IL VILLAGGIO CHE MANCA: maternità e solitudine nella società contemporanea

Negli ultimi anni, il tema della maternità è diventato oggetto di una riflessione sempre più ampia, soprattutto sul piano psicologico. Accanto all’immagine tradizionale della madre idealizzata – fatta di amore incondizionato, completezza e benessere totale – stanno emergendo narrazioni più realistiche, che includono anche vissuti complessi, ambivalenti e talvolta faticosi. Molte donne, soprattutto nella fase della neo-maternità, sperimentano emozioni che non sempre corrispondono a ciò che culturalmente viene raccontato come “naturale” o “scontato”.

Per lungo tempo, infatti, la maternità è stata rappresentata come un’esperienza esclusivamente positiva, quasi idilliaca. Un’immagine tramandata di generazione in generazione, che rischia però di creare un divario tra l’ideale e il vissuto reale. Quando questo scarto non viene nominato, può trasformarsi in un terreno fertile per sensi di colpa, inadeguatezza e silenzi. Fortunatamente, negli ultimi anni, il cosiddetto “lato ombroso” della maternità sta trovando sempre più spazio nel discorso pubblico. Sui social e nei contesti di confronto tra pari, molte donne condividono le proprie esperienze non solo per raccontarsi, ma per informare, sensibilizzare e normalizzare vissuti che, in realtà, sono molto comuni.

Ma quali cambiamenti sono avvenuti davvero sul piano sociale?

Nel passato, il ruolo materno era spesso associato a un’idea di sacrificio totale. In molte culture, la donna veniva vista come il perno della famiglia, chiamata a dedicarsi completamente alla cura dei figli e alla gestione della casa, spesso a discapito dei propri bisogni, desideri e ambizioni personali. Questo modello, profondamente radicato nelle aspettative sociali e culturali, definiva la maternità come un dovere quasi sacro. Dal punto di vista psicologico, ciò poteva tradursi in stress, senso di colpa e perdita di identità, poiché il valore della donna sembrava dipendere unicamente dalla sua capacità di annullarsi per gli altri.

Oggi il panorama appare profondamente mutato. Le madri sono più consapevoli dei propri bisogni emotivi e la maternità viene sempre più pensata come un’esperienza che può e deve coesistere con l’identità personale. La società contemporanea, almeno a livello teorico, riconosce l’importanza del benessere psicologico materno, sottolineando come prendersi cura di sé non sia in contraddizione con il prendersi cura dei figli, ma ne sia piuttosto una condizione fondamentale.

Nonostante questo cambiamento, molte donne si trovano ancora a fare i conti con l’eredità del modello tradizionale. La pressione di dover essere “madri perfette”, capaci di conciliare lavoro, famiglia, relazione di coppia e realizzazione personale, può generare frustrazione e sensi di colpa. È frequente, ad esempio, che una madre si senta inadeguata se decide di ritagliarsi uno spazio per sé, un momento di riposo o un’uscita con le amiche, vivendo queste scelte come una mancanza verso i figli o il partner. Allo stesso tempo, persiste un ideale sociale che celebra la madre instancabile, sempre sorridente e capace di far fronte a tutto senza mai cedere.

La differenza rispetto al passato è che oggi queste difficoltà vengono affrontate con una maggiore consapevolezza psicologica. Sempre più madri cercano di stabilire limiti, di chiedere aiuto e di riconoscere il valore della propria crescita personale. La partecipazione a gruppi di supporto, percorsi di mindfulness o spazi di confronto permette di dare un nome allo stress, di legittimare i bisogni e di ridurre il senso di isolamento. Anche la condivisione delle responsabilità genitoriali e la riscoperta di hobby e interessi personali vengono sempre più riconosciute come risorse, non come atti egoistici.

La maternità, quindi, si configura oggi come un’esperienza complessa e sfaccettata: non più solo sacrificio totale, ma un percorso in cui l’equilibrio tra sé e l’altro diventa centrale. Un equilibrio che non cancella le radici del passato, ma prova a trasformarle in qualcosa di più sostenibile.

A questo cambiamento nel modo di vivere la maternità si affianca un’ulteriore trasformazione: il modo di crescere un figlio all’interno della società.

Esiste un proverbio, attribuito alla tradizione africana, che recita: “Per crescere un bambino ci vuole un villaggio”. Una frase semplice ma densa di significato, che sottolinea come lo sviluppo e il benessere di un bambino non dipendano solo dai genitori, ma dalla presenza di una rete più ampia di relazioni e di sostegno.

Quel villaggio, però, oggi è profondamente diverso rispetto al passato. Un tempo era concreto e vicino: famiglie allargate che vivevano insieme o nello stesso quartiere, vicini di casa che si conoscevano, relazioni stabili che offrivano ai bambini più figure adulte di riferimento e, allo stesso tempo, ai genitori un supporto quotidiano. Oggi, invece, questo villaggio appare spesso frammentato. Le famiglie vivono lontane dai parenti, i ritmi di lavoro sono intensi e i legami di vicinato più deboli. Molti genitori si trovano così a crescere i figli in una condizione di forte isolamento.

Anche il ruolo dei nonni, che tradizionalmente rappresentavano una risorsa fondamentale, sembra talvolta perdere equilibrio. Spesso l’attenzione è concentrata esclusivamente sul nipote, con entusiasmo e affetto, mentre i bisogni emotivi e pratici dei genitori passano in secondo piano. La “generazione di mezzo” rischia di diventare invisibile: stanca, piena di dubbi, bisognosa di ascolto e sostegno, ma spesso destinataria di consigli non richiesti o critiche che possono aumentare il senso di solitudine.

Quando i nonni rimangono solo nel ruolo di “nonni del nuovo arrivato/a” e non anche di “genitori di figli adulti”, il villaggio perde il suo equilibrio. Ritrovare questa reciprocità avrebbe un beneficio a più livelli: per i genitori, che possono continuare a sentirsi sostenuti senza rinunciare alla propria autonomia, e per i bambini, che crescono osservando adulti capaci di collaborare, sostenersi e fare rete.

Il villaggio naturale e spontaneo di un tempo si è in gran parte dissolto, ma questo non significa che non possa essere ricreato in modo consapevole. Oggi il villaggio può assumere forme nuove: gruppi di mamme e papà che si incontrano nei parchi, servizi educativi che diventano spazi di comunità, reti di amicizie che si sostengono a vicenda. In alcuni casi, anche le comunità virtuali e i social network possono offrire un primo livello di riconoscimento e appartenenza.

In conclusione, ripensare la maternità e la genitorialità significa riconoscere che nessuno dovrebbe affrontarle in solitudine. Dare spazio ai vissuti reali delle madri, legittimare la complessità emotiva e ricostruire forme di villaggio – anche nuove e imperfette – rappresenta un passo fondamentale verso un benessere che non riguarda solo il singolo individuo, ma l’intero sistema familiare e sociale. Crescere figli, oggi più che mai, è un compito condiviso.

Dott.ssa Sonia Allegro

Psicologa – Psicoterapeuta

Scorri in alto