
Mi piacciono i libri di imprese sportive, sia in solitaria, sia in squadra.
Mi affascina e sorprende come altri esseri umani riescano ad avere tanta disciplina, capacità di adattamento, sopportazione delle privazioni e a gestire le emozioni in situazioni veramente avverse, o sotto forte stress.
Mi riferisco agli ultra runner, agli alpinisti, agli atleti paraolimpici, alle forze dell’ordine e a quelle armate. A persone come Alex Zanardi, Ernest Shackleton, Thor Hayerdahl, Hermann Buhl, Pietro Mennea, Gino Strada, l’ufficiale Giulio Monti e a tutti coloro che fanno le acrobazie per arrivare a fine mese. che spider man dovrebbe andare a scuola da loro.
Persone che si distinguono dalle altre, prima che per le loro capacità fisiche, per la loro capacità di autoregolazione emotiva, senza la quale non sarebbero in grado di utilizzare le competenze fisiche e tecniche acquisite.
Ma perché tanto stupore e ammirazione? Perché in situazioni di forte stress fisico e/o emotivo noi torniamo a funzionare come gli uomini primitivi, come se non ci fosse stata evoluzione cerebrale e sociale, e lo facciamo perché è scritto nel nostro cervello che lo dobbiamo fare.
Mi spiego meglio. MacLean ha dimostrato che il nostro cervello è formato da tre cervelli, che hanno funzioni differenti, e che si sono formati con l’evoluzione umana, fisica e sociale.
I tre cervelli sono: rettiliano, limbico e neocorticale (l’ordine va dal più antico al più recente).
Il cervello rettiliano è quello che condividiamo con i rettili. Le sue funzioni sono di costruire una tana, difendere il territorio, sopravvivere e accoppiarsi. E’ il regno delle risposte d’impulso, quelle su cui non devi pensare, perché metterti a pensare può farti diventare la cena di un altro predatore. Questo cervello innesca risposte veloci, automatiche e rigide: attacca, fuggi, o fingiti morto.
Il cervello limbico (o sistema limbico) è quello che condividiamo con gli altri mammiferi. E’ il cervello che prova le emozioni di base e le usa per sopravvivere nel mondo naturale e sociale.
Il cervello neocorticale è formato dalla neocorteccia, che ci contraddistingue dagli altri animali come essere umani. E’ il cervello che pensa, che regola le emozioni e gli impulsi, che posticipa la soddisfazione di un bisogno anche primario (come mangiare), che tollera la frustrazione, che ci fa rimanere focalizzati su un compito.
Quest’ultimo cervello si è plasmato con l’evoluzione naturale, sociale e culturale, che continuano a plasmarlo.
Certo in una società che manda continui stimoli distraenti, che persegue il tutto e subito, mantenere in buona salute il cervello neocorticale e non tornare a funzionare prevalentemente a livello rettiliano diventa difficile.
Che si voglia affrontare una ultra maratona, arrampicarmi su di una montagna, fare un viaggio intorno al mondo in solitaria in barca a vela, lavorare in smart working, o sopravvivere nei social si deve avere quattro capacità psicologiche, come scrive Piero Trabucchi nel suo libro Nelle tempeste del futuro, edito da Corbaccio:
1 Reggere l’incertezza in un mondo sempre più instabile.
2 Pensare in modo autonomo evitando di essere manipolati.
3 Diminuire l’ego imparando ad accettare i limiti.
4 Sapersi autoregolare in una società che incoraggia la mancanza di autocontrollo.
Con la fine della guerra fredda, con l’avvento di globalizzazione e internet, e con il cambiamento climatico il mondo è cambiato moltissimo in una trentina di anni. Incertezza, instabilità, complessità, disuguaglianze sempre più spiccate, nazionalismi, minacce alla pace stanno diventando le caratteristiche dominanti di questo mondo. Abbiamo sempre più bisogno delle nostre capacità neocorticali per poterci adattare.
Gran parte dello stress che viviamo non arriva da eventi reali, ma proviene da un senso di frustrazione che deriva da aspettative eccessive da parte degli altri e di noi stessi, dalla soddisfazione in tempi brevi dei bisogni nostri e altrui e da difficoltà di autoregolazione emotiva. Scrive Trabucchi che “il narcisismo impazzito dell’era di Facebook origina in gran parte da qui”.
La padronanza di sé può essere allenata fino al punto di governare le reazioni ancestrali, che arrivano dal cervello rettiliano. Non è facile, perché il cervello rettiliano e limbico quando si attivano spengono la neocorteccia, ma non è nemmeno impossibile.
Scriveva infatti Bion che “il buon generale è colui che rimane calmo mentre piovono bombe da tutte le parti”.
Il mondo in cui viviamo non è più solo quello della savana. Molto importanti sono quindi lo stile di vita, le abitudini e i contesti sociali in cui viviamo e che possono influenzarci nella ricerca del tutto e subito, nell’essere facilmente distraibili, o iper emotivi; oppure ci possono insegnare a posticipare la gratificazione, a rimanere concentrati, a regolare le emozioni. E’ questo che fa la differenza.
Un’ educazione che protegge dal fallimento e dalla frustrazione, che delega agli apparecchi video l’intrattenimento, che non insegna a preparare la cartella, a gestire il tempo e ad annoiarsi, non permette una crescita e una gestione autonoma.
Come spesso accade la corretta via sta nel mezzo: poche disciplina, regole e limiti, come essere genitori direttivi per un lungo periodo, non permettono lo sviluppo di capacità autoregolative. La mancanza di queste capacità di traduce a livello cerebrale in uno scarso sviluppo delle aree prefrontali, che permettono di pensare e modulare le spinte dei cervelli rettiliano e limbico.
Nell’adulto l’allenamento all’autoregolazione comincia dallo stile di vita, inserendo un po’ alla volta la disciplina, resistendo alle tentazioni, imparando a stare nelle emozioni spiacevoli e nell’incertezza senza demotivarsi, utilizzando maggiormente la forza di volontà. Prima di tutto bisogna diventare consapevoli delle carenze e per farlo di deve prestare attenzione, successivamente si impara a regolare le risposte.
La forza di una persona, prima che dalle procedure e dall’allenamento, dipende dal mindset, che ha cominciato a formarsi ben prima dell’allenamento.
La capacità di saper attendere e andare avanti, anche quando il contesto non ha un significato comprensibile; saper reggere l’ansia in situazioni dove manca una visione chiara e saper perseverare anche senza soluzioni all’orizzonte aumentano il senso di controllo personale.
Internet e gli smartphone che dovevano semplificarci la vita e donarci più tempo libero, la vita ce l’hanno invasa. Ci hanno portato a vivere nel non reale, dove diventa difficile distinguere tra finzione e realtà e quando non riusciamo a fare questa distinzione diventa difficile pensare in autonomia.
Per acquisire la capacità di pensare in autonomia dobbiamo vivere il più possibile nel reale, fare a meno della tecnologia quando è possibile, informarsi da fonti attendibili e studiare. Tutto ciò è faticoso, per cui cerchiamo delle scorciatoie che semplifichino le cose, ma ciò conduce più facilmente a distorsioni ingenue come “complottismo”, “nazionalismo spinto” e “negazionismo”.
Più uso facciamo della tecnologia meno siamo in contatto con noi stessi e sfruttiamo le nostre capacità. Usiamo un’applicazione per sapere se abbiamo dormito bene, mangiamo perché è ora di farlo, ci orientiamo col navigatore, ci vestiamo in base alle previsioni meteo, perdiamo sempre di più la percezione “interocettiva”: l’insieme delle sensazioni che provengono dal nostro corpo e che ci fa sapere se abbiamo fame, sonno, se siamo riposati, stanchi, accaldati, infreddoliti e se stiamo camminando nella direzione giusta.
La base del senso di realtà si colloca nell’esperienza diretta, sensoriale e corporea.
Perdere il contatto col nostro corpo e con noi stessi ci rende incapaci di elaborare in modo autonomo le esperienze.
La conoscenza si basa sull’integrazione tra esperienze interpersonali, sensoriali e riflessive.
La neocorteccia riconosce le sensazioni che arrivano dal corpo e sa dar loro un significato.
Capisce se che ciò che sentiamo nella pancia è fame, o è ansia.
La neocorteccia sa stare nella frustrazione e non ci fa prendere un coltello per eliminare chi ci disturba (si vedano diversi episodi di cronaca recenti).
Privati dell’esperienza diretta del corpo e delle emozioni, ci dobbiamo basare solo su ragionamenti e su input esterni, che per essere comprensibili vengono iper semplificati, diventiamo quindi più manipolabili. Ricordiamoci che le semplificazioni sono rigide, durature e impermeabili al confronto con la realtà (a tal proposito se vedano le campagne elettorali dei leader di estrema destra dell’AfD in Germania, del BJP in India, di Futuro Nazionale in Italia).
Affrontati i punti 1, 2 e 4 del lavoro su di noi, possiamo passare al terzo: ridimensionare l’ego.
Le persone che ho citato a inizio articolo non sono persone con capacità fuori del comune, sono persone che sanno reggere l’incertezza, pensare in modo autonomo e conoscono i propri limiti. Ed è proprio dalla consapevolezza dei propri limiti, che partono per raggiungere gli obiettivi. Questa consapevolezza ti permette di studiare come i cileni possono aver attraversato l’oceano Pacifico a bordo di una barca di legno per arrivare in Indonesia e poi replicarlo (si ricordi il documentario Kontiki, su questa traversata realizzato da Thor Hayerdahl), ti salva la vita sopra gli 8000 invece di ignorare l’interocezione e raggiungere la vetta.
Cresciamo confrontandoci con i nostri limiti, uscendo dall’area di comfort, aumentando la nostra esperienza del reale e tutto ciò accresce la nostra sensazione di potercela fare, ci fa ridimensionale l’ego, ci fa ascolta le ragioni degli altri ed essere empatici.
In conclusione: se vogliamo cavarcela dobbiamo tornare a fare noi le cose senza delegare alla tecnologia, ad essere in contatto con noi stessi e gli altri, a studiare e informarci.
Dott.ssa Luigina Pugno
Bibliografia
Trabucchi P., Nelle tempeste del futuro, ed Corbaccio
Malvaldi M. Un’altra idea dell’India, ADD editore




