La casa editrice indipendente dedicata alla genitorialità e all’infanzia Uppa, ha pubblicato quest’anno un articolo dal nome “il mito della madre perfetta” e descrive la madre di oggi, nell’aspettativa del collettivo: “La madre perfetta è forte, supera tutti gli ostacoli che trova sulla via della maternità, lavora fino all’ultimo giorno di gravidanza senza perdere un colpo, si fa bastare due ore di sonno, quando il bambino dorme, recupera rapidamente la forma fisica di un tempo, e anzi addirittura la migliora, non ha problemi, o meglio, se li tiene per sé con eroica autosufficienza. […] La mamma perfetta non ha bisogni, non ha ambivalenze, non ha desideri diversi da quelli previsti dallo stereotipo, non può non sapersi arrangiare. Non può, ad esempio, voler bene al suo bambino e al contempo volere bene anche a sé stessa senza provare un sottile senso di colpa, di rabbia, di fallimento. Non può avere esigenze personali, se non nei ritagli di tempo” (UPPA- “Il mito della mamma perfetta”).
Possiamo dire che in questa descrizione la madre debba vivere per il suo bambino: nel momento in cui si distanzia da questa immagine viene squalificata, da sé stessa in primis, poi dal collettivo.
Sul sito donnalab.it è stata pubblicata una ricerca, organizzata in focus group e interviste, incentrata sul sentimento delle neo-mamme al rientro al lavoro: la scala era suddivisa in due grandi aree che andavano da emozioni positive come Felicità, Realizzazione personale, Senso di Responsabilità e Motivazione, ad altre di carattere negativo come Senso di colpa, Solitudine, Fatica, Disorientamento. Alla domanda “Quali sono state le principali sensazioni che hai provato al momento del rientro al lavoro dopo la maternità?” le risposte più frequenti identificavano la Sfida e la Realizzazione Personale tra le emozioni positive e la Fatica e il Senso di colpa tra quelle negative.
In questo studio, la realizzazione derivante dal ricominciare a fare qualcosa che appassiona e che coinvolge come individui entra in conflitto con la colpa per aver messo in secondo piano il proprio figlio, i suoi bisogni, dopo mesi dedicati al prendersi cura di lui. È evidente come sul piano intrapsichico i due vissuti tendano a polarizzarsi enormemente, e a costruirsi due immagini separate di donna, o lavoratrice o madre. È come si imponga come unica modalità relazionale materna quella della donna dedita esclusivamente al compito di madre, reprimendo e facendo sentire sbagliate le altre parti che manifestano.
Quando una donna inizia a desiderare una gravidanza si condensano nella sua mente immagini, fantasie e sogni su come potrà essere suo figlio, su chi sarà lei come madre e su quali connotazioni potrà avere il compagno come padre. Quando poi la gravidanza si concretizza, prende avvio un vero e proprio processo trasformativo.
Secondo Daniel Stern, psicanalista americano, “diventare madre è il risultato del lavoro che ogni donna compie sul paesaggio della propria mente”: attraverso proiezioni e immaginazioni, infatti, ella inizia a costruire un’ideale immagine del figlio e una ideale immagine di se stessa come madre.
In esse tutto può essere percepito come perfetto, oppure molto spaventoso. Anche l’alternanza di queste emozioni e fantasie così diverse è utile alla madre: serve alla sua psiche per rendere realizzabili tutte le possibilità e, allo stesso tempo, prepararsi per affrontarle.
Stern definisce Assetto Materno il campo dell’esperienza intimo e profondo che guiderà, come una stella polare, il comportamento della madre durante la crescita del bambino. Fisiologicamente e psicologicamente la donna in gravidanza è in costante trasformazione, fatta di nuove acquisizioni e apprendimenti e di continue rotture di proiezioni e identificazioni.
Questa nuova visione della vita e di se stessa che la maternità impone riorganizza l’attività mentale, creando un’impostazione psicologica che, in alcuni periodi, sostituirà e poi conviverà con quella precedente: si può dire che la donna che diventa madre non sarà mai più la stessa.
Secondo Stern, però, l’assetto materno prende forma solo quando la madre inizia ad accudire il figlio e, tornata a casa dopo l’ospedale, si occupa di lui. La sua responsabilità, come titolare del compito di crescerlo, è quella di tenerlo in vita, nutrendolo e tenendolo a contatto, e di costruire con lui una relazione intima, di vicinanza e affetto.
In un primo momento, dunque, la madre ha bisogno di identificarsi con il figlio: ognuno dei due diventa per l’altro il centro dell’esistenza.
Il figlio ha bisogno della madre per sopravvivere e, da un punto di vista neurobiologico e psichico lo sa, e si sottopone a questo compito. Nel farlo, spesso, sacrifica degli aspetti personali, si mette in gioco identitariamente, trasformando, letteralmente, chi ella è o è stata fino a quel momento. Nel farlo, sperimenta momenti di confusione, di insicurezza, di conflitto e di sofferenza: non è semplice rinunciare a tutto ciò che si conosce di sé stessa in funzione di un altro. Importante è anche la storia personale di quella singola madre: quale è stato il rapporto con la propria madre, che neonata e che bambina è stata quella donna? Tutte questi aspetti influenzano profondamente le modalità con le quali ella si relazionerà al proprio figlio.
Per questi motivi, diventa centrale il sostegno di quella che Stern definisce la “matrice di supporto”. Egli scrive: “Dobbiamo infatti tener presente che la maternità è come un mestiere e tutte le principianti hanno bisogno di una fase di apprendistato con qualche tipo di modello o di guida, una sorta di mastro artigiano donna, che sia già passato attraverso quella esperienza. Il ruolo della guida non consiste semplicemente nel fornire consigli o informazioni, ma soprattutto nel creare un clima psicologico che (vi) faccia sentire sicure e fiduciose e (vi) incoraggi ad esplorare le (vostre) capacità genitoriali 1”. La neo mamma ha il fondamentale bisogno di confronto e conforto da parte del gruppo che la circonda, per poter esprimere dubbi, incertezze, emozioni e ambivalenze.
Capita anche alle madri, anch’esse vengono rapite dalle emozioni inconsce: in quel momento, inaspettato, si manifestano le ambivalenze e le contrarietà, contrapposte nettamente all’altra immagine di sé stessa, quella di madre dedita ai figli, di madre affettiva, docile, accondiscendente.
L’ambivalenza verso il figlio, il desiderio di fare qualcosa per sé stessa e il bisogno di uno spazio individuale, mettono la madre nella posizione di sentirsi sbagliata, in colpa, senza possibilità di uscirne. Per ella, dunque, l’assunto di base diventa che debba viversi una sola parte di sé stessa: senza provare emozioni negative, senza desiderare nulla per sé stessa, senza bisogni individuali. Un’ideale di perfezione più che una figura incarnata ed umana. Questa polarizzazione però non fa altro che amplificare la forza della parte che rimane sommersa, senza equilibrio e continuità. Anche una madre eccessivamente perfetta può non favorire uno sviluppo sano del figlio, così come una madre eccessivamente negativa.
A fare la differenza nella relazione con il figlio, o con chiunque altro, non è la quantità di emozioni negative che emergono o l’evitamento del conflitto: a fare a differenza nella relazione con il figlio è l’autenticità e la capacità di riparare le rotture relazionali, integrando le proprie parti ombra. Donald Winnicot parlava di una madre sufficientemente buona non di una madre perfetta: l’autore si riferiva alla specifica capacità materna di contenere e rispondere ai bisogni del bambino, per poi gradualmente esporlo a delle piccole frustrazioni, favorendo così il suo percorso di sviluppo.
Nell’essere sufficientemente presente e attenta per il figlio la madre risponde ai suoi bisogni ma, nello stesso tempo, osserva e risponde anche alle proprie esigenze, favorendo una relazione sicura con il figlio, ma anche con sé stessa.
L’esclusione delle emozioni negative e della conflittualità, dunque, è solo un’apparente soluzione di pace e serenità: in realtà escluderle non fa altro che amplificare queste emozioni nell’inconscio, rendendole più forti e più distruttive. Lo sviluppo psichico passa anche attraverso l’integrazione di queste parti negative o non adattive, l’importante è che vengano comprese, dotate di significato profondo e senso, nominate all’interno della relazione. Che non rimangano grezze, ma che acquisiscano comprensione e significato. Solo così potranno diventare una risorsa, una modalità per conoscersi meglio e comprendere profondamente anche l’Altro, proprio grazie ed attraverso il conflitto.
Per congedarmi, vorrei utilizzare ancora le parole di Lisa Marchiano:
“La maternità […] Trasforma tutte noi in un modo o nell’altro. Agisce come un fuoco raffinatore, che brucia via ciò che non serve più. Ci chiede di esserci per noi stesse e per i nostri figli. È una chiamata a diventare la persona che siamo destinate ad essere. La maternità è un invito a rivendicare la nostra saggezza e a essere ferme nella nostra conoscenza anche contro i nostri stessi dubbi e i fiumi di critiche da parte degli altri. Quando riusciamo a fare questo, siamo libere di costruire la nostra strada autentica e la nostra storia di individuazione può cominciare 2.”
Dott.ssa Federica Ariani
Psicologa – Psicoterapeuta
1 Stern Daniel e Bruschweiler-Stern; “nascita di una madre. Come l’esperienza della maternità cambia una donna” pp 128
2 Marchiano L, “Motherhood. Affrontare le ombre e superare i conflitti” pp267




