DIAGNOSI DI ADHD IN AUMENTO: epidemia o sovrastima?

Negli ultimi decenni si è registrato un aumento delle diagnosi di ADHD, un disturbo del neurosviluppo che ha origine nell’infanzia ma si riscontra anche in adolescenti e adulti. Spesso la diagnosi di ADHD si accompagna ad altre difficoltà, come il Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP) o il Disturbo della Condotta (DC). Non è così raro trovarsi di fronte a bambini che hanno “collezionato” una serie di diagnosi che a volte però non rendono la complessità del funzionamento, ma contribuiscono a rendere il profilo ancora più frammentato e poco comprensibile. Oltre a ciò sempre più adulti si rivolgono allo psicologo presentandosi come persone con ADHD, auto-diagnosticandosi il disturbo attraverso test trovati sul web o riconoscendosi nella descrizione video di alcuni influencer che parlano delle loro difficoltà.

Ci troviamo quindi di fronte a un’esplosione di casi e a una reale epidemia di ADHD? O forse possiamo spiegare il fenomeno in altro modo? Proviamo a fare chiarezza.

Cos’è l’ADHD?

Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD – Attention Deficit/Hyperactivity Disease) è un disturbo del neurosviluppo che insorge nell’infanzia, ma può perdurare anche in adolescenza e in età adulta. Si manifesta con sintomi di inattenzione, impulsività, iperattività che interferiscono significativamente sul funzionamento quotidiano in diversi contesti di vita (famigliare, sociale, scolastico, lavorativo).

I bambini con ADHD possono avere difficoltà di concentrazione, dimenticare facilmente le cose, essere distratti, manifestare impulsività (non attendere il proprio turno o agire senza pensare). Nel bambino con ADHD queste caratteristiche non sono solamente dei tratti, ma si presentano come sintomi in quanto impattano significativamente sul rendimento scolastico, sulle relazioni con i coetanei e sulla gestione delle emozioni. Inoltre, le difficoltà legate all‘ADHD possono condurre a un crescente senso di frustrazione e a difficoltà nell’autoregolazione emotiva, aspetti che possono influire sull’immagine di sé e sul comportamento sociale.

Negli adulti l’aspetto di iperattività tende a ridursi, ma rimangono evidenti le caratteristiche di disattenzione e di impulsività e spesso l’ADHD si accompagna ad altre difficoltà tra cui i disturbi dell’umore e la dipendenza da alcol o sostanze (Young et al. 2003).

Qual è la causa?

Non si ritiene che vi sia un’unica causa specifica alla base del disturbo, ma diverse variabili possono contribuire al suo sviluppo (componenti genetiche, biochimiche, di sviluppo sensitivo-motorie, fisiche oltre che ambientali-comportamentali). A livello neurofunzionale sono coinvolti i neurotrasmettitori di tipo dopaminergico e noradrenergico e si evidenzia una ridotta attività nella parte superiore del tronco encefalico e nelle connessioni fronto-mesencefaliche. Solo il 5% dei bambini con ADHD non presenta danno neurologico.

Quanto è presente nella popolazione?

L’ADHD ha un’incidenza del 5% tra i bambini e del 2,5% tra gli adulti. La prevalenza è maschile, infatti è circa due volte più comune nei maschi rispetto alle femmine, tuttavia la variante prevalentemente iperattiva/impulsiva si verifica più frequentemente nei maschi, mentre il sottotipo disattento si riscontra con simile frequenza in entrambi i sessi. Il disturbo da deficit di attenzione/iperattività tende a ripresentarsi all’interno della stessa famiglia.

In Italia, la stima (casi attesi) è di circa 1.265.000 persone con ADHD, di cui circa 317.000 minori tra i 6 e i 17 anni e circa 948.000 adulti tra i 18 e i 67 anni (AIFA, 2025).

Diagnosi: chi e come?

La diagnosi viene fatta da un professionista sanitario (psicologo, medico neuropsichiatra infantile, medico psichiatra) formato sul tema. Si tratta di una diagnosi clinica alla quale si arriva attraverso colloqui con i genitori, con le insegnanti, con altre figure di riferimento (come può essere un allenatore), osservando il comportamento del bambino, compilando questionari e scale di valutazione validate.

La diagnosi va posta seguendo i manuali riconosciuti e condivisi nella comunità scientifica, ovvero l’ICD-10 o il DSM-5-TR. Nel caso del DSM-5-TR i sintomi devono insorgere prima dei 12 anni, manifestarsi per almeno 6 mesi, presentarsi in due o più contesti di vita, interferire sulla quotidianità e devono essere presenti almeno 6 segni e sintomi dei 9 elencati in uno o più gruppi.

Esistono tre sottotipi:

sottotipo disattento (presenza di almeno 6 segni e sintomi di disattenzione);
sottotipo impulsivo-iperattivo (presenza di almeno 6 segni e sintomi di impulsività-iperattività);
sottotipo combinato (presenza di almeno 6 sintomi tra quelli di disattenzione e impulsività-iperattività).

L’ADHD essendo un disturbo del neurosviluppo è una condizione neurologica, diversamente dal Disturbo Oppositivo Provocatorio o dal Disturbo della Condotta, che con l’ADHD condividono le manifestazioni comportamentali. Anche nell’adulto i sintomi di disattenzione e impulsività possono essere condivisi con altri quadri diagnostici, come il disturbo bipolare, il disturbo borderline di personalità, la distimia, la ciclotimia o il disturbo da abuso di sostanze. Fare una corretta diagnosi differenziale, ovvero saper distinguere quadri diagnostici diversi che possono avere in comune alcuni sintomi, è fondamentale per scegliere il percorso terapeutico adeguato.

Quali sono i motivi dell’aumento delle diagnosi?

Un approfondimento pubblicato sulla rivista Nature (Pearson, 2025) identifica alcuni aspetti da considerare.

Criteri diagnostici più ampi

Con la pubblicazione della quinta edizione del DSM nel 2013 il criterio dell’età si è elevato ai 12 anni, mentre nell’edizione precedente i sintomi dovevano essere presenti prima dei 7 anni. Inoltre per fare diagnosi nell’adulto è ora sufficiente la presenza di 5 sintomi (nei bambini rimangono almeno 6). Questi cambiamenti hanno aumentato la possibilità per le persone di rientrare nei rangestabiliti.

Diagnosi meno rigorose

Uno tra i motivi dell’aumento delle diagnosi è legato al modo con cui questo disturbo viene identificato. Spesso si assiste a una diagnosi che non viene posta seguendo i criteri in modo adeguato, soprattutto per ciò che concerne l’impatto che i sintomi devono avere sulla vita della persona inficiando in modo significativo la sua quotidianità. Inoltre alcuni studi che rilevano un aumento dei casi si basano su dati non rigorosi, come un sondaggio nazionale americano citato in un report della commissione statunitense MakeAmerica Healthy Again (2025) nel quale ai genitori era stato chiesto se un medico avesse mai detto che il loro bambino aveva l’ADHD, portando a risultati falsati e potenzialmente  aumentati.

Quando vengono applicate procedure standardizzate per valutare i sintomi, gli scienziati evidenziano una prevalenza uniforme a livello mondiale, cioè l’ADHD è presente nel 5,4% dei bambini e nel 2,6% degli adulti.

Aumento della consapevolezza

Sappiamo che l’ADHD è un disturbo ereditabile (il tasso di ereditabilità è tra il 70% e l’80%) e la diagnosi nei figli ha probabilmente portato a un aumento della diagnosi nei genitori, che a loro volta hanno trovato una risposta ad alcuni loro comportamenti presenti già nell’infanzia, ma mai riconosciuti come relativi all’ADHD. Inoltre l’aumento della consapevolezza del disturbo non si è verificato solo all’interno delle famiglie con membri con ADHD, bensì anche l’opinione pubblica è stata sensibilizzata attraverso i social media e da quei personaggi pubblici che hanno raccontato la loro personale esperienza. Quest’ultimo fattore può anch’esso aver contribuito a una maggiore richiesta di valutazione del disturbo.  

Influenza dell’ambiente

Nell’articolo pubblicato su Nature alcuni esperti suggeriscono che la quotidianità (scuola, luoghi di lavoro) è diventata così complessa da rendere più evidenti le difficoltà legate all’ADHD. Ad esempio se l’aspettativa è che a scuola i bambini stiano seduti e in silenzio allora quelli che potrebbero essere tratti di disattenzione o di iperattività possono invece sembrare dei veri e propri problemi. Viene suggerito che l’ADHD sia un disturbo “contesto-dipendente” e di conseguenza se la scuola o il luogo di lavoro funzionassero diversamente si potrebbe assistere a una riduzione delle difficoltà manifestate.

In conclusione, ci troviamo davanti a un reale incremento dei casi di ADHD?

La risposta è negativa, o meglio, l’aumento delle diagnosi è solo in parte dovuto a un reale incremento dei casi, per la restante parte giocano un ruolo rilevante alcuni fattori ambientali, culturali e i cambiamenti nei criteri diagnostici.

 

Bibliografia

Agenzia Italiana del Farmaco (2025, 11 ottobre). Appropriatezza d’uso di medicinali innovativi e ad alto costo: I Registri di monitoraggio AIFA. [Registro di monitoraggio] Agenzia Italiana del Farmaco. www.aifa.gov.it

American Psychiatric Association (2013). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – Quinta edizione. DSM-5. Tr.it. Raffaello Cortina, Milano, 2015.

Pearson, H. (2025). ADHD diagnoses are growing. What’s going on?Nature, 647, 836-840.

Make America Healthy Again Commission (2025, 22 maggio). The MAHA Report: Make Our Children Healthy Again Assessment. [Report governativo] The Whitehouse – USS. https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2025/05/MAHA-Report-The-White-House.pdf

Young S., Toone B. e Tyson C. (2003). Comorbidy and psychosocial profile of adults with Attention Deficit Hyperactivity Disorder”. Personality and Individual Differences, 35, 743-755.

 

Dott.ssa Tatiana Giunta

Psicologa – Psicoterapeuta

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