RIMUGINIO, RUMINAZIONE E PENSIERI INTRUSIVI: quando il pensiero diventa una trappola

 

La mente non smette mai di pensare. Analizza il passato, anticipa il futuro, costruisce scenari, valuta pericoli e opportunità. Questa attività è utile e necessaria, ma in alcune condizioni può trasformarsi in qualcosa di molto diverso: un flusso di pensieri che non aiuta a risolvere i problemi, ma finisce per amplificare la sofferenza emotiva. È in questo spazio che si collocano tre fenomeni psicologici centrali: il rimuginio, la ruminazione e i pensieri intrusivi.

Riguardo a rimuginio e ruminazione, però, c’è da fare una premessa importante poiché in letteratura non c’è sempre un accordo terminologico: alcuni autori considerano ruminazione e rimuginio come forme unificate di pensiero ripetitivo negativo (repetitive negative thinking) che può riguardare sia eventi passati sia futuri; altri distinguono i due fenomeni per aiutare la formulazione clinica e terapeutica e la loro differenza sta nella “direzione” di questi pensieri: la ruminazione (rumination) tende a focalizzarsi su eventi passati; la rimuginazione (worry) tende ad anticipare problemi futuri.

Qui inizialmente prenderemo in esamine i tre fenomeni in maniera separata, in modo da imparare a distinguerli sia per chi li vive, sia per chi ci lavora.

Il rimuginio (worry) è un pensiero orientato prevalentemente al futuro. È la mente che continua a chiedersi cosa potrebbe andare storto, come prevenire un errore, come evitare una possibile catastrofe. Chi rimugina passa da uno scenario negativo all’altro senza arrivare mai a una conclusione rassicurante. L’obiettivo implicito è di trovare una sicurezza assoluta, ma il risultato l’opposto: più si pensa, più l’ansia cresce.

Dal punto di vista psicologico, il rimuginio è un tentativo di controllo. La mente cerca di ridurre l’incertezza anticipando ogni possibile rischio, ma così mantiene il corpo e il sistema nervoso in uno stato di allerta costante. Questo processo è molto tipico dei disturbi d’ansia, soprattutto dell’ansia generalizzata, ma può comparire in chiunque si senta sotto pressione, responsabile di decisioni importanti o esposto al giudizio altrui.

Uno dei modelli teorici più influenti è quello di Adrian Wells, fondatore della Metacognitive Therapy: nei suoi studi recenti, Wells descrive il rimuginio come una strategia disfunzionale di controllo mentale che mantiene l’ansia attraverso credenze metacognitive (“se rimugino, mi preparo meglio”). Wells mostra che il rimuginio non nasce dal contenuto dei pensieri, ma da come la persona crede di doverli usare per proteggersi.

La ruminazione, invece, guarda nella direzione opposta. Non è rivolta a ciò che potrebbe accadere, ma a ciò che è già accaduto. È il continuo ripensare a errori, fallimenti, relazioni finite o aspetti di sé vissuti come inadeguati. La mente torna e ritorna sugli stessi eventi chiedendosi perché sia successo, cosa si sarebbe potuto fare diversamente, cosa questo dica del proprio valore personale.

La ruminazione ha un tono più emotivo e autocritico rispetto al rimuginio. Non cerca tanto di prevenire un pericolo, quanto di dare un senso a un dolore. Tuttavia, anche in questo caso il pensiero non porta a una vera elaborazione, ma mantiene e approfondisce sentimenti di tristezza, vergogna e impotenza. Per questo la ruminazione è uno dei meccanismi centrali nella depressione: più si rumina, più l’umore peggiora, e più l’umore è basso, più la mente torna a rimuginare sul passato.

La ruminazione è stata ampiamente studiata come fattore che contribuisce alla vulnerabilità, all’esordio e al mantenimento di disturbi dell’umore, in particolare la depressione maggiore, dove è associata a un pensiero perseverativo focalizzato su stati emotivi negativi e sulle loro conseguenze negative. Il modello più citato a livello internazionale è quello di Susan Nolen- Hoeksema, che ha dimostrato come la ruminazione sia un fattore centrale nella depressione.

I pensieri intrusivi, invece, rappresentano ancora un’altra modalità. Non sono il risultato di un ragionamento né di un’analisi, ma arrivano all’improvviso, come immagini, frasi o impulsi che irrompono nella mente senza essere stati scelti. Spesso hanno contenuti disturbanti o inaccettabili per la persona: pensieri aggressivi, sessuali, blasfemi o moralmente contrari ai propri valori.

In uno studio del 2012 a Oxford, Rachman ha dimostrato che oltre il 90% delle persone sperimenta pensieri intrusivi, ma solo una minoranza li interpreta come pericolosi (Rachman, S. (2012). Intrusive thoughts. Oxford University Press).

Ciò che rende i pensieri intrusivi così angoscianti è che sembrano rivelare qualcosa di oscuro su chi li ha. In realtà, non sono espressione di desideri nascosti, ma prodotti casuali della mente. Tutti gli esseri umani hanno pensieri intrusivi; diventano un problema quando vengono interpretati come pericolosi o significativi, come accade spesso nel disturbo ossessivo-compulsivo o dopo eventi traumatici.

Se proviamo a mettere a confronto questi tre fenomeni, emerge una differenza fondamentale nel loro rapporto con il tempo e con il sé. In modo semplificato possiamo dire che:

 il rimuginio è dominato dalla paura del futuro: “E se andasse male?”;

 la ruminazione è bloccata nel passato: “Perché è successo proprio a me?”;

 i pensieri intrusivi sono legati al contenuto del pensiero stesso: “Perché mi è venuta in mente questa cosa?”.

Nel rimuginio e nella ruminazione la persona segue il flusso del pensiero, lo alimenta, lo analizza. Nei pensieri intrusivi, invece, il pensiero viene percepito come un’invasione, qualcosa da cui difendersi.

Queste differenze sono molto importanti in psicoterapia. Lavorare sul rimuginio significa aiutare la persona a tollerare l’incertezza e a ridurre il bisogno di controllo mentale. Lavorare sulla ruminazione significa favorire un modo più compassionevole e meno giudicante di rapportarsi a sé e al proprio passato. Con i pensieri intrusivi, invece, l’obiettivo principale è smettere di temere il pensiero, imparando che avere un’idea non equivale ad agire o desiderare ciò che essa rappresenta.

Passando alle ricerche, negli ultimi anni si è visto che rimuginio e ruminazione attivano circuiti simili, legati alla default mode network, la rete cerebrale coinvolta nel pensiero autoreferenziale (Hamilton et al. (2015). Default-mode and task-positive network activity in major depressive disorder. Biological Psychiatry).

Steven Hayes, fondatore dell’Acceptance and Commitment Therapy (ACT), uno dei modelli più discussi oggi, ha mostrato che rimuginio, ruminazione e pensieri intrusivi diventano patologici quando la persona è “fusa” con i propri pensieri, cioè li vive come verità o comandi: non è il contenuto del pensiero a creare sofferenza, ma il modo in cui ci si relaziona ad esso.

Il padre della terapia cognitiva Aaron Beck e sua figlia Judith Beck hanno aggiornato il modello cognitivo includendo ruminazione e rimuginio come processi transdiagnostici, cioè oltre e al di sopra di qualsiasi etichetta diagnostica: per loro sono abitudini mentali che mantengono ansia e depressione.

David Barlow ha creato nel 2018 il modello Unified Protocol, oggi uno dei più importanti per ansia, depressione e rimuginio: rimuginio e ruminazione sono maggiormente considerati come tentativi di evitare emozioni spiacevoli. In questo modello per i disturbi emotivi si fa dunque riferimento a una tendenza generale al pensiero ripetitivo negativo che mantiene sia ansia sia depressione, senza separare rigidamente passato vs futuro.

Altre ricerche hanno dimostrato che oltre alla psicoterapia classica, in parallelo, la Mindfulness- Based Cognitive Therapy (MBCT) può essere oggi uno dei trattamenti più validati per prevenire la ricaduta depressiva causata dalla ruminazione e per l’apprendere la gestione e l’accettazione dei proprio pensieri.

Tutte queste e altre ricerche convergono nel mostrare che rimuginio, ruminazione e pensieri intrusivi non sono pericolosi in sé, ma diventano fonte di sofferenza quando la persona si identifica con i propri pensieri e cerca di controllarli.

In tutti e tre i casi, il problema non è il fatto di pensare, ma il modo in cui ci si relaziona ai propri pensieri. Quando la mente diventa una trappola, imparare a osservarla senza seguirla o combatterla può essere uno dei passi più importanti verso il benessere psicologico.

 

Dott. Riccardo Falconieri

Psicologo – Psicoterapeuta

 

 

Riferimenti bibliografici

Wells, A. (2011). Metacognitive therapy for anxiety and depression. Guilford Press.

Nolen-Hoeksema, S. (1991, aggiornato in molte rassegne successive) – Rumination and Depression

Barlow, D. H. et al. (2011). Unified Protocol for Transdiagnostic Treatment

Beck, J. S. (2011, 2020). Cognitive Behavior Therapy: Basics and Beyond. Guilford.

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