TRUFFE AFFETTIVE: Intervista a Jolanda Bonino

Come è nata la vostra associazione?

L’associazione, che è anche un movimento, è nata nel 2014, subito dopo che io stessa sono stata vittima di questo crimine. Quando me ne sono accorta, mi sono spaventata per il rischio che avevo corso, ma ho realmente compreso la gravità solo dopo aver visto cosa accadeva all’estero. In Italia, all’epoca, non se ne parlava affatto; le poche informazioni disponibili riguardavano le estorsioni, che colpivano principalmente gli uomini.

Nel mio caso, un uomo che si spacciava per un ingegnere francese mi ha contattata con un approccio simpatico. Inizialmente ero diffidente, ma con il tempo è riuscito a coinvolgermi completamente. Ancora oggi, rileggendo quelle chat, mi chiedo come sia stato possibile cadere nella trappola. Il meccanismo è subdolo: conversazioni apparentemente banali che, ripetute in modo ossessivo, portano a una sorta di manipolazione ipnotica.

Alla fine, non ho mandato soldi per amore, ma perché ho visto una persona in difficoltà e non ho avuto il coraggio di voltarmi dall’altra parte. Quando succede, all’inizio ci si sente lusingati: sanno accarezzarti l’ego con grande maestria. Per questo oggi diciamo sempre di non sottovalutare il problema e di non “giocare col fuoco”. Si tratta di bande criminali esperte nel manipolare le persone.

Con una persona conosciuta via chat abbassi le difese, tanto pensi cosa mi può succedere, sono a casa mia, al sicuro. Spesso noi donne temiamo e siamo attente alla violenza fisica e arriviamo a sottovalutare quella psicologica. Non pensando che, quando chatti non puoi mai sapere chi sta dall’altra parte del computer. Perciò racconti, ti confidi, questi ti tirano fuori l’anima

Qual è stato il momento in cui ha capito che si trattava di una truffa?

Proprio nel momento in cui iniziavo ad avere fiducia in lui, in cui ci sentivamo quotidianamente e ci raccontavamo di noi, si pensava anche ad un suo soggiorno a Torino, mi raccontò di essere stato derubato e di aver bisogno di un immediato intervento chirurgico. Non poteva però rientrare in Francia perché gli avevano portato via soldi e documenti.  Mi mostrò persino una cartella clinica che sembrava autentica, per convincermi a mandargli denaro. Io non mi fidavo completamente controllavo sempre le cose che mi diceva: tutto corrispondeva, luoghi, eventi era tutto verosimile.

Ho deciso ad un certo punto di rivolgermi alla polizia. Purtroppo, all’epoca, non erano preparati per affrontare questo tipo di truffe. Mi consigliarono semplicemente di bloccarlo, ma non fu così facile. Ero già dentro un vortice di dipendenza emotiva. Bloccai il contatto per qualche giorno, ma poi i dubbi e i sensi di colpa presero il sopravvento, “e se è vero? Se è in difficoltà?” e così tornai a scrivergli. Alla fine, ho inviato 800 euro in quattro tranche.

Col tempo ho capito che non era una sola persona a scrivermi, ma più individui che usavano stili di comunicazione differenti: uno più seduttivo, un altro più amichevole, un altro ancora misterioso. Questa dicotomia di linguaggi mi ha messo ancor più in allarme. Continuando a cercare informazioni su internet, un amico italo-francese mi suggerì di fare una ricerca in francese. Fu così che scoprii la verità: trovai la foto del presunto “ingegnere francese” su un sito di denuncia. Fu uno choc.

Come ha reagito dopo questa scoperta?

Capire io stessa di essere stata truffata mi ha permesso di sentirmi meno vittima e di reagire. Avere un amico vicino che mi ha sostenuta senza giudicarmi è stato fondamentale. Parlarne aiuta tantissimo: se non ti senti giudicata, riesci a raccontare la tua esperienza e a liberarti dal senso di vergogna. Se invece ti senti giudicata, ti chiudi e ti isoli ancora di più diventando più facilmente manipolabile.

Purtroppo, la nostra società tende ancora a colpevolizzare le vittime. Se ti rubano la borsa non provi vergogna, ma se sei vittima di una truffa affettiva sì. C’è ancora uno stigma forte, legato all’idea che le donne che parlano con uomini online “se la siano cercata”, un po’ come accade purtroppo ancora oggi con le vittime di stupro.

Quando è successo l’omicidio di Gloria Rosboch, l’avevano denigrata tutti, i giornalisti raccontavano di quella bruttina che si era innamorata di un ragazzo giovane…cavalcavano quello stereotipo. Allora ho deciso che dovevo fare qualcosa, sono uscita anch’io sui giornali, mettendoci nome e cognome e dando vita al movimento. Quando vai in televisione hai molta più visibilità anche se i giornalisti spesso strumentalizzano, però non potevo far diversamente se volevo che si iniziasse a parlare del tema e si facesse davvero qualcosa. Dopo di me, su quella spinta, sono usciti altri casi e soprattutto le persone hanno iniziato ad uscire dall’isolamento e dalla vergogna e hanno iniziato a parlare e denunciare.

Inizialmente ho ricevuto tanti commenti anche svalutanti, ma anche tanta gratitudine da parte di altre vittime che finalmente si sentivano comprese. Così ho capito che bisognava fare qualcosa: ho contattato la Regione Piemonte e, insieme all’Assessorato alle Pari Opportunità, abbiamo dato vita al movimento.

Perché si usa il termine truffa affettiva?

All’estero questo fenomeno viene definito “romance scam”, ma in italiano il termine “romantico” non rende la complessità del problema. Per un periodo si è parlato di “truffe sentimentali”, ma io preferisco chiamarle “truffe affettive”. Non riguardano solo l’innamoramento, ma toccano molteplici aspetti degli affetti umani: amicizia, empatia, senso di responsabilità.

Si innesca una dipendenza affettiva e non sentimentale; toccano tutta una serie di affetti. Con me, che ero single, l’hanno giocata sul tema dell’innamoramento, ma con altri hanno fatto leva sulle persone bisognose, sui bambini da salvare. Insomma, fanno leva su sentimenti diversi alcuni proprio sul tema dell’amicizia, diventano persone che ti conoscono profondamente. E non intercettano solo persone sole, perché in fondo tutti ci sentiamo un po’ soli e tutti abbiamo piacere di qualcuno che ci ascolti, ti capisca fino in fondo, anche se sei felicemente sposato, trovare qualcuno con cui poter parlare in modo sereno di cose che magari gli altri non capiscono ti fa piacere.

Il termine “truffa romantica” porta con sé una connotazione superficiale e quasi ridicola, facendo pensare alla “tardona che chatta con il bell’uomo”. Questa percezione errata contribuisce alla vergogna delle vittime e le spinge a non parlarne. Anche utilizzare terminologie sbagliate, si cavalcano stereotipi che tendono a stigmatizzare le vittime e ad isolarle sempre di più.

Quali sono le difficoltà maggiori che incontrano le vittime nel denunciare?

Le vittime spesso si trovano di fronte a forze dell’ordine poco preparate. Io stessa, quando ho provato a denunciare, mi sono sentita ridicolizzata. Un agente mi ha persino detto: “Ma la porto io a ballare!” come se il problema fosse la mia solitudine. Le forze dell’ordine non capiscono, o non capivano, la gravità di queste situazioni; non si conosce il fenomeno, non c’è formazione e non c’è formazione a sostenere e far parlare una persona che in quel momento non è abbastanza lucida per narrare gli eventi in modo coerente. Per questo abbiamo con noi un generale, che è stato anche lui vittima di una truffa che collabora con noi e aiuta a stendere le denunce in modo corretto, in modo da facilitare il lavoro delle forze dell’ordine. Alcune volte ti scoraggiano, sono tutte denunce contro ignoti ed è pressoché impossibile riuscire a riottenere i propri soldi; per denunciare bisogna avere senso civico, sapere che è importante per la collettività, per far emergere la complessità del fenomeno.

Quali strategie usano i truffatori?

Le truffe affettive sfruttano meccanismi di ingegneria sociale. I truffatori studiano attentamente la vittima, ne comprendono i bisogni emotivi e costruiscono una storia su misura per lei. Il loro obiettivo è creare fiducia e instaurare una dipendenza affettiva, sono in grado di intrecciare copioni azzeccatissimi per quella specifica vittima, e sanno modificarli anche in corso d’opera, per poi chiedere denaro.

Le truffe si evolvono continuamente: inizialmente erano legate a storie d’amore, poi si sono spostate sul settore finanziario, come le false piattaforme di investimento in Bitcoin. La dinamica iniziale è sempre la stessa, prima instaurano un legame di fiducia, se non impari a fidarti di loro non vai avanti. Quindi iniziano facendoti compagnia ti raccontano, capiscono i tuoi interessi e solo dopo la spostano sul profilo finanziario, magari ti raccontano dei loro guadagni, riescono in qualche modo a farti investire all’inizio piccole cifre e poi da lì, hanno una serie di piattaforme fasulle ma che sembrano vere in cui tu vedi che guadagni, ti fanno mettere una password, pensi di avere il controllo e invece sei totalmente in balìa.

Sembrano basarsi proprio su tecniche ipnotiche e sui meccanismi di rinforzo alla base delle dipendenze da social media.

Certo, ti scrivono persino la notte, in continuazione, è l’ultima cosa che fai la sera prima di andare a dormire e la prima al mattino quando ti svegli. Spesso ti parlano di notte, ti tengono sveglia quindi è il giorno dopo sei completamente rimbambito e ancora più fragile.

A questo proposito si vede che il problema grosso anche quando smetti, è proprio la dipendenza, paradossalmente la mancanza è proprio come se fosse una droga. Noi abbiamo per questo creato questi gruppi, che colmano questo vuoto, è una sorta di metadone, ti accompagnano mandandoti messaggi e facendoti compagnia, facendoti sentire meno il vuoto e la mancanza. Talvolta c’è l’esigenza di monitorare alcune situazioni, perché capita anche che le vittime ci ricaschino, perché magari cercano siti di recupero crediti, investigatori che si occupano di questi reati, ma sono nuove truffe. Sono stati finti che ti portino via altri soldi.

Come ci si può difendere da queste truffe?

Il primo consiglio è non rispondere ai messaggi di sconosciuti. Altrettanto importante è parlarne con chi hai al fianco perché è lucido e devi fidarti di lui. Un altro campanello d’allarme è la fretta, perché questi criminali tendono a metterti pressione, quando qualcuno ha fretta vuol dire devi chiederti se c’è una tuffa dietro. Ti mettono in uno stato di allarme, inducono con l’ansia uno scompenso emotivo che ti rende vulnerabile.

Noi abbiamo creato gruppi di supporto proprio per aiutare le vittime a colmare il vuoto lasciato dalla truffa. L’isolamento è il nemico più grande: più sei solo, più sei vulnerabile. Per questo, l’unico modo per spezzare il ciclo è parlarne, denunciare e non vergognarsi.

Il nostro obiettivo è far emergere la complessità di questo fenomeno e aiutare le vittime a uscirne. Le truffe affettive non colpiscono solo persone sole o ingenue, ma possono colpire chiunque. Per contrastarle, dobbiamo abbattere il senso di vergogna e dare alle vittime il coraggio di parlare e denunciare.

Dott.ssa Chiara Delia

Psicologa – Psicoterapeuta

Scorri in alto