Negli ultimi anni si è consumata una trasformazione culturale che pochi avrebbero previsto con questa rapidità: termini un tempo confinati agli studi degli psicologi e ai manuali diagnostici come narcisismo, trauma, gaslighting, ADHD, relazione tossica, sono entrati a far parte del linguaggio comune poiché veicolati da video brevi, infografiche, post condivisi milioni di volte sui social media o in conversazione tra amici che usano questi termini con la stessa disinvoltura con cui si parlerebbe del meteo. Questo fenomeno rappresenta un cambiamento che racconta molto del nostro tempo, e che porta con sé una doppia natura, luminosa e ambigua allo stesso tempo. Da una parte, questa esposizione diffusa ha contribuito a smontare decenni di stigma legati alla sofferenza psicologica che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha cercato di contrastare per garantire un accesso più ampio alle cure (World Health Organization, 2022); i social, infatti, hanno probabilmente in pochi anni e in modo molto rapido più di quanto decenni di campagne istituzionali fossero riusciti a ottenere. Milioni di persone hanno scoperto, guardando un video o leggendo un post, che soffrire non significa essere deboli, e che chiedere aiuto è un gesto di cura verso se stessi piuttosto che un’ammissione di fallimento. Tuttavia, accanto a questa conquista si è insinuato, quasi senza che ce ne accorgessimo, un fenomeno più insidioso. La psicologia, entrando nello spazio dei social media, ha dovuto adattarsi alle regole di quello stesso spazio, e quelle regole non sono le regole della scienza. Gli algoritmi non premiano la prudenza, la sfumatura, il “dipende dal contesto”, dalla personale storia di vita o da fattori biologici e genetici che ogni buon clinico ha bene in mente. Premiano ciò che colpisce in tre secondi, ciò che genera un moto di riconoscimento immediato, ciò che si può riassumere in una lista di cinque punti facilmente memorizzabili. E così un disturbo che richiederebbe anni di studio per essere compreso nella sua interezza diventa un elenco di comportamenti da spuntare, quasi un test a risposta multipla applicato alla propria vita.
Questo scarto tra la logica della scienza e la logica della viralità non è soltanto un’impressione superficiale: la ricerca ha iniziato a documentarlo con una certa sistematicità. Corzine e Roy, ad esempio, hanno esplorato da vicino il modo in cui i social media alimentano vere e proprie ondate di autodiagnosi in ambito di salute mentale (Corzine & Roy, 2024), mentre un gruppo di studiosi coordinato da Monteith ha messo in luce quanto queste dinamiche possano complicare, più che facilitare, il lavoro clinico quando un paziente arriva in consultazione già convinto di una diagnosi costruita altrove (Monteith et al., 2024).
L’ADHD è forse l’esempio più emblematico di questa trasformazione. È una condizione neuroevolutiva reale, che l’American Psychiatric Association definisce attraverso criteri precisi nel proprio manuale diagnostico (American Psychiatric Association, 2022), e che richiede una valutazione lunga, stratificata, attenta alla storia di sviluppo della persona. Eppure online è diventata, per molti versi, un’esperienza da riconoscere piuttosto che da diagnosticare: basta dimenticare le chiavi qualche volta di troppo, o procrastinare una scadenza, perché il video giusto al momento giusto faccia scattare il pensiero “forse ce l’ho anch’io”. Rizwan e Weigle hanno dedicato a questo fenomeno un’analisi specifica, interrogandosi su cosa accada quando l’influencer prende il posto, nell’immaginario collettivo, dello psichiatra (Rizwan & Weigle, 2025); e uno studio condotto da Ahmed, Cheema e Rehman ha mostrato come il semplice meccanismo del “mi piace” possa trasformarsi in un motore silenzioso di autoetichettamento diagnostico, quasi senza che l’utente se ne renda conto (Ahmed et al., 2025).
Non è un caso che a pagare il prezzo più alto di questa dinamica siano spesso i più giovani. È stato condotto, non a caso, uno studio pilota su ragazzi che entravano per la prima volta in un percorso di cura per disturbi dell’umore e d’ansia, dal quale è emerso quanto l’autodiagnosi maturata sui social preceda, e talvolta ostacoli, l’incontro con una valutazione clinica vera e propria (Armstrong, Osuch, Wammes, et al., 2025). È un dato che dovrebbe far riflettere: l’adolescenza è per definizione il momento in cui si cerca disperatamente un nome per ciò che si prova, e se quel nome arriva prima ancora di aver davvero esplorato l’esperienza, il rischio è che l’etichetta smetta di aiutare e inizi a definire.
Ed è qui che il discorso si allarga a qualcosa di più profondo, che va oltre il singolo disturbo o la singola parola inflazionata. Quando ogni emozione difficile trova immediatamente una casella pronta ad accoglierla, si insinua quella che alcuni studiosi chiamano psicologizzazione della vita quotidiana vale a dire, la tendenza a leggere ogni delusione, ogni conflitto, ogni momento di fatica attraverso il linguaggio clinico, come se la vita ordinaria non potesse più permettersi di essere semplicemente difficile senza diventare anche patologica. E qui la distinzione clinica tra avere un disturbo ed essere quel disturbo torna centrale: le linee guida per il trattamento della depressione elaborate dall’American Psychological Association insistono proprio su questo, sulla necessità di costruire percorsi terapeutici che non riducano mai la persona alla sua diagnosi (American Psychological Association, 2023), perché un’identità costruita interamente attorno all’etichetta rischia paradossalmente di rendere più difficile immaginare un cambiamento.
Come ogni medaglia porta con sé due facce, anche in questo caso però dovremmo provare a vederne il rovescio per evitare di etichettare il fenomeno solo ed esclusivamente come un problema. Ci sono innumerevoli storie di persone che, grazie a un video trovato per caso in un momento di sconforto, hanno trovato il coraggio di rivolgersi finalmente a uno specialista dopo anni di silenzio. La differenza, in fondo, non sta nel contenuto in sé, ma in cosa se ne fa: se diventa una porta d’ingresso verso un ascolto professionale, oppure un punto d’arrivo che chiude ogni ulteriore domanda.
Forse è proprio questo che dovremmo tenere a mente vale a dire che la salute mentale merita di essere raccontata, non semplificata. I criteri diagnostici internazionali, dal DSM-5-TR (American Psychiatric Association, 2022) all’ICD-11 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (World Health Organization, 2019), esistono proprio perché comprendere una persona richiede tempo, contesto, pazienza quindi, tutto ciò che un algoritmo, per sua natura, è progettato a ignorare. E forse il compito più urgente, oggi, non è insegnare alle persone a riconoscersi in un’etichetta, ma aiutarle a porsi domande migliori, più lente, più oneste, anche quando sono meno virali.
Dott.ssa Antonia Di Pierro
Psicologa, Psicoterapeuta
Bibliografia
American Psychiatric Association. (2022). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (5th ed., text rev.; DSM-5-TR). American Psychiatric Association Publishing.
American Psychological Association. (2023). Clinical Practice Guideline for the Treatment of Depression Across Three Age Cohorts.
Ahmed, M., Cheema, F. F., & Rehman, S. (2025). When likes lead to labels: The social media self-diagnosis phenomenon. Asian Journal of Psychiatry.
Armstrong, S., Osuch, E., Wammes, M., et al. (2025). Self-diagnosis in the age of social media: A pilot study of youth entering mental health treatment for mood and anxiety disorders. Acta Psychiatrica Scandinavica.
Corzine, A., & Roy, A. (2024). Inside the black mirror: Current perspectives on the role of social media in mental illness self-diagnosis. Discover Psychology, 4, 40.
Monteith, S., Glenn, T., Geddes, J., et al. (2024). Implications of Online Self-Diagnosis in Psychiatry. Psychiatrische Praxis.
Rizwan, B., & Weigle, P. E. (2025). Paging Dr Influencer: Social Media & Psychiatric Self-Diagnosis. Psychiatric Clinics of North America.
World Health Organization. (2019). International Classification of Diseases 11th Revision (ICD-11).
World Health Organization. (2022). World Mental Health Report: Transforming Mental Health for All.




