Negli ultimi anni si è sentito parlare con sempre maggiore frequenza di gaslighting, tema già approfondito in questo articolo del 2021. Ne esiste un tipo particolare però, il gaslighting medico, che si verifica quando professionisti sanitari minimizzano o negano le preoccupazioni dei pazienti riguardo alla loro salute senza averne indagato in maniera adeguata i sintomi. A differenza di quanto accade nelle relazioni interpersonali, questo tipo di gaslighting non è necessariamente intenzionale: può essere frutto di mancanza di tempo o di formazione da parte del professionista, di bias inconsci o di un atteggiamento paternalistico. Non sorprende scoprire che le persone più soggette a gaslighting medico appartengono a categorie vulnerabili o minoranze.
Tra queste le donne, percepite come più “melodrammatiche” rispetto agli uomini. In tale gruppo segnali di patologie organiche possono essere più facilmente attribuiti dal personale sanitario a disturbi mentali, con conseguenti diagnosi tardive.
Se pensiamo alla violenza ostetrica, essa è un chiaro esempio di medical gaslighting in cui i sintomi e i bisogni delle pazienti vengono sminuiti e ignorati e i loro diritti disconosciuti. La ginecologia non è l’unico ambito in cui questo tipo di manipolazione si manifesta: uno studio ha mostrato come donne giunte in pronto soccorso per dolore toracico abbiano atteso di essere visitate un tempo superiore del 33% rispetto a uomini che riferivano i medesimi sintomi.
Un altro gruppo i cui sintomi e preoccupazioni vengono spesso minimizzati è rappresentato da individui affetti da condizioni permanenti o invisibili come malattie autoimmuni o dolore cronico, che possono essere fraintesi o sottovalutati dai medici. Da evidenziare che tali patologie colpiscono con maggiore incidenza le donne.
Minoranze etniche o culturali sono anch’esse più esposte a medical gaslighting, perché più facilmente vittime di pregiudizi e discriminazioni. Si pensi ad esempio alla comunità LGBTQIA+ o, negli Stati Uniti, a quella afroamericana spesso descritta come “simulatrice”.
Sorte analoga spetta ad anziani e a persone affette da patologie mentali, ritenuti poco affidabili, “solo ansiosi” o “ipocondriaci” e quindi liquidati velocemente senza approfondimenti clinici.
Sulla manipolazione medica si innesta un altro tema importante, quello della ricerca, che si è a lungo avvalsa di volontari maschi bianchi. Questo significa che molte delle informazioni che si hanno circa malattie, loro eziopatogenesi, decorso e cura sono tarate su una fetta specifica della popolazione ma potrebbero non valere (e si sta scoprendo che spesso è così) per donne, non caucasici, anziani, etc.
Perciò, nel rapporto con il paziente, il personale sanitario oltre a mettere in campo più o meno consapevolmente pregiudizi e bias, non sempre dispone di informazioni sufficienti per diagnosi e trattamento della sua patologia. Inoltre nei percorsi formativi è carente, se non del tutto assente, una formazione rivolta agli aspetti relazionali e comunicativi della professione.
Ma che cosa capita alle vittime di medical gaslighting? Esse possono sentirsi confuse, frustrate, impotenti e arrivare a dubitare della loro percezione della realtà con ricadute significative su salute e benessere: la sfiducia nelle proprie sensazioni e, parallelamente, nel sistema sanitario, possono ritardare diagnosi o portare allo sviluppo di ansia e depressione.
Appare quindi necessario da un lato formare e informare il personale sanitario sui pericoli di questo tipo di manipolazione e sulle strategie per aggirarlo e dall’altro rendere i pazienti consapevoli dei propri diritti.
Dott.ssa Arianna Calabrese
Psicologa – Psicoterapeuta
Bibliografia




