IL MITO DELLA FELICITA’ COSTANTE

Chi non vorrebbe essere sempre felice? Detta così, proprio nessuno. Da sempre la felicità costante, a discapito di tutto, sembra un obiettivo di vita. Vorremmo essere bellissimi, affascinanti, avere successo, amore e denaro, e in questo non c’è niente di male. Il problema insorge nel momento in cui non raggiungere questo obiettivo, che ad oggi non è solo personale ma anche culturale, ci fa sentire sbagliati e fuori posto. I social hanno enormemente amplificato il confronto tra la nostra vita e quella degli altri, tanto da farci dimenticare che ogni post, reel, video è studiato da chi lo pubblica per mostrare un preciso frangente di vita, che si avvicini il più possibile alla perfezione. Spesso da questo deriva la percezione che tutti stiano (e siano) meglio di noi, che gli altri non abbiano momenti di tristezza, noia, pigrizia, solitudine. E mentre osserviamo la felicità ostentata degli altri, nasce un dubbio: “Sono io che ho qualcosa che non va? Perché gli altri sembrano così sereni mentre io ho giornate storte, preoccupazioni, pensieri difficili?” Non ce ne accorgiamo, ma stiamo confrontando la nostra vita reale, completa, imperfetta, fatta di su e giù, con un album di momenti felici costruito per impressionare.

Ad oggi sembra che la felicità sia diventata un obbligo morale: è un obiettivo, un imperativo, qualcosa da raggiungere e mantenere, come fosse la performance sportiva in una gara olimpica. La logica del pensiero positivo a tutti i costi impone di sorridere sempre, perché essere triste sembra una debolezza, di non arrabbiarsi, perché sarebbe poco professionale, non stancarsi mai, perché bisogna essere sempre dare il massimo in ogni cosa e in ogni momento. Ma che gusto c’è ad essere felici e performanti se non può vederlo nessuno? Dunque non basta stare bene, bisogna mostrarlo. Non basta essere sereni, bisogna sembrarlo.

Dal punto di vista psicologico è possibile essere sempre felici? La risposta è no.

Ogni emozione è un segnale di ciò che accade dentro e fuori di noi, come un termometro. Se, dunque, riuscissimo ad eliminare ogni altra emozione ad eccezione della gioia, non riusciremmo a percepire i pericoli, non potendo sentire la paura, non ci accorgeremmo delle ingiustizie e di situazioni che ci mettono a disagio e, per dirla in breve, saremmo indifesi di fronte al mondo e agli altri. Anche gli animali provano emozioni, ed è proprio per questo che riescono a sopravvivere!

Inoltre la nostra mente tende ad uno stato di equilibrio ed è per questo che qualsiasi cosa ci renda felici, come un nuovo lavoro, una relazione, un successo, dopo un po’ si normalizza. Vivere in un costante stato di euforia non sarebbe sostenibile, si chiama adattamento edonico.

Ma cosa succede quando decidiamo di dover essere sempre felici e proviamo ad imporre a noi stessi questa emozione? Semplicemente, accade che stiamo peggio. La positività tossica crea un doppio livello di sofferenza: non solo stiamo male, ma ci sentiamo sbagliati per questo, più lottiamo contro ciò che proviamo, più l’emozione sembra farsi intensa.

La soluzione, dunque, non consiste nell’ostinarsi a raggiungere un modello irrealizzabile, ma nell’accettare le emozioni senza giudizio. Essere tristi non ci rende noiosi, avere paura non dice di noi che siamo deboli. Accettare di essere esseri complessi, che provano una varietà di emozioni e stati d’animo, ci aiuta ad essere più autentici, meno giudicanti verso noi stessi e verso il mondo. La flessibilità emotiva non consiste nell’arrendersi e nel farsi guidare dalle emozioni sempre e comunque, ma nel conoscere meglio anche le parti di noi che non ci piacciono, aiutandoci ad accoglierle e ad usarle al meglio per stare nel mondo e in mezzo agli altri, ma anche nel rapporto con noi stessi. Le emozioni ci dominano quando le ignoriamo, non quando le accogliamo.

Accettare che ciò che proviamo va bene anche quando non è coerente con l’immagine dei social significa vivere le esperienze e i nostri stati interni con una maggiore autenticità. Conoscere le emozioni, anche quelle che non ci piacciono, e chiamarle per nome può aiutarci a gestirle e a ridurne l’intensità. Nel corso degli ultimi anni, fortunatamente, si sente parlare sempre più spesso di educazione emotiva (un bell’esempio è il film di animazione come “Inside-Out”), e di atteggiamento non giudicante verso se stessi, come nella Mindfulness. E’ chiaro che questo, al momento, non possa contrastare i messaggi di perfezione che arrivano dai social, ma ognuno di noi, nel suo piccolo, può almeno provare ad essere un po’ più clemente con se stesso e a dar voce ad ogni parte di sé.

Forse il problema non è che non siamo felici abbastanza, ma che ci è stato insegnato a pensare che dovremmo esserlo sempre.

La felicità continua non esiste, ed è liberatorio scoprirlo. La felicità arriva a ondate. La nostra forza sta nel restare presenti, umani, autentici. Le emozioni non definiscono il nostro valore: sono semplicemente il modo con cui la mente ci parla e ci protegge.

 

dott.ssa Rosella Totaro

Psicologa – Psicoterapeuta

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