anche da adulti che hanno sperimentato nel cambio di status un’efficace maniera per lanciare messaggi. Il potenziale seduttivo dei social network avviene sulla capacità di prolungare la propria “ombra digitale” attraverso frasi e foto postate. A creare intimità condivisa sono le immagini proprie, delle abitudini alimentari, delle ricorrenze. Ogni utente ambisce ad esporre un’immagine il più appetibile possibile di se stesso.

Se da un punto di vista esteriore il social network possa apparire “casto”, ciò che si osserva soprattutto negli ultimi anni è il sexting.

Per sexting intendiamo l’atto di inviare materiale sessualmente esplicito su dispositivi mobili o in generale nella rete. E’ un fenomeno che può trovare terreno fertile nei nuovi strumenti di social media, la cui funzione di videochiamata rappresenta una delle modalità privilegiate, soprattutto tra gli adolescenti, per esplorare le proprie fantasie e impulsi sessuali.

Il fenomeno del sexting, non risparmia nemmeno applicazioni “neutre”  come ad esempio WhatsApp. Per condividere materiale intimo o sessualmente esplicito, sempre più persone ricorrono ad applicazioni che utilizzano modalità di conversazione “end-to-end”, per le quali i messaggi scambiati hanno una visibilità ridotta nel tempo evitando il timore di eventuali ritorsioni qualora il rapporto con l’altro dovesse degenerare. Come ad esempio Telegramm e Snapchet.

L’ultimo fenomeno che lega il mondo dei social alla sessulaità è quello legato al social cruising e alle hook-up apps. In questo mondo le più famose app sono Tinder e Grindr, entrambe permettono attraverso un sistema di geolocalizzazione di individuare persone disponibili garantendo in pochissimo tempo la possibilità di mettersi in contatto con tanti potenziali partners sessuali e incontrarli di persona.

E’ importante soffermarsi e interrogarsi sugli effetti di questo mondo virtuale, potenziando la formazione, l’educazione e la prevenzione sociale, partendo dai più giovani, a volte ignari dei pericoli che si celano dietro l’utilizzo di queste app.

Dott. Mirco Carbonetti

Psicologo, Psicoterapeuta

Dovremo tutti essere femministi?

 

La parola femminismo è più antica di quanto si possa pensare. Anche se la nostra memoria la lega al secolo scorso essa è stata coniata nel 1882 da Hubertine Auclair.

Ancora prima nel 1792  Olympia de Gouges scrisse la dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina.

Le prime femministe si batterono in Francia per poter ottenere il diritto al divorzio.

Successivamente le donne, con il movimento delle suffragette, si batterono per il diritto di voto.

E’ stato a partire dagli anni sessanta del XX secolo che il femminismo si è organizzato come movimento per modificare la divisione sociale dei ruoli tra donne e uomini e mettere in discussione questa gerarchizzazione umana. I temi sono nuovi: sessualità, aborto, violenza domestica, contraccezione, parità sul posto di lavoro, abolizione del delitto d’onore.

Negli anni novanta il tema principale è l’abolizione del divario salariale ed una legislazione che protegga le donne dalle molestie sessuali sul lavoro.

Cominciano ad aderire al movimento le prime femministe islamiche e di colore.

La storia del femminismo è la storia della lotta contro uno stereotipo: che la donna è inferiore all’uomo, ma intorno ad esso ruotano tanti stereotipi. Una femminista è una che non si depila, che brucia i reggiseni, che è sempre arrabbiata, che vuole comandare lei. Stereotipi che guardano ad aspetti manifesti, perdendosi il significato dietro quegli aspetti: avere gli stessi diritti degli uomini.

Come ci ricorda la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie mille anni fa era normale che fossero gli uomini a dirigere gruppi sociali, perché il requisito per farlo era la forza e la struttura fisica. Uomini e donne hanno strutture fisiche differenti, questo è ovvio, ma al giorno d’oggi dove per dirigere dei gruppi lavorativi i requisiti sono di tipo intellettuale, creativo, e legati alle capacità di innovazione. Questi requisiti non sono legati alla forza fisica, non sono legati al genere sessuale di appartenenza, ma al fatto di essere esseri umani.

“Ci siamo evoluti, ma le nostre idee sul genere non si sono evolute molto”.

Per cambiare queste idee si deve partire dall’educazione, già in famiglia. Insegnare ai maschi che si è virili se si hanno soldi, muscoli, se non si mostrano emozioni di paura e dolore, significa ingabbiarli in uno stereotipo che renderà fragile la loro autostima.

Scrive ancora Chimamanda nel suo Dovremmo tutti essere femministi, che di riflesso educhiamo le femmine ad occuparsi dell’ego fragile degli uomini insegnando loro a non essere una minaccia per i maschi. “Sii ambiziosa, ma non troppo. Occupa la stessa posizione ma guadagna di meno.[…]  Siccome sei una donna devi aspirare al matrimonio. […] Non essere sposata è un fallimento personale”

Il problema del genere, ci ricorda Chimamanda, è che prescrive come dovremmo essere, invece di riconoscere come siamo. Saremmo più liberi senza il peso delle aspettative legate al genere.

Le femmine e i maschi sono diversi sul piano biologico, ma le altre differenze sono create a livello sociale.

Educhiamo i figli concentrandosi sulle capacità e sugli interessi, invece che sul genere.

Ma se il femminismo si occupa di diritti umani, perché chiamarlo femminismo? Si domanda questa scrittrice. La risposta è che scegliere di usare una definizione vaga come “diritti umani”, significa non tenere conto della specificità del problema del genere.

Femminista, conclude l’autrice, dovrebbe essere un uomo o una donna che riconosce che c’è un problema culturale legato al genere e che vuole fare meglio. Tutti noi, donne o uomini, dovremmo essere femministi.

Dr.ssa Luigina Pugno

Ghosting: Ovvero quando l’altr* sparisce

Ghosting è un termine che deriva dall’inglese (to ghost) e significa muoversi di soppiatto, come un fantasma appunto. Viene utilizzato da pochi anni per descrivere una strategia per concludere una relazione (sentimentale o amicale che sia).

In quale modo viene praticato?

Fare ghosting vuol dire letteralmente sparire all’improvviso da una relazione significativa. Ad esempio, per porre fine ad una frequentazione il ghoster (colui che sparisce) di punto in bianco non solo non si presenta più, ma non risponde più alle chiamate, ai messaggi e blocca qualsiasi possibile contatto su tutti i canali possibili (profili social, email, chat etc).

Non fornisce spiegazioni per questa improvvisa sparizione e lascia l’altra persona abbandonata.

Chi pratica ghosting?

Sparire, abbandonare l’altr* senza nessuna parola è un modo per tagliare la relazione che si sta vivendo ed evitare la sofferenza legata alla perdita di questa. In sostanza evaporare dalle vite degli altri consente al ghoster di non accedere ai propri aspetti emotivi connessi all’abbandono ed anche non riuscire a collegarsi alla sofferenza dell’altra persona.

Sparisco e quindi (utilizzando un pensiero magico) non affrontando la questione posso sentirmi in pace con me stesso.

La ricerca scientifica, infatti, riconosce che una buona percentuale di ghoster hanno uno stile di attaccamento evitante.

Far perdere le proprie tracce, quindi, non è casuale. Ma ha a che vedere con ciò che il ghoster ha subìto nella propria infanzia.

Una buona parte delle uscite di scena anticipate vengono attuate quando il legame viene sperimentato come troppo intenso ed anche la dipendenza che da esso deriverebbe viene sentito come inaccettabile.

La paura di essere abbandonat* è troppo alta e porta all’unica reazione pensabile: abbandonare per mantenere il controllo emotivo sulla propria sofferenza.

In aggiunta anche chi ha tratti di personalità che rientrano nelle sfere borderline e narcisistiche sono portati ad avere un comportamento che porta a chiudere le relazioni in questo modo.

Chi sparisce si difende dall’abbandono dell’altro, certamente, ma questo evitamento emotivo così massiccio blocca chi subisce questa azione, ma anche chi compie l’azione, resta confinato a ripetere sempre lo stesso schema di fuga senza poter evolvere nel proprio sviluppo individuale.

Perché fare ghosting?

Una risposta univoca probabilmente non c’è e i fattori che portano a questa modalità possono essere diversi.

Proviamo a fare alcune considerazioni.

Sparire, cioè troncare una relazione senza dare spiegazioni è facile, evita la complessità di stare a tu per tu con l’altr* in situazioni difficili e potenzialmente esplosive. E, cosa non di poco impatto, comporta meno dolore.

Inoltre, al giorno d’oggi con tutta la tecnologia a nostra disposizione è più semplice fare tutto quanto descritto. Non solo è a portata di cervello che non vuole soffrire, ma è anche a portata di pollice.

Se, invece, chi agisce questa modalità di chiusura relazionale rientra in quadri psicopatologici sopra citati (disturbo borderline e disturbo narcisistico di personalità) sarà molto frequente trovare una mancanza di sintonizzazione con il dolore dell’altra persona essendo centrati esclusivamente su se stessi, cercando di mantenere la facciata di quell* buon* e non riuscendo ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte e del proprio agire.

Quali sono gli effetti per chi subisce?

Subire un rifiuto fa male, essere lasciati (con tutte le dovizie di particolari del perché e per come) fa ancora più male. Subire ghosting ancora di più.

Perché?

Perchè è una scelta unilaterale e, tendenzialmente, inappellabile. Inoltre, la scelta di non comunicare con l’altra persona, essendo una modalità molto aggressiva mette nelle mani di chi subisce tutta la responsabilità.

Inoltre, una possibile interpretazione di questo agito sia “tu non esisti e nemmeno la nostra relazione è mai esistita, tanto che non puoi comunicare con me”.

Chi viene lasciat* in questo modo (che è una pratica piuttosto violenta) vive per diverso tempo reazioni emotive contrastanti e confondenti:

– senso di colpa (aver fatto o detto qualcosa che abbia fatto scatenare l’altr*);

– rabbia;

– restare in sospeso (aspettare di avere delle risposte che non verranno mai date);

– disagio generalizzato.

Essere lasciati con questa modalità può facilmente portare ad avere poca fiducia nelle relazioni, verso se stessi e portare a sviluppare comportamenti paranoici e controllanti per paura che succeda nuovamente che il/la partner sparisca all’improvviso.

Sono queste le ragioni per cui subire questa violenza psicologica fa particolarmente male.

Come puoi riconoscerlo e difenderti?

La prime reazioni saranno di confusione, rabbia, incomprensione di ciò che sta accadendo. É normale, fa male, non è piacevole, ma il primo passo è l’accettazione di ciò che sta accadendo.

Prenditi cura di te stess*, scontato, banale forse, ma fondamentale.

Terza prassi vitale: non rimuginare (troppo) e cerca di fermare i pensieri autocritici, non serve a nulla cercare ossessivamente chi, invece, ti ha piantato in asso deliberatamente, come non ha molto senso pensare all’infinito cosa avresti potuto fare e dire o peggio, non fare e non dire per non “provocare” questa sparizione.

Quarto step: frequenta persone che ti facciano sentire più seren* e prenditi cura del tuo tempo per fare qualcosa che ti gratifichi e ti faccia stare bene.

Che tu faccia fatica è normale e comprensibile, attraversa queste sensazioni e vivile. È doloroso ma è questo che ti aiuta.

Non hai il controllo di tutto, anche avendo avuto una sfera magica non avesti potuto evitare ciò che ti è successo. Ciò che ti è, invece, utile è (eventualmente) comprendere che ciò che ti è capitato può essere particolarmente doloroso e potresti avere bisogno di aiuto per tornare a stare bene.

Infine, non è colpa tua quello che ti è successo, prendi contatto con questo.

Ricorda il primo passo per sentirti meglio è il riconoscimento di un problema o difficoltà.

Dott. Gilberto Kalman

Psicologo Psicoterapeuta

Bibliografia

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Collins, T., & Gillath, O. (2012). Attachment, breakup strategies, and associated outcomes: The effects of security enhancement on the selection of breakup strategies. Journal Of Research In Personality,46(2), 210-222. https://doi.org/10.1016/j.jrp.2012.01.008

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Koessler, R., Kohut, T., & Campbell, L. (2019). When Your Boo Becomes a Ghost: The Association Between Breakup Strategy and Breakup Role in Experiences of Relationship Dissolution. Collabra: Psychology,5(1).

LeFebvre, L., Allen, M., Rasner, R., Garstad, S., Wilms, A., & Parrish, C. (2019). Ghosting in Emerging Adults’ Romantic Relationships: The Digital Dissolution Disappearance Strategy. Imagination, Cognition And Personality, 39(2), 125-150.

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Navarro, R., Larrañaga, E., Yubero, S., & Víllora, B. (2020). Psychological Correlates of Ghosting and Breadcrumbing Experiences: A Preliminary Study among Adults. International Journal Of Environmental Research And Public Health, 17(3), 1116.

Sprecher, S., Zimmerman, C., & Abrahams, E. (2010). Choosing Compassionate Strategies to End a Relationship. Social Psychology, 41(2), 66-75.

Timmermans, E., Hermans, A., & Opree, S. (2020). Gone with the wind: Exploring mobile daters’ ghosting experiences. Journal Of Social An

IL MUKBANG WATCHING: il cibo come fenomeno controverso e ricco di contraddizioni

Il Mukbang Watching è un fenomeno on line emerso nel corso dell’ultimo decennio. Si tratta di esperienze relative al consumo di cibo condivise in rete, durante le quali le persone si abbuffano durante una diretta streaming. Il protagonista (Mukbanger) mangia un’enorme quantità di cibo (in genere “cibo spazzatura”) in pochissimo tempo mentre interagisce con il proprio pubblico, ostentando piacere, orgoglio ed enfatizzando attraverso sonori versi o gemiti di piacere il vissuto della propria esperienza.

Quale finalità può avere tale tipo di esperienza web? Qual è il senso di queste sessioni?

Forse per avere una risposta, in questo spaccato di vita seppur virtuale, dobbiamo partire da un’altra domanda: perché così tante persone sono attratte da un simile show?

Dare un’univoca risposta sarebbe certamente molto complesso e necessiterebbe di studi più numerosi e approfonditi in merito, tuttavia dalle ricerche esistenti sul tema a cui possiamo attingere, emerge che da una gran parte del pubblico questo show viene vissuto come la condivisione di esperienza importante rispetto ad alcuni propri bisogni personali.

Ripercorriamo le origini: il fenomeno nasce in Corea del Sud intorno al 2010, luogo in cui il rituale del cibo ha connotazioni culturali ben diverse da quelle del nostro Paese e di molte altre parti del mondo occidentale, in cui è diffuso l’amore per il gusto, il piacere della condivisione e della convivialità, l’aggregazione. In Corea la cultura alimentare si basa principalmente su questioni legate alla salute e all’etichetta rigorosa: il Mukbang è una pratica che si discosta in modo dirompente dall’identità tradizionale.

Il fenomeno assume questo nome dalla crasi tra il termine coreano ”mokta” (mangiare) e “bangsong” (trasmettere).

Il Mukbang pertanto è diventato popolare in Corea del Sud come “punto di rottura” rispetto al sistema e circa 10 anni fa ha raggiunto una crescente popolarità anche in numerosi altri Paesi Orientali, dove un elevatissimo numero di persone accede ad Internet ogni giorno per guardare i video dei Mukbanger (Hawthorne, 2019). Questo fenomeno si è diffuso anche nei Paesi occidentali nel 2015, dopo che una popolare emittente americana ha mandato in onda un servizio televisivo in cui venivano commentati i video dei più famosi Mukbangers Sud-Coreani.

Su molti Social Network i video sono diventati virali nell’arco di poco tempo a livello globale: d’altronde è possibile guardare facilmente tali trasmissioni su piattaforme di streaming come Afreeca, Youtube e Twitch.

In Corea, l’isolamento non è soltanto un fenomeno recente causato dalla pandemia Covid, bensì un fenomeno radicato e piuttosto diffuso per questioni culturali e lavorative: per questa ragione si è ipotizzato che l’esigenza di “mangiare in compagnia”, sebbene il modello di riferimento culturale non possa assimilarsi a quello delle comunità occidentali, possa essere un segnale dell’emergere della necessità di compensare esigenze personali ed individuali di una socialità minimizzata dal modello sociale coreano (Balakrishnan e Griffiths, 2017).

Emerge da diverse ricerche internazionali come, diffusamente, le persone cerchino nell’ultimo ventennio soddisfazione alle proprie esigenze e desideri individuali all’interno della realtà virtuale, dando voce al proprio bisogno di appartenenza, di gratificazione sociale, cercando e trovando una comunità che li accolga e condivida il sentimento di diversità percepito nella vita reale, con le persone con cui trascorrono le giornate. Si cerca perciò di trovare in comunità o attività on line un senso di accoglienza e di autoefficacia per poter sostenere il calo di autostima causato dal confronto con le persone e le regole della propria vita sociale.

L’utilizzo prolungato di questa ricerca di autoaffermazione in un mondo virtuale, e non reale, può incrementare notevolmente il rischio di un graduale, ma sempre maggiore, distacco ed isolamento dalla propria realtà, con possibili conseguenze a lungo termine importanti, come stati emotivi depressivi, sintomatologia ansiosa, calo di autostima, disturbi del sonno e una sempre minore capacità di integrazione sociale (Sherlock e Wagstaff, 2019).

Non possiamo esimerci dal domandarci però perché un fenomeno apparentemente così particolare, e per alcune persone di dubbio buon gusto, non sia più circoscritto alla zona d’origine e sia diventato invece così popolare al livello mondiale. I mukbanger infatti sono personaggi con milioni di followers e le loro sessioni di abbuffate, oltre che all’ora dei canonici pasti, vengono seguite anche nel cuore della notte.

Alcuni ricercatori, Schwegler Castañer (2018), hanno studiato più accuratamente il fenomeno rilevando una molteplicità di motivazioni a seguire queste sessioni on line. In primis è emerso in molte persone un uso sociale del fenomeno: contrastare l’isolamento sociale e la sensazione di solitudine, fenomeni trasversali e presenti in tutte le società.

Spence et al. (2019) hanno condotto uno studio sulla commensalità digitale, ovvero la pratica del mangiare insieme sentendosi meno soli, confermando che il Mukbang Watching potrebbe favorire sentimenti di connessione affettiva con altri individui: sentirsi emotivamente connessi con altre persone è una sensazione di estrema importanza, legata al concetto di empatia, di condivisione emotiva provata dagli spettatori nei confronti della persona che tiene la trasmissione. E’ possibile che l’esperienza percepita sia quella di aver l’impressione di “cenare con qualcuno”.

Anche altri autori (es. Kircaburun, K et al., 2020) hanno sostenuto che il Mukbang Watching fosse un mezzo per alleviare la solitudine e che il mukbanger fosse considerato un vero e proprio compagno di pasto dagli spettatori. Secondo questa spiegazione esplicativa, il Mukbang soddisferebbe la fame fisica e sentimentale delle persone sole, creando un legame sociale e di appartenenza tra i mukbanger e gli spettatori: spesso lo spettatore si organizza per consumare il proprio pasto durante la sessione del mukbanger.

Soprattutto donne in sovrappeso si sentivano legate emotivamente ad altre donne che mangiavano enormi quantità di cibo malsano in modo disordinato e davanti ad un pubblico.

Circa il 10% degli spettatori rimane connesso dopo aver mangiato per chattare su diversi argomenti che riguardano la propria vita quotidiana e si sentono attratti dai mukbanger perché mostrano il loro lato personale interagendo con i commenti degli spettatori, interrompendo il pasto e ringraziando il pubblico per i regali ricevuti (gli spettatori a volte pagano per far sì che il mukbanger faccia determinate azioni che loro richiedono).

Song (2018), analizzando le chat, ha sostenuto che la fidelizzazione degli spettatori avviene infatti attraverso l’interazione personale con i mukbanger .

A volte, però, l’interazione tra gli spettatori può diventare incontrollata (Bruno e Chung, 2017): alcune persone, ad esempio, hanno un’interazione violenta verbalmente e veicolano insulti verso i mukbanger per il loro aspetto e la quantità di cibo consumato, con l’intenzione di danneggiare la loro reputazione e la relazione con gli altri. Questo aspetto è importante perché in grado di influenzare le reazioni di altri spettatori nei confronti di ciò che stanno guardando, modificando i toni della conversazione e utilizzando l’interazione come sfogo delle proprie emozioni negative, non più dunque con una finalità di appartenenza, ma viceversa di presa di distanza attraverso l’uso del disprezzo, come un dicostarsi da qualcosa che si percepisce come soggettivamente attrattivo e contemporaneamente spaventante.

Un altro utilizzo rilevato dall’approfondimento dello studio fenomenologico è l’utilizzo sessuale: per Schwegler Castañer (2018), il Mukbang potrebbe essere inteso come feticismo, in particolare per le donne che mangiano enormi quantità di cibo dannoso, mostrando un vergognoso appetito. Altri aspetti emersi sono la potenziale oggettivazione sessuale del corpo femminile e il rafforzamento dei valori normativi riguardanti magrezza e consumismo.

Bruno e Chung (2017) evidenziano un altro aspetto importante: alcuni spettatori vedono i mukbangers come delle prostitute che mangiano e consumano qualsiasi cosa gli si chieda in cambio di denaro. Hanno anche affermato che parte del piacere vicario degli spettatori proviene dalla performance alimentare del mukbanger: è importante che questi mangi il cibo che hanno selezionato e desiderato, mostrando gemiti di piacere nel farlo.

Donnar (2017) ha sostenuto che la maggior parte degli spettatori di donne mukbanger magre e attraenti son maschi e in sovrappeso. Essi sono attratti dal fatto che qualcuno di affascinante si trovi in uno stato privato e vulnerabile (cioè nell’atto di mangiare): le sensazioni sessuali e alimentari provate, riportate, sono le più varie: piacere, desiderio, eccitazione, brama, invidia, disgusto e vergogna.

Pereira et al. (2019) hanno notato che ci sono noti mukbanger che, oltre ad essere belli fisicamente, sono estremamente socievoli e simpatici, e questo attrae maggiormente un gran numero di spettatori.

Per un’altra percentuale del campione il Mukbang viene utilizzato come un semplice intrattenimento: Choe (2019) sostiene che gli spettatori provano gratificazione guardando i mukbangers, soprattutto per i “suoni” del cibo prodotti ad esempio bevendo, masticando, preparando i cibi, oppure per i rumori derivanti dall’apertura delle confezioni di cibo, trovandolo uno spettacolo semplicemente divertente.

Kim Hae-jin, dottoranda presso l’Università di Chosun, ha sostenuto che un altro utilizzo del Mukbang è il soddisfacimento alimentare vicario: si può soddisfare il proprio desiderio di cibo per procura, cioè attraverso l’osservazione. D’altronde i mukbanger affermano di essere gli “avatar” del pubblico e che seguiranno esattamente ciò che la gente chiede loro di fare.

A cosa ci si riferisce con l’espressione “mangiare per procura”? Qualcuno mangia al posto nostro dandoci la sensazione di soddisfazione come se avessimo mangiato realmente. Hakimey e Yazdanifard (2015) hanno sottolineato che alcuni spettatori, essendo a dieta, hanno bisogno di guardare i Mukbang per avere l’esperienza di mangiare per procura, al fine di evitare di mangiare. Bruno (2016) ha sostenuto che gli spettatori si sentivano come se stessero mangiando, come se potessero “quasi assaporare il cibo e la conseguente sensazione di sazietà”. Gallespie (2019) ha sostenuto che la fantasia alimentare (idea di mangiare quanto si desidera senza subirne le conseguenze) è stata una delle motivazioni più importanti che hanno spinto le persone a guardare Mukbang. Gli spettatori sono estremamente soddisfatti attraverso la sensazione di abbuffarsi.

Anche Choe (2019) ha sostenuto che alcune persone provano eccitazione nel vedere il mukbanger mangiare determinati cibi che loro devono evitare essendo a dieta. In questo modo chi tiene la trasmissione è in grado di soddisfare le voglie di cibo degli spettatori, dando loro un piacere vicario di mangiare tramite stimoli visivi e audio.

Quali possono essere le conseguenze della fruizione di esperienze di Mukbang?

Per alcuni spettatori le conseguenze sono identificabili in momenti di sollievo, diminuendo, come abbiamo già sottolineato, la propria condizione di isolamento e incrementando la sensazione di appartenenza ad una comunità, per altri invece le conseguenze si sono confermate meno positive instaurando alterazione delle abitudini alimentari, incrementando fattori di rischio per l’instaurarsi di disordini alimentari, consumando più cibo rispetto alle proprie abitudini, cambiando tipologia di qualità del cibo, sostituendolo con alimenti meno salutari, intraprendendo anche un comportamento alimentare privo di buone maniere e rituali conviviali ( ad esempio scartare il cibo con i denti, mangiare con le mani, emettere suoni sgradevoli durante il consumo, non sedersi a tavola, etc.) sottoposti ad un meccanismo di emulazione (Spence, 2019). Un grande tranello in cui spesso cadono gli spettatori per emulazione è la convinzione distorta che si possa mangiare un enorme quantità di “cibo spazzatura” senza avere conseguenze sull’aumento di peso: i mukbanger infatti sono molto spesso persone estremamente magre, nonostante le abbuffate messe in mostra. Questo ha creato in molti spettatori situazioni di obesità e una maggiore tendenza al binge eating.

Il cibo entra ormai diffusamente nelle nostre case, da oltre un decennio, con grande enfasi e ridondanza, attraverso moltissimi programmi televisivi e social media, riscontrando grande approvazione e seguito da parte del pubblico: il senso dell’alimentazione si è allontanato dalla finalità della nutrizione e dalla soddisfazione di un bisogno primario, per acquisire nuove valenze sociali, che hanno ben poco a vedere con l’assaporare il nutrimento, ma che invece ci dicono molto su come anche il cibo è moda, apparenza, ossessione portata all’estremo degli eccessi.

Videoricette, consigli sull’alimentazione, pubblicità: il cibo sembra essere ovunque e la fiorente industria del dimagrimento è in costante crescita, mentre cerchiamo di trovare un equilibrio tra la crescente offerta di alimenti e la voglia di essere in forma. I Social hanno cambiato il nostro modo di vivere, interagire con gli altri, ma influenzano anche il nostro modo di mangiare, anche quando non siamo spettatori del Mukbang. Basta aprire un qualsiasi Social Network per essere bombardati da messaggi continui e contrastanti riguardanti il cibo: se infatti da un lato siamo sommersi da video e foto che hanno come unico soggetto il cibo, dall’altro siamo invitati ad essere belli, scattanti, in forma e decisamente magri.

Il nostro cervello ed il nostro appetito registrano una vera e propria frustrazione e confusione continua e non tutti sono in grado di trovare un sano equilibrio per bilanciare questi elementi, motivo per cui i disturbi alimentari sono in crescita, soprattutto nelle fasce di età pre-adolescenziali e adolescenziali e poi nuovamente nella popolazione over 40.

Tornando al Mukbang, in Corea questa pratica si discosta nettamente dai principi culturali tradizionali. Visto il crescere dei disordini alimentari e la correlazione con la visione di questi video, nel luglio 2018 il governo sudcoreano ha annunciato che avrebbe regolato le linee guida dei Mukbang pubblicando “Misure globali di gestione dell’obesità” poichè questa pratica avrebbe potuto indurre ad abbuffate e danneggiare la salute pubblica. Park (2018) ha riferito che il tasso di obesità in Corea del Sud era passato dal 31,7% nel 2007 al 34,8% nel 2016, il governo avvertiva pertanto l’esigenza di monitorare questi spettacoli. I mukbangers, però, si sono opposti sostenendo che “non vi è alcuna correlazione causale tra Mukbang e abbuffate alimentari” e che “il governo sta violando la libertà individuale”. Alcuni genitori, dopo aver visto i propri figli sfidarsi a mangiare tanto quanto i mukbangers, hanno difeso il piano del governo sostenendo che il Mukbang potesse influenzare negativamente i ragazzi, soprattutto i più giovani, attraverso l’emulazione di comportamenti scorretti percepiti come socialmente accettabili.

La preoccupazione più grande di due esperti di salute, Uxshely Chotai (fondatore della Food Psychology Clinic, Regno Unito) e il Dr. Naveed Sattar (professore di medicina metabolica all’Università di Glasgow, Regno Unito), è che il Mukbang promuova l’idea che abbuffarsi di cibo sia qualcosa di cui essere orgogliosi.

Shipman (2019), ad esempio, ha menzionato un mukbanger britannico che in un video ha mangiato più di 10.000 calorie di prodotti in una sola sessione: vedere qualcuno che si abbuffa di cibi malsani potrebbe far sì che gli spettatori percepiscano l’abbuffata come un comportamento normale e innocuo.

Concludendo, le ricerche presenti ad oggi sul Mukbang Watching concordano sul suo utilizzo come compensazione dei bisogni sociali non raggiunti nella vita reale. Gli spettatori ottengono gratificazioni sociali guardando questi video e si tratta principalmente di individui soli che tentano di alleviare il loro isolamento sociale (Stafford et al., 2004).

Questo fa emergere come il bisogno primario che sembra celarsi sotto questo nuovo fenomeno sia la necessità di stare insieme e condividere esperienze ed emozioni. Quando la vita mette qualcuno di fronte all’impossibilità di soddisfare questo bisogno, le persone trovano modalità differenti per alleviare le loro emozioni di solitudine, di noia, di non accettazione che sono inevitabilmente dei fattori di rischio comune per l’instaurarsi di un disagio psicologico.

Attraverso piattaforme online è possibile creare forti amicizie e relazioni emotivamente significative perché le persone si sentono in grado di esprimersi in modi che non li fanno sentire a proprio agio nella vita reale (Cole e Griffiths, 2007).

In particolare è stato riscontrato che l’uso del Mukbang come fuga dalla realtà è praticato principalmente da pazienti ospedalieri, da coloro che hanno stili di vita frenetici e solitari, da persone che hanno un senso di colpa e stress sull’essere grassi, da coloro che sono annoiati. Inevitabilmente la situazione pandemica mondiale degli ultimi due anni, che portato necessariamente e forzatamente ad una riduzione della socialità e della convivialità e ha disposto le persone in isolamento forzato, non ha aiutato ad arginare la diffusione di questo fenomeno. La fuga dalla realtà apparentemente sembra utile ad affrontare situazioni spiacevoli a breve termine, tuttavia talvolta può allontanare così tanto le persone dal contesto reale al punto tale da non rendersi più conto dei problemi che si devono affrontare (Hong e Park, 2018).

Sebbene questo fenomeno sia diffuso da più di un decennio si conosce ancora molto poco su di esso, le ricerche sono ancora relativamente poche e localizzate ad alcune aree geografiche in cui il fenomeno ha avuto una maggiore diffusione (Corea, Stati Uniti, Regno Unito). Emerge la necessità di approfondire, studiare meglio e a fondo il fenomeno Mukbang, soprattutto per limitarne le conseguenze disastrose che sembra incentivare e per dare strumenti di prevenzione verso comportamenti alimentari e sessuali problematici conseguenti.

Rispetto alle esperienze studiate e prese in carico da professionisti, sembrerebbe che alcune strategie terapeutiche siano state utilizzate efficacemente per ridurre queste problematiche. In particolare, forme specifiche di terapia cognitivo-comportamentale sono parse efficaci per trattare disturbi alimentari sia a breve che a lungo termine (Brownley et al., 2016) e gruppi di terapia cognitivo-comportamentale sono stati introdotti e utilizzati con successo per ridurre i comportamenti compulsivi (Sadiza et al., 2011).

Dott.ssa Consuelo Aringhieri

Psicologa Psicotereapeuta

 

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Binge watching: siamo drogati di serie tv?

L’espressione inglese “Binge watching” (letteralmente “abbuffata di visione) è entrata da tempo nel nostro dizionario, almeno da quando le piattaforme di streaming sono divenute un’alternativa alla tv tradizionale.

Fa riferimento alle “maratone televisive”, ossia alla fruizione di contenuti televisivi per un periodo di tempo superiore al consueto e senza soste e nello specifico indica la visione consecutiva di puntate di una serie tv che impegna lo spettatore per molte ore.

Il fenomeno delle abbuffate televisive non è certo nuovo, ma in passato aveva connotazioni diverse: già sul finire degli anni ’80 del secolo scorso alcune emittenti televisive statunitensi proponevano maratone legate a serie tv cult quali Star Trek e negli anni ’90 lo stesso accadeva con X files, mentre con la diffusione di massa dei DVD lo spettatore acquisiva il potere di scelta, determinando tempi e modalità di fruizione dei contenuti.

La vera affermazione del fenomeno del binge watching si ebbe però intorno al 2010, con l’affermazione sul mercato di servizi di video on demand.

In Italia la piattaforma Netflix arriva nel 2015, Amazon Prime nel 2016, mentre Sky era già operativa da diversi anni. A queste poi si aggiungono tutte le altre piattaforme che hanno contribuito all’ampliamento smisurato dei contenuti fruibili dagli utenti e che innegabilmente hanno reso il fenomeno delle abbuffate molto più diffuso di quanto probabilmente non si pensi.

Stando ai dati rilasciati da Netflix relativi ad uno studio commissionato dalla stessa piattaforma, su un campione di 1500 consumatori di serie TV via streaming, il 61% dichiara di praticare il binge watching almeno una volta alla settimana, mentre il 73% degli intervistati dichiara di associare “sensazioni positive” a questa pratica. Secondo YouGov, società di ricerche di mercato, il 58% degli americani è dedito al binge watching, motivando questo comportamento con il desiderio di vedere tutta la serie in un’unica soluzione, oppure perché si riconosce impaziente di aspettare una settimana per guardare l’episodio successivo o, ancora, per paura degli spoiler.

Il periodo del lockdown ha ulteriormente contribuito ad accentuare il fenomeno, anche in Italia ovviamente, rendendo necessaria una riflessione su una pratica solo apparentemente priva di controindicazioni.

Se infatti il concetto di dipendenza è talvolta applicato in maniera generalista e declinato in modo inappropriato in riferimento a molti comportamenti che oggi vediamo intorno a noi, è pur vero che il binge watching rappresenta per alcuni soggetti una dipendenza comportamentale, non ancora classificata ufficialmente, ma che soddisfa i criteri clinici per definirla come tale: tolleranza, astinenza, compromissione della attività sociali, lavorative o scolastiche.

Ciò che vale per tutte le forme di dipendenza può valere anche, quindi, per il binge watching ed il rapporto causa-effetto potrebbe essere letto in ottica circolare piuttosto che lineare. Già nel 2015 un gruppo di ricercatori dell’Università del Texas ha evidenziato come il binge watching sia correlato ad ansia, depressione, solitudine e difficoltà relazionali. Non è tuttora chiaro però se siano gli stati emotivi a produrre il comportamento di abbuffate tv oppure se, al contrario, siano le abbuffate ad indurre cambiamenti negativi nello stato umorale e nelle risposte comportamentali degli utenti

Prescindendo dal concetto di dipendenza, inoltre, il ripetersi sistematico di abbuffate televisive può avere serie ripercussioni sulla qualità di vita dello spettatore: disturbi del sonno, relazioni conflittuali, rinuncia alle proprie attività quotidiane sono alcune esse.

A queste se ne aggiungono altre, quali disturbi visivi, perdita della cognizione temporale, sedentarietà e aumento di peso e talvolta senso di vuoto e angoscia di separazione legato alla fine della serie tv, con possibile sviluppo di sintomi depressivi (“post-binge watching blues”, ovvero depressione da fine serie). A tal riguardo sono attivi gruppi on line di supporto con l’intento di aiutare gli spettatori ormai orfani dei loro personaggi preferiti protagonisti di serie tv.

Eccessivo? Forse, ma così è. Il passo successivo potrebbe essere innamorarsi di un’altra storia e ricominciare tutto daccapo.

È tuttavia necessario specificare che il binge watching può rivelarsi pericoloso solo se protratto nel tempo e praticato abitualmente per tempi molto lunghi, nel qual caso, a fronte delle condizioni descritte precedentemente, può essere utile un consulto specialistico in stile “In Treatment”

Dott. Stefano Lagona

Psicologo Psicoterapeuta